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Il meraviglioso mondo dei Finali: a bordo! Il viaggio continua…

Scritto da:  | 16 novembre 2010 | Un commento | Categoria: Libri, Recensioni

Trovare qualcosa di nuovo e di veramente originale nel campo della letteratura scacchistica dedicata ai Finali è quanto mai raro e difficile. Da un lato perché comunque si tratta di una fase della partita largamente teorizzata ed esplorata e lo spazio per risultati nuovi, o quanto meno per la ricerca su terreni vergini, è sicuramente ben più ristretto, per ovvi motivi, rispetto, per esempio, alla teoria delle aperture o al mediogioco, per quanto anche qui l’avvento della globalizzazione tecnologica, leggi i computers, stia lasciando veramente poco spazio, di fatto sempre meno, alla creatività del ricercatore scacchistico; dall’altro perché, commercialmente parlando, un libro dedicato ai finali è probabilmente meno appetibile in termini di mercato e quindi tanti giocatori professionisti si sentono più spronati a cimentarsi per esempio con una monografia sulle aperture, ben consci anche che il loro prodotto, ha un ciclo di vita intrinsecamente ben più breve e quindi meno passibile di critiche sul lungo termine, che non appunto un trattato sui finali ove il test del tempo rischia inevitabilmente di mettere in luce in termini assoluti eventuali debolezze analitiche o veri e propri errori e mancanze.
E nella pratica cosa succede? Che sì ogni tanto esce un nuovo libro sui finali ma di veramente nuovo in termini di contenuti c’è ben poco: posizioni trite e ritrite conosciute da decenni e analisi riciclate senza neppure troppo scrupolo, per giunta troppo spesso condite da analisi pedagogicamente ben poco efficaci se non del tutto superficiali o lacunose.
Così di fatto anche la letteratura scacchistica sui finali è costellata da flop e delusioni editoriali. Tra questi per esempio alcuni tanto decantati a suo tempo “nuovi” testi come il “Just the facts” di Lev Alburt oppure il recente trattato di Kalinichenko.


Tra i testi che invece si discostano da questa tendenza negativa e risaltano per originalità di contributi e cura nella ricerca e nell’approfondimento il doppio volume dedicato ai finali del Grande Maestro inglese John Nunn. Quest’opera, dal titolo “Nunn’s Chess Endings”, Gambit Publications, spicca sul gruppo non trattandosi appunto del solito manuale tradizionale di posizioni ultra-teoriche e iper-analizzate che poi, alla fine delle fini, al giocatore cosiddetto pratico poco apportano in termini di valore aggiunto ma, come egregiamente sottolineato nell’introduzione stessa dell’opera, l’enfasi va invece ai seguenti aspetti:

  • La corretta identificazione degli aspetti caratteristici dei vari finali che occorrono con rilievo nella pratica del gioco.
  • Gli elementi tattici salienti.
  • La correzione di errori analitici e di concetto mutuati nelle opere di autori anteriori.
  • Il risalto ai finali in cui l’analisi è concreta e scientificamente conducibile.
  • L’obiettivo rivolto ai giocatori di torneo ove è appunto il gioco pratico ciò che davvero conta e non le posizioni incredibili degli studi artificialmente composte per l’occasione.
  • Le idee che stanno dietro le analisi, per quanto complesse, illustrate non con aride sequenze di mosse e varianti bensì con una prosa didatticamente efficace ed atta allo scopo.

Non ci sarebbe bisogno di ulteriore commento a questi intenti eccetto la constatazione che un nome quale quello dell’autore rappresenta la garanzia sufficiente della qualità di un’opera come questa. Sarebbe infatti rischioso provare anche solo a enumerare i pregi di questo testo, ne dimenticherei facilmente qualcuno a rischio solo di esser tacciato di “sviolinare” al cospetto di cotanto nome. Mi vorrei pertanto limitare a due semplici osservazioni che ben sottolineano alcuni pregevoli aspetti dell’opera.
La prima riguarda il fatto che per il giocatore medio la maggior parte dei testi scritti da giocatori di categoria superiore può esser di beneficio ma questo vale esclusivamente a fronte di uno studio cosiddetto “attivo”, ovvero uno studio serio del testo, approfondito, critico, con l’applicazione che si richiede. Esercizi e posizioni affrontate dapprima indipendentemente, con la scrittura su carta delle proprie analisi e considerazioni posizionali generali, quindi lettura e studio del testo e infine rilettura critica da cima a fondo, ecco gli ingredienti fondamentali e imprescindibili di questo approccio “attivo”. Nondimeno per esperienza sappiamo bene tutti che è già raro riuscire ad arrivare ad un terzo delle pagine totali di qualunque libro di scacchi senza esser attratti l’idea di mollarlo lì per incominciarne uno più “utile e avvincente”.
Il testo di Nunn è in questo diverso e migliore dalla maggior parte di quel tipo di libri, ove spesso anche l’afflato dell’autore vien meno dopo i primi capitoli, ed il motivo -ve ne renderete conto leggendolo- è l’indubbio beneficio ricavato anche dalla cosiddetta “lettura passiva” del testo, quella svelta, veloce, spesso senza metter neppure la posizione sulla scacchiera o muovendo velocemente i pezzi una volta vinta la pigrizia iniziale: credetemi, anche in questo modo “superficiale e irrispettoso” la tecnica e la conoscenza dei vostri finali ne trarrà giovamento. Sono inoltre assai gradevoli le parti discorsive del testo, sempre ricche di rilievi pertinenti, ricordi o aneddoti sul magico mondo degli scacchi ed in particolare su questo o quel finale più o meno celebre.
In ultimo mi preme rafforzare l’invito alla lettura di questo libro ricordando un’interessante osservazione con un forte giocatore per corrispondenza che ebbi occasione di sviluppare recentemente. Costui, un Grande Maestro degli scacchi in busta, acutamente mi fece osservare che a differenza del gioco a tavolino, ove l’avversario tecnologico al silicio, è oramai pressoché imbattibile per chiunque, in quello per corrispondenza la fase della partita in cui la comprensione umana è ancora superiore a quella elettronica è appunto quella della transizione dal mediogioco al finale, guarda caso tema principale del testo di Nunn. E’ sovente in tale momento della partita, quello in cui si tratta di valorizzare alcuni degli elementi salienti del centro di partita, ovvero quelli prettamente posizionali, per liquidare in termini di tecnica del finale che si decide l’esito dello scontro.
Concluderei con il riportare un frammento del testo per dar modo a tutti di assaggiare con la propria sensibilità scacchistica il sapore di un’opera da autentico gourmet degli scacchi come questa.

2.7.2 Chi ha davvero paura del Pedone passato laterale?

Il nostro trattamento tipico delle posizioni con Pedoni passati laterali (ovvero quelli situati sulle colonne verso il bordo della scacchiera) è sicuramente influenzato dall’approccio standard dei libri tradizionali sui finali ma è giunto il momento di guardare le cose da un punto di vista differente. Dopo aver enfatizzato in maniera quasi ossessiva la potenza del Pedone passato laterale la maggior parte dei testi passa con gran nonchalance direttamente ad altri argomenti. Conseguenza di tale approccio risulta essere che il gran numero dei giocatori matura un’impressione esagerata della forza del Pedone passato laterale. Ebbene, come abbiamo visto, ci si può imbattere in tante posizioni in cui tale Pedone costituisce di fatto un vantaggio decisivo, ma esistono altrettante situazioni in cui è pur vero il contrario. In questa sezione prenderemo in esame appunto diversi esempi in cui il Pedone passato laterale non gode di quella tanto celebrata efficacia.

Mnatsakanian - Vogt, Stary Smokovec 1979 (mossa al Bianco)

A prima vista questa è proprio una di quelle posizioni standard da vittoria immediata per merito del Pedone passato laterale col Nero che adopera il proprio Pedone f per sviare il Re Bianco mentre col proprio Re spazzola via i Pedoni bianchi sul lato di Donna; infatti tale fu la valutazione che fece Mnatsakanian a questo punto della partita decidendo di abbandonare imemdiatamente (0-1).
Tuttavia come Minev acutamente sottolineò sull’Informatore la posizione è di fatto patta.
Se il Pedone passato laterale del Nero fosse sulla colonna g oppure h il Nero avrebbe effettivamente partita vinta ma in questa posizione il Bianco riesce a catturare il Pedone f e a rientrare sul lato di Donna in tempo per contrapporsi al Pedone a del Nero.

1 Re2
In questa posizione non occorre una precisione estrema da parte del Bianco. Si può pattare anche con 1 Rd2, 1 c3, 1 Re1 oppure 1 a5.
1…Re5 2 Rd3 Rd5
2…f5 3 c4 f4 4 c5 Rd5 5 a5 Rxc5 6 Re4 Rb5 7 Rxf4 Rxa5 8 Re3 Rb4 9 Rd2 Rb3 10 Rc1 una linea tipica di salvezza in cui il Bianco salva la partita per un tempo.
3 c4+ Rc5 4 Rc3 a5 5 Rd3 f5

Mnatsakanian - Vogt, Stary Smokovec 1979 (posizione dopo 5...f5)

Ma non 5…Rb4?, in cui in cui è addirittura il Bianco a vincere con  6 Rd4 Rxa4 7 c5 Rb5 8 Rd5 a4 9 c6 Rb6 10 Rd6 a3 11 c7 a2 12 c8D a1D 13 Db8+, catturando la Donna con un’infilata.

6 Rc3 f4 7 Rd3 f3
7…Rb4 8 Re4 Rxa4 9 Rxf4 Rb4 10 Re3 a4 11 Rd2 pure porta alla patta.
8 Re3 Rxc4
Oppure 8…Rb4 9 Rxf3.
9 Rxf3 Rb4 10 Re3 Rxa4 11 Rd2 Rb3 12 Rc1
con evidente patta.

In questa posizione andavano individuati due elementi che avrebbero consentito al Bianco di pattare. Il primo è che il solo Pedone sul lato di Donna era sulla colonna a in modo che sarebbe stato sufficiente per il Re bianco riuscire a raggiungere la casa c1 in tempo per salvare la partita.
Il secondo era che il pedone laterale non era così lontano come avrebbe dovuto essere di modo tale che il viaggio di andata e ritorno dal Pedone f alla casa c1 era ben alla portata del Re bianco.

avatar Scritto da: Martin (Qui gli altri suoi articoli)


Un Commento a Il meraviglioso mondo dei Finali: a bordo! Il viaggio continua…

  1. avatar
    Mongo 16 novembre 2010 at 17:52

    Ci vorrebbe un’edizione in lingua italiana…!!!




    0

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