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Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome

Scritto da:  | 11 dicembre 2010 | Categoria: Libri

“Gli scacchi sono una specie di romanzo dove una persona può far credere di essere un altro.”

(Roberto Cotroneo)

Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome di Roberto Cotroneo (Mondadori, 2002) è romanzo che coinvolge ed avvolge in un universo a sessantaquattro caselle, percorso da un protagonista, Luis, alla ricerca di se stesso tra i luoghi sterminati della memoria.

Luis proviene da Tempestad, paese di un Sudamerica indefinito, località introvabile sulle cartine geografiche, quasi fuori dal mondo. Violinista dal talento atipico, si ritrova senza un perché all’interno di un quartetto composto da Chiara, Giorgia ed Eliseo, con l’intento di preparare un’esecuzione magistrale della Grande Fuga di Beethoven, vertice alto del Romanticismo in musica. Il progetto sarà destinato a fallire. Chiara, ragazza dal fascino ambiguo e dall’oscuro passato, procede ormai a grandi passi verso gli abissi della follia. Luis fugge senza una meta, s’imbarca come musicista sulla nave Scirocco, dove incontra un ex scacchista, l’americano Donald Byrne, ritiratosi dopo l’incredibile sconfitta subita dal tredicenne Bobby Fischer nel 1956. Il protagonista comincia allora un inconsapevole viaggio a ritroso verso le proprie origini, tra ricordi indecisi, bagliori del passato, personaggi avvolti da un alone di mistero. Un viaggio che lo riporterà da dove tutto aveva avuto inizio.

Un romanzo circolare, per definizione dello stesso autore, in cui il nostro gioco è praticamente onnipresente. Ci sembra che gli scacchi marchino i passi del protagonista, quasi si muovesse a salto di cavallo sulla scacchiera della vita, toccando ciascuna delle sessantaquattro caselle, per ritornare da dove era partito. In questo percorso, racchiuso dai quattro vertici della scacchiera (Luis, Chiara, Giorgia ed Eliseo), Donald Byrne (nella realtà scomparso nel 1976), vestirà i panni di un Virgilio enigmatico, a sua volta alla ricerca di un mistero indefinito.

L’atmosfera dell’opera è quella che si respira nel realismo magico sudamericano, dove Tempestad è una sorta di Macondo marqueziana, in cui il sogno diventa la realtà di ogni giorno e la vita scorre lenta, ad immagini staccate, per apparizioni, per assonanze, per stupori improvvisi. Tempestad è luogo dell’infanzia; e per questo del mito. O meglio, come sapeva svelarci Cesare Pavese in Feria d’Agosto: “Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo consacra rivelazione. Per questo avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori dal tempo.”

A Tempestad tutti giocano a scacchi. Ma non ci sono né vincitori né vinti, tutte le partite finiscono patte. Quel gioco vecchio di millenni, nato per simulare la guerra, nei luoghi del mito è culto della pacificazione, in piena armonia con il tutto.  E questo condizionerà per sempre, come un marchio indelebile, il destino di Luis.

“Perché tu non sai vincere, Luis; perché vincere è la forma più dolorosa della sconfitta, è la più dolorosa perché la più illusoria.”

La sconfitta è l’impatto più sofferto per Luis col mondo occidentale, dove tutti giocano per vincere: “il dolore della perdita obbliga a cancellare ciò che si perde.”

Tutti hanno perso qualcosa. Luis la memoria. Chiara la ragione. Byrne una partita che ha fatto la storia.

Sulla scia della Novella degli scacchi di Stefan Zweig, la nave Scirocco (“soffiasse davvero quel vento di scirocco…”, canterebbe Guccini), costruita come una scacchiera davanti allo specchio (citazione che rimanda a Massimo Bontempelli), capovolge ogni certezza, con i suoi personaggi dal sapore baricchiano, con i suoi loschi traffici nella stiva, come in Panama di Fossati, su un mare che si tinge del colore del vino, a ricordarci Sciascia. Senza dimenticare Paolo Maurensig, più per Canone inverso che per La Variante di Luneburg, capolavoro dagli accenti diversi.

Citazioni sparse, che raccogliamo come conchiglie sulla spiaggia, di un lavoro prezioso, di una costruzione narrativa cesellata in caselle d’avorio, dove gli scacchi non sono cornice o soprammobile, né quinta o didascalico rimando, nemmeno l’ormai stinta ed abusata metafora della vita, ma sono la vita stessa, in coincidenza perfetta.

Cotroneo conclude l’intero viaggio senza dispensare certezze.

“Forse ricominciare vuol dire non lasciarsi guidare dai temporali dell’anima. Forse amare è imparare a camminare per questo mondo.”

Forse.

avatar Scritto da: Riccardo Del Dotto (Qui gli altri suoi articoli)


12 Commenti a Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome

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    Marramaquìs 11 dicembre 2010 at 10:02

    Certamente un’ ottima mossa … per un regalo natalizio.




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    Zenone 11 dicembre 2010 at 11:28

    Sì, condivido tutto e prendo l’impegno con me stesso di acquistare e leggere quest’opera. Ma basandomi su queste righe di Bilguer74 credo che l’unica cosa da dire sia ricordare come i personaggi di Marquez, sopratutto in “Cent’anni di solitudine” ma anche in “Cronaca di una morte annunciata” – diversamente da quelli del presente romanzo, così come sono stati raccontati in questo pezzo -, siano “abituati a perdere” e da ciò emerge l’immensa compassione dell’autore nei confrnti i quelle che definisce “povere creature”:
    “Le stirpi di cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla Terra”.
    Malgrado questo ciò che mi attira di più in Marquez è l’idea della memoria, diversa da quella che emerge nel romanzo di Cotroneo, così come è stato presentato:
    “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.
    Corro ad acquistarlo!




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      Bilguer74 12 dicembre 2010 at 18:52

      Condivido le tue osservazioni, Zenone. In effetti nel libro di Cotroneo solo l’atmosfera ricorda i romanzi di Garcia-Marquez. La sconfitta qui non sembra senza appello, lascia un alone di mistero sul destino dei suoi personaggi, che forse possono anche ottenere una rivincita, come Donald Byrne, così simile ma così diverso dal pianista sull’oceano di “Novecento” di Baricco.
      Il tema centrale del romanzo per molti gira intorno al concetto di “perdita”. Altri hanno dato risalto al tema della “follia”. In questa recensione ho preferito evidenziare la tematica del “viaggio”. Luis non è Aureliano Buendia. E nemmeno Odisseo. Piuttosto mi ha ricordato l’Anguilla de “La luna e i falò” di Pavese, con quel suo amaro ritorno al paese natio, cha lascia in bocca sapore di cenere. Il fatto che il libro permetta una molteplicità di letture e di interpretazioni non può che accrescerne il merito ed il fascino.




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    misterblu 11 dicembre 2010 at 16:03

    Grazie Bil, i tuoi articoli sono sempre affascinanti, dovrò allargare la mia libreria.
    Ne aprofitto per augurare a te e a tutti i frequentatori del sito i migliori auguri per un Santo Natale sereno
    danilo




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      Bilguer74 12 dicembre 2010 at 18:55

      Ricambio gli auguri a te e famiglia, Danilo!
      Il libro sembra davvero difficile da trovare. Io ho avuto la fortuna di acquistarlo ad un torneo questa estate dall’amico Valerio Luciani, che non so se ne ha ancora qualcuno a disposizione.




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    misterblu 11 dicembre 2010 at 16:04

    Grazie Bil, i tuoi articoli sono sempre affascinanti, dovrò allargare la mia libreria.
    Ne aprofitto per augurare a te e alla tua famiglia i migliori auguri per un Santo Natale sereno
    danilo




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  5. avatar
    Luca Monti 11 dicembre 2010 at 17:02

    E’ vero misterblu,affascinanti,”griffati”.




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    Marramaquìs 11 dicembre 2010 at 21:51

    Ho corso come Zenone, ma forse un po’ meno, perchè mi han detto che il libro di Cotroneo è esaurito e non è in ristampa. Sarà proprio così ?




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      Zenone 12 dicembre 2010 at 00:33

      Effettivamente il libro è fuori catalogo. L’ho trovato nella prima edizione (non quella a cui si riferisce la foto del pezzo) su ebay e l’ho acquistato! Prova a cercarlo in qualche libreria fuori dai “giri” commerciali…




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    Roberto Cotroneo 13 dicembre 2010 at 12:38

    Grazie per la bella recensione, e per l’interesse che avete verso quel mio romanzo. Un romanzo molto complesso, che ha un segnato un periodo della mia vita molto importante per me. Continuerò a leggervi. Roberto Cotroneo




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      Mongo 13 dicembre 2010 at 15:03

      Bene, abbiamo un estimatore in più… Fra un po’ non sapremo più dove metterli 😎 !!!
      Meno male che non dobbiamo fare ai nostri ‘lettori’ alcun regalo a Natale: falliremmo in un battibaleno…..

      Alessandria è la città italiana con il più alto numero di caserme per abitante, con il più alto numero di chiese per caserme e con il più alto numero di abitanti in caserma, nonché col più alto rapporto detenuti/abitanti. Quindi se non sei un prete o uno sbirro potresti trovartici male.
      Mandrogne city (leggi Alessandria) è patria di grandi personaggi, su tutti emergono Eco, Rivera, l’ing. Lombardi (ex team-manager Ferrari), Lella Lombardi (la prima e fino ad oggi unica donna a conquistare punti nella storia del Mondiale di Formula 1), Claudio Bisio (novese), la prorompente (anni fa) Eva Orlowsky (pornostar), il Mongo (il peggior scacchista dell’universo) e Roberto Cotroneo scrittore emergente.




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      Bilguer74 13 dicembre 2010 at 15:16

      Grazie davvero, Roberto, per aver colmato quella distanza che separa l’autore dal lettore. E grazie soprattutto per le belle pagine che ci hai saputo regalare.
      Riccardo Del Dotto




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