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Il giocatore di scacchi di Maelzel

Scritto da:  | 13 luglio 2011 | 16 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Scacchi e letteratura, Zibaldone

Il giocatore di scacchi di Maelzel è un saggio breve del grande scrittore americano, Edgar Allan Poe. Il giocatore di scacchi in questione, com’è suggerito dal titolo, non è un uomo, bensì un automa. Si trattava del celebre marchingegno inventato dal tedesco Von Kempelen, poi comprato e revisionato da Maelzel, che lo adoperò a scopo di lucro, tenendo incontri con il pubblico, chiamato a sfidare la macchina.

Gli artefatti meccanici sono tra gli oggetti che più hanno affascinato la mente umana sin dai tempi antichi. Testimonianza di ciò, nella mitologia classica, è il colosso bronzeo Tantalo, un essere antropomorfo semovente ma anche il famoso Golem nella cultura ebraica. E il sogno finale è sempre stato la replicazione dell’intelligenza umana.

Gli scacchi sono sempre stati diffusissimi in Occidente, e rappresentano la ragione incarnata nel gioco. Il loro fascino ha sempre suscitato viaggi nella fantasia, speculazioni filosofiche, indagini scientifiche e così, da sempre, l’idea, che una macchina potesse giocare (e trionfare) nel gioco occidentale-razionale per eccellenza, ha sempre avuto un enorme potenza. Se l’uomo avesse costruito una macchina capace di vincere contro i campioni nel nobil gioco, cos’altro ancora rimaneva fuori della portata della potenza umana, sua e delle sue macchine? Il giocatore a scacchi di Maelzel ebbe un enorme successo addirittura tra i sovrani. Si sa che illustri uomini hanno sfidato “la macchina” ed hanno perso: Napoleone è il più celebre di questi. Tuttavia, è bene dirlo, la tecnologia dell’epoca non avrebbe mai consentito l’elaborazione di un progetto e la sua realizzazione pratica di un automa in grado di giocare a scacchi: in primo luogo, non era possibile costruire un cervello elettronico capace di computare le mosse, in secondo luogo era impossibile costruire un corpo capace di riconoscere le mosse dal punto di vista percettivo. D’altra parte, come lo stesso Poe ci ricorda, la tecnologia meccanica, la cui immaginazione si radicava nella scienza meccanicista sei-settecentesca, non solo era capace di costruire macchine semoventi (come gli attuali giocattoli a molla per bambini) ma anche dispositivi capaci di effettuare calcoli:

Ma se queste macchine erano ingegnose, cosa dovremmo pensare della macchina calcolatrirce di Mr. Babbage? Di un congegno di legno e metallo che non soltanto può calcolare tavole astronomiche e di navigazione di qualsiasi dimensione, ma può anche render matematicamente sicura l’esattezza delle sue operazioni, avendo la capacità di correggere eventuali errori?[1]

Comunque sia, la conoscenza dei limiti, intrinseci in quella tecnologia, erano preclusi all’epoca e, così, molti si lasciarono convincere che l’automa fosse effettivamente una “macchina”. Tra questi non c’era Poe. Lo scrittore americano non fu l’unico, però, a criticare la possibilità dell’esistenza di un tale marchingegno e lo stesso Poe, prima di porre le sue critiche, che dal suo punto di vista dovevano essere “definitive”, ricorda alcuni articoli, precedenti al suo.

Al principio del saggio, Poe ci dà una preziosa descrizione del funzionamento esteriore dell’automa e di ciò che Maelzel mostrava della macchina al pubblico per dimostrare che “non ci sono trucchi e non ci sono inganni”.[2] Dopo di che, Poe passa in rassegna alcuni altri articoli critici, enumerandone pregi e difetti. In fine, lo scrittore porta ben diciassette argomenti contro la possibilità che il Turco (l’automa fu così chiamato perché era vestito in modo simile ad un turco ottomano) fosse effettivamente solo un automa e non fosse, come invece era, governato da una persona al suo interno.

Poe aveva visto bene, ma non tutti gli argomenti portati sono decisivi, alcuni sono addirittura sbagliati e fondati su ragioni poco solide, anche per un pensatore dell’epoca. Comunque sia, rimane interessante l’analisi di Poe. In particolare, egli credeva che negli scacchi (gioco nel quale egli non eccelleva egli stesso, mentre era un ottimo giocatore di dama) si possa vincere esclusivamente per distrazione dell’avversario. Com’egli stesso dice:

Questa occasione mi serve per proclamare la potenza della riflessione è messa in gioco assai più attivamente e proficuamente dal modesto gioco della dama che dalla laboriosa futilità degli scacchi. La complessità di quest’ultimo gioco, determinata dai diversi e bizzarri movimenti dei pezzi, dotati a loro volta di diversi e vari valori, fa cadere nel comune errore di scambiare la complessità con la profondità. Certo il gioco richiede un grandissima attenzione, continuamente tesa ad evitare un errore che determinerebbe la perdita della partita[3]

La dama è più semplice ma non meno profonda degli scacchi mentre questi ultimi sono tanto complessi (inutilmente complessi) ché si può vincere esclusivamente per distrazione. Per questo un giocatore di scacchi non umano dovrebbe vincere sempre! Questo principio è sostenuto nel libricino in questione ed è interessante osservare come Poe squalificasse per intero i problemi di intelligenza strategico-posizionale del gioco e non considerasse pienamente i dettagli dell’analisi fondata su calcoli e delle sue intrinseche difficoltà. In questo senso, egli dice, se esistesse una macchina in grado di giocare a scacchi, per definizione non dovrebbe mai perdere. Ma questo non è ciò che accade nel caso del Turco, il quale perdeva, di tanto in tanto, qualche partita. E ciò diventava, per necessità logico-argomentativa, un motivo a favore della tesi della non-artificialità del pensiero del Turco. Per usare le sue stesse parole:

L’Automa non vince invariabilmente la partita. Se la macchina fosse una pura macchina, ciò non accadrebbe: vincerebbe sempre. Trovato il principio in base al quale si possa ottenere una macchina che gioca a scacchi, un’estensione dello stesso principio metterebbe quella macchina in condizione di vincere una partita; un’ulteriore estensione le consentirebbe di vincere tutte le partite, ossia di battere ogni possibile gioco di un avversario. Una modesta considerazione convincerà chiunque che la difficoltà di far sì che una macchina vinca tutte le partite non è maggiore, in definitiva, riguardo al principio delle operazioni necessarie, della difficoltà di farle vincere una singola partita.[4]

Tuttavia, la storia dei software di scacchi, proprio la storia delle macchine, mostra in modo inequivocabile che Poe aveva torto! Non solo non basta che un computer possa giocare, cioè sia capace di “vedere” la scacchiera e sia abile ad utilizzare le regole del gioco, deve anche associare a ciascuna variante un valore e, dunque, poter scegliere la variante migliore. Ma proprio in questo sta il problema ed è in questo che l’I.A. ha ottenuto i suoi maggiori successi. D’altra parte, se alcuni dei più grandi giocatori di scacchi di tutti i tempi, Kasparov e Karpov, hanno perso delle partite con il software scacchistico, non fu per distrazioni. Inoltre, non esiste nessun principio, così come lo intendeva Poe, in grado di esaurire l’intera strategia di gioco. Di sicuro, la “legge di Poe” non è valida.

D’altra parte, è al di là di ogni possibile difesa la seconda considerazione dello scrittore americano: se l’automa possiede un algoritmo, diremmo oggi, in grado di vincere una partita, allora dovrebbe poter vincere tutte le partite. In realtà, se è pur vero che oggi i software utilizzano ciascuno un algoritmo per associare alle mosse il loro valore, non si può certo dire che esso esaurisca per intero le possibilità del gioco: non è vero che quell’algoritmo conduce inevitabilmente alla vittoria di ogni partita ma consente patte e sconfitte. Inoltre, il software scacchistico è ben più complesso di quel principio monolitico e universale che Poe immagina che sia la base di una macchina in grado di giocare a scacchi. Tuttavia, ciò che veramente colpisce il lettore moderno, è l’idea che nell’immaginario collettivo, supposto incarnato nella visione del Nostro, la macchina, se tale, avrebbe vinto perché perfetta, idonea al suo scopo: se una macchina potesse giocare allora vincerebbe.

Nel saggio, però, si ritrovano anche grandi intuizioni. Una di queste è sicuramente interessante: Poe sostiene che il Turco non poteva essere una macchina perché impiegava tempi diversi nel calcolo di mosse diverse. Ma, egli osserva, se il Turco fosse stato davvero un marchingegno, per ogni mossa dovrebbe impiegare lo stesso tempo, a differenza di quanto accadeva. Anche in questo l’idea di Poe non troverà riscontro, nell’attuale realizzazione del software di scacchi, tuttavia è rilevante che la concezione della “macchina” nella coscienza collettiva dell’epoca (stiamo parlando di un periodo in cui le calcolatrici attuali erano solo dei sogni) prevedesse l’idea della serialità e dell’esecuzione di compiti in unità di tempo ben definite. Poe sottolinea che l’incostanza, sia nell’elaborazione dell’informazione che nel comportamento, sia uno dei tratti essenziali dell’essere umano. Di fatti, non solo l’automa impiegava tempi diversi per giocare i singoli tratti ma anche i comportamenti esteriori (come la rotazione degli occhi o strani movimenti della testa) non seguivano automaticamente e in modo prevedibile: ancora una volta, l’imprevedibilità nell’unità di tempo non è un tratto tipico di un meccanismo programmato ma di un organismo non ideato per un solo compito. La natura, infatti, sfrutta i singoli organi e le singole parti di un individuo per più scopi, non così l’uomo, che realizza artefatti vincolati da un unico fine.[5]

Sebbene la psicologia comportamentista non fosse stata ancora canonizzata a scienza della mente, ed era ancora lontana dall’essere ipotizzata, Poe, nel sesto punto, mette in luce l’implausibilità delle azioni del Turco nella sua simulazione del comportamento reale:

L’aspetto e, soprattutto, il comportamento del Turco, considerati come imitazioni della vita reale, altro non sono che imitazioni del tutto mediocri. L’espressione non rivela alcuna intelligenza, e la somiglianza col volto umano è inferiore ai più comuni fantocci di cera.[6]

Tuttavia, osserva Poe, tale trascuratezza nelle capacità simulative dell’automa, non erano dovute alla mancanza di capacità tecnica, bensì all’intenzione dell’autore di rimarcare il fatto che il Turco fosse esattamente quel che si diceva che fosse: una macchina. Infatti, Poe prosegue:

Ebbene, o tutto ciò è il risultato dell’incapacità di Maelzel a fare di meglio, o dipende dalla sua intenzionale trascuratezza; è fuori discussione la trascuratezza accidentale, considerando che l’ingegnoso proprietario dedica tutto il proprio tempo al perfezionamento delle sue macchine. Certamente non possiamo attribuire queste sembianze innaturali all’imperizia, poiché tutti gli altri automi di Maelzel sono esempi della sua grande abilità nel riprodurre i movimenti e i particolari della vita reale con la massima esattezza.[7]

E’ curioso come Maelzel, secondo Poe, sfrutti proprio le aspettative del pubblico al contrario: mentre egli cerca di emulare perfettamente il comportamento di una papera (com’è noto, infatti, Maelzel aveva costruito simili automi) risulta incredibile che il Turco sia così grossolano nelle apparenze. D’altra parte, tale “trascuratezza” è, evidentemente, una forzatura capace di indurre l’idea che tale oggetto fosse un automa e non un uomo, qualora potesse mai essere sollevato il dubbio.

In definitiva si tratta di un libro interessante solo per chi ha la curiosità di sapere come funzionava il leggendario Turco. Infatti, Poe, anche per i suoi fini critici, abbonda in dettagli e supposizioni sul come funzionava il Turco e su come veniva presentato al pubblico. Non tutte le sue osservazioni sono pertinenti e pochissime superano l’oggetto di analisi per offrire spunti e intuizioni interessanti. Tuttavia, dal punto di vista scacchistico e meta-scacchistico è un testo preziosissimo, così come lo è dal punto di vista della storia degli automi e della correlata coscienza e immaginazione collettiva.

Bibliografia

  • Cassano R., Rivista di scacchi!, N. 32.  Aprile 2009
  • Dennett D., La coscienza, che cosa è, Laterza, Roma-Bari, 2009.
  • Poe E.A., Due inchieste di Dupin. Edizioni Paoline, Chieti, 1966.
  • Poe E. A., Il giocatore di scacchi di Maelzel, SE, Milano, 2009.
  • Pili G., 2001, Filosofia negli scacchi, Scacchitalia, 2010.
  • Pili G., Tutto semplice, Rivista di scacchi, n. 25.
  • Pili G., Forse l’abbiamo fatta troppo semplice, Rivista di scacchi, n. 26.
  • Pili G., Accidenti, il tempo!, Rivista di scacchi, n. 27.
  • Pili G., Maestro, perché gli scacchi sono così complessi?, http://soloscacchi.altervista.org/, 29 gennaio 2011.
  • Pili G., Neuroeconomia scacchistica, Rivista di scacchi, n. 28.
  • Pili G., Sentimenti che ruotano attorno ai software che giocano a scacchi, Rivista di scacchi, n. 28.
  • Pili G., Siamo tutti una stessa gente, Rivista di scacchi, n. 29.
  • Sericano C., Storia degli automi scacchistici: il Turco, http://soloscacchi.altervista.org/.
  • Standage T., Il Turco, La vita e l’epoca del famoso automa giocatore di scacchi del Diciottesimo Secolo, http://www.federscacchi.it/.


[1] Poe E. A., Il giocatore di scacchi di Maelzel, SE, Milano, 2009, p. 17.
[2] In realtà, come osserva lo scrittore americano, il gioco di prestigio stava proprio in questo momento: Maelzel mostrava l’interno della macchina ma lanciava dei segnali espliciti nella sua rappresentazione, al piccolo nano che stava all’interno. Dal punto di vista del pubblico, tutto doveva apparire evidente, senza trucchi. Ma, in realtà, la stessa verifica offerta dal Maelzel non era che un’astuta messinscena. In realtà, non sappiamo come funzionasse “la macchina”, nei dettagli, il che lascia intendere quanto questa finzione fosse elaborata.
[3] Poe E.A., Due inchieste di Dupin. Edizioni Paoline, Chieti, 1966, pp. 12-14.
[4] Poe E. A., Il giocatore a scacchi di Maelzel, SE, Milano, 2009, p. 57.
[5] Per uno sviluppo di tale tema si può leggere il prezioso libro di Dennett: La coscienza, che cosa è.
[6] Ivi. p. 61.
[7] Ivi. p. 61.

avatar Scritto da: Giangiuseppe Pili (Qui gli altri suoi articoli)


16 Commenti a Il giocatore di scacchi di Maelzel

  1. avatar
    jazztrain 13 luglio 2011 at 09:02

    Per l’esattezza Poe giocava a dama inglese, un gioco simile a quello della nostra dama all’italiana (non a caso nella maggior parte dei casi il nome delle aperture della dama all’italiana derivano da quello inglese, ma le regole di apertura [muove il nero per primo], di presa [non esiste l’obbligo della presa con il pezzo più forte] e la pedina può catturare la dama [non esiste simile regola nel nostro gioco]). Sosteneva che l’apparente semplicità del gioco della dama e delle regole, a differenza degli scacchi (del gioco inglese n.d.r.) permetteva di trovare delle mosse geniali! Affermazione discutibile, tipica di un letterato geniale ed eccentrico come Poe.




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  2. avatar
    Giangiuseppe Pili 14 luglio 2011 at 13:25

    Grazie della precisazione! Effettivamente, era da specificare. Ma si tratta della dama internazionale? Quella con una scacchiera di 10×10 oppure quella americana?

    Di Poe conosco solo i racconti polizieschi, dato il mio amore e la mia discreta frequentazione di quel genere letterario! Poi ho letto il Giocatore…
    Prima o poi leggerò anche i suoi racconti gotici, considerati i suoi capolavori.




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      Aeolus 14 luglio 2011 at 21:05

      Draughts, Checkers, le jeu de Dame etc are all part of the same family albeit with varying rules.
      The game, just like chess has a long history. It was initially played on sand with pebbles or shells, in Africa (circa 2000 BC).
      In the 14th century, in France it began to be played on chessboards.

      There are several variants but the best known are:
      English draughts using an 8 x 8 board as in chess.
      French chess (Jeu de Dame) played on also on an 8 x 8 board
      International checkers (or Polish checkers) played on a 10 x 10 board.
      There are many more (Spanush, Turkish et alia)
      Curiously among the many later variants is the Lasca – invented by Emanuel Lasker!! Clearly Poe was not the only one to have ideas about both games.

      Edgar Allan Poe would most probably have played English draughts or checkers (either name can be used. But I would not know since I am no authority. My only experience comes from having played with great pleasure the French Jeu de Dame in my childhood.

      Draughts now anyone?




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        Aeolus 14 luglio 2011 at 21:08

        Apologies!!! It was a slip of the finger!!
        For French chess read Fench checkers.
        A cardinal sin I know! I have jsut slapped my own wrist.




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          Giangiuseppe Pili 15 luglio 2011 at 00:56

          Thank you, Aeolus, for your comments and beg your pardon for my English: I have no time for improve my language yet…

          I’m curious: where are you from? why do you write in English? And, specially, how find and why did you read my articles?

          I’m very happy for your observations and I hope you don’t worry about my curiosity!




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            Aeolus 11 settembre 2011 at 12:22

            There is nothing wrong with your English but the opportunity to practice it.

            May I suggest that you concord, together with Captain Bertin and Ivano Pollini, a date for lunch, in London, at Simpsons in the Strand, the original venue of the Grand Cigar Divan, the old home of chess and the scene of many significant games.
            A chessboard will be de rigueur together with some good wine. The company will,I think, be most interesting. I will be sure to be there too.

            Why do I write in English? Because I do not wish to wound your beautiful language which I do not speak or write as well as I would like.

            As for your curiosity, it is what makes your articles on Soloscacchi all the more interesting.




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              Aeolus 11 settembre 2011 at 12:27

              Ah, I forgot, you ask where I am from.
              I am, as the wind, from North, South, East and West.
              But Italy is my home.




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    jazztrain1 14 luglio 2011 at 19:24

    Non è la dama internazionale o dama 10×10 che è un gioco di origine francese ed ha regole completamente diverse ed è tra tutte le dame il gioco più complesso e, amio avviso, più divertente. E’ la dama inglese che si gioca su un tavoliere 8×8; la posizione della damiera è come quella della nostra scacchiera (nel gioco all’italiana non è così); muove per primo il Nero; non esiste la regola della presa del pezzo più forte, mentre nella regola della dama all’italiana a parità di presa tra pedina e dama, la dama,che è il pezzo più forte, prende per primo; la pedina mangia la dama, mentre nel nostro gioco non è possibile effettuare simile cattura.
    Infatti, grazie a queste regole, i finali di dama italiana sono più tecnici rispetto a quelli inglesi. In ogni caso, se tu hai Windows, e vuoi giocare a dama inglese vai su MSN lì giocherai secondo le regole anglosassoni. Dico un’altra cosa: tra un mese si disputerà il campionato del mondo di dama inglese e per la prima volta ci sarà uno sfidante italiano al titolo mondiale! 😉




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    • avatar
      Giangiuseppe Pili 15 luglio 2011 at 00:50

      Ottimo, Jazztrain,
      grazie per le precisazioni! In effetti, la conoscenza del gioco della dama sono veramente limitate e non ne faccio mistero! Speriamo bene per il nostro connazionale!




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  4. avatar
    Eulalia Valli 14 luglio 2011 at 21:21

    Scacchi o Gioco di Dama?

    Che ne pensa Edgar Allan Poe?
    Cosi scrive (in “Murder of the Rue Morgue”;):

    “To calculate is not in itself to analyze. A chess player, for example, does one without effort of the other. I will therefore take occasion to assert that the higher powers of the reflective intellect are more decidedly and more usefully tasked by the unostentatious game of draughts than by all the elaborate frivolity of chess. In the latter, where the pieces have different and bizarre motions, with various and variable values, what is only complex is mistaken for what is profound. The attention is here called powerfully into play. If it flag for an instant, an oversight is committed resulting in injury or defeat. The possible moves being not only manifold but involve, the chances of such oversights are multiplied and in nine cases out of ten it is the more concentrative, rather than the more acute player who conquers. In draughts, on the contrary, where the moves are unique and have little variation, the probabilities of inadvertence are diminished and the mere attention being left comparatively, unemployed, what advantages are obtained by either party are obtained by superior acumen”.

    Commenti???




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  5. avatar
    Giangiuseppe Pili 15 luglio 2011 at 00:49

    In effetti, avevo citato io stesso il passo nell’articolo!
    Direi che è un argomento un po’ letterario, improntato sulla propria propensione per il gioco che non da un’attenta analisi comparativa delle competenze richieste per giocare e la complessità fattuale dei due giochi distinti.
    Sinceramente, e so che potrei aprire un putiferio dicendo questo, io credo che gli scacchi siano più complessi: non più facili (e sono due cose ben diverse). Sulla “facilità” non saprei dire perché non ho che limitatissima esperienza in tal senso nel gioco della dama. Ma senza dubbio, le basi fattuali su cui si fonda il gioco degli scacchi è decisamente più ricco di quello della dama e, per ciò, richiede un approccio conoscitivo meno combinatorio, da un lato, e più massiccio!
    Ma questa è e rimane un’opinione suffragata da alcuni fatti, ma non è difendibile sotto ogni aspetto, così, la butto là, sperando di non offendere nessuno!




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  6. avatar
    Zenone 15 luglio 2011 at 07:00

    Sia per quanto riguarda il “giocatore di Maelzel” sia per ciò che pensava Poe degli scacchi è già stato scritto in passato sul “Soloscacchi” (anche se non in termini così tecnici) da “cserica” per il primo argomento che da “Zenone” per il secondo. Confermo e sottoscrivo la considerazione di “jazztrain” su quanto Poe riferisce (sempre in negativo) sugli scacchi: “…Affermazione discutibile, tipica di un letterato geniale ed eccentrico come Poe”.
    Grazie




    0
  7. avatar
    Fabio Lotti 15 luglio 2011 at 16:45

    Complimenti!




    0

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