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Auguri Boris!

Scritto da:  | 29 gennaio 2017 | 19 Commenti | Categoria: C'era una volta, Personaggi, Stranieri

Inutile negarlo. Durante il match contro Fischer per il titolo mondiale del 1972, svoltosi nella gelida Reikjavik, ero tra quelli che si sbracciavano per l’asso americano. Spassky nemmeno lo consideravo. Era stato messo lì per essere immolato sull’altare della dea Caissa. Punto e basta. Anche se lui avrebbe fatto di tutto, e lo fece, per evitare l’olocausto. In seguito, come succede spesso nella vita, mi sono un po’ pentito di quella specie di astio nei confronti non solo di un grande campione ma anche di un grande uomo. Sempre sereno, aperto e dignitoso. E la sua esistenza, simile a quella di molti altri campioni, non è certo stata tutta rose e fiori. Anzi, se c’è un elemento comune a tanti cervelloni della scacchiera, e se ne sarà reso conto chi mi ha seguito nei miei “profili”, è proprio il contrario. E il nostro Boris non fa eccezione. Nato il 30 gennaio 1937 a Leningrado si ritrova, da piccolo, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. La famiglia è costretta a fuggire a Mosca per ritornare nella città natale dopo cinque anni. La tragedia la spezza. I tre bambini, di cui egli è il secondo insieme ad un fratello più grande e ad una sorella più piccola, rimangono con la madre maestra, mentre il padre, ingegnere, si disinteressa quasi completamente di loro. Il rapporto con gli scacchi è casuale, impara le mosse a cinque anni, a nove si iscrive al Palazzo dei Pionieri di Leningrado dove incomincia a giocare in maniera sistematica. E, soprattutto, ha la fortuna di un istruttore come Vladimir Zac che capisce ed asseconda il suo talento. Boris è un concentrato di emozione e di freddezza e dopo una sconfitta capace di arrabbiarsi e perfino di piangere. La sua reputazione incomincia a salire dopo il 1950 con una serie di buoni risultati fino a conseguire il terzo posto ad Amsterdam nel torneo dei Candidati del 1956. Però non riesce a esplodere definitivamente, come è stato più volte sottolineato dai maggiori critici, per una certa immaturità psicologica e perché non gode pienamente dei favori del Palazzo che desidera seguire ed aiutare allievi più docili e malleabili. Nel 1963 lascia il suo allenatore Tolush, troppo focoso, sostituito da Bondarevsky e i risultati si vedono! Campione URSS nello stesso anno,vittoria ex aequo con Smyslov, Tal e Larsen all’Internazionale di Amsterdam del 1964. Nel 65 sconfigge Keres (sei a quattro), Geller (cinque e mezzo a due e mezzo) e infine Tal (sette a quattro) soprattutto per merito di un Gambetto inventato da quello spilungone statunitense di Frank Marshall sul quale prima o poi dovremo pur dire qualcosa, giungendo a sfidare Petrosian nel 1966. “Spompato alla meta?” si è chiesto qualcuno colpito dalla forza degli avversari e dalla durezza degli incontri. Stanco sì, ma non disfatto. Si prepara a dovere, pensa anzi di sfruttare la sua resistenza essendo più giovane, è entusiasta ed ottimista.

Ma fa i conti senza l’oste perché Petrosian non è certo stato a guardare. Ecco cosa confida nell’intervista rilasciata a Juri Averbakh quando il match con Spassky sta per terminare “La mia preparazione è cominciata molto tempo prima dell’inizio del match. Spassky non aveva ancora terminato la finale dei Candidati con Tal che io avevo già elaborato con il mio allenatore un dettagliato piano di preparazione. Dapprima ho esaminato le mie partite al microscopio, poi sono andato a Tblisi per studiare da vicino i miei potenziali avversari. Una volta chiaro che Spassky avrebbe avuto la meglio, sono ritornato a Mosca e mi sono subito messo ad analizzare le sue partite…” (“Petrosjan oltre i confini della teoria” Prisma, Roma 1998, pag.197). Spassky si batte bene, resiste ma perde dodici e mezzo a undici e mezzo.


Nel secondo scontro per il titolo mondiale del 1969 il nostro Boris, ancora più forte di prima (ricordiamoci che si è sbarazzato di pretendenti al trono del calibro di Geller, Larsen e Kortchnoi) riesce perfino ad analizzare e capire la psicologia dell’avversario dai suoi atteggiamenti durante le partite: “Nel 1966 facevo molta fatica a capire lo stato d’animo di Petrosian, ma nel 1969 ero in grado di comprendere ogni suo gesto. Tutti sanno che tra una mossa e l’altra molti giocatori fanno qualche passo attorno al tavolo: quando Petrosian aveva paura di me, per esempio, camminava su e giù con aria fiera e altezzosa, come Napoleone, ma quando invece passeggiava tranquillamente, io sapevo che in quel momento era molto pericoloso: era come una tigre che se ne stava acquattata, pronta ad assalirmi. Per me erano informazioni importanti.” (“La parola ai campioni del mondo” di Jakov Estrin, Prisma, Roma 1993, pag.145). Non è una passeggiata perché il nostro Tigran è sempre stato una roccia ma il punteggio di dodici e mezzo a dieci e mezzo non lascia dubbi. E’ al culmine del successo, il suo gioco “universale” lodato da tutti. Arrivano come perle la sua splendida vittoria contro Larsen a Belgrado nel 1970 e, sempre nello stesso anno a Siegen, quella contro Fischer. Già Fischer. Come è andata nel 1972 nella gelida Islanda lo sanno tutti.

E’ stato detto e ripetuto millanta volte ed anche il sottoscritto intonerà il suo peana in onore del grande Bobby in un altro “profilo” a lui dedicato. Siedono di fronte l’Eroe e l’Antieroe per eccellenza, la democratica, aperta e libera America contro la chiusa, ottusa ed opprimente Unione Sovietica. C’è di che mandare in sollucchero tutti i patiti quadrettati di questo mondo e far risuonare fanfare massmediatiche più altisonanti del coro dell’Aida. Un vero successo mondiale per gli scacchi e per l’asso americano che si incorona con dodici punti e mezzo a otto e mezzo come era stato previsto dall’americano Byrne! Spassky fa la sua parte e non può fare meglio contro una furia scatenata nel pieno della sua energia vitale. La “Sfida del secolo”, riportata da Mario Monticelli in un libro della Mursia dalla smagliante copertina rossa, ha incoronato il suo Re. Bello, elegante, strafottente. Che non manterrà le sue promesse.


Spassky comunque non demorde e nel primo match di qualificazione per la candidatura al titolo mondiale svoltosi a San Juan demolisce completamente l’americano Byrne (sì, proprio quello della funesta profezia!) con il punteggio di +3=3-0, e incomincia assai bene anche contro il giovane Karpov sconfitto per mezzo di una bella Siciliana. Che è anche l’ultima, perché Karpov in seguito adotta ripetutamente la tosta Caro Kann mettendo in crisi il suo illustre avversario. La contesa termina velocemente con un secco +4=6-1 che non ammette replica.
Da questo momento la vita scacchistica di Spassky rientra nella normalità tipica di quella di tanti altri Grandi Maestri: qualche bella vittoria contornata da deludenti prestazioni, e non mi voglio nemmeno soffermare sulla patetica rivincita con Fischer giocata nel 1992 ( rimando, semmai la curiosità del lettore al libro “Fischer-Spassky Vent’anni Dopo” di Pein, Levitt e Davies pubblicato dalla Prisma). Non ne vale la pena. Vale la pena, invece, sottolineare la personalità genuina e sincera di questo campione “antieroe”, la sua istintiva simpatia, la sua curiosità intellettuale che spazia dall’arte alla letteratura, la sua innata cortesia. Il suo sorriso aperto di persona perbene. Della quale, credetemi, c’è tanto bisogno.

 

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


19 Commenti a Auguri Boris!

  1. avatar
    Mongo 28 marzo 2012 at 11:30

    Bravo Lotti. Niente di nuovo, ma la memoria va sempre rinfrescata. 😉




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  2. avatar
    Luca Monti 28 marzo 2012 at 11:44

    Quando nel pezzo scrivi :”…da quello spilungone statunitense di
    Frank Marshall sul quale prima o poi dovremo dire qualcosa,…..”,ti
    riferisci all’articolo pubblicato il 24 Dicembre 2011? Pur restando
    piacevole alla lettura,mantenendone intatta la struttura portante,
    non hai pensato fosse interessante aggiungere qualche integrazione o
    piccola modifica?La vita e la carriera di Spassky non si è fermata al
    triste siparietto del 1992.Complimenti ancora.




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  3. avatar
    Jas Fasola 28 marzo 2012 at 12:57

    “incomincia assai bene anche contro il giovane Karpov sconfitto per mezzo di una bella Siciliana. Che è anche l’ultima, perché Karpov in seguito adotta ripetutamente la tosta Caro Kann”

    Cosi’ sembra che Karpov abbia giocato nella prima partita la Siciliana per poi passare alla Caro-Kann. Invece Karpov gioco’ sempre la Caro-Kann e 1. … e5.

    Dopo la prima partita persa con 1. e4 (Spassky gioco’ la Siciliana) Karpov passo’ a 1. d4, giocando pero’ ancora una volta nella nona partita 1. e4 e vincendo contro la Siciliana di Boris.




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  4. avatar
    Fabio Lotti 28 marzo 2012 at 14:50

    Sono d’accordo che questi pezzi andrebbero riscritti e togliere, magari, pure qualche smagliatura, ma non ne ho voglia. I pezzi sono in mano alla Redazione che può a fine articolo correggere eventuali inesattezze o aggiungere qualche informazione in più. Se vuole.




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  5. avatar
    Marramaquìs 28 marzo 2012 at 17:10

    Bravo Fabio, ancora una volta. Ho l’occasione per dire la mia.
    Al di là delle qualità di gioco dei due campioni, Spassky e il grande Fischer, ho sempre avuto la sensazione che il match del 1972 fosse in partenza segnato dal destino.
    Nel senso che Boris non avrebbe mai potuto vincere quel match, anche contro un Fischer con la febbre a 40.
    Per una semplice ragione: lui stimava troppo Bobby, e il suo inconscio non gli avrebbe mai consentito di trovare la forza per batterlo.




    0
  6. avatar
    Massimo Benedetto 28 marzo 2012 at 19:13

    Spassky era un profondo conoscitore della psicologia degli avversari, in particolare della sua nemesi Tigran Petrosian.
    A tal proposito, ne’ “I miei grandi predecessori” Kasparov riporta un simpatico aneddoto circa il consiglio (rivelatosi poi giusto) che Spassky gli diede per riuscire a battere Petrosian: “strizzagli le palle, ma non tutte assieme, un poco alla volta”.
    Traduzione: mantieni la calma, non avere fretta, manovra in modo da creare una leggera ma costante pressione.
    Ció aveva capito anche Fischer, infatti la memorabile 7a partita del match di Denver, fu vinta da Fischer proprio in quel modo e cosí convincentemente che Petrosian crolló di schianto perdendo anche le successive tre partite!




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  7. avatar
    Zenone 31 marzo 2012 at 18:04

    Segnalo, per approfondire il tema e per gli amici scacchisti che ho visto interessati alla figura di Spasskij: “Boris Spasskij” di Isaak & Vladimir Linder (Prisma Edizioni,2011, pagg.352, € 32.00) e, per chi comprende la lingua inglese, “Boris Spassky: Master of Initiative” di Alexander Raetsky & Maxim Chetverik (Ed. Everyman Chess, 2006, pagg. 160 $ 21,95)




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  8. avatar
    joe 8 aprile 2012 at 15:59

    quoto marramaquis, in realtà Spassky stimava moltissimo incosciamente l’americano e il suo gioco, avrebbe potuto vincere tranquillamente rifutando di giocare, dopo che fischer cominciò ad accampare pretese assurde per giocare….ma non lo fece! da Gran Signore si sedette e giocò il match che poi andò come tutti sappiamo…ma probabilmente Boris, fu anche l’unica persona che capì davvero a fondo l’americano, come dimenticare quella lettera che Spassky inviò alle autorità giapponesi affinchè fosse messo in cella con Fischer con una scacchiera per continuare a giocare la partita della loro vita? secondo me, Boris un grande uomo prima che un grande campione!




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    • avatar
      Chess 1 febbraio 2017 at 21:51

      Quella fu una lettera che testimonia come una acerrima rivalità sulla scacchiera possa trasformarsi in una grande amicizia tra due grandi uomini.




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  9. avatar
    Martin 29 gennaio 2017 at 21:38

    Riproponiamo con piacere questo eccellente articolo dell’amico Fabio, già apparso nella sua riuscitissima serie “i Re degli scacchi”, per unirci anche noi negli auguri all’immortale Boris che domani, 30 gennaio, compie questi favolosi 80 anni di sogni…




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  10. avatar
    Chess 29 gennaio 2017 at 22:32

    Un mondiale come Spassky Fischer non ci sarà mai piu: un mondiale unico. Merito anche di Boris grandissimo giocatore e uomo vero. Divenne amico di Fischer che stimava perché riconosceva il lui il genio. Alla sua morte in una dedica memorabile lo definì suo fratello. Non ci sono più nel mondo degli scacchi uomini così.




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    The dark side of the moon 30 gennaio 2017 at 08:29

    Condivido Chess, questi erano artisti veri.
    Certo giocavano pure per i soldi, erano altri tempi etc., però gente cosi oggi non ce n’è più.
    Auguri Boris, Campione immortale.




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    Luca Monti 30 gennaio 2017 at 10:51

    Un gradito (per me) amarcord. Chiedo all’autore: “Ti risulta se, compatibilmente con l’età avanzata e malanni vari, Spassky giochi talvolta?”




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  13. avatar
    Fabio Lotti 30 gennaio 2017 at 11:18

    Caro Luca
    non lo so e giro la domanda agli altri lettori.




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    fabrizio 30 gennaio 2017 at 11:45

    “la sua innata cortesia. Il suo sorriso aperto di persona perbene. Della quale, credetemi, c’è tanto bisogno”
    Ebbene sì, caro Fabio, c’è veramente grande bisogno di campioni e uomini come Spassky.
    Scandalizzerò molti, ma nel 1972 io tifavo per lui, nonostante l’immenso Fischer.




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      Tristano 1 febbraio 2017 at 22:54

      Non eri il solo, se ti può far piacere.




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    Fabio Lotti 1 febbraio 2017 at 09:35

    Per gli amici scacchisti-giallisti e viceversa uscite le mie letture di febbraio http://theblogaroundthecorner.it/




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  16. avatar
    Chess 2 febbraio 2017 at 00:00

    Io tifavo per Fischer senza ombra di dubbio è in un certo senso sono ancora un suo accalorato tifoso ma devo ammettere che una volta conosciuto Boris come uomo oltre che giocatore, anche per lui ho avuto una sentitissima stima.




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  17. avatar
    alfredo 22 febbraio 2017 at 08:48

    Per uno strano caso della vita ho avuto modo di documentare con un articolo pubblicato su L’Italia Scacchistica l’ultima apparizione “pubblica” scacchistica di Boris, una simultanea a Udine.
    Il giorno dopo Boris venne colpito dall’ictus che lo ha devastato.
    Se l’amico Martin vuole potrei fargli avere le pagine con foto. Un documento “storico” a suo modo.




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