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Scacchi e Psicologia

Scritto da:  | 31 ottobre 2012 | 12 Commenti | Categoria: Libri

Il libro Scacchi e Psicologia di Stefano Vezzani tratta i diversi aspetti che caratterizzano la mente degli scacchisti da un punto di vista psicologico, in particolare, dal punto di vista della psicologia cognitiva, una disciplina che intende investigare sui fondamenti della cognizione dei soggetti umani. Il lavoro in questione non intende essere di genere prescrittivo, ma solo di tipo descrittivo: in altre parole, non compaiono delle analisi volte a mostrarci come gestire la nostra mente durante l’attività agonistica e il nostro sforzo fisico nel momento in cui ci battiamo contro il nostro avversario. D’altra parte, come un buon lavoro scientifico deve essere, Scacchi e psicologia non considera neanche i problemi di tipo normativo, cioè fornire definizioni a priori esaurienti su una particolare sfera del gioco e del giocatore, ma intende analizzare i fenomeni psicologici inerenti agli scacchi attraverso un preciso metodo scientifico, metodo che vienelasciato intravedere da Vezzani dal numero e dalla conoscenza di articoli di psicologia (e non solo), citati sempre in modo molto pertinente, in modo tale che molti problemi importanti del mondo scacchistico in senso lato, vengono, se non risolti, quanto meno ben chiariti e le tesi vengono sempre supportate da dati scientifici non controversi.

Sin da subito intendiamo indicare due dei diversi pregi del libro in questione: (1) la scelta dei temi trattati è eccellente perché riguarda gran parte dello spettro di indagine della psicologia applicata agli scacchi e (2) la metodologia di analisi dei singoli problemi risulta sempre estremamente convincente e molto attenta alla correttezza scientifica, senza scendere, necessariamente, nei dettagli (ma Vezzani non soltanto fornisce un buon apparato bibliografico, ma pure una serie di rimandi per approfondire o per lasciare margine alla verifica da parte di lettori più attenti). Ma se dovessimo indicare il primo dei meriti del libro, senz’altro indicheremo l’estrema onestà intellettuale, che viene testimoniata dal fatto che Vezzani non si sente mai costretto a dover dare una risposta, qualora non ci siano dati fattuali e scientificamente dimostrabili (replicabili e verificabili mediante metodologie proprie della psicologia). Veniamo, adesso, al contenuto dei singoli capitoli.

Il primo capitolo, Talento e pratica deliberata, tratta del rapporto tra genio innato e capacità acquisite. Esso costituisce una delle basi per alcuni argomenti importanti sviluppati all’interno dell’intero libro, in particolare del problema della relazione tra talento innato e la capacità del lavoro supportato dall’esperienza. La tesi principale del capitolo consiste nel mettere in dubbio quella che è una delle opinioni più diffuse all’interno del mondo degli scacchi, rispetto a ciò che distingue i Super GM dagli altri semplici comuni mortali. Vezzani intende mostrare che, se non si può escludere il talento come una delle componenti del grande campione, a prescindere il peso comunemente attribuito a tale presunta proprietà, vada ridimensionata notevolmente: innanzi tutto, non esistono studi scientifici di una certa serietà che dimostrino la presenza del talento (qualsiasi cosa si intenda per questo) innato, sufficiente a far sì che un giocatore diventi un GM o un “super GM” in base ad esso. Ci sono molte evidenze che supportano la tesi contraria o, meglio, una sua versione depotenziata: se non si può escludere la presenza del talento, sicuramente è necessario applicarsi per molti anni e per molte ore al giorno agli scacchi (come per ogni altra disciplina).

E le capacità innate che ruolo hanno? Che gli enfant prodige ne siano dotati è quasi sempre dato per scontato, ma le prove a favore sono sorprendentemente poche, e per la maggior parte esse hanno un valore scientifico scarso o nullo, in quanto si tratta di aneddoti, in genere narrati dai genitori, la cui autenticità non è stata controllata in modo serio. Tuttavia l’attuale scarsità di prove non implica, ovviamente, che il talento naturale non esista.[1]

Senza questo lavoro di assiduo studio, risulta impossibile diventare un grande giocatore. Le prove portate a supporto di questa tesi sono molte e, tra le altre, ricordiamo solo la più notevole: tra l’inizio della carriera scacchistica dei vari campioni del mondo e l’arrivo al vertice passano almeno mediamente dieci anni, vale a dire che servono minimo dieci anni per diventare GM (con alcune eccezioni)! Che sarebbe, più o meno, il tempo che tutti i vari “geni” scacchistici hanno avuto bisogno per giungere all’agognata vetta.

Il secondo capitolo, I bambini prodigio, continua sulla falsariga del problema aperto nel capitolo precedente. Anche in questo caso, si può stabilire che anche i più precoci geni di scacchi non fanno a meno del grande lavoro e dello studio. Certamente, l’abbassamento dell’etàdi ingresso di molti giovani alle più alte categorie ufficiali va spiegato, ma Vezzani mostra con più argomenti (e tutti molto convincenti) che la spiegazione non implica necessariamente la presenza di un talento “puro” che, se non può dirsi assente, non può dirsi necessario. La diffusione democratica del gioco tra i più giovani, l’aumento conseguente dei giocatori, la pratica di gioco, la disponibilità del bambino ad avere tempo sufficiente per studiare e la facilità di reperimento di grandi informazioni intrascacchistiche rese possibile dalla rivoluzione informatica (internet e software scacchistici in primis), e, non ultimo, il fatto che esistono sistemi insegnabili di formazione delle idee scacchistiche estremamente affidabili e sempre più evoluti; tutte queste, dunque, sono tutte concause che spiegano molto bene il perché ci sia un aumento dei giocatori delle più alte categorie FIDE. Ancora una volta, ciò che a Vezzani sta a cuore è la sobria verità prudente dello scienziato, prudente nel senso che non può dirsi conclusiva: ciò che sappiamo (e dovrebbe essere ciò che si può e si deve dire) è solo che i bambini prodigio sono dei grandissimi agonisti e lavoratori infaticabili, che hanno accesso a sistemi di insegnamento ottimi e a una grande quantità di dati; il che non vuol dire che il talento personale innato non giochi nessun ruolo, ma senz’altro esso è una componente non necessaria (avrebbe potuto suggerire che, da un punto di vista filosofico, si può dire che esso sia una componente né necessaria né sufficiente per la presenza del grande campione; semmai, si può dire che essa è una componente necessaria per distinguere un grande campione da un altro, possibilità di principio che andrebbe dimostrata con accurate analisi psicologiche).

Nel terzo capitolo, L’intelligenza, si parla della relazione tra il QI e i giocatori. Anche in questo caso, le ricerche e i dati ottenuti mediante esperimenti risultano interessanti e curiosi. Un fatto tra tutti: non pare che ci debba essere necessariamente una relazione tra l’elevato QI e le alte prestazioni dei GM. In particolare, è incisiva questa considerazione di Vezzani:

Si favoleggia che Bobby Fischer avesse un QI elevatissimo, di circa 180 punti. Solo cinque persone su centomila hanno questo QI o uno superiore, ma è vera questa voce? Purtroppo ha la stessa credibilità di un pettegolezzo, perché si basa soltanto sulla testimonianza di un compagno di classe di Fischer che riferisce i lontani ricordi di un ex insegnante di Fischer.[2]

Diciamo che una normale persona e un normale scacchista si sarebbe limitato ad accettare l’idea che Fischer è un genio, per definizione. Ma, appunto in questo genere di osservazioni importanti, si distingue l’accuratezza scientifica che, nel senso migliore, non conosce pregiudizi: è una delle qualità del Vezzani quella di essere sempre molto attento nel considerare e pondera quanto generalmente vien detto, e la sua prudenza scientifica lo salva dai pericoli della divulgazione scientifica scadente, slanciata in affermazioni dubbie, pericolo, questo, che non entra mai nel libro. Naturalmente, si può essere scettici che il QI sia un metro di valutazione dell’intelligenza (o di alcuni tipi di intelligenza) e, come osserva lo stesso autore, rimangono poco trattati dalla letteratura psicologica altri fatti importanti, direttamente o indirettamente connessi all’intelligenza, che andrebbero esplorati: la creatività e la pianificazione, prima di tutto il resto. Sembra strano, ma gli studi di psicologia su queste capacità sono assai pochi, come ci dice l’autore e, per tanto, il fatto che nel QI non si parli di queste capacità ci dà la dimensione della parzialità della valutazione fondata esclusivamente su questi test. In ogni caso, risulta particolarmente importante sottolineare come i forti GM non sembrano più intelligenti degli altri o, quanto meno, raramente il loro QI determina il loro stato di forza.

Il quarto capitolo, I Grandi Maestri, tratta della differenza tra GM e giocatori “normali”. Anche in questo capitolo ritornano i temi delle capacità intellettive e delle capacità innate presunte. Ma, in questa sede, vogliamo sottolineare solo una delle considerazioni più interessanti: i GM non calcolano sempre o per lo più varianti dei normali giocatori. In particolare, la differenza nelle capacità computazionali dei GM rispetto a Maestri non è particolarmente rilevante, se c’è.

Un tempo era diffusa la credenza che i grandi giocatori riuscissero, in qualsiasi posizione, ad approfondire l’analisi fino a 15-20 mosse; oggi tutti sanno che ciò è possibile solo in casi particolari, cioè quando tutte o quasi tutte le mosse sono forzate, ma la convinzione che i Grandi Maestri calcolino di più dei giocatori di livello inferiore, e che in ciò consiste la loro superiorità, è ancora presente in molti.[3]

Questo è uno dei pregiudizi più antichi e più facilmente inducibili e producibili negli scacchisti di livello medio. Infatti, esso si basa sul fatto che una persona accetta più volentieri l’idea che la differenza la faccia il calcolo bruto rispetto alla comprensione della posizione, intesa come riconoscimento e memorizzazione di “chunk”:

Il riconoscimento di configurazioni è reso possibile dall’esistenza in memoria di un grande numero di “chunk”, cioè di strutture percettive e mnemoniche in cui un certo numero di elementi sono fortemente collegati tra loro; ad esempio, la parola “amo” è un chunk composto dalle unità “a”, “m” e “o”. Nel caso degli scacchisti, i chunk consistono in costellazioni tipiche di pezzi e pedoni, come la struttura pedonale sul lato di Re del Nero tipica della variante del Dragone della Siciliana.[4]

Questa capacità di riprendere le posizioni già viste e di riprodurre, dopo verifica, la soluzione già trovata in problemi passati, è una delle principali differenze tra i giocatori forti e i giocatori meno bravi. Semplificando, la differenza tra un giocatore medio e un principiante sta nel fatto che il giocatore di media forza riconosce immediatamente il matto del barbiere, a differenza del principiante che, invece, deve calcolare ex novo, con grande dispendio di energia e risultato non sicuro perché i suoi processi di calcolo non sono ancora del tutto affidabili: “Il forte giocatore, dunque, si distingue dal debole non per la sua capacità di calcolo ma per il fatto chevede di più, si distingue cioè più per come percepisce che per come pensa”.[5]Quello che sembra differire tra i vari giocatori di diversa forza sono altre qualità, in genere sottovalutate rispetto a quella che è l’immagine di un uomo-macchina e delle sue presunte proprietà:

Oggi la maggior parte degli esperti continua a pensare che l’ampiezza dell’analisi dei Grandi Maestri non sia superiore a quella di giocatori di livello inferiore. Si ritiene anche però che i Grandi Maestri approfondiscano molto di più l’analisi rispetto a giocatori relativamente deboli, mentre non è del tutto chiaro se l’approfondiscano di più anche rispetto a Maestri e Candidati Maestri; comunque, in quest’ultimo caso la differenza, se c’è, è piccola.[6]

e

Buona parte della superiorità dei Grandi Maestri, in conclusione, sembra consistere nella loro superiore conoscenza, ovvero nel fatto che la loro memoria contiene molti più dati scacchistici. Quando la memoria non è sufficiente, subentra il calcolo concreto, che è però a sua volta guidato dal riconoscimento di configurazioni, cioè dalla memoria. I Grandi Maestri sono certamente superiori a giocatori di livello inferiore nella qualità dell’analisi, mentre è dubbio che lo siano anche nella sua ampiezza e nella sua profondità.[7]

In questo contesto il libro di Vezzani ha una forza maggiore rispetto ai lavori diversi che possono essere arrivati alle stesse conclusioni, ed è appunto il fatto che egli riporti fatti reperiti dalle analisi degli scienziati e riporti dati sperimentali. Questo mette in seria difficoltà l’opinione corrente secondo cui per essere un GM bisogni contare fino a trenta mosse in avanti, sempre e senza esitazione. Il fatto che ciò sia falso, a questo punto, è mostrato dai dati sperimentali.

Il capitolo cinque, Il gioco alla cieca, tratta del peculiare modo di giocare senza vedere la scacchiera. In questa sede, ci limitiamo a osservare come nel gioco alla cieca l’elemento astratto del calcolo mentale dei forti giocatori sia più importante della capacità visiva. In altre parole, il giocatore tanto più progredisce nell’abilità e tanto più perde la necessità di guardare la scacchiera per analizzare compiutamente. Alcuni, poi, necessitano di riflettere senza guardare il campo di battaglia per poter sfruttare appieno l’assenza di distrazioni possibili o di concentrarsi sull’elaborazione del calcolo puro.

Il capitolo sei, Il gioco blitz e il gioco rapido, tratta delle abilità dei giocatori forti e meno forti coinvolte nella pratica del gioco veloce. Come altre attività compulsive, anche il gioco blitz può comportare una forma di dipendenza: “A questi scacchisti [quelli che sentono la necessità sfrenata di giocare] potrà forse interessare sapere che negli ultimi anni si parla sempre più spesso di dipendenze comportamentali, cioè di dipendenze non da sostanze chimiche ma da comportamenti su cui l’individuo ha perso il controllo. (…) Desjarlais (2011) sostiene che anche quella da blitz è una dipendenza comportamentale”.[8] Per le considerazioni sulla differenza tra il gioco blitz e il gioco rapido, rimandiamo direttamente al libro.

Il capitolo sette, Le scacchiste, è, forse, il più riuscito, da diversi punti di vista. In primo luogo, esso tratta di un tema sottovalutato e, nella vita dei circoli, sempre imbarazzante. Perché ci sono poche giocatrici? E perché quelle che ci sono, salvo rarissime eccezioni, sono di livello mediocre? Molto divertente è la citazione in apertura: “Le donne potrebbero essere tanto brave a scacchi, ma perché dovrebbero volerlo?” (Margaret Mead). Pur essendo divertente, la controdomanda potrebbe essere: “E perché non dovrebbero volerlo?” E a questa domanda Vezzani delinea una risposta (perché la presenza scarna di giocatrici non favorisce l’inserimento di nuove giocatrici per l’assenza dello stimolo umano, così gravemente e colpevolmente e dolosamente sottovalutato nella maggior parte dei circoli italiani). Ma, allora, perché le donne sembrerebbero essere inferiori a prescindere? A questa domanda, si possono delineare più possibili risposte: (1) “In particolare, molto spesso le donne decidono di dedicare una buona parte del proprio tempo alla famiglia e ai figli”[9] e, dunque, o mollano il gioco prima di aver raggiunto la quantità di ore ideale di addestramento, oppure non continuano a migliorare per fare altro; inoltre, un altro fattore potrebbe essere l’attitudine alla maggiore cooperazione delle donne rispetto agli uomini: (2) “Dunque, una delle probabili ragioni per cui le donne giocano poco è che sono poco competitive”[10] e (…) “Che l’impegno che le donne investono negli scacchi sia inferiore a quello degli uomini è suggerito da diversi dati”.[11](3) Le donne sono più esposte alla “minaccia dello stereotipo”: “La minaccia dello stereotipo consiste nel peggioramento della performance di una persona la quale avverte che con le sue prestazioni rischia di confermare uno stereotipo negativo al gruppo cui appartiene. Si tratta di un caso di profezia che si autoavvera…”[12]. In fine(4) Secondo Chambris e Glickman (2006), le differenze di elo tra i due sessi sono interamente dovute al fatto che le donne sono in netta minoranza, e ciò a prescindere da qualunque stereotipo negativo nei loro confronti”.[13] La spiegazione di natura statistica ci sembra la più neutra e la più incisiva: le donne sono (probabilmente) identiche nelle capacità rispetto agli uomini, ma il campione tipo delle giocatrici è inferiore rispetto a quello degli uomini (che, a quel punto, giustificare l’idea che si possano instaurare spesso dei complessi del tipo descritto sopra) e, per tanto, è statisticamente improbabile che si diano più donne capaci rispetto agli uomini, a prescindere dalle differenze di sesso. Un capitolo, questo, che merita di essere considerato con attenzione da molte persone.

Il capitolo nono, Gli scacchi nelle scuole, è un altro bellissimo pezzo di Vezzani, che mostra come la presunta capacità degli scacchi di insegnare grandi virtù ai bambini sia, in realtà, frutto di una diceria non controllata scientificamente. Gli studi su tale argomento risultano lacunosi e poco attendibili. Inoltre, ci sarebbe da chiedersi se gli eventuali guadagni cognitivi presunti che i bambini dovrebbero ottenere siano compensati dai problemi che il loro livello di gioco potrebbe comportare a livello comportamentale: molti grandi scacchisti sono più introversi, meno cooperativi, vanno soggetti a problemi psicologici (come la paranoia di essere perseguitati). Molto dipende da cosa si voglia insegnare al bambino e, per conseguenza, dal metodo di insegnamento, cioè se l’insegnante intende massimizzare l’abilità intrascacchistica o le qualità interscacchistiche, cioè le componenti sociali, che il gioco comporta, perché, anche un gioco altamente competitivo come gli scacchi, implica un ampia dimensione sociale che può essere sottovalutata solo da chi si concentra nella ricerca del “campione”, ma non da tutti gli altri scacchisti. Ad ogni modo, con l’acutezza checontraddistingue Vezzani, nel libro si sottolinea solo una tesi prudente: se non ci sono studi che confermano le straordinarie capacità pedagogiche del gioco, non ci sono studi che smentiscano ciò; l’importante sta nel non prendere per oro colato la tesi secondo cui gli scacchi, di per loro, sono un gioco straordinariamente educativo.

Il capitolo dieci, Il cervello degli scacchisti, tratta molto sinteticamente delle aree cerebrali coinvolte nei calcoli mentali (sopravvenienti rispetto al sostrato fisico) degli scacchisti. Data la natura del libro, è lecito non aspettarsi un grado di dettaglio che possa soddisfare un neurochirurgo, ma uno scacchista curioso.

Il libro, in conclusione, si presenta come il risultato di una triplice esigenza: (1) delineare alcune tesi su dei problemi metascacchistici e argomentarle con dati scientifici sperimentali; (2) soddisfare un rigore scientifico sufficiente per poter parlare anche a chi non è uno psicologo cognitivo e (3) trasmettere i contenuti, di per sé non banali e non facili, attraverso una prosa gradevole ma non superficiale. Raramente, come in questo caso, tutte gli intenti vengono così brillantemente ottemperati. Un libro da avere nella propria collezione.

  • [1]Vezzani S., (2011), Scacchi e Psicologia, Messaggerie scacchistiche, Brescia, p. 19.
  • [2]Ivi., Cit., p. 23.
  • [3]Ivi., Cit., p. 27.
  • [4]Ivi., Cit., p. 30.
  • [5]Ivi., Cit., p. 31.
  • [6]Ivi., Cit., p. 27.
  • [7]Ivi., Cit., p. 33.
  • [8]Ivi., Cit., p. 41.
  • [9]Ivi., Cit., p. 51.
  • [10]Ivi., Cit., p. 50.
  • [11]Ivi., Cit., p. 52.
  • [12]Ivi., Cit., p. 47.
  • [13]Ivi., Cit., p. 49.

avatar Scritto da: Giangiuseppe Pili (Qui gli altri suoi articoli)


12 Commenti a Scacchi e Psicologia

  1. avatar
    Fabio Lotti 31 ottobre 2012 at 09:53

    Un bentornato a Giangiuseppe dopo un bel po’ di tempo! Ottimo articolo, come al solito. Sul “cervello” degli scacchisti ce ne sarebbero da dire tante… 🙂




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      Giangiuseppe Pili 31 ottobre 2012 at 14:04

      Eh eh eh! Grazie, carissimo!

      Sul cervello degli scacchisti… Ah già, è vero che anche gli scacchisti hanno un cervello!!!




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  2. avatar
    Jas Fasola 31 ottobre 2012 at 11:45

    la convinzione che i Grandi Maestri calcolino di più dei giocatori di livello inferiore, e che in ciò consiste la loro superiorità, è ancora presente in molti.[3]

    Questo è uno dei pregiudizi più antichi e più facilmente inducibili e producibili negli scacchisti di livello medio. Infatti, esso si basa sul fatto che una persona accetta più volentieri l’idea che la differenza la faccia il calcolo bruto rispetto alla comprensione della posizione

    —-
    perche’, non e’ cosi’? Jusupov ha scritto che Kotov per diventare GM si mise a studiare i finali di pedone, che permettono lunghi calcoli e questo gli diede buoni frutti.




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      Giangiuseppe Pili 31 ottobre 2012 at 14:01

      Carissimo Jas Fasola,

      1) Nel libro di Vezzani vengono riportati dei dati sperimentali interessanti che mostrano che la capacità di calcolo tra un Maestro e un GM è la stessa. Se le cose stanno così, ALLORA il SOLO calcolo non spiega la bravura dei GM rispetto agli altri.
      2) Nel mio libro (in uscita tra un mese/un mese e mezzo) mi dilungo su un intero capitolo per dimostrare quanto detto. Comunque, in soldoni, il problema è che la parola “calcolare” non è sufficiente a chiarire cosa si intenda quando si parla di analisi scacchistica, che è molto più complessa di come viene generalmente descritta.
      3) Ho scritto un articolo per soloscacchi (L’imponderabile leggerezza del calcolo) dove viene mostrato un controesempio all’idea che il calcolo sia esaustivo, sia come concetto che come pratica!
      4) Sempre nel libro di Vezzani (che consiglio vivamente) viene detto esplicitamente che un GM arriva a elaborare la mossa migliore ma non riesce a darne le motivazioni (cosa molto molto sorprendente, a mio modesto parere). Per tanto, non si vede perché i GM dovrebbero sapere come si diventa GM, a parte studiare 12 ore al giorno per 10 anni almeno!

      Grazie mille per il commento! Comunque, tengo a dire che quanto scritto nella recensione riguarda il libro!




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        Andrea 7 novembre 2012 at 19:55

        A me non sorprende che un GM non riesca a dare un perché delle mosse che sceglie. Peraltro, mi sembra che il fenomeno sia in certa misura tipico di tutti i giocatori di scacchi, semplicemente le scelte dei GM sono terribilmente più efficaci.
        Non sono uno psicologo, e neppure un GM, ma credo che l’abilità scacchistica abbia molto a che fare con la pattern recognition e la capacità di elaborare stutture combinatoriche complesse unita, ovviamente, ad una vasta esperienza. Mi aspetterei quindi che il cervello dello scacchista operi, e mi scuso per la terminologia sicuramente impropria, secondo una sorta di riflesso: dato un certo input (una posizione sulla scacchiera), vengono riconosciute, non sempre a livello conscio, certe strutture e sottostrutture alle quali il cervello è “educato” a rispondere in un certo modo (mosse dette candidate ed elaborazione di un piano) che solo dopo vanno scremate con un procedimento conscio: il calcolo.
        Se le cose stanno così non vedo alcuna ragione per aspettarsi che la scelta delle mosse sia motivabile ad un livello totalmente razionale/conscio. In fondo, nel corso della vita, il cervello impara a compiere in modo “automatico” operazioni alquanto complesse senza che la loro elaborazione risulti “motivabile” ad un livello superiore. Basti pensare alla complessità del calcolo necessario per l’attraversamento di una strada trafficata, un calcolo di velocità, accelerazioni e traiettorie che il 99% della popolazione (sistema per difetto?) non saprebbe come esplicitare nero su bianco.




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        • avatar
          Giangiuseppe Pili 7 novembre 2012 at 20:37

          Caro Andrea,

          In effetti, lo stupore (mio personale) nasce dal fatto che in trattazioni analitiche della teoria della conoscenza (Epistemologia, rimando a http://www.scuolafilosofica.com/1724/introduzione-schematica-allepistemologia-analitica e alla ben più autorevole: http://plato.stanford.edu/entries/justep-intext/)si definisce con “conoscenza” una qualunque credenza che sia giustificata e la cui giustificazione sia almeno possibilmente accessibile al soggetto. In termini spicci, molti (la maggioranza) richiedono che se Pino sa che X è la mossa buona, allora Pino può almeno sapere perché x è la mossa buona, supponendo (naturalmente) che lo sia. Ma c’è un secondo filone, sempre più autorevole, che sostiene l’inverso. Vale a dire che per dire che uno sa qualcosa, non è necessario che possa saperne anche il perché. Diciamo che tu (e anche io) saremmo di questo secondo filone. Questo è il motivo di stupore diciamo di natura filosofica personale.

          Il secondo punto di stupore è un altro. Il fatto che un GM non sappia ESIBIRE le sue giustificazioni non significa che non sappia produrre delle mosse buone. Rimane il fatto che, però, egli non motivi la scelta sulla base di calcoli o, almeno, non sente di averne bisogno. In altre parole, egli non è un massimizzatore di calcolo, A MENO CHE non sia assolutamente necessario. Il che implica che egli, almeno a livello cosciente, non abbia fatto quello che spesso i “Tattici” richiedono. Il che, ancora una volta, per me sembra molto interessante!

          In fine, per quanto riguarda i “pattern recognition” sono quelli che nel libro di Vezzani sono chiamati “Chunk” e, infatti, i grandi giocatori (GM) ne hanno in memoria svariate migliaia (decine di migliaia). Quindi, hai senz’altro ottime ragioni per difendere l’idea che un GM si distingua in gran parte per questo dagli altri.

          Ti ringrazio moltissimo per il commento!




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  3. avatar
    Filologo 31 ottobre 2012 at 12:11

    Il caso di Kotov è in realtà più complesso: è probabilmente il più forte giocatore senza talento mai esistito, e i suoi successi sono frutto di un carico di lavoro impressionante, che portò alla creazione del metodo dell’identificazione delle mosse candidate descritto in Pensa come un Grande Maestro. I suoi enormi progressi derivarono, come lui stesso scrisse, dal lavoro di analisi sulle partite di forti giocatori e, in particolare, da un’idea di Romanovskij, che gli suggerì di studiare a fondo “un match di idee”, che per Kotov fu il famoso match fra Tarrasch e Cigorin del 1893.
    Un ultimo aneddoto descrive bene la pertinacia del Nostro: si sfidava regolarmente con un amico pianista in una serie di competizioni di varia natura. A un certo punto l’amico gli propose di inserire nella gara anche gli scacchi. “Non è possibile – rispose Kotov – perché altrimenti dovremmo metterci anche il pianoforte”. E l’amico: “Sai che non è una cattiva idea? Anzi, se riuscirai a suonare la sonata di Beethoven “Al chiaro di luna” ti proclamerò vincitore della sfida”. Kotov non aveva mai toccato un pianoforte: comprò lo spartito e sei mesi dopo suonò Beethoven per l’amico. Nei ritiri della nazionale sovietica era così frequente che Tajmanov suonasse il suo vasto repertorio, Smyslov deliziasse con le sue arie da baritono e Kotov eseguisse… “Al chiaro di luna”, l’unica composizione che fosse in grado di suonare.




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    • avatar
      Giangiuseppe Pili 31 ottobre 2012 at 14:03

      Interessantissimo! Eppoi il terzo movimento del “Chiaro di luna” rimane uno dei momenti di pianoforte del Beethoven eroico più belli!




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  4. avatar
    Marramaquis 1 novembre 2012 at 07:43

    Un duplice grazie al sempre bravissimo Giangiuseppe, e per la qualità del suo articolo, e per la segnalazione del libro, che andrò presto ad ordinare.




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  5. avatar
    paolo bagnoli 1 novembre 2012 at 10:09

    Splendido, come sempre, quanto scrive Pili. A commento di quanto riportato in una delle sue osservazioni (commento delle 14.01 punto 4) ricordo una curiosa osservazione di Capablanca su Janowski, che suonava pressappoco così: “Trova la mossa migliore, ma se gli chiedete il perchè non ve lo sa spiegare”.




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  6. avatar
    Epistemologo 1 novembre 2012 at 10:15

    Queste cose le ha già esposte molto bene Watson nel suo libro “I segreti della moderna partita a scacchi”, pubblicato da Prisma circa un decennio fa. E poi anche Dvoretsky e Yusupov nelle loro pregevoli opere.
    Vezzani ha scoperto l’acqua calda.




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  7. avatar
    Giangiuseppe Pili 1 novembre 2012 at 13:03

    Ringrazio tutti per i loro apprezzamenti e commenti, specialmente il sempre bravo Marramaquis e a Paolo Bagnoli.

    Segnalo solamente che il libro di Vezzani intende essere un’opera di divulgazione scientifica, per tanto, non intende “scoprire niente” che non sia già stato scoperto da altri. La differenza, tra quest’opera e molte si altre, si basa sul fatto che Vezzani riporti una notevole mole di studi empirici, replicabili e, dunque, scientifici. Inoltre, tali studi sono molto recenti, anche se parla anche di lavori ben più lontani nel tempo. Per tanto, mi sento di dire che si tratta di un lavoro originale, non fondato sul riportare la semplice opinione di grandissimi esperti di scacchi (GM, super GM e didatti), ma basato sugli esperimenti recenti in psicologia cognitiva applicata agli scacchi. Non le opinioni, ma la forza e l’originalità delle argomentazioni distingue questo libro da molti altri. Tutto qui.




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