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il Bar Genio

Scritto da:  | 29 gennaio 2013 | 11 Commenti | Categoria: C'era una volta, Curiosità, Zibaldone

C’era una volta a Firenze, nella centralissima Via San Gallo, a due passi dalla casa di Clarice Benini (vice Campionessa del Mondo nel ’37), uno scalcinato bar, buio, umido e popolarissimo: il Bar Genio. Nessuno oggi se lo ricorderebbe per i suoi caffè o per i suoi aperitivi, né tantomeno per i suoi tavoli di tressette e briscola. Più che come Caffè, infatti, il Genio si distingueva come circolo di scacchi: il più affollato e cosmopolita della storia fiorentina. Lo fondò (in senso scacchistico) un oriundo argentino, Sergio Bianchi, già Maestro dell’A.S.I.G.C. e Campione Italiano per corrispondenza nel ’62. Dopo aver bramato per tutta la vita 30 metri quadri in cui esercitare la propria inconfessa vocazione demiurgica, nei primi anni ’70, dopo infiniti stenti e pellegrinaggi, ormai imbiancato e sciancato, Bianchi srotolò il suo tappeto di mezzanotte al Genio. Nell’indifferenza dei proprietari, egli fu lestissimo a intrufolarsi come una talpa nel retro e a sedersi là con tutta la famiglia (e siccome era solo al mondo, tutti eran la sua famiglia). Il Genio non assomigliò mai a un manierato circolo di scacchi, ma piuttosto a un accampamento di zingari: per la simbolica posta di un caffè (anche in multiproprietà) si entrava alle sette del mattino e si usciva dopo mezzanotte. Non fu dunque un caso che Sergio si trovasse là quando il cuore gli scoppiò, lo stesso giorno in cui per la prima volta uomini in divisa — ancorché della Misericordia — profanarono la sacra Ambasciata dei Perdigiorno. Il bar degli scacchi, tuttavia, sopravvisse al suo fondatore e, ancora negli anni ’80, l’anacronistico androne pullulava di colorita e disordinata umanità: il plurilaureato Costantino, Immortale Presidente della Terra (carica onorifica assolutamente autoreferenziale con la quale si era elaborato il lutto di un papà fascista fucilato in piazza dai partigiani); il Ragioniere, un ometto rubizzo che, scampato al sanatorio di Pratolino ma non ancora all’altrui tornaconto, non anelava che la pensione e un sigaro toscano all’ombra di una casetta in campagna che non riusciva mai a comprarsi; Corrado, l’obliteratore delle schedine del Totocalcio, che “per principio” non giocava mai una partita dall’inizo alla fine, ma che per lo stesso arcano principio difendeva sempre le cause perse di qualcun altro con argomentazioni spesso stupefacenti per pertinenza e sottigliezza; Pasquale, Mezzo Metro di Calabria laureando in ingegneria (e già destinato alla Pubblica Amministrazione), che non appena entrava in perimetri estranei, per familiarizzare, si premurava subito di chiedere: “Per cortesia: dove sono i servizi?”; Enzo, con le sue delusioni sentimentali e la sua dolcezza meridionale; Gianfranco, miope figlio di papà sempre inebriato della sua boria salentina; eccetera eccetera eccetera.
Nemmeno l’ARCI e la UISP avrebbero mai saputo rifondare un’associazione scacchistica così open source e new global quale allora fu il Bar Genio.


Anni dopo, invece, l’avrei rivisto trasformato in un locale à la page — non più Genio ma Genius — per pariolini riuniti in fascio; ahimè… domani è un altro giorno!
Quando iniziai a frequentare il Genio — non stop, dalla mattina presto a mezzanotte — Mahmud era già un mito. Erano (eravamo) tutti innamorati dei suoi scacchi assoluti e romantici e delle sue esotiche insonnie.
Non ricordo il giorno in cui lo conobbi, ma ricordo bene che l’amicizia era già là prima di me. Egli era all’aspetto un uomo esile, ancora giovane, con gli occhi ardenti e il sorriso chiaro e splendente. La solitudine nel cuore e una storia troppo personale l’avevano portato nella nostra industrializzata penisola, a rimpinguare la già allora folta schiera di quanti sono condannati a vagare, rifugiati sull’inerme via della fuga.
Ci frequentammo per più di un anno, di giorno e di notte, con gli spiccioli contati per il caffè e le sigarette e null’altro da risparmiare. Non c’era probabilmente nulla di magico nella nostra amicizia, se non il desiderio (il bisogno?) che un amico speciale possedesse la parola dell’altro. Come altri prima di noi, fumavamo e tiravamo le ore piccole e pensavamo di cambiare il mondo; e come altri dopo di noi, ci illudevamo che il mondo non avrebbe cambiato noi.


Un giorno lo accompagnai alla Posta Centrale in Piazza della Repubblica, dove il fratello Mohammed gli aveva spedito sul filo del telegrafo 8 dollari e 6 parole perché non dimenticasse l’amore dei suoi. Non so come mi perdonai la vergogna di essere occidentale, nonostante la mia estraneità alla città, agli autobus, alle macchine, al denaro, alle parole, alle scommesse, ai giornali, ai convenevoli, alle discussioni, al cinema, alla radio, ai fidanzamenti, ai matrimoni, alle ricchezze, all’intimità di comodi amori. Nonostante tutto, a fronte dei suoi numeri (8+6=14), ero assolutamente, irrimediabilmente figlio del Dio maggiore.
In Mahmud scintillava uno spirito prezioso, intelligente, elegante, ironico e colto. Non si annoiava mai della gente. Financo nel pensiero scacchistico di Pasquale egli era capace di scoprire il lato in fiore — “Pasquale prega, non analizza” — proprio mentre l’impudico Mezzo Metro, misero e furfante, genuflesso alla scacchiera, pregava e ripregava ché le sue trionfali visioni si avverassero.
Il suo senso della dignità — in nome del quale, sulla cresta possente dell’orgoglio, era inflessibile nel rifiutare un’offerta di lavoro indegna del suo censo — rasentava a volte l’autolesionismo. Ricordo che una volta racimolammo per lui 50.000 lire, con la speranza che non passasse l’ennesima notte al freddo, nel suo stellatissimo Grand Hôtel a cielo aperto. Il mattino dopo lo trovai invece sulla soglia del bar vestito come un principe — con l’anima su un vassoio — ansioso di rioffrirmi quel caffè che gli offrivo io tutti i giorni. Accettai. Eravamo entrambi uomini che costavano poco!
So che i suoi ultimi giorni a Firenze furono uno stillicidio di solitudine e miseria. Il proprietario del bar gli aveva intimato di non rimetter piede nel locale e a nulla valsero le nostre accorate preghiere perché ci ripensasse. Le sirene ulularono, e dopo la città, anche il Genio gli spense vetrine e finestre. Dopo di allora ricordo di averlo aspettato giorno e notte in piedi su strade secondarie, nelle sale delle stazioni e lungo i marciapiedi. Gli altri egiziani di fede cristiana mi invitarono più volte a non perder tempo con lui. Solo qualche anno dopo, qualcuno mi disse che era stato imprigionato per vagabondaggio e poi, con burocratica conseguenza, reistradato nella patria miseria. Altri invece continuarono a riconoscerlo ovunque, come il miraggio di un deserto seminato di sbarre, filo spinato, serrature e cementi.
Io non mi illusi mai. Nel profondo del cuore ho sempre saputo che le lunghe notti spese nell’illusione di rincontrarlo erano solo un modo per fermare il tempo e legarlo stretto ai miei vent’anni.
Di lui infatti non so nulla, se non che ha dormito in prigioni e anche in alberghi a cinque stelle con barboni e pulci e principi e randagi, lontano dalla sua lingua e dai suoi cari; e che certo ha patito la solitudine più del freddo e della fame. So però che quando c’era una scacchiera, di legno o di marmo, di cartone o di tela cerata, alla Mecca o in prigione, ecco allora che il tambourine man si tramutava nel cavaliere dell’eterna gioventù, alto e possente come Nasser in sella al suo cavallo bianco, pronto a seguire senza compromessi la legge del suo cuore, e ’fanculo a tutto il mondo, ai suoi conformisti, ai suoi illuminati progressisti (ma sempre fino a un certo punto) e ai suoi multinazionali gendarmi.

Mahmud – G. Fortunato
Firenze, 1984
Est Indiana E77

 

1. d4 Cf6 2. c4 g6 3. Cc3 Ag7 4. e4 d6 5. f4
Il cosiddetto “Attacco dei Quattro Pedoni”.
5. … 0-0 6. Cf3 c5 7. d5 e6 8. Ae2 exd5 9. e5!?
Il “Gambetto Fiorentino”.
9. … dxe5 10. fxe5 Cg4 11. Ag5 Db6?
Un’innovazione di cui il narciso Gianfranco era orgogliosissimo…
12. Cxd5!
Avanti popolo!
12. … Dxb2 13. Tb1 Dxa2 14. 0-0 Cxe5?
La brama dei Pedoni! Era invece di prammatica un’austera continenza (14. … Cc6!).
15. Ce7+!
Lungi dal premettere 15. Cxe5? Axe5, giacché dopo 16. Ce7+ Rg7 il Re nero è al sicuro.
15. … Rh8 16. Cxe5 Axe5

Posizione dopo 16…Axe5

17. Txf7!!
Il miracolo del sacrificio! All’improvviso il ciarliero pugliese, silenziosissimo, si assorse in una lunga ponzata. Tutte le varianti evocavano però lo stesso incubo. Se infatti 17. … Txf7 allora 18. Dd8+ Rg7 19. Dg8 matto; se invece 17. … Ag7 allora 18. Txf8+ Axf8 19. Af6+ Ag7 20. Dd8 matto. Se infine 17. … Ad4+ allora 18. Dxd4+!! finis.
17. … Cd7
Con la morte nel cuore. Nelle analisi del senno di poi Gianfranco propugnava 17. … Tg8, onde svelenire l’attacco avversario con il sacrificio di una Qualità, ma Mahmud lo disilluse prontamente con 18. Ad3!, da cui 19. Txh7+! Rxh7 20. Dh5+.
18. Txf8+ Cxf8 19. Dd5!!
Rigor mortis. Il Bianco minaccia sia Dd5-g8 matto che Dd5xe5 matto.
19. … Dxb1+
Ancora un interludio! Se 19. … Ad4+ allora 20. Dxd4+!! come poi nel testo.
20. Af1 Ad4+ 21. Dxd4+!!
La Piramide del Genio!
21. … cxd4 22. Af6 matto.

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avatar Scritto da: Lawrence of Arabia (Qui gli altri suoi articoli)


11 Commenti a il Bar Genio

  1. avatar
    Luca Monti 30 gennaio 2013 at 15:30

    Mi ricorda a tratti questo pezzo, un altro: Una sera d’autunno al circolo, di Eugenio Castellotti. Differenti i protagonisti, qui Mahmud, là Lowi. Entrambi in fuga da qualcosa che sia giustizia (ingiustizia), miseria, creditori o chissà cos’altro. Persone che sono entrate nella nostra esistenza da un uscio secondario, per breve tempo e poi dissoltesi chissà dove, ma lasciando un segno indelebile. Francesco Guccini nella sua “Cencio” li canta con le parole: “Addio amico venuto dal passato per un momento appena, addio giorni andati in un soffio,amici mai più incontrati,
    s’ciao giovinezza.. .”




    0
    • avatar
      alfredo pasin 31 gennaio 2013 at 21:31

      caro Luca mi sono commoso vedendo le lacrime agli occhi di un ” orso ” come Guccini nella trasmissione di Fazio . Ci mancherà …come cantautore .




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  2. avatar
    Ricardo Soares 30 gennaio 2013 at 16:48

    Bravo, Lawrence. Martin, vamos a sentir quel pedazo de Guccini?




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  3. avatar
    Martin Eden 30 gennaio 2013 at 21:35

    Accontentato! 😉




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  4. avatar
    Tamerlano 31 gennaio 2013 at 20:18

    Che bel pezzo: un grazie all’autore!




    0
  5. avatar
    alfredo pasin 31 gennaio 2013 at 21:29

    bellissimo pezzo … sentiamoci guccini e per chi non è astemio come me si beva un bel lambrusco di sorbara . il gambetto fiorentino era una specialità di mariotti che scrisse un breve pezzo teorico sullo stesso su tuttoscacchi . ma personalmente preferivo il odo di giocare di Toth : che dopo il cambio di pedoni in d5 e Te8 giocava e5 ! …mossa che sembra doversi attribuire ad Alekhine.un caro amico che non c’è piu’ con uesta variante vinse un premio di bellezza ad un camionato europeo juniores ( aveva imparato da Toth) .. e invito gli mici di soloscacchi a godersi insieme a Guccini e il Lambrusco ( o visi i tempi un Brunello) l’artistica Toth Popov 1965 Budapest con un finale da studio ( tema Cordes ) in neppure trenta mosse . Godibilissima partita …sugggestiva l’ambientazione . Mi viene in mente Montale , il caffè delle gibbe rosse , forse Canal, Maradi , Dino Campana . E continuo a chidermi se mai ebbero modo di conoscersi i due grandi marradesi Dino Campana e Cil MI castaldi .




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    alfredo pasin 31 gennaio 2013 at 21:33

    la partita Toth Popov Budapest 1965 in una variante ha un tema simile , ovvero matto con Cavallo e Alfiere …. vedro’ di trovarla oppure ricordarndola a memoria la ricotruirero’ per gli amici di soloscacchi




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  7. avatar
    alfredo pasin 31 gennaio 2013 at 21:36
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    alfredo pasin 31 gennaio 2013 at 21:38

    forse anche Popov era orgoglioso della ua Db6 … ma la difesa migliore è ben altra. trovo interessanti analogie tra ueste due partite . o sbaglio ?




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  9. avatar
    Luca Monti 31 gennaio 2013 at 22:40

    Mi perdonerà Lawrence of Arabia,l’autore dello scritto per questa divagazione alcolica che il Lambrusco ,il Brunello e il Caffè Giubbe Rosse in Firenze citati da Alfredo mi hanno ricordato.Esteban Canal,già anziano,frequentava di abitudine un baretto,dal pomposo nome di Bar Italia,sito a due passi da casa.Il vecchi che lo conobbero,rammentano che tra i tanti,Canal vantava di aver conosciuto il celebre tenore Beniamino Gigli a Firenze sul finire anni ’40.In una di quelle occasioni,il peruviano magnificava di una sua gara con il recanatese,a chi avrebbe consumato la maggior quantità di ravioli cotti o affogati nel Lambrusco.Canal rammentava solo che ad un certo punto lo risvegliarono in camera di albergo……. vi lascio immaginare chi vinse la sfida.




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  10. avatar
    Marco Pacchiarini 9 febbraio 2013 at 13:07

    Sono di Firenze e ho iniziato a giocare a scacchi nel periodo 1971-72.
    Avevo 16 anni e freguentavo il circolo Poligrafici in Via Martiri del Popolo, facevo il torneo provinciale studentesco al Circolo Borghese e della Stampa in Via Ghibellina, e occasionalmente passavo anche dal Circolo Comunali in Via dell’Oriuolo e dal Bar Genio vicino a Piazza San Marco. Il Maestro Bianchi si divideva fra il circolo Poligrafici e il Bar Genio, ed era un personaggio che pareva uscito da un libro di Garcia Marquez od Osvaldo Soriano. Gli scacchi erano la sua vita, e quando entrava una persona “nuova” si faceva in quattro per interessarlo e per insegnarli qualcosa. Giocava ancora per corrispondenza e spesso sottoponeva le sue partite alle spietate analisi del circolo. Usando però un curioso accorgimento: se in partita aveva il Nero diceva di avere il Bianco, e viceversa. Ricordo di aver assistito ad analisi per interi pomeriggi con la scacchiera percorsa da sei-otto-dieci mani. Un vero e proprio brain storming, si direbbe oggi.
    Le sue aperture preferite erano la partita Spagnola e la difesa Francese. Nel 1975-76 mi convinse a iscrivermi all’ASIGC e scrisse, con molto garbo, addirittura una lettera di presentazione all’allora presidente ( mi pare Floro Rosselli ) di quella associazione e si interessò poi alle mie prime partite.
    Ricordo che il Bar Genio era freguentato da studenti universitari, spesso fuori corso, arabi e greci. Poi c’era un gruppetto di giocatori da caffè, diversi border line, che a me ragazzo comunicavano un senso di malinconia.
    Le partite spesso erano autentiche zuffe, in cui la teoria delle aperture e i principi strategici lasciavano il passo alla fantasia e alla follia del momento.
    Obbligatorio era accompagnare le giocate con esclamazioni e battute, sia da parte di chi giocava che da parte degli spettatori.




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