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La sconfitta (conclusione)

Scritto da:  | 7 aprile 2013 | 44 Commenti | Categoria: Racconti
col Nero, concentratissimo, il Grande Maestro ungherese Gedeon Barcza

col Nero, concentratissimo, il Grande Maestro ungherese Gedeon Barcza

«L’Italia Scacchistica», giugno 1959.

«Ultime notizie – Michail Tal ha vinto il Torneo di Zurigo, che si è concluso con la seguente classifica:

1. Tal, con punti 11½;

2. Gligoric, 11;

3/4. Fischer e Keres, 10½;

5/6. Larsen e Barcza, 9½, eccetera.

«Ottima prestazione del giovane ex campione sovietico, che ha ottenuto dieci vittorie, tre pareggi (contro Fischer, Keres e Barcza) e due sconfitte, una con il tenace Gligoric e una, sorprendente, con il Maestro svizzero Bhend; corre voce che Tal abbia giocato questa partita in condizioni fisiche menomate a causa di un’improvvisa indisposizione. Straordinaria la prova offerta da Bobby Fischer, che ha anche sconfitto per la prima volta un Grande Maestro sovietico (Keres). La vittoria di Tal porta all’acme l’attesa per il torneo di Belgrado, che dovrebbe disputarsi fra settembre e ottobre.»

«Newsweek», 21 agosto 1959 (in coda a un’intervista a Robert J. Fischer, realizzata prima della sua partenza per Belgrado).

«L’imbroglione della scacchiera [The Chess Cheater] – Quello ritratto a lato è il più pericoloso ostacolo sulla strada di Bobby per il titolo mondiale: si chiama Michail come il campione in carica, Botvinnik, ma il suo cognome è Tal. A ventidue anni è considerato un giovane falco della scacchiera, anche se di fronte ai fantastici quindici anni del campione americano tale qualifica appare usurpata. Benché sia il meno titolato e abile fra i quattro russi che parteciperanno al Torneo dei Candidati per guadagnare il diritto a sfidare Botvinnik, Tal è il più temibile per la scorrettezza del suo modo di giocare, basato su trucchi, tranelli, bluff, mosse minacciose che spesso non nascondono alcun pericolo ma bastano a mandare in confusione gli avversari più deboli e a fargli guadagnare punti preziosi in torneo. Per fortuna Bobby gli ha già preso le misure, pareggiando senza problemi nelle due occasioni in cui si sono incontrati: secondo il dottor Hans Kmoch, che ha definito Tal “un pugile da osteria più che un giocatore di scacchi”, nelle quattro partite che i due dovranno ora giocare l’uno contro l’altro si può ragionevolmente prevedere un punteggio di 3 a 1 a favore di Bobby.»

Bollettino ufficiale del Torneo dei Candidati di Bled-Zagabria Belgrado, 7 settembre-29 ottobre 1959.

«1. Tal (URSS), punti 20 su 28, sfidante ufficiale del Campione del Mondo in carica.

«2. Keres (URSS), punti 18½.

«3. Petrosjan (URSS), punti 15½.

«4. Smyslov (URSS), punti 15.

«5. Fischer (USA), punti 12½.

«6. Gligoric (YUG), punti 12½.

«7. Olaffson (SWE), punti 10.

«8. Benko (USA), punti 8.

«Risultati parziali degli incontri diretti:

«Tal-Keres 1-3; Tal-Petrosjan 2-2; Tal-Smyslov 2½-1½; Tal-Fischer 4-0; (…;)»

Bobby Fischer

«Komsomolskaja Pravda». 3 ottobre 1959.

«Due anni e mezzo orsono incontrammo Michail Tal all’indomani della sua vittoria nel Campionato Sovietico, la sua prima apparizione come stella di prima grandezza nel firmamento scacchistico. Siamo felici e orgogliosi di tornare a parlare con lui ora che, di successo in successo, si è aperto la strada fra tanti altri valorosi contendenti ed è arrivato a bussare alla porta stessa del maniero custodito dal Campione Mondiale in carica, il grande Botvinnik.

«Campione nel gioco e campione nella vita, Tal non è stato minimamente toccato dai trionfi tributatigli dal mondo scacchistico e non scacchistico, e ha mantenuto la semplicità, la cortesia, l’umorismo e la franchezza che già ci impressionarono allora. E come allora il suo sguardo è limpido e intensissimo, la voce morbida e garbata.

«Komsomolskaja Pravda – Buon giorno, Misha, e un saluto affettuoso e ammirato da parte di tutta la gioventù sovietica.

«Michail Tal – Grazie, buon giorno a voi. Grazie.

«K.P. – Cosa ci puoi dire dello straordinario torneo che hai saputo dominare?

«M.T. – Non mi sembra di averlo dominato, per la verità. Se il regolamento non si fosse basato sul conteggio complessivo dei punti, bensì su una eliminazione con scontri diretti, io non avrei vinto. Infatti, Paul Keres mi ha battuto per tre vittorie a una e, detto fra noi, mi ha impartito autentiche lezioni di gioco nella prima e quarta partita, che sono state stupende. Purtroppo per lui, Keres ha vinto gli incontri con i giocatori più deboli in modo meno netto di me…

«K.P. – È vero: contro i quattro giocatori non sovietici tu hai realizzato l’incredibile punteggio complessivo di 14 punti e mezzo su 16 disponibili, lasciando solo una patta ciascuno a Gligoric, Olaffson e Benko, e distruggendo il temuto Fischer con quattro vittorie a zero!

«M.T. – Fischer avrà tempo di rifarsi. Io alla sua età avevo imparato da poco a distinguere il Pedone dall’Alfiere!

«K.P. – Si dice che tu lo abbia preso in giro firmando gli autografi che ti chiedevano anche a nome suo, perché, sostenevi, le quattro vittorie ti davano questo diritto…

«M.T. – È stato uno scherzo, anche per sdrammatizzare un po’, dato che Bobby a ogni sconfitta sembrava dovesse mettersi a piangere. Comunque ti garantisco che è un giocatore eccezionale; entro un paio d’anni incuterà sacro terrore!

«(…;)

«M.T. – No, non invidio niente a Botvinnik. Lo rispetto, ma non lo invidio. Non ho intenzione di mettere le mani avanti ricordando i suoi meriti e la sua forza: sono qui, e ho diritto di metterlo alla prova, ora. Botvinnik, a dir la verità, ha assunto da tempo un atteggiamento antipatico nei miei confronti, e ora sono felice di poterlo incontrare sulla scacchiera, e spero di costringerlo a rimangiarsi tutto quello che ha detto. Botvinnik è stato bravo… è stato fortunato, voglio dire, a evitare di incontrare Keres…

«K.P. – Cosa intendevi dire con “bravo”? Forse che ha intenzionalmente procurato di evitare lo scontro con Keres?

«M.T. – No, non posso pensare una cosa simile. E anche se la pensassi non potrei dimostrarla. È stato fortunato, e io con lui: se avesse incontrato Keres con il titolo in palio, credo che ne sarebbe uscito sconfitto; se ora fosse Keres il campione, io a mia volta sarei molto meno sicuro delle mie possibilità di conquistare il titolo.

«(…;)

«M.T. – Cercherò di rilassarmi, farò delle passeggiate in campagna… Purtroppo non ho molto tempo per leggere. O meglio, sono sempre troppo stanco per farlo. A differenza dei miei coetanei, credo che potrò leggere i libri che mi interessano solo quando sarò vecchio…»

«Sovetskij Sport», 17 febbraio 1960.

«Lo sfidante del Campionato Mondiale di Scacchi, Michail Tal, è stato colto da un lieve malore durante un’esibizione al Centro Polisportivo di Riga. Benché impegnato nella preparazione dell’incontro con il campione in carica ingegner Botvinnik, Tal aveva cortesemente accettato di giocare simultaneamente su ottanta scacchiere contro altrettanti giovani scacchisti lettoni. Evidentemente la sua disponibilità lo ha tradito. Rimessosi immediatamente, Tal ha chiesto di riprendere il gioco, ma il medico presente alla manifestazione glielo ha sconsigliato. Il popolare Misha ha dunque abbandonato la sala tra gli applausi degli ottanta giovanissimi avversari, che in futuro potranno forse vantarsi di avere… battuto un campione del mondo!»

Un giovanissimo Paul Keres insieme a Viacheslav Ragozin

Un giovanissimo Paul Keres insieme a Viacheslav Ragozin

3 marzo 1960. Club Scacchistico di Leningrado. Conversazione privata fra i Grandi Maestri Smyslov e Keres.

Smyslov – Che ne dici?

Keres – Di cosa?

Smyslov – Dove hai la testa? Di Tal, no?

Keres – Scusami, ero soprappensiero. Già, è talmente ovvio, vero? Basta che uno scacchista chieda a un altro: cosa ne pensi?, e si dovrebbe capire… almeno da un po’ di tempo in qua.

Smyslov – Non può farcela. Botvinnik lo castiga, è sicuro.

Keres – Bah.

Smyslov – Nei finali gli è nettamente inferiore. Ha migliorato poco la tecnica, è ancora troppo impreciso. Brutto segno.

Keres – Se lo aggredisce alla sua maniera, però, può anche chiudere le partite dopo trenta mosse, o arrivare ai finali con un vantaggio nettissimo.

Smyslov – È difficile. Sì, in una partita o due, con il Bianco, forse potrà anche vincere con i suoi giochini di prestigio. Ma quante ne perderà con il Nero? Botvinnik…

Keres – Botvinnik mi sta qui! Ne ho fin sopra i capelli di Botvinnik, hai capito?

Smyslov – Che ti prende? Abbassa la voce, idiota!

Keres – Botvinnik e Botvinnik!

Smyslov – Cos’è questa novità? Non sapevo che ce l’avessi con lui. In fondo è un uomo così cortese…

Keres – Cortese i miei coglioni! Se lo può permettere, visto che quella massa di stronzi secchi della Federazione è schierata sull’attenti dietro il suo culo! Ma non capisci che sta rovinando tutto? È da dieci anni che gioca in modo penoso, non produce idee, non innova, è diventato peggio dei robot che cerca di costruire.

Smyslov – Sono programmi per computer, non robot.

Keres – Il bello è che gli hanno permesso di scrivere quell’insensato cazzosissimo articolo sulla «Scuola Scacchistica Sovietica», farcito di puttanate sul materialismo dialettico che diventa strategia di gioco, e sulla superiorità dell’approccio dinamico dialettico del cazzo…

Smyslov – Lo so a memoria. Abbassa la voce, stai facendo un casino d’inferno.

Keres – Sai le risate che si sono fatti, fuori dell’URSS! Ho visto Euwe a Parigi, il mese scorso, mi guardava come se fossi appena uscito da un manicomio. Ci prendono per scemi dal primo all’ultimo, te lo dico io, anche noialtri che non c’entriamo un cazzo! È soltanto un pachiderma borioso…

Smyslov – Però non sbaglia quasi mai.

Keres – Già, ne sai qualcosa tu, vero? Te li ha pettinati, l’ultima volta che ci hai provato.

Smyslov – Vaffanculo, grazie.

Keres – È troppo poco. Bisogna creare idee nuove, non limitarsi a stare in difesa e aspettare gli errori degli altri. È il campione del mondo da quasi vent’anni, lo capisci?

Smyslov – Tredici.

Keres – I ragazzini che vengono su adesso, coi suoi libri, cosa credi che facciano? Una bella apertura Inglese, posizione solida, guai a metter fuori la testa, e buonanotte! Sai che ti dico? Io spero che Tal lo distrugga. Gli spacchi il culo, e sia finita.

Smyslov – Staremo a vedere.

David Bronstein

David Bronstein

«Pravda», 16 marzo 1960.

«Al Teatro Pushkin di Mosca una cerimonia ufficiale, solenne e intensa, ha aperto il Campionato del Mondo di Scacchi, che si disputerà in un match fra il detentore del titolo, l’ingegner Michail Moiseevic Botvinnik (Mosca, 1911) e lo sfidante ufficiale, Michail Tal (Riga, 1936).

«L’incontro è previsto sulla distanza di 24 partite; al Campione basterà ottenere il 50% dei punti disponibili (12 su 24) per conservare il titolo, mentre allo sfidante, per conquistarlo, sarà necessario superare tale limite (conseguendo dunque almeno 12 punti e mezzo). Le previsioni della maggior parte degli esperti, pur riconoscendo il valore del giovane e intraprendente Tal, sono pressoché unanimemente favorevoli all’esperto, prestigioso campione moscovita.»

«Izvestja», 29 aprile 1960.

«Mosca. La ventunesima partita dell’incontro per il Campionato Mondiale di Scacchi fra il detentore ingegner Michail Botvinnik e lo sfidante Michail Tal è stata sospesa alla quarantesima mossa, come vuole il regolamento, e verrà conclusa domani (oggi per chi legge, N.d.R.). Il punteggio è attualmente di punti 11½ per lo sfidante contro 8½ per il campione; dunque, se Tal risolvesse a proprio vantaggio questa partita, ciò gli consentirebbe di conquistare il titolo mondiale rendendo inutili le partite rimanenti. Impressionante in ogni caso la prestazione fornita dal giovane lettone nel complesso del match, e tale da giustificare l’attuale situazione di punteggio, assolutamente imprevista un mese e mezzo fa. Privo di qualunque timore reverenziale, Tal ha imposto fin dall’esordio la sua tattica aggressiva, trascinando l’avversario sul terreno a lui più congeniale e stordendolo con sacrifici pirotecnici e combinazioni sempre incisive e sorprendenti. Anche la posizione in cui la ventunesima partita è stata sospesa, un finale anomalo, è piuttosto difficile da valutare, come capita spesso analizzando le mosse di questo geniale campione; i pareri degli esperti sull’andamento di questa partita e sul suo risultato finale sono discordi, ma non sono pochi quelli che vedono questa volta un lieve vantaggio a favore del Nero, Botvinnik. In ogni caso, anche vincendo, il moscovita si troverebbe a dover recuperare due punti di svantaggio avendone solo tre a disposizione, per cui il destino del match sembra comunque segnato.»

Mosca, Hotel Ukraina. Stanza 302.

Finì di pulirsi le dita con il vasto tovagliolo azzurro che recava al centro lo stemma dell’hotel, poi lo appoggiò sul vassoio e cominciò a mangiare lentamente la sottile fetta di torta alle mandorle, l’ultima portata della sua cena in camera.

Con la destra reggeva il dolce, che veniva rapidamente intaccato e demolito; con la sinistra spostava i pezzi su una delle due piccole scacchiere da studio – l’altra aveva il compito di tenere fissata la posizione in cui la partita era stata sospesa, una posizione che ovviamente lui conosceva ormai alla perfezione e ricostruiva di volta in volta con facilità, quando retrocedeva da un’analisi che poteva avere abbracciato quindici o venti mosse in sequenza.

Il pareggio sembrava inevitabile. Per l’ennesima volta azzardò una manovra di aggiramento con il proprio Re, e vide quanto malcerto, zigzagante e improduttivo fosse il suo cammino. D’altra parte i pezzi rimasti sulla scacchiera erano pochi, una desolazione: una Torre e quattro Pedoni per lui, un Alfiere e sei Pedoni per il Nero. Situazione di parità dinamica, con un lieve vantaggio di spazio per Botvinnik che poteva dare l’impressione di una superiorità, ma era solo fumo negli occhi per chi non ci capiva granché.

Si lasciò andare contro lo schienale della poltrona e guardò l’orologio: le ventuno e trenta in punto.

Quella era la scacchiera che odiava. La scacchiera deserta, abitata solo da pochi pezzi superstiti, che si raggruppavano simili alle palme di un’oasi, qua e là. Troppo spazio: nessuno spazio – nessuno spazio per attaccare, per inventare; nessun intrico di linee aggrovigliate, indecifrabili, intrecciate, fra cui fare esplodere la sortita rovinosa. Lui che amava la scacchiera irta di pezzi come una foresta di simboli, capricciosi agglomerati da tagliare con traiettorie improvvise, invisibili se non a lui stesso, ora vagava sconsolato per quella savana giallastra e spelacchiata – il piano della scacchiera su cui si rifletteva il lampadario della camera, come un sole fiaccante.

“Una patta spaccata” pensò. Così avrebbe raggiunto i 12 punti; gli sarebbe bastato un solo pareggio nelle tre partite rimanenti, per diventare campione del mondo: era una situazione in cui qualunque giocatore avrebbe sognato di trovarsi. Sognato, già. Eppure sentiva di dover chiudere il conto prima possibile, subito, se la cosa gli poteva riuscire. Aveva fretta, una fretta angosciosa che finora era riuscito a camuffare con la maschera dell’aggressività, ma ormai aveva incrinato le barriere, stava per travolgerlo. Aveva fretta. Sapeva che non avrebbe potuto applicare la mente al gioco, nei giorni a venire…

Quasi in risposta al suo ultimo pensiero, squillò improvviso il telefono. Con un tuffo al cuore, cercò di masticare velocemente l’ultimo pezzetto di torta che aveva in bocca, ma il dolce era asciutto, sabbioso sotto i suoi denti, e non si impregnava di saliva. Al terzo squillo sputò la torta nel tovagliolo e sollevò la cornetta. Il centralino gli annunciò una chiamata in arrivo. Fece in tempo a guardare ancora l’orologio: erano solo le nove e trentacinque. Come mai così presto? Si portò alla fronte la mano sinistra, e la trovò ghiacciata. In quel momento una voce maschile vibrò nel ricevitore.

«Michail?»

«Sì?»

«Sono Paul Keres.»

Lasciò andare il respiro che aveva trattenuto fino a quel momento, inconsapevolmente, e si sentì invadere da un irragionevole sollievo.

«Misha?» ripeté la voce.

«Sì, scusami… dimmi.»

Questa volta fu Keres a fare una breve pausa. «Cosa pensi di giocare?»

«Entro con la Torre» rispose.

«Certo» replicò Keres. «A questo punto è l’unica, accidenti.» Il campione estone tacque ancora per un attimo, quindi riprese, con voce mutata: «Permettimi di venire ad aiutarti».

«No. Non c’è bisogno.»

«Guarda che loro sono in sei. La stanno analizzando intanto che lo stronzone si fa una dormita, e andranno avanti fino a domattina. Ci puoi scommettere.»

«In sei?» chiese, leggermente stupito.

«È arrivato anche Grigorjev.»

Al nome del maggiore esperto sovietico nei finali di partita, Tal ebbe una smorfia. «Non è ancora morto, quello?» mormorò.

«Mi saranno spuntate altre due paia di palle, prima che muoia. Allora, posso raggiungerti?» chiese ancora Keres.

Lui sorrise, per quell’affetto improvvisato e condiviso. «No, davvero. Grazie.»

«Facciamo così» insistette l’altro, imperterrito. «Analizziamo la posizione ciascuno per proprio conto. Poi… a che ora pensavi di andare a dormire?»

«Non prima dell’una, una e mezza, direi.»

«Va bene. Allora ti telefono io all’una, e vediamo se è saltato fuori qualcosa.» E, senza lasciargli il tempo di ribattere, l’anziano campione riattaccò.

Tal si alzò dal letto sul quale era rimasto seduto durante la conversazione e si riavvicinò al tavolo. Alla vista del boccone mezzo masticato che emergeva tra le pieghe del tovagliolo fu preso da uno smarrito disgusto. Era come se in quel pezzo di torta si sbriciolassero la noia, l’ansia e la frustrazione di un’intera giornata.

Tornò al letto e ci si sdraiò sopra. Si ripeté che la situazione era chiara e che non c’era alcuna risorsa. Con una nuova smorfia, dovette ammettere che era stanco; il pensiero che Keres stava lavorando sulla posizione sembrava avere l’effetto di sottrargli energie invece di moltiplicarle.

Chiuse gli occhi. Li riaprì quasi subito, per guardare l’orologio che segnava dodici minuti alle ventidue. Li richiuse.

Il Re non poteva passare. Niente da fare. Scacco in f8 e in g8, poi Re in b3… inutile. Inutile.

Una nenia infantile gli attraversò la memoria, sostò un attimo come per riposarsi nel suo cammino, poi si dileguò.

«Dorme l’Erba sotto il ghiaccio caldo

E dorme il Lupo sotto il ghiaccio caldo

E dorme il Sonno sotto il ghiaccio caldo…»

Avrebbe dovuto sistemare le cose prima. Evitare di scambiare le Torri alla trentaduesima mossa. Mantenere la tensione, più tensione, fargli paura, non lasciarlo pensare.

Non doveva scambiare le Torri. Gli era sembrato di essere in vantaggio, però.

Ma che importanza aveva? Solo mezzo punto, ormai.

Perché poi doveva vincere la ventunesima?

Se l’era scordato.

Ormai ce l’aveva quasi fatta.

Mezzo punto oggi e mezzo domani.

Fa uno intero dopodomani. No… già domani.

Mezzo più mezzo…

Mezzo punto…

Mezzo…

Grandi Maestri sovietici in una radiocronaca scacchistica

Grandi Maestri sovietici in una radiocronaca scacchistica

Lo squillo del telefono lo fece trasalire, come uno scampanio subitaneo, accecante: si stava addormentando. Macchinalmente, guardò l’orologio. Le dieci meno cinque. Era lei. Sollevò la cornetta.

«Una chiamata da Riga per Michail Tal» specificò il centralino. Subito seguì la voce nota:

«Misha?»

«Mamma?» rispose lui.

«Come stai?»

«Tutto bene. Sto vincendo.»

«Ma allora hai finito?»

«Non so… Non volevo dire» s’imbrogliò con le parole «non volevo dire che vinco oggi. Sto vincendo il Campionato.»

«Lo so bene!» replicò lei, con una breve risata incerta.

«State bene?»

«Tutti bene! Ma com’è finita la partita? Alla radio dicevano…»

«È sospesa. Forse vinco. Non lo so.»

«Non c’è nessuno che ti aiuta?»

«No.» No? Bella gratitudine. «Oh, sì. Mi aiuta Keres.»

«Keres! Lo vedi… un uomo del Nord, è una brava persona. È uno che ti rispetta.»

«Già.»

Seguì un silenzio, da principio lieve, una pausa per riprendere fiato, poi lungo e pesante come se in tutto il mondo non si potesse trovare una domanda – e pure la cercò, per qualche secondo – una domanda diversa da quella che stava per fare.

«Senti, mamma» disse alla fine, abbassando la voce. «Ti hanno dato le cartelle degli esami?»

«Oh, sì» rispose la madre, abbandonando all’improvviso il russo per il dialetto di Riga. «Sono qui.»

«E allora? Cosa dicono?»

«Mah, cosa devo dirti, Misha, non si capisce bene… È tutto scritto in un modo che non si capisce, sai… Il babbo dice…» S’interruppe per tossire sonoramente, ferendogli l’orecchio.

«Passamelo. Che dice lui? Me lo puoi passare un momento?»

«No, Misha, è al circolo, ha detto di salutarti tanto. Lui dice che non c’è niente di grave, ecco. Eh, se ci fosse qualcosa di grave, sarebbe scritto chiaro, no?»

«Certo» mormorò lui. «Certo. Penso di sì.»

«Oh, Misha» proruppe la madre con tono improvvisamente, orribilmente lamentoso. «Pensa a giocare, caro, pensa a vincere! C’è tempo per queste cose, tornerai qui e ci faremo spiegare bene, o anzi, dopo che avrai vinto, ti farai visitare lì a Mosca, non è una buona idea?, tanto per essere sicuro…»

«Questo potevo farlo anche prima» replicò rabbiosamente, alzando la voce. «Non è questo il punto. Ma lì dicono che non c’è niente, no?»

«No!… Non so, credo di no.»

Un dolore improvviso lo avvertì che da chissà quanto stava mordendosi l’interno della bocca, senza accorgersene.

«Ora devo andare» disse.

«Dove?»

«Come dove? A studiare la partita, no? Grazie, mamma. A domani.»

Geller

Efim Geller

Riattaccò mentre la madre ancora gracchiava debolmente qualcosa nella cornetta. Di slancio, si alzò e tornò al tavolo con le due scacchiere. I pezzi sembravano averlo atteso, sdoppiati e malcollocati, isolati, aridi. Rapidamente giocò una sequenza di dodici mosse, senza pause, poi ridisegnò la posizione di partenza con pochi tocchi precisi.

Niente, non ne veniva fuori niente.

Di nuovo si abbandonò all’indietro, e questa volta sentì che la paura arrivava, lenta, felpata, inarrestabile.

Si levò di scatto da sedere, facendo quasi cadere la poltrona, e ripeté quel gesto – una domanda fatta senza voce, con le mani, inarcandosi appena e toccandosi le reni – l’interno del suo corpo piccolo e asciutto che lo tradiva senza una ragione, senza la consolazione odiosa di potersi attribuire qualche colpa. Maledisse sua madre, come se l’incomprensibile malattia fosse nata fra i suoi balbettamenti e le sue bugie di squallida fattura. Le sue spalle ebbero una prima improvvisa contrazione. Cercò di aiutare lo sfogo, ma il pianto gli rimase dentro. Aveva sempre pianto poco, fin da bambino. Solo gli occhi gli si appannarono un po’.

Svuotato, come un uomo che tenti inutilmente di svenire, si lasciò ricadere sulla poltrona. Le due scacchiere lo guardavano, immobili.

Adesso sì che aveva qualcosa da invidiare a Botvinnik, pensò. Quell’acre senso di ribellione lasciò il posto a una strana quiete, a un torpore, come se sotto la pressione della sventura si fosse creata una nicchia, nella quale poteva raggomitolarsi e giacere, tranquillo. Il pensiero della morte lo attraversava a ondate, o piuttosto gli scorreva davanti sfiorandogli la pelle, sembrava che esibisse la propria forza invece di esercitarla. Si asciugò gli occhi con il palmo della mano e fissò le due scacchiere, fino a concentrarsi su quella di destra, che non aveva mai toccato.

Aveva davvero qualcosa da invidiare a Botvinnik, si ripeté, e ora anche l’odio che si era lentamente accumulato in lui per tutti quei mesi, l’odio nato dall’antipatia, dalla feroce volontà di vittoria, sembrava per la prima volta acquietarsi, addormentarsi. Il Campione aveva quarantanove anni, lui ventitré. Fu sorpreso dal pensiero – davvero non ci aveva mai fatto caso, prima? – che fra loro correva lo scarto esatto di una generazione. L’idea che Botvinnik poteva essere suo padre era corretta, non solo suggestiva. Eppure quell’uomo più anziano era destinato a sopravvivergli: questa sconfitta irrimediabile gli infliggeva. Botvinnik lo aspettava laggiù, in fondo a quei ventisei anni – un sentiero tortuoso, complesso, invaso da sterpaglia ed erba alta e affaticante; troppo lungo, troppo insidioso; già ne era stremato.

Si sfregò le mani sulla faccia, lentamente. Quindi riaprì gli occhi, ritrovò davanti a sé la scacchiera intatta e virginale. E, senza alcun preavviso, la vide.

Perché era lei, stavolta.

La combinazione inaspettata, inconcepibile.

Vide le due mosse preparatorie, oblique e oscure come un presentimento trascurato. Poi l’esplosione del sacrificio della Torre su due Pedoni del Nero, tanto assurdo ed estraneo alle leggi del gioco che nessuno – se non lui – avrebbe potuto anche solo immaginarlo. E allora lo sbilanciarsi del Re nero, l’impotenza dell’Alfiere la cui strada sghemba era sbarrata per un solo attimo, ma l’attimo bastava. Vertiginose simmetrie si creavano e disfacevano nello spazio di due mosse, e linee si intersecavano, linee inesistenti, e spazi inesistenti – ora il Re assassino poteva muoversi e compiere l’opera, percorrere dischiuse diagonali con lentezza invulnerabile, insultante – fasci di linee prorompevano e lo proteggevano, costanti, e campi di forza che lui rasentava, sicuro, nel procedere. Oh, era un mondo di violenza tumultuosa e geometrica, nel cui abbraccio Botvinnik andava a morire – così la partita era vinta, era vinta!, era tutto finito, e domani gli altri, festosi e ignari, avrebbero acclamato il nuovo campione…

avatar Scritto da: Raul Montanari (Qui gli altri suoi articoli)


44 Commenti a La sconfitta (conclusione)

  1. avatar
    Martin Eden 7 aprile 2013 at 16:47

    “Silentium” scrive Raul! 😉

    …e mi scuso personalmente per il ritardo con cui esce questa seconda e conclusiva parte di un racconto meraviglioso…

    Qui la prima.




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    • avatar
      Franco Trabattoni 7 aprile 2013 at 23:15

      Ho letto d’un fiato, prima e seconda puntata. Non ho parole.




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  2. avatar
    Fabio Lotti 7 aprile 2013 at 18:02

    Un bel miscuglio di storia e fantasia. Ho conosciuto, come lettore, Raul Montanari con “E’ di moda la morte” del 2007 e subito l’ho apprezzato per la levità e la grazia della scrittura.




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  3. avatar
    alfredo 7 aprile 2013 at 18:58

    E finalmente.
    Un grazie e un saluto a Raul …aspettando la sua tredicesima fatica letteraria in gestazione ora, mi sembra.
    Eccellente non solo il suo saper portare il racconto (per usare una espressione di Sciascia ripresa da Graham Greene: “la trama è nulla, l’importante è come la si porta”) ma anche come subito colto dall’amico Lotti questo sua contaminazione tra realtà e finzione e uno splendido omaggio al più simpatico, umano, gentile (alla pari forse solo con Spassky) tra i campioni del nostro gioco.
    Misha, semplicemente.
    PS: anche l’apparato iconografico è splendido.




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    paolo bagnoli 7 aprile 2013 at 21:34

    Chapeau!




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      alfredo 8 aprile 2013 at 14:24

      mi piacerebbe che questo sito diventasse un po’ come il mitico ” giubbe rosse” di Firenze . un sito in cui si incontrano scrittori ( e non sono pochi) che amano gli scacchi e che hanno scritto sul nostro gioco . e non sono pochi .




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    Raul 8 aprile 2013 at 00:45

    Grazie a tutti e in particolare a Martin Eden. Non solo mi ha chiesto con infinita gentilezza i due racconti (questo e “La vittoria segreta”), ma come giustamente ha osservato il mio amico Alfredo le immagini che accompagnano la narrazione sono strepitose! Avete notato con quanto gusto di lettura Martin ha interrotto con una foto il momento in cui Tal scivola nel sonno, per rendere più drammatico lo squillo del telefono che lo sveglia? Un grande senso del ritmo narrativo.
    Siete molto generosi a non fucilarmi per le tonnellate di imprecisioni storiche che ci sono nel racconto (quel finale non esiste, tanto per dirne una enorme). Il tentativo è stato quello di rendere la verità del personaggio e anche dell’ambiente umano, al di là della verità spicciola dei fatti.
    C’è anche da dire che, in ambito letterario e non scacchistico, il racconto è sempre stato molto amato. Uno dei suoi fans è stato all’epoca Niccolò Ammaniti, che Alfredo ha conosciuto in occasione di un incontro pubblico con me a Treviglio, l’anno passato. Il commento più ricorrente, per farvi sorridere, è sempre stato: “Mi è piaciuto un sacco… e io non capisco niente di scacchi!” :o
    Quando l’ho scritto non sapevo della deformità della mano destra di Tal, altrimenti ne avrei parlato.




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      alfredo 8 aprile 2013 at 11:11

      si in effetti la mano destra di Tal era abbastanza impressionante . Aveva per dirla in gergo medico , una ” sindattilia” ovvero una ” fusione” tra dita della mano per cui aveva una sorta di uncino composto da tre dita . mi sembra che fossero fusi assiemeil II , il III e il IV dito a comporre un solo dito.
      Dal momento che era noto che Tal soffri’ fin dalla età giovanile di problemi renali mi sono chiesto e ho consultato la bibbia della nefrologia ( il ” brenner” ) prer vedere se sia mai stato descritta una sindrome che comprenda una malformazione di questo genere e una malformazione renale ( che so ? il rene policistico ce è noto è associato a MAV cerebrali) ma non ho trovato nulla .
      Potrebbero essere state due cose distinte .




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        Punta Arenas 12 aprile 2013 at 11:28

        @Alfredo

        Mi ha sempre impressionato il fatto che Tal fosse al tempo stesso Campione del mondo di scacchi, e avesse una mano con 3 dita.

        Dal punto di vista statistico, poiché si può diventare Campione del mondo di scacchi in un arco di età tra i 20-35 anni, al massimo, direi che c’è 1 probabilità su circa 2-3 miliardi che nascendo una persona qualsiasi diventi Campione del mondo di scacchi.

        Non so quante persone al mondo nascano con una mano con 3 dita, a me non è mai capitato di incontrarne, o di sapere di altre persone, al di fuori di Tal.

        Ma diciamo che possano esserci al mondo 1 persona ogni 10 milioni con 3 dita (o è troppo poco?).

        In questo caso la probabilità di avere una persona Campione del mondo di scacchi e con 3 dita sarebbe 1 su 2 miliardi x 10 milioni = 1 su 20 milioni di miliardi!

        Il che vuol dire che uno come Tal non lo rivedremo più!




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          Punta Arenas 12 aprile 2013 at 11:41

          @Alfredo

          Ecco qua, http://en.wikipedia.org/wiki/Ectrodactyly

          La malattia di Tal era la ectrodattilia, altrimenti detta anche oligodattilia (avere meno dita del normale), che si contrappone alla polidattilia (avere più dita del solito, il che più che una malattia mi pare una “superdote” 😆 ).

          Ci sono anche , in quest’articolo su Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Doma_people, a proposito della tribù dei Doma, nello Zimbabwe, dove la malattia è molto diffusa, i dati sulla sua diffusione nella popolazione: 1 ogni 90.000 persone.

          Quindi mi correggo:
          la probabilità di avere ancora un Campione del mondo di scacchi con 3 dita è di 1 su 90.000 x 2 miliardi.

          Quindi confermo la conclusione: uno come Tal non lo rivedremo più!




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            alfredo 12 aprile 2013 at 13:18

            hai ragione. Grazie
            ho visto la mano di Tal a 16 anni e poi anche da medico abbastanza maturo
            quello che mi sono chiesto , ma su questo non ho avuto risposta , quale fose la malattia renale che lo tormentò
            ho consultato la bibbia nefrologica ( Brenner & rector : il Rene , Verduci Editore) ma non ho trovato associazioni tra malattie renali e malformazioni di questo tipo .




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              alfredo 12 aprile 2013 at 17:00

              non avremo piu’ uno come Misha per umanità, garbo, simpatia.
              a me basto’ un piccolo gesto a milano 75 per capire che era speciale
              forse solo Spassky come lui
              andro’ presto al cimitero ebraico di riga a mettere un sassolino sulla sua tomba .
              ps si’ sono medico anche se non si direbbe
              ma tu sei matematico ?
              se si’ contattami in pvt … ti faccio vedere una cosa che mi è capitata il giorno di Pasqua che mi ha illuminato quella giornata, da ateo.
              certo non è difficile quello che proponi oggi ma già in altri casi mi è sembrato che maneggi bene numeri e statistiche .




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    Yanez 8 aprile 2013 at 07:21

    Un racconto (bellissimo) che denota un forte amore per il nostro gioco… ecco, sarebbe troppo, Raul, domandarti, quali le origini?




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    Raul 8 aprile 2013 at 15:30

    Be’, da qualche parte dovrebbe ancora esserci scritto che nel ’74, quando si giocarono i campionati italiani a squadre nel neonato residence Leonardo da Vinci, io ero nella Milanese A che arrivò seconda 😎
    La cosa penosa è che finimmo primi a pari merito con La Spezia (se non ricordo male) ma fummo retrocessi al secondo posto perché colti clamorosamente con le mani nel sacco in un tentativo di imbrogliare nel penultimo turno. L’episodio fu talmente rocambolesco che meriterebbe una narrazione a sé. :oops:
    Insomma, di giocare sono capace e ho una discreta cultura scacchistica, che sto accrescendo da quando leggo gli articoli in questo sito. Competenza e passione sono sempre state molto superiori al talento, purtroppo.




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    alfredo 8 aprile 2013 at 16:43

    si’ , mi ricordo anch’io la cosa . la classifica dovrei recuperarla da qualche parte , se la trovo te la faccio avere
    mi ricordo che il deus ex machina della squadra di La spezia fu un certo Monopoli , giocatore peraltro piuttosto forte , poi , come tanti di quel periodo , ” sparito dalle cronache , anche se raggiunse se non sbaglio il titolo di CM
    in quel torneo esordi’ con una squadra della Milanese il 6 enne Ennio Arlandi
    adesso a 6 anni sono già GM o quasi ma ai tempi faceva un po’ di impressione
    comunque la tua competenza è fuori di dubbio dal momento che ricordi bene il mitico Feraboli Rosolino, personaggio piuttosto pittoresco ma amato da tutti che alla SSM aveva trovato la sua casa .
    a presto, sperando che qualche tuo collega venga a farci compagnia in questo sito 😉




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    Fabio Lotti 8 aprile 2013 at 17:45

    Chiedo venia a tutti ma non so come fare altrimenti. Ogni mese scrivo un pezzo qui http://theblogaroundthecorner.it/category/ospiti/letture-al-gabinetto/ nel quale inserisco qualche breve intervento di scrittori su un libro che li ha fatti saltare sulla tazza. Vado al sodo. Sarei felicissimo di potervi inserire un intervento ponzatorio di Raul in modo da far conoscere ai miei lettori la sua produzione letteraria. Per la mail basta richiederla alla Redazione. E, a dir la verità, in seguito mi piacerebbe ricevere anche qualche altro contributo degli appassionati del blog. Domani uscirà il pezzo di aprile con un intervento, tra gli altri, di Romano De Marco che Raul dovrebbe conoscere bene.
    Grazie anche per eventuale risposta negativa e mi scuso ancora.




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      Raul 10 aprile 2013 at 23:30

      Fra le mie scoperte, Romano è forse quello di cui vado più orgoglioso, oltre a essere uno degli amici più cari che ho al mondo (parlo di top five, forse di top three).
      Caro Fabio, intervengo con piacere nel tuo originale spazio di lettura, e grazie per l’invito. Se non ho capito male, lo spirito è quello di parlare di una scoperta letteraria casuale, giusto? O no? Cos’altro?




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    alfredo 8 aprile 2013 at 20:05

    chiedo a Raul se ricorda
    il “capitano” della squadra di La Spezia era
    MONOPOLI Riccardo CM dn 8 / 59

    io giocavo nel torneo normale (con due amici dell’amico spesso citato da Jas: Franco Zaninotto) nel Torneo “normale” ma venni a sapere tutto della cosa tramite un mio caro amico che giocava appunto il campionato juniores (io, il mio amico e Raul tutti del 59, classe di ferro eh?)
    La cosa più divertente (oltre a un commento del Maestro Contedini dopo una patta con il grande Trab… giocavamo in tavoli vicini) fu una vittoria con un giocatore di Lucca molto simpatico che poi è diventato un giornalista piuttosto famoso.
    Reincontrandolo dopo 33 anni (è stato, sembra l’unico al mondo a intervistare il fondatore dell’Ikea) ricordai le partita … ma dissi: “ricordo bene quel match con voi di Siena (4 a 0 per noi)…” Lui guardandomi negli occhi disse che poteva uccidere per una frase del genere, poi con una grande risata di tutti e due, mi fece una dedica molto affettuosa al suo libro “il signor Ikea”




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      Franco Trabattoni 8 aprile 2013 at 23:59

      Ragazzi, forza e coraggio, fuori nomi, fatti, risultati; fate capire qualcosa anche a noi! Confermo che io c’ero, ma ovviamente non ricordo una cippa (credo di essere, quanto alla memoria, l’esatta copia speculare di Alfredo). Sappiamo che il nostro bravissimo scrittore giocava con la Milanese A; ma in quale serie? E chi erano gli altri? Chi è il giocatore di Lucca poi giornalista di cui parla Alfredo? In che cosa consisteva l’imbroglio? Via, sono passati quarant’anni, è ora di vuotare il sacco…




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        alfredo 9 aprile 2013 at 09:07

        caro Franco . la storia mi fu raccontata dall’ amico Giorgio che era prima scacchiera di una delle rappresentative giovanili della SSM e fui un po’ testimone del trambusto che mise non poco in imbarazzo il Palla. Fu un semplice caso di di suggerimento mosse mi sembra; La Spezia fece ricorso (e mi ricordo che in questo fu molto attivo proprio Monopoli, che doveva essere il capitano della squadra) e lo vinse. Ovviamente nulla so della fondatezza o meno del ricorso. Il fatto rimane, ovvero che il ricorso degli spezzini fu accolto PS: io non fui testimone oculare diretto; la serie A e il femminile (non giocava anche tua sorella caro Franco?) si giocavano in un bel salone al primo piano, le altre serie nel grande salone in cui fu giocato anche il super torneo del 75, il torneo juniores in fondo per cui abbastanza distante dalla postazione in cui giocavamo io e te )
        Il giocatore giornalista lucchese è molto semplice da scoprire, basta cercare con google “Il signor Ikea”. Si chiama Nanni Delbechhi, ha scritto per annni su “il giornale”, poi è stato redattore capo di capital… Ora non so, ma ho imparato che scamnbiare un lucchese per un senese può essere molto pericoloso.




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          Roberto Messa 9 aprile 2013 at 19:43

          Anch’io c’ero, con la squadra di Brescia, nel grande salone. Nel 1974 ero seconda nazionale…




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            alfredo 9 aprile 2013 at 19:54

            Eravamo in tanti, eh?
            Ora vedere il Leonardo da Vinci diventato un rudere mi fa tristezza.
            Come architettura faceva schifo ma è stato il luogo di memorabili partite, in qualche modo storico.
            Lì karpov subì nel ’75 la prima sconfitta da campione del mondo a opera di quel gemio posizionale di Ulf Andersson.
            Avrebbe forse ospitato il match Fischer – Karpov , insomma per uno scacchista il “genius loci” rimarrà sempre.
            Il Palla ci sapeva fare, oltre ad essere amico di Aniasi che era appassionato di scacchi, era veramente vulcanico.
            Mi ricordo le trasmissioni di Antenna 3 Lombardia.
            Un giorno portò li un suo amico per commentare una partita… un distinto signore che si chiamava Svetozar Gligoric 😆




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            Ramon 9 aprile 2013 at 20:44

            In soli sette anni da seconda nazionale a Campione d’Italia, dev’essere sicuramente un record!
            Grazie Direttore per questi ricordi con cui impreziosisce il nostro sito… saremmo felici di ospitarne ancora tanti altri, magari a pillole, volanti… un po’ come fa Alfredo, senza ordine, senza pensarci… i più vivi e affascinanti!




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              alfredo 9 aprile 2013 at 20:53

              grazie Ramon
              gli amici colti lo chiamano “stream of consciousness”
              altri “confusione mentale” 😀




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                alfredo 9 aprile 2013 at 21:01

                Forse solo Fischer ha fatto una cosa del genere, penso.
                Comunque fui testimone anche della partita grazie
                alla quale Roberto si qualificò alla finale del
                campionato assoluto (CI magistrale giugno ’81)
                mi piacerebbe rivedere questa sua partita con Paoli.
                Interessante manovra di Cavallo a sostegno di Pedone
                c avanzato. Ricordo che quando si accorse che il
                Pedone era destinato a promozione si allontanò
                un poco e alzò le braccia come avesse fatto gol!
                Ma mi ha già detto che non trova più la partita…




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    alfredo 9 aprile 2013 at 09:29

    Penso , anzi sono sicuro che Raul si riferisca al campionato juniores.
    La milanese A era composta, mi sembra, da Guido Cappello, Magrini, Capece e un altro (Castiglioni?) no giocava Toth che per SSM aveva giocato l’anno prima a Tivoli (ottenendo a e 1/2 su 5, pattando solo con Mariotti). A Tivoli il campionato juniores a squadre fu vinto proprio dalla SSM (era su tre scacchiere mi sembra: il mio amico, Monti e Anfuso) per cui nel 74 la ssm juniores era la squadra campione uscente, ma come “padrone di casa” schierò più squadre in tutte le categorie (tranne che nel torneo A vinto dal banco di Roma mi sembra con Mariotti, Zichichi, Passerotti, Valenti). In effetti in quell’anno la SSM aveva mi sembra circa 1000 iscritti .




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    Raul 10 aprile 2013 at 23:23

    Ma certo, parlavo del torneo juniores. Sono così abituato a dirlo che me ne sono scordato proprio qui! Avevo 15 anni.
    L’imbroglio fu molto più pittoresco di un semplice suggerimento mosse, però!
    In sostanza andò così: eravamo in lotta per il primo posto con La Spezia e Roma, e al penultimo turno incontrammo la Milanese C (Milano aveva 4 quadre giovanili in quel torneo). Eravamo tutti amici. Ci mettemmo d’accordo che se su due scacchiere una squadra avesse prevalso, l’altra avrebbe ceduto il punto anche sulla terza. Insomma, o 3-0 o niente, perché una spartizione di punti sarebbe stata dannosa sia per noi sia per loro.
    Bene, dopo un’oretta e mezza di gioco la situazione era questa: io e un altro, credo Fabio Monti, avevamo vinto, mentre il terzo della nostra squadra era in un finale perso, ma così perso e così desolato, con un paio di pezzi e pochi pedoni, che per tenere fede al patto il suo avversario della C avrebbe dovuto avere come minimo un ictus o un attacco di pazzia e sbagliare non una ma un’intera sequenza di mosse!
    Detto fatto, si decise che poteva solo perdere per il tempo. Lealmente (si fa per dire!) questo ragazzo fra l’altro simpaticissimo andò a chiudersi in bagno mentre la lancetta del suo orologio procedeva lenta verso la bandierina.
    Inutile dire che sia quelli di Roma sia quelli della Spezia videro tutto, chiamarono un commissario e ci fu la scena grottesca del nostro avversario-amico asserragliato nel cesso con questi che battevano i pugni sulla porta e gli gridavano di uscire! Una cosa da squartarsi dal ridere. Alla fine lui perse per il tempo, ma i giudici diedero punto nullo a tutte e due le squadre e questo ci costò il campionato.




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      Franco Trabattoni 11 aprile 2013 at 00:34

      Fantastico. L’idea del cesso illumina il piccolo imbroglio di un alone epico. Un giorno vi racconto che cosa è successo a Lido Adriano nel 1982.




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        alfredo 11 aprile 2013 at 14:36

        beh in effetti raccontata da Raul che ne era coinvolto è veramente esilarante .io me la ricordavo la quaestio ma ovviamente nel tramandare oralmente un fatto il fatto stesso si deforma e assume altri connotati . ad esempio un paziente che era andato in ps ( questa lo ho sentita io veramente di recente) per una cistite al mattino …. alla sera per alcuni ” conoscenti” era già moribondo ( mentre lui era a giocare a carte al bar dopoaver iniziato l’antibiotico)
        io mi ricordo l’asseragliamento ma per qualche motivo lo avevo attribuito a ben piu’ prosaico motivo .
        Monti lo ricordo vincitore di un campionato italiano juniore B a torino . ( quello A fu vinto da mammola) . mi sembra forte un giocatore molto abile nel trattare l’Inglese ( l’apertura … )
        quello che piu’ mi rimase pero’ ( io stavo piuttosto distante ) fu la grande ” forza” ella reazione della squadra di La spezia che riusciva a vincere cosi il torneo contro le rappresentative di due grabdi città!
        quindi quello non era un ” pensatoio” ma un ” ponzatoio ”
        un caro saluto e un grazie a Raul




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          Raul 11 aprile 2013 at 17:29

          Franco, ma come “un giorno”? Dai, vuotiamo il sacco!

          Attenzione perché se comincio io non la finisco più.
          Per esempio potrei raccontarvi di quella volta che insieme a tale Caselli (non il giudice) venni cacciato dalla Scacchistica Milanese.
          Andò così: come sa chi frequentava gli storici locali di via San Maurilio, in fondo al corridoio d’ingresso c’era una grande sala dove si giocavano partite estemporanee. La sala comunicava con due salette più piccole, adibite ai tornei.
          Caselli e io avevamo finito di giocare nella terza sala. Non era un torneo molto frequentato, per cui gli organizzatori avevano collocato scacchiere e orologi nel locale in fondo lasciando al buio la seconda sala a mo’ di cuscinetto isolante, mentre la prima come sempre era illuminata e piena di gente. Insomma, io e il mio amico cominciammo a tracannare birre che ci portava l’ineffabile Rosolino, il cameriere umanissimo e simpaticissimo che era uno degli emblemi stessi del club. Ubriachi da far schifo, cominciammo a cantare (giuro) disturbando quelli che stavano ancora finendo le loro partite nella terza sala.
          Alla fine una delegazione di giocatori infuriati uscì dalla sala accanto. Ci prelevarono con la forza e ci sbatterono fuori a calci, fra gli applausi della gente sobria e morigerata che pretendeva, giustamente, di potersi concentrare sul gioco.




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            Jas Fasola 11 aprile 2013 at 17:44

            Un attimo 😯 . Calma e gesso :mrgreen: Caselli non poteva essere Luigi, il MF. Trattavasi di sicuro 😎 di omonimo




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              Raul 11 aprile 2013 at 20:06

              Sai che non mi ricordo il nome? Hai presente quell’età in cui ci si chiama per cognome, per estensione dell’uso scolastico? Comunque era un mio coetaneo (quindi del ’58, ’59 o al massimo ’60) e giocava benissimo.
              Poteva essere Luigi il nome, in effetti.




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                alfredo 11 aprile 2013 at 23:40

                Per quel poco che lo ho conosciuto l’ingegnere Luigi Caselli, buonissimo giocatore, è la persona più compita e morigerata del mondo.
                Ma semel in vita licet insanire.
                Tutti conserviamo un bel ricordo del mitico Rosolino.
                Mi sembra morto purtroppo investito da un veicolo. Ogni anno c’era un torneo a lui dedicato
                o forse ancora c’è.
                Se lo ricordano tutti… RIP scacchista bridgista barman gran fumatore e bevitore. Ricordo che affittava gli orologi, mi sembra ai tempi a 100 lire all’ora.




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                  Luigi Caselli 15 aprile 2013 at 14:52

                  In effetti non potevo essere io.
                  Credo di essere una delle persone più astemie al mondo.
                  Forse perchè mio padre, grande appassionato di vini, mi obbligava da bambino a scendere nella sua cantina ad imbottigliare con lui i suoi vini d’annata.
                  Esperienza direi traumatica…




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  13. avatar
    Fabio Lotti 11 aprile 2013 at 10:05

    Rispondo a Raul in ritardo per non avere visto la risposta. Caro Raul mi basta un breve intervento su un libro che ti ha particolarmente colpito.
    Grazie per la tua gentilezza.




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  14. avatar
    paolo melasecchi 12 aprile 2013 at 11:39

    E’ bellissimo e c’è un autentica vena di scrittore. Se il Sig. Montanari ha pubblicato qualche libro, lo comprerei volentieri.
    Ancora complimenti




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  15. avatar
    Raul 12 aprile 2013 at 23:52

    Sono io in imbarazzo, caro Alfredo. :oops:




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  16. avatar
    Fabio Lotti 16 aprile 2013 at 11:59

    Raul è anche l’artefice del cosidetto post-noir sul quale scrissi una satiretta http://www.sherlockmagazine.it/rubriche/3749/ che la satira il toscano l’ha nel sangue. E Raul mi capirà (spero).




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  17. avatar
    Raul 17 aprile 2013 at 00:10

    Luigi Caselli! Eccoti!
    Quantum mutatus ab illo…
    Ma tu te lo ricordi l’episodio che ho raccontato? Ammetto, come ho fatto nell’altro thread, che probabilmente ad alzare il gomito ero stato solo io, ma il resto? La canzone in cui immaginavamo che Calzavara, uno sciagurato giocatore nostro conoscente impegnato proprio nella sala accanto, andasse a cercare l’oro “laggiù nell’Oregon, col setaccio sulle ginocchia”? E l’irruzione del comitato dei torneatori infuriati che ci sbatté fuori?
    Che commozione rivederti. Non puoi che essere tu, ti ricordavo molto bravo nel gioco.




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      Luigi Caselli 19 aprile 2013 at 01:03

      Ciao Raul,

      Intanto complimenti per la tua carriera di scrittore. Devo dirti che ti invidio perchè io, classico esempio di procrastinatore strutturato, sono mille anni che voglio scrivere un libro ma ovviamente non lo farò mai…

      L’unica cosa che mi ricordo di quello che mi racconti è l’inquietante Calzavara, chissà che fine ha fatto, il resto proprio mi si è cancellato dalla memoria.
      Però potevi essere così ubriaco da vedermi ancora, a mo’ di allucinazione punitiva, mentre già me ne ero andato da ore?




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        fds 19 aprile 2013 at 12:15

        Ciao Luigi.

        Eppure sarebbe facile per te scrivere un libro ;-), senza impiegare troppo tempo.
        Ti ho già invitato diverse volte a farlo, su IHS: basta fare il Copia & Incolla delle meravigliose annotazioni ironiche e delle freddure che ivi hai prodotto in tanti anni, è il libro è pronto!

        Prenoto già una copia.




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  18. avatar
    Raul 19 aprile 2013 at 09:42

    Ah ah ah, ti assicuro che c’eri! E’ testimone dell’episodio Pierluigi Piatelli, che forse non ricordi, impegnato a giocare appunto nella sala accanto. Lui, per amicizia, rideva alle nostre sortite vocali, e mi raccontò in seguito che il suo avversario sobbalzava a ogni eruzione sonora e finì per capeggiare la posse.
    D’altronde, come disse proprio il saggio Rosolino, quella per noi era ancora “l’età della stupidera”.
    Piuttosto, scusami se ti ho citato come “tale Luigi Caselli”: in realtà, come ho raccontato proprio nel pezzo dedicato a Rosolino, dopo aver messo via scacchiera e libri smisi completamente di interessarmi anche alle cronache del gioco (tranne il campionato mondiale, perché ne parlavano i giornali) e così non ho saputo nulla dei magnifici progressi che avevi fatto, come pure di Fabio Monti e degli altri amici.




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