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Gli scacchi, una brutta bestia

Scritto da:  | 3 aprile 2017 | 26 Commenti | Categoria: C'era una volta, Curiosità, Italiani, Personaggi, Racconti

Ancora su Rosolino, il mitico barista della Società Scacchistica Milanese che ho frequentato dai 14 ai 16 anni.

Io ho molti ricordi di lui, ma due sono speciali, uno direi addirittura specialissimo.

Il primo: avevo la scellerata abitudine di ordinare una birra e uno dei suoi famosi toast farciti ogni volta che perdevo una partita estemporanea (e un pomeriggio ne ordinai tre!). Non pagavo mai al momento, gli chiedevo di segnare. Insomma, nella prima parte del ’74 sapevo di avere accumulato un debito spaventoso con la SSM, e Rosolino stesso me lo ricordava ghignando come era solito fare, con le sue gengive rossissime e i denti irregolari. Quell’estate arrivai al punto di risparmiare sul tennis e su altre spese per mettere via i soldi, dato che mi vergognavo a chiederli ai miei genitori.

A settembre mi presentai da Rosolino con l’animo di chi va al capestro e gli dissi che ero lì per saldare. Fra sghignazzi e dileggi, lui mi piazzò sotto gli occhi un foglietto su cui scritta una cifra ridicola. Ridicola. Penso che fossero duemila lire, duemila e duecento, qualcosa del genere, quando io uscendo di casa me ne ero infilati in tasca il decuplo e non ero nemmeno sicuro che bastassero! Così venne fuori la verità: quell’uomo dolcissimo non mi aveva mai o quasi mai messo in conto i toast (e le birre).

Il secondo ricordo è più drammatico e forse si presta a una discussione.

Una sera mio padre mi aveva accompagnato lì per giocare in un torneo e si era fermato ad aspettarmi su uno dei divani che c’erano nel corridoio. Rosolino si sedette accanto a lui e gli chiese di me, s’informò sui miei studi, su tutto. Mio padre rispondeva, un po’ stupito. Alla fine Rosolino gli disse:

“Le do un consiglio, se permette. Io non so giudicare il gioco di Raul, non ho tempo di seguire bene le partite. Però guardi che gli scacchi sono una brutta bestia. Se suo figlio è destinato a diventare un campioncino, lo si scoprirà presto. Altrimenti è meglio che stacchi un po’, che ridimensioni l’importanza del gioco nella sua vita. Se no diventerà un povero disgraziato come ce n’è tanti qui dentro, persone che non hanno il talento perché gli scacchi possano essere la loro professione o quasi, e che agli scacchi finiscono per sacrificare tutto, la carriera e perfino gli affetti. Io sono uno di quelli.”

Aveva ragione. Infatti, pochissimo tempo dopo, mi resi conto anch’io che gli scacchi mi stavano distruggendo: giocavo o studiavo 4-5 ore al giorno, sulla mia scrivania c’era sempre la scacchiera aperta, e trascuravo il liceo.

Misi via tutto, ricordo che portai addirittura la scacchiera e i libri in cantina, con le lacrime agli occhi, e questa decisione dolorosa ed eccessiva fu una delle cose più logiche che ho fatto in tutta la mia vita. Non sarei diventato il poco che sono oggi, se non avessi seguito il consiglio di Rosolino. Anche grazie a lui e alle sue parole rivolte a un padre, adesso gli scacchi per me sono un divertimento, una cultura e una gioia, nulla di più – e nulla di meno.

avatar Scritto da: Raul Montanari (Qui gli altri suoi articoli)


26 Commenti a Gli scacchi, una brutta bestia

  1. avatar
    Martin Eden 14 aprile 2013 at 00:11

    Affresco del cuore… emozionante e commovente come giusto dal pennello di un grande pittore dell’anima quale Raul ci può esser donato…

    Un altro caro amico di Milano mi ha detto che alla Scacchistica organizzano ogni anno un importante torneo dedicato alla memoria di Rosolino. Quello di quest’anno sarà in calendario tra pochissimi giorni, il 25 aprile, e vedrà la partecipazione del Campione Italiano in carica, Alberto David. Qui tutte le informazioni.




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    Giangiuseppe Pili 14 aprile 2013 at 00:29

    Eh, questo testo sarebbe da far leggere a molti della nostra amata gens!




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    Ramon 14 aprile 2013 at 00:36

    Ahimè quanti ragazzi di talento e d’ingegno ho visto perdersi lungo strada per inseguire le chimere con cui questo nostro adorato e misterioso gioco ci illude e ci lusinga…




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  4. avatar
    Ivano E. Pollini 14 aprile 2013 at 09:07

    Buongiorno Raul Montanari!

    Parole sagge le sue:“gli scacchi per me sono un divertimento, una cultura e una gioia…”

    Qualcosa di simile è capitato a me.

    Gli amici di SoloScacchi (e lei stesso) mi scuseranno per un intermezzo personale.

    Dopo un “furioso” periodo coincidente coi miei studi universitari (uscivo ogni sera alle 9, “vivevo” spensieratamente fino a mezzanotte – l’ora del rientro imposta dalle buone mamme di allora alle loro figlie – e andavo gioiosamente alla Società Scacchistica Milanese per giocare lampo dalle 12 fino alle 4-5 del mattino (!).

    Conoscevo Rosolino e ho anche giocato qualche volta con lui (credo che fosse 1a Nazionale o forse CM).

    Poi ho smesso di giocare….al Club.

    Due volte: la prima volta per 7 anni (quando la carriera era diventata molto assorbente) e la seconda volta per 14 anni (per vicende personali e famigliari).

    Tuttavia anche nei periodo di massimo “distacco” dagli scacchi leggevo, appena potevo, i Classici e giocavo ogni tanto con i vari Fritz : Fritz3; 5.15 & 5.32; 6; 10 e Fritz 13.

    Andando all’estero per lavoro giocavo talvolta nel week-end al “Caissa” di Parigi, ai vari circoli in Bretagna, o all’“Echiquier” di Tolosa, dove ho anche partecipato ad una simultanea e a una gara di soluzione. In England mi limitavo a visitare il noto shop di scacchi in Baker street.

    Ho ripreso da circa 5 anni e gioco principalmente per corrispondenza o all’ASM di Milano.

    Cosa ho imparato in questo tempo?

    A parte un pò di tecnica, strategia e tattica, ho appreso fondamentalmente due-tre cose che non valutavo appieno prima:

    1) che “a scacchi si vince e si perde”, come diceva Bobby Fischer … e se lo diceva lui…

    Perdere (e saper perdere) è anche “importante”

    2) che esiste un’“etica” del gioco che va rispettata (!)

    Soprattutto all’estero questo secondo punto è molto sentito e praticato.

    3) e infine che l’aspetto psicologico del giocatore diventa sempre più importante con l’aumentare della forza di gioco.

    Una parola andrebbe anche detta per il gioco per corrispondenza, dove un uso improprio del computers nei “match” altera il significato sportivo da parte dei possibili “cheaters”.

    Con cordialità

    IEP




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  5. avatar
    alfredo 14 aprile 2013 at 09:36

    Caro Raul
    Un ciao e un grazie per il ricordo di questa bella persona.
    Non muore in fondo chi lascia un così bel ricordo in tante persone.
    Per Rosolino la SSM era la casa (penso che ci dormisse anche) ma al di là dell’aspetto maudit era un uomo di grandissima saggezza e generosità.
    Un saluto anche a Giangiuseppe e a Ivano Pollini.
    Ora in quei locali, mi hanno detto che vive un suo omonimo piuttosto famoso.
    Buona domenica a tutti!




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      Franco Trabattoni 14 aprile 2013 at 12:32

      Grazie mille, Raul, per queste belle righe. Anch’io ho un bel ricordo di Rosolino. Noi ragazzi (se ho ben capito, sono solo poco più vecchio di te) lo prendevamo in giro molto bonariamente anche per quel suo modo buffo di parlare (causato da una emiparesi, credo). Il politicamente corretto era ovviamente ancora di là da venire; e comunque non c’era cattiveria, e tutti gli volevamo bene. E come dimenticare i locali ovattati di Via San Maurilio, con la gigantesca testa di elefante all’ingresso? Io non abitavo a Milano, per cui li frequentavo quando potevo. Per un lungo periodo ci venivo tutte le domeniche pomeriggio: prendevo il treno alle 2 da Seregno, con l’orologio di scacchi in tasca, e alle 3 ero in scacchistica: lampo furiose fino quasi alle 7 (incidentalmente: se avessi preso toast e birra ogni volta che perdevo una partita, il rotondo adipe che ho oggi l’avrei avuto già allora), e poi di corsa a prendere il treno di ritorno. Quanto alla seconda cosa che dici, ho due commenti. In primo luogo, se mi guardo indietro non trovo un’esperienza paragonabile a quella di cui parli tu. Io credo di aver sempre saputo che con gli scacchi mi conveniva non perdere troppo tempo. E qui, devo dire, la mia famiglia è sempre stata inflessibile. Credo che fossi al primo anno di università, quando un scacchista funzionario della fu banca Cariplo, che ambiva a riprodurre a Milano quello che stava facendo Zichichi col Banco di Roma (mi pare che si chiamasse Spoladore), offrì a mio padre per me un posto di lavoro, con piena libertà di giocare a scacchi come e quando volevo. Mio padre rifiutò a nome mio, senza nemmeno consultarmi (l’ho saputo anni dopo). D’altra parte (ed ecco la seconda cosa), non ero né un Fischer né un Caruana (e nemmeno un Godena, un Vocaturo o un Brunello). E lo sapevo. Lo fossi stato, le cose sarebbe state indubbiamente diverse. E’ un po’ quello che dico oggi ai giovani che vorrebbero tentare la carriera accademica. I posti sono pochissimi, per cui se non hai un talento fuori del comune non provarci nemmeno. E se anche hai questo talento non è detto che basti. Ma se ce l’hai, non sarò io a dirti di non provare. Si vive una volta sola, ed è giusto (se non addirittura doveroso sotto il profilo etico) che un talento fuori del comune, se sorretto da una passione corrispondente (ciò che non sempre è), venga messo concretamente alla prova. Nella mia lunga esperienza scacchistica ho visto molti casi, è vero, di accanimento ingiustificato; ma ho visto anche tanti casi di talenti veri, buttati al vento per l’incapacità di coltivarli (il caso che mi fa più dispiacere è quello del mio caro amico Ruggero Ratti, che aveva un talento davvero enorme, e non è stato in grado di ricavarci niente).




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    paolo bagnoli 14 aprile 2013 at 13:07

    Una piccola testimonianza aggiuntiva. “Scoperto” il gioco nel ’67 anch’io mi scaraventai a divorare quanto mi capitava sottomano e posso dire che in un paio d’anni reggevo il confronto con i Maestri bolognesi dell’epoca; poi il lavoro mi costrinse a fare il migrante (cambiamenti di sede, in un caso due volte in un anno) e “rianimai” i circoli agonizzanti di Modena e Piacenza, per poi tornare brevemente a Bologna e di lì a Milano. Giocai quasi svogliatamente per corrispondenza nell’era pre-computer e, ad un certo punto, piantai lì tutto per una ventina d’anni.
    Frequentai la Milanese di Palladino e Rosolino, ed anche il folle Bovisa, con i vari Mascheroni, Bertazzo ecc.
    Oggi il gioco è diventato, per me, piacere estetico, fonte di piccole aggiunte culturali e, perchè no?, passatempo forzato da una situazione difficile. Gli scacchi mi divertono, nel senso più positivo del termine, e la loro storia mi diverte ancora di più.




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    alfredo 14 aprile 2013 at 14:21

    caro Paolo giustamente dici il ” folle ” bovisa
    ma questo aggetivo si giustifica non con i nomi di Mascheroni e Bertazzo ma con altri .
    ad esempio io avrei fatto il nome di un tuo ” collega” , scrittore” per Mursia di libri scacchistici
    hai avuto la fortuna la conoscerlo ?
    avevo altri amici
    uno con l’apertura piu’ coraggiosa della storia che adottava ( altro che le tue irreglari) ho saputo che é diventat di recente CM
    giocava Cf3 e3 Ae2 O-O … ma dopo queste mosse da cuor di leone giocava abbastanza bene
    ciao
    buona domenica
    mi sembra impossibile ma ho scoperto gli scacchi prima di te
    a 4 anni durante un ricovero di un anno a Pietra Lgure per una forma di reumatismo articolare acuto che mi aveva mmobilizzato a letto
    c’era una eciclopedia , trovai la voce scacchi
    Il reumatismo articolare acuto era uno brutta bestia
    kg di penicillina e asiprina fino alla intossicazione
    da questa bestia guarii , dagli scacchi no .
    PS : l’immagine pubblicata ” a tradimento ” dagli amici che mi ritrae in bici con la maglia di campione lombardo è una delle poche foto da me conservate ( storia lunga … grazie Bela per il consiglio) .
    Ricordo che un luminare disse a mia madre che il reumatismo avrebbe devastato il mio cuore e se voleva che vivessi fino a vent’anni dovevevo stare sotto una campana di vetro.
    quando vinsi questa corsa presi la maglia e la sbattei in faccia questo ” luminare” cardiologo dicendogli ” hai visto cretino ? ”
    una delle piu’ belle soddisfazioni della mia vita .
    e quell’esperienza mi ha insegnato molto per fare il medico .




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    alfredo 14 aprile 2013 at 20:21

    un altro dei giocatori che hanno riempito la nostra vita se ne è andato
    ROBERT BYRNE
    http://www.chessgames.com/perl/chessplayer?pid=15496




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  9. avatar
    Agenore 14 aprile 2013 at 21:50

    “Gli scacchi sono uno stupido espediente per dar l’illusione di far qualcosa di molto intelligente a dei fannulloni” questo il presunto aforisma di Bertrand Russell con cui i miei amici normosportivi mi han sempre messo in difficoltà, relativamente al mio hobby, facendo leva sulla facilità con cui gli scacchi distolgono dai doveri cosiddetti tradizionali dei giovani in carriera scolastica.
    Ecco, siccome mi pare che questo emozionante ricordo di Raul dia lo spunto anche per un dibattito in questo senso, vorrei chiedere a tutti quanto gli scacchi, rispetto agli altri sport, siano da considerarsi pedagogicamente utili oppure potenzialmente rischiosi per la formazione dei nostri ragazzi.




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    paolo bagnoli 14 aprile 2013 at 22:37

    Scusa la correzione, ma la frase è di Shaw (e ripresa poi da Wilde). A mio modesto parere, l’utilità dell’insegnamento degli scacchi in età adolescenziale risiede nella grande lezione: nella vita si vince e si perde…..




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      Spirito Libero 15 aprile 2013 at 00:43

      Indipendentemente dall’identità dell’autore dell’aforisma (Russell, Shaw o Wilde) l’interrogativo da esso sotteso (gli scacchisti sono dei fannulloni?!? ovvero utilità pratica degli scacchi) mi pare che prescinda dal concetto di ludus ed in ultima analisi dalla sua utilità pratica nella società.
      Senza il gioco non vi sarebbe soddisfazione dello spirito, che è ciò che innalza l’animo umano: arte, letteratura,
      musica e finanche le scienze come la matematica implicano, adducono e richiedono soddisfazione spirituale. Ed il gioco fin dai primordi dell’umanità è sempre stato una componente essenziale di tutte le forme sociali e perfino animali. Prescinderne sarebbe svilire la natura delle cose. Gli scacchi rappresentano una delle forme più nobili e pure di gioco e inquadrare l’esistenza degli scacchi sotto una mera ottica di utilità pratica sarebbe oltremodo riduttivo e parziale.
      Le problematiche a cui allude l’aforisma, a mio modesto modo di vedere, vanno semmai spostate verso altri aspetti della nostra società, in quegli ambiti laddove le forme di dipendenza dal gioco possono degenerare in patologie croniche.
      Son discorsi complessi e articolati, sicuramente oltre le mie competenze ma, grosso modo, mi sembrano queste le angolazioni da cui inquadrare la discussione…




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    alfredo 14 aprile 2013 at 22:46

    Shaw fu un buon commediografo , oscar wilde fu un grande poeta , sicuramente .
    ma sono molti a pensarla diversamente da loro !
    majorana e heisenberg , durante il soggiorno del genio siciliano a Lipsia , nel 1933 , interompevano le loro discussioni fsico – filosofiche solo per giocare a scacchi ( come risulta da alcune lettere da li’ mandate da majorana alla famiglia)
    e l’importanza di majorana e heisenberg per il pensiero del 900 è enormemente superiore a quello di shaw e wilde .
    l’aforisma è sicuramente ” bello” ma ricordo uno scrittore italiano, grande ma un po’ dimenticato , manlio cancogni , che si reco’ in islanda nel 72 a seguire il match
    a chi gli chiedeva della sua passione per gli scacchi rispondeva ” quando gioco ho l’impressione di non sprecare certo il mio tempo”




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  12. avatar
    alfredo 14 aprile 2013 at 22:53

    Proprio Byrne che oggi ha raggiunto il fratello è un ottimo esempio di cosa siano gli scacchi
    non era un fannullone, anzi.
    era professore universitario mi sembra.
    ma un giorno a 40 anni prese sigarette e libri di scacchi e iniziò a giocare “seriamente”
    3 anni dopo divenne Candidato,
    disse che quella decisione fu la più felice della sua vita
    gli permise di vivere una vita libera e felice.




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    Raul 15 aprile 2013 at 00:13

    Sono molto contento di leggere questi commenti, tutti interessantissimi. Grazie davvero! E’ commovente pensare che una persona morta ci abbia tirato fuori tante riflessioni su nostre esperienze di vita. Fra parentesi: mi pare che Rosolino fosse seconda nazionale.
    Sul rapporto fra scacchi e perdite di tempo, forse l’aforisma più divertente è quello che ho trovato tantissimo tempo fa nel libro di un grande pubblicitario, David Ogilvy: “Insieme ai club di scacchi, le agenzie pubblicitarie sono i posti in cui si fa il più incredibile spreco di intelligenza”.
    Ora, in cosa consiste questo spreco? Cosa stiamo al mondo a fare, noialtri? Per me non c’è dubbio che esercitare alcune caratteristiche tipicamente umane, come il desiderio di conoscenza, quello di superare se stessi e gli altri, il gusto della bellezza, dell’armonia, della sorpresa siano giustificazioni sufficienti per amare questo gioco, e se ne potrebbero aggiungere altre. I famosi programmi scacchistici-scolastici dell’URSS nascevano da una concezione pedagogica molto solida e sono stati forse l’esempio più parlante dell’idea che gli scacchi siano anche un’attività formativa – e aggiungerei che sono per certo uno stimolo ineguagliabile anche nella cosiddetta terza età. Se poi mettiamo in campo l’aspetto della socializzazione, che naturalmente ha senso soprattutto giocando faccia a faccia con altri, è difficile dire cosa manca al quadro.
    E’ chiaro che non sto criticando la decisione presa in quei giorni. Avevo questo straccio di talento narrativo, sicuramente superiore a quello scacchistico, ed è stato giusto perseguirlo; fra parentesi la decisione un po’ melodrammatica di mettere via libri e scacchiera non è stata certo la più sconvolgente che ho preso nella mia vita per favorire la carriera letteraria, ma non est hic locus.
    Sapete, io ho un’altra passione ed è la pesca sportiva, soprattutto con la tecnica della mosca artificiale. Cosa c’entra con gli scacchi? In realtà molto, perché le qualità messe in gioco sono in buona misura coincidenti, soprattutto quelle etiche. Ricordo che il mio primo editore, nel lontanissimo 1988, quando gli confidai questa cosa commentò con un sorriso che erano tutte e due “passioni inattuali”. La sua era una critica, anche se gentile; ma se ci pensate può suonare anche come un complimento.
    In ogni caso è proprio nelle pagine di uno straordinario scrittore-pescatore morto pochi anni fa, Mario Albertarelli, che ho trovato questo adagio: “Le ore che passiamo a pescare, Dio non ce le mette in conto”. Non vi sembra che si confaccia anche agli scacchi? Basta non esagerare, magari…




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      Nino Grasso 24 maggio 2013 at 01:25

      L’aforisma sullo spreco d’intelligenza, gli scacchi e le agenzie pubblicitarie è di Raymond Chandler, dal “Lungo addio” !

      Salve Montanari, è un piacere ritrovarla su questo sito… dopo che, anni fa, mi ha reso colpevole di omicidio con il suo “Sei tu l’assassino” !




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    Fabio Lotti 15 aprile 2013 at 09:04

    Caro Raul
    quando ho scritto “Amarcord” di me stesso ho inserito proprio uno spazio riferito a questa passione. “E la pesca. Già la pesca. Quella coi bachini bianchi che si contorcevano di brutto quando li infilavi nell’amo e un po’ di impressione me la facevano. O la pesca con il granturco e l’uva. Prima andavo ad “impastare” i pesci al torrente con il motorino “Beta” nei posti più nascosti per qualche giorno e poi ci ritornavo con la mia bella canna. Tiravo fuori certi pesci che allora mi sembravano enormi. E poi c’era la pesca a galla con le mosche o i grilli che venivano fatti strisciare lungo il pelo dell’acqua e i pesci vi saltavano sopra che era una goduria tirarli fuori tutti scodinzolanti. Mi piaceva quel contatto solitario, a tu per tu con la natura, e ritornavo a casa felice anche se tutto impantanato e con le gambe ferite dai pruni e dai rovi. A volte aspettavo addirittura la fine del tramonto, quando il sole rosseggiava dietro le colline e calavano le prime ombre. Allora, camminando lungo i viottoli della campagna, mi prendeva una specie di voluttuosa inquietudine e aumentavo i passi fino a correre a gambe levate”.




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    paolo bagnoli 15 aprile 2013 at 15:21

    Il commento di Raul (con quel nome e quel cognome non è, per caso, che hai radici ravennati?) è splendido. Caro Raul, anche se hai mandato, in tempi lontani, gli scacchi in soffitta, imitato da tanti tra i quali il sottoscritto, hai conservato nel tuo intimo quanto di bello, di estetizzante e di “inutile” possiede il nostro gioco. Anche la Pietà di Michelangelo era, a suo modo, “inutile”, così come la cupola di San Pietro o le illusioni ottiche di San Satiro, ma di tali “inutilità” ancora ci cibiamo spiritualmente. E te lo dice uno che, da bravo romagnolo, è tutt’altro che affettuoso verso le verità rivelate…..




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    Raul 16 aprile 2013 at 00:34

    Paolo, carissimo, devo darti una brutta notizia: mio padre è di Forlì! Conoscendo l’inimicizia fra le due capitali della Romagna…
    Ho frequentato molto poco il ramo paterno della mia famiglia, tanto che mi considero a tutti gli effetti un bergamasco-milanese; ma non dimenticherò mai certi giri in auto con gli zii, che appena si trovavano davanti qualcuno che faceva manovre poco ortodosse commentavano in tono acre: “Quello lì sarà di Ravenna!”. E’ quello che Freud chiamava narcisismo delle piccole differenze: non odiamo mai nessuno quanto il nostro vicino di pianerottolo.
    E comunque, dei miei due zii forlivesi, uno mi ha insegnato a giocare a scacchi e l’altro a pescare. Più di così!




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    Digit4 19 aprile 2013 at 20:55

    Gli scacchi, una brutta bestia?!? …io non riesco più a staccarmene. Sto perfino pensando di entrare in politica per andare in pensione dopo due anni e mezzo di legislatura e potermi dedicare a tempo pieno al loro studio per la parte di vita che mi resta!!!

    Il loro effetto sulla mia mente è tonificante: un tranquillizzante bagno di pura logica per compensare i fideismi, i preconcetti, le manie, le ottusità, le pretestuosità, le imbecillità che sento in migliaia di discorsi, sempre uguali, sempre stereotipati, giorno dopo giorno, anno dopo anno…

    In questo caso gli scacchi sarebbero davvero una brutta bestia, non credi?
    Ma per chi? 😉

    Cordiali saluti,
    D4




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  18. avatar
    Giancarlo Castiglioni 3 aprile 2017 at 12:58

    Ho scoperto adesso per caso questo articolo, ma c’è una cosa che non mi torna.
    Il barista della Milanese era Locati, Rosolino Feraboli era un giocatore frequentatore assiduo.
    Li incontrai tutti e due nei tornei sociali nella vecchia sede di via Tadino.
    Allora Locati era prima sociale e Rosolino seconda sociale, non credo siano mai avanzati da quella categoria.
    Possibile che in tanti abbiano fatto confusione tra i due?




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  19. avatar
    Raul Montanari 3 aprile 2017 at 14:48

    Caro Giancarlo, Locati era un uomo di buona stazza, con i capelli brizzolati, e appariva effettivamente il titolare del bar, chiamiamolo così, nella sede di via San Maurilio che io ho frequentato dal ’73 al ’75. Ti confermo però che Rosolino lavorava anche lui al bar, probabilmente in posizione subalterna, come tutti qui ricordiamo. Oltre al resto, lo testimonia l’episodio del conto… troppo magro che mi aveva presentato.
    Non so se la sede di via Tadino sia arrivata prima o dopo quella di via San Maurilio – credo dopo, quando io non frequentavo già più. Può darsi che in quella sede Rosolino non lavorasse (più) al bar.
    Sull’identificazione fisica dei due non ci sono dubbi, in ogni caso.




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  20. avatar
    Giancarlo Castiglioni 3 aprile 2017 at 15:39

    Via Tadino era la prima sede in cui ho iniziato a frequentare la Scacchistica.
    Nel 1969 la sede fu spostata in via Pantano vicino all’Università Cattolica dove rimase fino al 1973, quando partii per il militare e nel 1975 era in Via San Maurilio, la sede dell’Elefante.
    In via Tadino era sopra un bar, ovviamente non c’era un barista scacchista.
    In via Pantano Locati era l’unico gestore del bar.
    Adesso mi hai fatto venire in mente che anche Rosolino lavorava nel bar in via San Maurilio.
    Forse il pomeriggio c’era solo lui, io non consumavo mai al bar e frequentavo il circolo solo la sera.
    Quindi chiarito il mistero.
    Mi aveva un po’ stupito un consiglio così “filosofico” da parte di Rosolino, ma ripensandoci sicuramente rifletteva la sua esperienza personale.
    Anche lui deve aver dedicato molto agli scacchi con poco costrutto.
    Voglio aggiungere che il Rosolino che ho conosciuto nel 1965, aveva già chiaramente dei problemi, ma era molto meglio di quello che hai conosciuto tu dieci anni dopo.
    Assistere al peggioramento è stato sconfortante.




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    Martin 3 aprile 2017 at 19:11

    In memoria di Rosolino Feraboli e in omaggio alla prestigiosa Milanese riproponiamo l’appassionato
    ricordo di Raul Montanari e il prezioso lavoro di Luca Monti.




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    Marco 5 aprile 2017 at 21:56

    Personaggi come Rosolino fanno parte della storia dei nostri Circoli. Al Centurini di Genova ricordo Vincenzo Liberti, che “ereditò” il bar (anche se chiamarlo così è un eufemismo) che un altro vulcanico giocatore di grande umanità, Luca Arkel, aveva in qualche modo avviato. Vincenzo ha vissuto per anni nella sede di piazza Giustiniani, nel centro storico. Vi trovò quella solidarietà e quelle amicizie vere che una vita difficile gli aveva forse impedito di avere.




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