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Noblesse oblige

Scritto da:  | 4 febbraio 2014 | 23 Commenti | Categoria: C'era una volta, Italiani, Personaggi

Belle EpoqueRogaška Slatina è una località termale dal passato glorioso, che al tempo della cosidetta Belle Époque (quando faceva parte dell’impero asburgico) contendeva a cittadine più rinomate come Baden Baden o Carstadt le lucrose presenze dei patrizi ricchi e sfaccendati di mezza Europa. Perciò il conte dal Verme era lì una figura assolutamente adeguata, più o meno come la piuma sul cappello di un alpino. Anche perché il conte conversava senza problemi in inglese, francese e tedesco. E fu proprio parlando in quest’ultima lingua che a colazione rimandò indietro il cameriere con l’uovo che aveva ordinato; con tono svelto, che non ammette repliche, il conte sentenziò infatti che la cottura non era quella richiesta espressamente da lui, ossia “drei minuten”. Aveva parlato, beninteso, senza arroganza, ma anche senza familiarità, come chi è abituato da secoli ad avere a che fare con la “servitù”: si deve essere gentili, ma formali; pretendere che il lavoro sia eseguito esattamente come richiesto, senza avvilire la controparte, ma anche senza far nulla per attenuare le distanze. Insomma, ci vuole classe. Chi non ce l’ha, per favore, si astenga: si mangi l’uovo così come gliel’hanno portato, e stia zitto. Tempo dopo, una volta ho provato anch’io in un ristorante a ordinare un uovo “drei minuten”; mi è arrivato praticamente crudo, con il tuorlo e l’albume ancora liquidi. Che fare? Che dire? L’avevano poi cotto drei minuten? O il conte se li mangiava proprio semicrudi? Chi può dirlo? Dunque, muto (se non siete Gianni Agnelli, non è proprio il caso che vi allacciate l’orologio sopra il polsino della camicia).

Rogaska Slatina

Detto questo, solo chi ha classe – capita nella vita esattamente come negli scacchi – può permettersi, se gli va, di sovvertire le regole. E il conte dal Verme talvolta lo faceva, anche perché c’era nel suo carattere un pizzico (o anche più di un pizzico) di spirito sardonico e irriverente, che ogni tanto doveva pur venir fuori. Ecco un esempio. Frequentatore abituale degli aerei di linea già negli anni ’30, una volta mi ha raccontato che in quel periodo si divertiva a spaventare a morte coi gesti (come farsi il segno della croce e volgere disperatamete gli occhi al cielo durante una innocua turbolenza) i numerosi viaggiatori inesperti che salivano su quel mezzo per la prima volta. Ecco invece una scenetta che ho potuto vedere con i miei occhi. Nel marzo o nell’aprile del 1975 il conte organizza, d’accordo con il Circolo di scacchi di Palermo, un incontro amichevole tra questo sodalizio e la Società Scacchistica Milanese (di cui era presidente onorario). Messi insieme quattro ragazzi (mi ricordo solo che c’era Fabrizio Natalucci), il conte paga i biglietti di aereo per tutti, e così salpiamo da Linate verso la Sicilia. Ma ovviamente la munificenza dei palermitani non fu da meno: camera al Grand Hotel et de Palmes (e quanno me ricapita?); pranzi e cene, soprattutto a base di pesce, con l’unico rammarico di non riuscire fisiologicamente a mangiare tutto quello che arrivava sul tavolo. Ebbene, che cosa ordina a pranzo il conte dal Verme, davanti allo sguardo esterrefatto del cameriere e degli scacchisti palermitani? “No, oggi il pesce proprio non mi va. Non ci sarebbe polenta e latte?”.

Come giustamente ha ricordato Alfredo, il conte era omeopata. Ma soprattutto era agopunturista, e fu anzi uno dei primi ad introdurre in Italia questa pratica. Sulla quale, prudentemente, sospendo il giudizio (tempo fa ho avuto occasione di saperne di più, perché un mio suocero mancato, che per altro era medico di base di stretta osservanza occidentale – ossia, firmava ricette – aveva la stessa inclinazione per l’agopuntura; dunque quando capitava che io avessi anche solo un raffreddore mi proponeva immancabilmente di infilarmi degli aghi da qualche parte; ma poiché non è mai riuscito a vincere la mia resistenza, la mia ignoranza in materia è rimasta totale). Il conte ovviamente non lavorava. La sua principale attività consisteva nel girare il mondo, sia per espletare compiti di rappresentanza per conto della Fide, sia per puro piacere. Fra l’altro (questa me l’ha detta Riccardo Magrini) pare che fosse il presidente di una fantomatica “Società dei doppiatori di capo Horn”; ossia di coloro, più unici che rari, che hanno circumnavigato le Americhe passando da sud.

Il conte si muoveva sempre con una valigia minuscola (“tanto – mi disse una volta – negli alberghi che frequento io ti lavano e stirano tutto in poche ore”;), così da sembrare sempre vestito allo stesso modo: completo sartoriale, ma un po’ démodé; camicia bianca con le iniziali G. C. d. V., buffissime scarpe nere fatte su misura, con un enorme rigonfiamento in punta per fare spazio ai calli. Una sera a Rogaška il simpaticissimo Roberto Olivotto, parlando appunto del conte, mi disse. “Noi che cosa faremmo se improvvisamente diventassimo ricchi? Correremmo subito a comprarci una barcata di vestiti eleganti. Ecco perché resteremo sempre dei morti di fame”. E a proposito di Olivotto (tanto lo sapete che questi pezzi funzionano così). Come mi pare di aver già scritto una volta, la finale di campionato del 1979 fu ospitata dal sontuoso Grand Hotel des Bains di Venezia Lido.

Grand Hotel des Bains Venezia Lido

Mangiavamo (mi rendo conto che parlo spesso di cibo; ma per me è una delle meraviglie della vita) in una sala tutta specchi, ori e cristalli, sempre alla carta, con in più la possibilità di strafogarci di antipasti al ricco buffet, sia di mare che di terra. Bene, verso la fine del torneo si avvicina ai nostri tavoli il capocameriere e con fare ammiccante ci dice: “Spero che prima di partire vi ricorderete dei ragazzi” (si riferiva, ovviamente, alle mance). Io credo di avergli riso spudoratamente in faccia, e così altri di noi. Olivotto, invece, divenne molto serio, lo chiamò in disparte e gli disse: “Ma lei lo sa perché io sono qui?” “Certo, disse il maitre, per il torneo”, “Nossignore, rispose Olivotto; sono qui perché altrimenti in queste due settimane non avrei saputo dove andare a mangiare”. Udito questo, il capocameriere si ritirò compitamente in cucina e non tornò più su quell’argomento.

Lancia Fulvia

A Milano il conte circolava con una Lancia Fulvia d’annata, ma pare che la sua guida non fosse affatto rassicurante. La sua casa era un palazzo di via Puccini proprio dietro il celebre teatro Milanese che porta il nome della sua famiglia (nobili, lo erano da sempre, visto che il loro nome – anche questo lo so da lui – sta nella lista delle casate illustri fin dall’imperatore Ottone I, X secolo d. C.). “Una notte verso le 3 – mi raccontò una volta – sento suonare al portone di sotto. Poiché era domenica e non avevo nessuno in casa (un arricchito avrebbe detto che “la servitù aveva il suo giorno di riposo”;) sono sceso di persona, e chi ti vedo? Milorad Vujovic, che non sapendo dove andare a dormire aveva pensato bene di venire da me”. Chi ha conosciuto il grande Mičko può immaginare che fantastico scontro di personalità sia andato in scena quella notte. Il conte dal Verme, in effetti, amava raccontare. Taccio le freddissime barzellette inglesi, a cui tutti ridevamo per pura cortesia. Ricordo solo che ce n’era una in cui il copione prevedeva che il narratore, a un certo punto, pronunciasse la parola “merda”. Il conte se la cavava più o meno così: “insomma…quella roba là…le mot de Cambronne“. Ben più interessanti erano i suoi racconti di vita vissuta, spesso di ambientazione esotica. Ecco l’unico che ricordo. In un periodo imprecisato della sua vita il conte si trovava in Africa (chissà poi dove), invitato come ospite d’onore a una festa tradizionale. Questo suo ruolo prestigioso prevedeva che toccasse a lui il cibo più prelibato di tutto il banchetto, ossia un occhio di bue crudo appena staccato dall’animale ucciso pochi istanti prima. Ora, proprio mentre il conte si stava disponendo a deglutire in qualche modo il disgustoso boccone, arrivò inaspettatamente al villaggio un ufficiale francese con le sue truppe. Per cui, secondo le gerarchie locali, costui diventava automaticamente l’ospite più di riguardo, scalzando il conte dal suo gravoso privilegio. Anche l’occhio di bue, di conseguenza, sarebbe toccato al francese. Raccontava il conte che mentre l’ufficiale si apprestava a inghiottire lo schifoso alimento, sfoggiando un ampio sorriso, e parlando con le labbra praticamente chiuse come un vetriloquo, gli sibilò sottovoce “Vous avez eu de la chance” (“lei è stato fortunato”;). Dopodiché, senza fare una piega e senza smettere di sorridere, divorò la pietanza tutto d’un fiato.

Teatro Dal Verme

La gestione della federazione da parte del conte era smaccatamente paternalistica, e anche la democrazia interna lasciava molto a desiderare. Ammessi alle assemblee elettive erano i delegati dei circoli, ma il numero dei voti a disposizione dipendeva al numero di iscritti alle rispettive società. Poiché votavano sistematicamente per il conte i circoli più numerosi (tra cui la Scacchistica Milanese; e infatti le cose cambiarono quando Nicola Palladino, presidente di questo circolo, iniziò a fare opposizione), il conte disponeva a priori di un importante pacchetto di voti. Ma oltre a questi aveva anche i voti di tutti i cosiddetti “soci isolati”, che prima dell’assemblea erano caldamente invitati per lettera, non avendo un circolo che li rappresentasse, a fare pervenire le loro deleghe in federazione (ossia, al conte medesimo). Nonostante questo, c’era sempre qualcuno che faceva degli interventi polemici contro la presidenza, auspicando un cambiamento di rotta. Dal Verme udiva questi interventi con il più indifferente sorriso sulle labbra, più meno come chi attende che la mosca ronzante entrata dalla finestra se ne torni dopo poco tempo da dove è venuta. Si aggiunga poi la scena madre di ogni assemblea, che veniva replicata identica, anno dopo anno, al momento di leggere il bilancio. L’ultima voce della colonna delle entrate (qualche milione di lire di allora) infallibilmente diceva “contributo a pareggio”; infallibilmente qualcuno chiedeva la parola per domandare lumi; e altrettanto infallibilmente qualcuno urlava qualcosa del genere: “Ma sono i soldi che generosamente il conte dal Verme mette di tasca sua per tenere in piedi questa miserabile baracca!” Non ho mai capito se questa sequenza si sviluppasse ogni volta in modo spontaneo o se fosse una ben ponderata messinscena. Fatto sta che dopo questa “rivelazione” scrosciava “spontaneo” l’applauso e improvvisamente l’assemblea precipitava a velocità supersonica verso la conclusione. I pochi oppositori, temendo che nel caso fossero stati eletti al posto del conte e dei suoi amici sarebbero stati costretti a rimetterci del proprio, facevano rapidamente marcia indietro. Tutti quanti, invece, si accorgevano che era già quasi l’una, e volgevano decisamente il pensiero ai tavoli apparecchiati del Boeucc. Dunque si votava rapidamente, il conte veniva trionfalmente rieletto, insieme a un consiglio di suo pieno gradimento, e si andava tutti allegramente a mangiare. Aggiungo solo che il contributo a pareggio – ma questo ovviamente nessuno lo diceva – funzionava in questo modo. Il conte spendeva effettivamente molti soldi suoi per promuovere gli scacchi nei modi che preferiva (un anno, ad esempio, pagò a dei giocatori africani un tour nei festival estivi italiani). Sennonché anche queste cifre finivano per figurare ufficialmente tra le uscite della federazione; poi ovviamente ripianate con il famoso “contributo a pareggio” (magari – chissà? – finiva lì dentro anche il conto del Boeucc).

Finisco la parte sul conte con un ricordo. Sull’aereo che ci riportava a Milano da Palermo ci siamo ritrovati seduti vicino. Non sapendo che tipo di conversazione impostare, gli ho chiesto di farmi vedere il prezioso libro d’arte (su Palermo e Monreale) che gli amici siciliani gli avevano regalato. Dopo un po’ che lo sfogliavo il conte mi disse “Vuole che gliene faccia omaggio?” “Ma no, dissi io, lo tenga, è un regalo per lei”. Visto che però lui insisteva, capii che in realtà non vedeva l’ora di liberarsi dell’ingombrante fardello (anzi, credo proprio che me lo disse chiaro e tondo). Così lo presi. E ce l’ho ancora adesso.

Teatro Dal Verme 1

(2. continua)

avatar Scritto da: FM Franco Trabattoni (Qui gli altri suoi articoli)


23 Commenti a Noblesse oblige

  1. avatar
    alfredo 4 febbraio 2014 at 08:35

    Godibilissimo !!!
    Franco ha veramente la vena del memorialista che si fa trasportare dallo stream of consciusness.
    Certo immaginare il conte e Mitko assieme ….
    io mi ricordo anche un altro personaggio appassionato di scacchi che girava per la penisola a fare il kibitzer . L’ingegner Merlin . Anche lui con una splendida lancia Fulvia .
    Non penso fosse nobile ma la sua famiglia e la sua ricchezza erano solidissime .
    penso fosse se non fratello almeno stretto parente della senatriceMerlin , quella della legge che aboli’ le ” case chiuse”
    Dulcis in fundo : bene ieri Fabiano contro Aronian .

  2. avatar
    Enrico Cecchelli 4 febbraio 2014 at 09:47

    Bellissimo ricordo/affresco di un personaggio straordinario che costituisce un pezzo della storia scacchistica italiana. Un calorosissimo “Grazie!” a Franco Trabattoni

  3. avatar
    nikola 4 febbraio 2014 at 10:50

    non posso far altro che unirmi ai complimenti e ai ringraziamenti.
    se posso avanzare una richiesta mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che ci parlasse di Milorad Vujovic. la mia ancor relativamente giovane età e la mia poca esperienza torneistica non mi hanno dato l’opportunità di incontrarlo e di vederne le gesta ma ricordo che tempo fa un amico me ne parlò come di un personaggio picaresco ed affascinante (come fa intravedere lo scritto di Trabattoni).
    ecco perchè mi piacciono questo tipo di contributi, perchè aprono porte a nuove strade da scoprire.

    • avatar
      Roberto Messa 4 febbraio 2014 at 18:55

      Su Milorad Vujovic probabilmente hai già letto, in questo stesso blog, l’articolo:
      http://soloscacchi.altervista.org/?p=6760

      Nel 2010 mi era stato segnalato un bel video dedicato a lui, con un bel accompagnamento musicale, fotografie e altro. Se non ricordo male il tutto era intercalato da rotaie che scorrevano velocemente, una chiara allusione al suo vivere sui treni e dormire ogni tanto nelle stazioni. Ho ritrovato il link, ma mi dice che non è più disponibile:

      http://www.youtube.com/watch?v=1UqB2LZp-44&feature=player_embedded

      Forse qualche smanettone qui dentro riesce a restituircelo?

      P.S. per Franco: Capo Horn è in SudAmerica e doppiarlo con le imbarcazioni dei secoli andati era molto rischioso – mi pare di aver letto o visto in qualche film – causa le frequenti e improvvise procelle in tutte le stagioni.

      • avatar
        Franco Trabattoni 4 febbraio 2014 at 19:33

        Caspita, Roberto, che svista! Ma adesso non ricordo se ho sbagliato solo il nome oppure proprio il luogo. In realtà la ostia sarebbe più appropriata al sud America…

        • avatar
          Franco Trabattoni 4 febbraio 2014 at 19:34

          Volevo scrivere la “storia”

      • avatar
        Guy 4 febbraio 2014 at 21:14

        Il video indicato dal Direttore, video che ricordo anch’io molto bene, sembrerebbe esser stato rimosso da YouTube, peccato…

  4. avatar
    Fabio Lotti 4 febbraio 2014 at 11:24

    Letto con molto piacere. Sono stringato perché tirato per un braccio dal nipotino.

  5. avatar
    radics 4 febbraio 2014 at 11:54

    Bravo Franco, è sempre un piacere leggere i tuoi pezzi e respirarne le atmosfere.
    Luca Radice

  6. avatar
    Mongo 4 febbraio 2014 at 12:40

    Sembra proprio di essere tra i protagonisti si questa ‘storia’ meravigliosamente raccontata, di ‘palo in frasca’, dal nostro Franco.
    (Per evitare fraintendimenti preciso che i termini da me usati tra apici non stanno a significare cose inventante, ma realmente accadute; sto a rimarcare il fatto che come scrive il ‘Trab’, non sarà da enciclopedia della lingua italiana, ma a me piace un sacco, perché spontaneo e sincero!). 😎

  7. avatar
    Lorenzo Sanna 4 febbraio 2014 at 12:50

    Una grande penna per un grande sito: complimenti, siete semplicemente i migliori!

  8. avatar
    Luca Monti 4 febbraio 2014 at 13:39

    Non immaginavo che la dinastia Dal Verme risalisse addirittura ad Ottone I°.Più di mille anni di storia posano sulle spalle del casato;diamine.
    Mi piacerebbe sapere se l’interesse per gli scacchi,rappresentò in Giancarlo Dal Verme un unicum per la sua famiglia o che altro. A leggere l’aneddotica di Franco Trabattoni,
    parrebbe essere stato un tipo ben originale il Conte e Presidente FSI di lungo corso.
    Belle queste memorie.

  9. avatar
    Zenone 4 febbraio 2014 at 15:58

    Ricordi di vita,non solo scacchistica, raccontati con stile fresco e divertente che permette a chi non li ha vissuti di sentire il profumo delle cose a distanza di tempo.
    Grazie

  10. avatar
    alfredo 4 febbraio 2014 at 17:01

    mi sembra che il conte fosse laureato in medicina e in legge .
    non fu strettamente un “omeopata” nel senso che non praticò mai la medicina ma sicuramente ebbe il per me molto dubbio ” merito” di far introdure la medicina omeopatica in Italia , sovvenzionando medici che volevano ” impararla”.
    sarebbe un bel personaggio da film
    l’interprete ideale sarebbe stato Ugo Tognazzi credo

  11. avatar
    Giancarlo Castiglioni 4 febbraio 2014 at 17:37

    Se si intende il Tognazzi del Conte Mascetti assolutamente no!
    Il conte dal Verme era distaccato dalla plebe, superiore anche se gentilissimo e accondiscendente.
    Tognazzi era un grande attore e avrebbe sicuramente potuto interpretarlo, ma su un altro registro.
    Nella parte vedrei più Gasmann, anche se fisicamente troppo imponente.
    Giancarlo Castiglioni

  12. avatar
    alfredo 4 febbraio 2014 at 17:46

    infatti volevo aggiungere una postilla
    non il tognazzi di “amici miei ” che interpreta il conte Mascetti ( conte si ma squattrinato) ma il Tognazzi grandissimo attore che sarebbe stato capace di dar vita a qualunque personaggio
    figurati che in alternativa mi era venuto in mente un altro grandissimo , Marcello Mastroianni.
    Non lo ho conosciuto molto ma sicuramente era un personaggio di notevole livello .
    Il suo nome è inciso anche sulla tomba di Alekhine a Parigi !

    • avatar
      Renato Andreoli 5 febbraio 2014 at 20:39

      E’ vero. In fondo a questo articolo c’è una foto della tomba di Alekhin dove si può leggere il nome del conte fra coloro che hanno contribuito ad erigere il monumento.
      Come fa notare la didascalia, la scacchiera presenta la solita, ma qui imperdonabile, rotazione di 90°
      http://en.chessbase.com/post/alekhine-s-death-an-unresolved-mystery-
      Uno dei contributori risulta essere quel Marcel Berman che ha scritto il testo dell’inno della Fide musicato dal Nostro; inno che, come ho già scritto in un altro commento, mi pare un collage di frammenti di vari inni nazionali, cominciando da quello sovietico.
      Mentre la musica di Dal Verme (Fide Anthem) si può ascoltare anche sul sito della Fide,
      http://events.fide.com/downloads.html
      le parole non sono riuscito a trovarle.

  13. avatar
    Giancarlo Castiglioni 4 febbraio 2014 at 20:49

    Vorrei chiedere a Franco, che ha avuto la fortuna di conoscerlo meglio di me, se può dire qualcosa sulla forza scacchistica del conte dal Verme. Io non lo ho mai visto giocare o partecipare ad una analisi. Correva voce che valesse un seconda nazionale, ma non so se fosse vero. Certo non era nella sua filosofia di vita di impegnarsi troppo in qualche hobby, anche se lo interessava molto.
    Riguardo a Capo Horn da quando è stato aperto il canale di Panama non ci sono più state linee passeggeri su quel percorso e non sono sicuro che ce ne fossero prima.
    Quindi per un privato transitare dal Capo Horn non era affatto semplice; potrebbe aver organizzato un passaggio su una nave mercantile, che a volte hanno qualche cabina per passeggeri paganti.

  14. avatar
    Franco Trabattoni 4 febbraio 2014 at 22:10

    Credo che si trattasse proprio di Capo Horn (la certezza ce la potrebbe dare Magrini: “Riccardo, se ci sei…”;). Per cui chiedo alla redazione di Soloscacchi di cancellare le fesserie che ho scritto a commento: gli interventi di Roberto e Giancarlo sono più che sufficienti a colorire questa ennesima singolarità del conte dal Verme. Quanto alla sua forza di gioco, Giancarlo ha ragione: non era nella filosofia del conte impegnarsi più di troppo in qualcosa. Inoltre tutta la tradizione sostiene che i “nobili”, per quanto debbano saper fare un po’ di tutto (in particolare di quanto fa figura in società, e una certa comprensione degli scacchi non è da disprezzare), non è bene che eccellano in attività futili. Ecco quello che scrive Baldassar Castiglione nel Cortegiano: “Rispose il signor Gasparo: – E che dite del gioco de’ scacchi? – Quello è gentile intertenimento e ingenioso, – disse messer Federico, – ma parmi che un sol diffetto vi si trovi; e questo è che se po saperne troppo, di modo che a cui vol esser eccellente nel gioco de’ scacchi credo bisogni consumarvi molto tempo e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar qualche nobil scienzia, o far qualsivoglia altra cosa ben d’importanza; e pur in ultimo con tanta fatica non sa altro che un gioco (n.d.r.: questa oservazione ricorda da vicino certe amare confessioni che un Alechin ormai stanco e vecchio faceva ai suoi amici nella Spagna degli anni ’40); però in questo penso che intervenga una cosa rarissima, cioè che la mediocrità sia più laudevole che la eccellenzia”. Il signor Gasparo risponde di aver visto degli spagnoli ch sono eccellenti negli scacchi, pur senza perdervi molto tempo e senza trascurare le attività più importanti. Ma messer Federico replica (molto realisticamente, direi) in questo modo: “Credete che gran studio vi mettano, benché dissimulato…” (libro II, cap. XXXI) Questo per altro non va molto d’accordo con quanto Castiglione (che non doveva amare molto il nostro gioco, in realtà) mette in bocca a messer Bernardo più avanti nello stesso libro (cap. LVI): ossia che costui avrebbe visto in Portogallo una scimmia giocare a scacchi “eccellentissimamente”.
    Quanto alla forza di gioco del conte dal Verme, a me risulta che fosse prima nazionale. Mi raccontò che una volta invitato a una premiazione trovò i tavoli apparecchiati per una simultanea. Alla sua domanda, “Chi è il maestro che avete invitato?”, gli organizatori risposero un po’ interdetti che il maestro era…lui. Non volendo deluderli, il conte si mise al lavoro, cavandosela in modo più che dignitoso (almeno così mi disse).

  15. avatar
    Jas Fasola 4 febbraio 2014 at 22:35

    Complimenti a Franco.

    Una foto del Conte http://www.chessnc.com/biography/person-1534.html

  16. avatar
    Aljosa 7 febbraio 2014 at 20:58

    Un altro delicato capolavoro scaturito dalla magica stilografica del Trab!

  17. avatar
    Ramon 8 febbraio 2014 at 10:08

    L’amico Jas è riuscito a recuperare dal fondo dei suoi barilotti il libro in formato pdf su Milorad Vujovic, eccolo qui per la gioia dei nostri lettori! 😎

  18. avatar
    Francesco Comune 20 ottobre 2014 at 17:50

    Peccato che ho scoperto questo sito troppo tardi
    Voi, però, carissimi amici scacchisti continuate a scrivere, è bellissimo.

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