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Gli scacchi al tempo del Boccaccio

Scritto da:  | 11 settembre 2014 | 8 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Luoghi degli Scacchi, Scacchi e letteratura

La posa della prima pietra avvenne ufficialmente il 18 ottobre 1279. Santa Maria Novella divenne il punto di riferimento per l’importante ordine mendicante dei domenicani che più di mezzo secolo prima erano arrivati in città da Bologna; oggi la basilica è una delle più importanti chiese di Firenze e per via della sua facciata marmorea(1) è considerata fra le opere più importanti del Rinascimento fiorentino.

FIG 1_Santa_Maria_Novella_facciata restaurata nel marzo 2008

Il primo intervento significativo intorno al 1350 quando la parte inferiore della facciata fu ricoperta di marmi bianchi e verdi grazie ai fondi lasciati da Turino del Valdese del popolo San Pancrazio (testamento 22.VII.1348, † 1349); è in questa circostanza che oltre ai due portali laterali vennero realizzati,all’interno degli archi gotici, anche le sei arche tombali (2), tre alla sinistra e tre alla destra del portone centrale. Queste tombe (sepolcri), qui denominate avelli, oltre a quelli della fascia inferiore della facciata di Santa Maria Novella, si trovano numerosi nel proseguimento a destra lungo la via esterna che da essi prende il nome (via degli Avelli, strada che venne allargata con le opere di Risanamento nel 1867 assumendo il tracciato odierno, lastronato e pedonalizzato poi negli anni novanta del XX secolo) e nel piccolo cimitero interno, con i cipressi piantati solo nell’Ottocento, situato in un terreno usato come luogo di sepoltura fino alla fine del XIX secolo. Anche se qui le lastre utilizzate sono in pietraforte ed in condizioni molto meno buone che quelle esterne in marmo bianco.

Gli avelli, nicchie sepolcrali “che si cavano sotto terra senza altro ornamento” (3), sprigionavano dalle fessure odori penetranti e sgradevoli per i quali la via degli Avelli era malamente nota: esiste da tempo il detto toscano “puzzare come un avello“; anticamente poi la strada era molto più stretta e il passaggio vicino alle tombe non doveva essere affatto piacevole.

E come quelle che si trovano all’esterno del Tempio Malatestiano di Rimini (4), anche questo progettato dall’Alberti, ognuna di queste tombe esterne alla chiesa fiorentina è sopraelevata dal terreno e riporta sulla cassa un triplo stemma: quelli ai due lati sono della famiglia proprietaria della sepoltura, mentre lo stemma al centro è la croce del Popolo fiorentino, scolpita in diverse varianti su ciascun sepolcro: tra le famiglie rappresentate si riconoscono i Medici, gli Acciaiuoli, gli Alberti, i Corsini, i Frescobaldi, i Gondi, i Panciatichi, ecc.

Inoltre, i sottarchi di questi avelli erano anticamente decorati da affreschi e altre pitture (spesso di figure di santi, nobili o illustri personaggi); ad esempio, partendo dalla facciata, nel terzo avello lungo la parete destra della chiesa venne sepolto il celebre pittore Domenico Ghirlandaio (Firenze, 1449 – Firenze, 11 gennaio 1494) e un tempo sotto l’arco c’era dipinto il suo ritratto (5). Di queste decorazioni, così come per alcuni dei piccoli scudi familiari una volta presenti nella chiave di volta dell’arco a sesto acuto, non è restata alcuna traccia.

Firenze all’inizio del Trecento è una delle grandi metropoli d’Europa, forse la maggiore. Popolosa, bella, ricca come Parigi e assai più di Londra (6) e, come si sa, la vita dei suoi cittadini era intessuta oltre che di arte anche di scacchi ed a testimonianza della sua grande diffusione nel medioevo numerosissimi i documenti nei quali vengono citati: a puro titolo d’esempio gli scacchi (e gli scacchieri) vengono riportati negli ordinativi di materiali e negli inventari dei negozi, in alcuni testamenti ereditari, ma anche in documenti molto meno privati e molto più famosi.

Ad esempio nel Decamerone, scritto probabilmente tra il 1349 ed il 1351 e che tradotto dal greco significa “dieci giorni”, «nel quale si contengono cento novelle in dieci dì dette da sette donne e da tre giovani uomini.», Giovanni Boccaccio fa incontrare i giovani (nell’Introduzione alla prima giornata) – guarda caso – proprio dentro Santa Maria Novella (7) ed ambienta nei pressi di una delle tombe la nona novella dell’ottava giornatanella quale la parola avello(-i), viene ripetuta ben 5 volte (8) mentre, sempre nella stessa opera, gli scacchi vengono citati addirittura 6 volte, nella 1ª, 2ª, 3ª e 7ª giornata!(9).

Ma dal nostro punto di vista è ancor più interessante il Filocolo; secondo il suo significato etimologico, Fatica d’amore, il primo romanzo avventuroso della letteratura italiana scritto in prosa in volgare che, sempre il Boccaccio scrisse durante il periodo più lieto della sua vita (quello adolescenziale dai quattordici ai ventisette anni d’età) a Napoli, probabilmente la città della sua ‘palestra’ scacchistica (10), all’interno del vivace ambiente culturale della corte angioina, dove scrisse le sue due esuberanti opere giovanili (destinate prevalentemente al pubblico di corte), il Filostrato e il Filocolo. (11)

L’autore, seppur debitore ad una celebre chanson de geste francese tradotta in molte lingue anche da altri (12), amplia notevolmente il passaggio relativo al gioco degli scacchi che, se è già molto importante sotto questo aspetto, lo è ancor di più per la nomenclatura medievale italiana della torre (rocco) da parte della volgar lingua dei grandi trecentisti toscani, dove il personaggio principale (Florio) gioca, con la scommessa di parecchi denari (bisanti), tre partite con Sadoc il guardiano del castello dov’è imprigionata la sua amata Biancifiore per cercare di liberarla senza riuscirvi (perché viene scoperto e condannato al rogo insieme a lei) anche se, alla fine, i due amanti vengono graziati e riescono a tornare in Spagna. Delle tre partite la più importante è la prima che viene descritta nella sua fase finale anche perché nella seconda partita, con la quantità raddoppiata di denaro, “il castellano giuoca sagacemente, e Filocolo non da meno…. essendo per mattare il castellano, mostrando con atto alcuno di ciò avvedersi, tavolò il giuoco.” (pur essendo in vantaggio Filocolo propose la patta che il castellano accettò prontamente pur riconoscendo – ma solo fra sé e sé – la cortesia ricevuta: “Nobilissimo giovane e cortese è costui più che alcuno ch’io mai ne vedessi.”) e nella terza partita, “accrescendo ancora de’ bisanti la quantità; nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: – Giovane, io ti priego e scongiuro per la potenza de’ tuoi iddii, che tu giuochi come tu sai il meglio, né, come hai infino a qui fatto, non mi risparmiare -. Filocolo rispose: – Signor mio, male può il discepolo col maestro giucare sanza essere vinto; ma poi che vi piace, io giucherò come io saprò -. infatti “Filocolo gli leva con uno alfino il cavaliere, e dagli scacco rocco. Il castellano, per questo tratto crucciato oltre misura più per la perdenza de’ bisanti che del giuoco, diè delle mani negli scacchi, e quelli e lo scacchiere gittò per terra.

Ma della prima partita leggiamo il testo (originale e non copiato!) del Boccaccio: “Ristringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con l’uno de’ suoi rocchi e col cavaliere, avendo il re alla sinistra sua l’uno degli alfini; il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi, e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo a cui giucare conveniva, dove muovere doveva il cavaliere suo secondo per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco, e nel punto rimaso per salute al suo re il pose. Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo ch’egli matterà Filocolo, dove Filocolo avria lui potuto mattare; e dandogli con una pedona pingente scacco, quivi il mattò,a se tirando i bisanti, e ridendo disse: Giovane, tu non sai del giuoco -, avvegna che ben s’era aveduto di ciò che Filocolo avea fatto, ma per cupidigia de’ bisanti l’avea sofferto, infignendosi di non avedersene.

Nel diagramma seguente, con la mossa al Nero (Filocolo), la ricostruzione della posizione che ben si adatta al testo;

FIG 7_Aiutomatto

dove dopo 1…, Ce3+ 2.Re1, il Nero – invece di dare matto con 2… Cd3 – muove 2…Tg8, permettendo al castellano 3.e7 # (Scacco Matto) anticipando la data di nascita dell’aiutomatto, generalmente fissata al 1854 (data di pubblicazione di un problema di Lange), dovrebbe essere anticipata di oltre cinquecento anni”. (13 e 14)

Mentre, per quanto riguarda il ‘salto del rocco’, c‘è da riportare quanto scrive Andrea Vitali:

Di grande importanza riguardo l’origine e lo sviluppo di questa mossa è una disamina di Diego D’Elia, a nostro avviso fra le massime autorità dell’argomento, gentilmente fornitaci e che qui riportiamo: “Le origini più remote di questo movimento combinato di Re e Torre (rocco, secondo la dizione tipica medievale) sono rintracciabili, concettualmente, nel cod. El Escorial, Biblioteca del Monasteiro del El Escorial, T.I.6 (sec. XIII) nonché nel Liber de Moribus … di Jacopo da Cessole, databile nella seconda metà del XIII secolo: in questi due testi si parla del salto del re, secondo diverse modalità, movimento primitivo dal quale, con ogni probabilità, è derivato l’arrocco propriamente detto. La prima menzione esplicita a me nota dell’arrocco compare nel Lucena, Repetición de Amores y arte de axedrez con CL juegos de partidos, Salamanca, Leonardus Hutz e Lupus Sanz, [1497], al f. 38r. Dato che Lucena recepisce e trade quanto da lui notato nel gioco vivo in Spagna e, asseritamente, in Italia ed in Francia, si può indicare il periodo storico di interesse nel XV secolo. Fermo restando questo dato, al momento individuabile come terminus post quem per una datazione – per quanto la prudenza, in questi casi, sia sempre d’obbligo” – per questa mossa, si consideri però che Boccaccio con la dicitura “nel salto del suo rocco”, – con ogni probabilità – intendeva il movimento del (solo) Re, e non un arrocco come lo intendiamo oggi (13, vedi nota cit.) ma rimane di interesse la terminologia utilizzata, che non credo casuale, segno, cioè, di una tendenza all’evoluzione di questo tratto”. Oggi l’Arrocco, termine derivato dal verbo transitivo arroccare (procedere ad un arrocco) e in forma estesa a significare “mettere al riparo”, è sempre quella mossa difensiva strategica che coinvolge non più un solo pezzo ma Re e Torre (sempre insieme in quella che viene considerata dalle regole un’unica mossa. Nota dell’autore) mentre, ad esempio, nel Codice Corsiniano, laddove si descrive la figura del Re, l’arrocco viene così presentato: “Il primo pezzo, chiamato Re perche à guisa che il Re sovrasta al Popolo così questo pezzo à tutti li altri è superiore; il Re dunque nel più guardato luogo hà la sua casa nel mezzo del Tavoliere, il suo moto dà una casa a un altra sola, mà così per dritta, come per traverso per mostrare la gravità che i Re tengono potendo anco per una volta tanto saltare tre, ò quattro case secondo la usanza del paese significandosi per questo salto, che sentendosi cominciata la battaglia, il Re si ritira in qualche parte dove non possa essere così offeso, mettendosi le guardie appresso di lui per sicurezza sua et gli altri pezzi e fanti che sono le pedine se indrizzano contro l’essercito del nemico a combattere per ottenere la sperata vittoria(15).

Scrive invece Dante Alighieri nel Canto XXVIII del Paradiso, versi 91-93:

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;

ed eran tante, che ‘l numero loro

più che ‘l doppiar de li scacchi s’immilla.

dove “Dante è con Beatrice nel Nono Cielo ed è abbagliato dalla contemplazione di Dio e dei nove cori angelici, cerchi luminosi e in perenne movimento nei quali gli angeli sfavillano come scintille da un ferro incandescente.” e dove “Per quanto possa sembrare incredibile, (questo) verso della Divina Commedia significa esattamente “è più grande di 18.446.744.073.709.551.615” o, se preferite, di 2 elevato alla 64 potenza -1 (Fig. 3), che è lo stesso.” Infatti per Dante “il numero degli angeli si moltiplica, anzi, si milluplica, “più che ’l doppiar de li scacchi”, cioè più di quanto non avvenga nel “raddoppiamento (dei chicchi di grano) degli scacchi”. (16)

FIG 3_SCACCHIERA 2 64 meno 1

E, poi, nel Canto XXIV del Purgatorio, versi 28-30:

Vidi per fame a vuoto usar li denti

Ubaldin della Pila e Bonifazio

che pasturò col rocco molte genti

Vediamo l’interpretazione e le spiegazioni di alcuni esperti:

[ (Vidi per la fame usare a vuoto i denti Ubaldino della Pila e Bonifacio Fieschi, che con il bastone vescovile fu pastore e diede pastura a molte genti.) Fonte http://www.letteratura-italiana.com/pdf/divina%20commedia/03%20Purgatorio.pdf. Ubaldin de la Pila e Bonifazio: il primo, Ubaldino degli Ubaldini della Pila fu fratello del cardinale Ottaviano (cfr. Inf.X, 120) e padre dell’Arcivescovo Ruggieri; l’altro è Bonifazio Fieschi, di Genova, nipote di Innocenzo IV. Fu arcivescovo di Ravenna e usò un pastorale non ricurvo ma “fatto di sopra al modo del roco de li scacchi” (Lana). Fonte http://www.divincommedia.it/?libro=2 ]

Leggiamo prima il Ricci: “… per Pastorale o bastone con in cima una piccola torre, simile al rocco degli scacchi. Che infatti l’usassero gli arcivescovi di Ravenna, è provato da quello magnifico che ancora si conserva nel museo di quella città” (17) e poi questo passaggio:“il bastone dell’arcivescovo ravennate Bonifazio, con in cima, appunto, il simbolo del rocco simile alla Torre (medievale) degli scacchi con la parte superiore simile alla croce ancorata” (18). Secondo Chicco, la spiegazione più attendibile del rocco dantesco è quella del Landino: “Questo Bonifazio fu arcivescovo di Ravenna, lo quale non porta lo pastorale così ritorto come gli altri arcivescovi, ma è fatto di sopra al modo di rocco degli scacchi.” ma, ciò nonostante, formula un’ipotesi “che permette delle congetture, con oggetti da tempo in uso in Europa, all’epoca dell’introduzione degli scacchi: nel mondo occidentale, il solo oggetto guerresco di nome simile era il <<roc>>, la lancia da giostra, e così pensarono di raffigurare il pezzo degli scacchi a sua immagine e somiglianza. La figura 4 è sorprendentemente simile a un rocco di scacchi

FIG 4_Lancia da giostra

al punto che, “Questa genealogia fra l’altro faciliterebbe la tormentata interpretazione della terzina dantesca, il cui rocco potrebbe direttamente discendere dalla lancia da torneo, madre comune sia della figura del rocco scacchistico, sia dal bastone pastorale del vescovo ravennate.” (19)

In pratica il Pastorale è un bastone, dall’estremità alta ricurva e quella bassa a punta (20), usato dal vescovo nei pontificali e nelle cerimonie più solenni (21) che in origine si componeva di un’asta di legno o di ferro cimata da una croce poi, dal secolo XI, il bastone venne munito di un riccio (Fig. 5) e si cominciarono ad usare metalli preziosi, quali l’argento e l’oro e ad adornarlo con pietre preziose e smalti (22). Simbolo di vescovi e abati è, insieme alla mitra, l’emblema della dignità pontificale e da tempo è sormontato da una croce dorata e spesso riccamente decorata. In araldica compare spesso nello scudo, in genere, per indicare una dignità ecclesiastica e, con tale scopo, compare in molti stemmi civici di città sedi vescovili. (23)

FIG 5_Pastorale oro

Pastorale d’Oro

Ora torniamo alle sei tombe nobiliari della facciata; quella di nostro interesse è della famiglia dei Frescobaldi il cui stemma (Fig. 6) è tagliato orizzontalmente, tipico delle famiglie guelfe: in alto lo sfondo è d’oro ed in basso ci sono tre rocchi d’argento in campo rosso. ( Fonte http://www.archiviodistato.firenze.it )

FIG 6_Stemma FRESCOBALDI

Stemma della famiglia Frescobaldi

Il Roccoè un termine utilizzato in araldica per indicare la Torre degli scacchi ed ha una figura convenzionale di due corna sopra un piede. (24)

3 rocchi

rocco di scacchiera

I documenti che conosciamo su questo antico simbolo scacchistico nell’araldica sono l’articolo di Salvetti del 1929 (25), il pregevole studio dell’olandese Niemeijer del 1946 (26) e quanto scritto da Arigoni nel 2006 (27) nel quale c’è la stessa fotografia riprodotta in precedenza da Chicco, anche qui stranamente riportata con la sola didascalia e senza alcun riferimento nel testo scritto (28); una curiosità che mi portò a Firenze nel maggio 2008,subito dopo il restauro della facciata eseguito dall’aprile 2006 al marzo 2008:

FIG 8_ARCHE TOMBALE FRESCOBALDI_10 MAGGIO 2008

alla destra del portale destro, l’avello dei Frescobaldi dopo il restauro

con l’arche tombale completo ma privo del fregio superiore

FIG 9_AVELLO FRESCOBALDI_10 MAGGIO 2008

Particolare dell’avello dei Frescobaldi

con gli stemmi di famiglia e, al centro, la croce del Popolo fiorentino

E’ indubbio che per il nostro rocco si notano forti richiami all’antico pezzo di scacchi: “il Carro da Guerra in arabo persianizzato Rukh, per accostamento fonetico divenne in latino roccus, in italiano rocco (da cui il verbo arroccare, ancora oggi in uso) indi rocca e Torre.” (29); un pezzo utilizzato “almeno fino a tutto l’VIII secolo” (30) che nel medioevo gli europei hanno rappresentato unicamentecome un Rocco italiano, forma ben visibile nel codice miniato di Alfonso X (31), nelle raffigurazioni dei codici “Civis Bononiae” n.15 e n.28 e “Riccardiano” n.2871 (Chicco, 1985 op. citata), ben spiegata in un excursus sui rocchi araldici (M. Niemeijer, op. cit.), ed ulteriormente confermata dall’eccezionale ritrovamento dei pezzi lignei medioevali di Villa Villoresi (Colonnata, Sesto Fiorentino) tra cui ben 6torri, 3 bianche e 3 nere, che sono “per le caratteristiche deldisegno, vagamente ancora Rocco e tuttavia non ancora del tutto torre.” (32)

Chissà perchè, probabilmente per quel poco o quel tanto che si è detto, allo scacchista che è in noi, la nona novella dell’ottava giornata del Decamerone piace immaginarla proprio all’avello Frescobaldi…

separator4

Note:

1) Grazie all’architetto Leon Battista Alberti che, dietro commissione della famiglia Rucellai, per la quale aveva già costruito nelle vicinanze il palazzo e la loggia, ne disegnò il grande portale centrale, gli elementi orizzontali (architrave, fregio e cornice) ed la parte superiore in marmo bianco e verde scuro terminato nel 1470; durante il decennio successivo vennero eseguiti alcuni ritocchi di completamento e dopo quasi un secolo i lavori del Vasari e del Dosio e, molto tempo dopo, sono i rimaneggiamenti del Romoli (1858-60) ed i lavori eseguiti nel 1920 a completarla definitivamente. A tutto questo seguirono i restauri del 1990 e quelli del 2006-8.

2) Ad Agrigento, nelle Grotte Fragapane della Valle dei Templi,uno dei più importanti esempi catacombali della Sicilia, si trova ampia traccia di arche tombali, delle nicchie con tetto arcuatoscavate nelle pareti delle catacombe del IV secolo d.C.; ha due notevoli ipogei: quello ad ovest dell’ingresso ha le pareti ad arcosolio destinate a contenere il corpo dei martiried il pavimento di fosse sepolcrali. Un sito rientrante nella categoria dei cimiteri di diritto privato aventi decorazioni parietali e le indicazioni sulla deposizione anche se da tempo sono mancanti dei coperchi andati distrutti, come dimostrano i numerosi frammenti di lastre in pietra arenaria sparsi nelle immediate adiacenze della necropoli. (Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Valle_dei_Templi)

Sull’argomento c’è da segnalare, nel triangolo lariano ed in Brianza, la presenza di 32 massi avelli classificati come reperti tipici del territorio comasco visto che in nessun altro luogo esistono testimonianze paragonabili: un masso avello è una tomba ad inumazione scavata in un masso errante (di granito, sarizzo, gneiss o serpentino) che rappresenta un mistero archeologico, sia per quanto riguarda la datazione, sia per la collocazione culturale. Anche se per, certe argomentazioni (l’inumazione che esclude una appartenenza protostorica celtica, la dislocazione isolata e lontana dalle importanti vie di transito, l’assenza di iscrizioni che escludono l’origine romana, ma non la fine tecnica di lavorazione, e che, senza dubbio, non sono di tradizione cristiana), si ritiene che siano stati utilizzati come sepolture di personaggi importanti e che la loro appartenenza è identificabile nelle popolazioni che abitarono il territorio lariano dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Masso_avello); periodo configurabile alla morte dell’imperatore Teodosio I, avvenuta nel 395) (http://it.wikipedia.org/wiki/Impero_romano_d%27Occidente). Arche tombali siciliane e massi avelli comaschi del IV secolo d.C. risalgono, abbastanza curiosamente, dello stesso periodo. (Nota dell’autore)

3) A. Schiaffini, Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento, Firenze 1954

4) La cattedrale di Rimini, comunemente chiamato “Tempio Malatestiano”, è considerato una delle costruzioni più rilevanti del Rinascimento italiano; venne edificato a partire dal 1447 per volere di Sigismondo Pandolfo Malatesta il cui monumento sepolcrale e quello della moglie (Isotta degli Atti) sono conservati all’interno. All’esterno le solenni fiancate, composte da una sequenza di archi su pilastri, il cui modello è stato rintracciato nei pilastri interni del Colosseo; in quella di sinistra non ci sono tombe mentre, in quella a destra, sotto delle grandi arcate cieche ci sono 7 sarcofagi (sepolcri, avelli) dedicati ad onorare le memorie di sette illustri personaggi della città (poeti, filosofi e scienziati)

(Fonte: http://www.diocesi.rimini.it/parrocchie-e-chiese/parrocchie/basilica-cattedrale-tempio-malatestiano/ e http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_Malatestiano).

Storicamente famosa la contestata riapertura degli avelli del 15 agosto 1756 quando padre Francesco Antonio Righini, ispeziona senza averne il permesso, le casse di marmo nella fiancata esterna destra alla presenza di alcuni testimoni, ed il giorno successivo anche il sepolcro d’Isotta davanti a dodici persone proprio mentre architetta un colpo con cui spera di diventare famoso (imbroglia le carte sulla storia della beata Chiara da Rimini, ed inventa la scoperta d’un manoscritto datato 1362, raschiando la data originale del 1685). (Fonte http://digilander.libero.it/montanariantonio/ilrimino/2011/eruditi.846.html)

5) Andreas Quermann, Ghirlandaio, serie dei Maestri dell’arte italiana, Könemann, Köln 1998, pag. 136

6) Centro manifatturiero di prima grandezza, capitale dei commerci, luogo geometrico della finanza alla quale si rivolgono tanto la business community internazionale quanto i regnanti. Fioriscono gli scambi, dilaga il benessere, fervono i lavori pubblici, si affermano arti e prodotti dell’ingegno. Ciò che fa sempre più difetto è invece la stabilità politica. Le ricadute locali del conflitto papato-impero accendono continue guerre di fazione tra popolo minuto e nobiltà, tra Guelfi e Ghibellini. Non bastassero le lotte fratricide e le guerre per l’egemonia in Toscana (contro Pisa, Arezzo, Lucca, Pistoia, Cortona) che tornano ad esplodere, la prima metà del secolo è marcata da calamità gravissime: nel 1304 un furioso incendio distrugge migliaia di edifici, dal 1315 al 1317 imperversa una dura carestia, nel 1333 l’Arno travolge la città, mentre tra il 1342 e il 1346 una crisi economica senza precedenti segue il crack dei super banchieri Bardi, Acciaioli e Peruzzi, portati al fallimento dall’insolvenza dei grandi clienti europei (corona inglese compresa). Poiché al peggio spesso non c’è fine, due anni dopo (1348) il culmine della disgrazia si materializza con la Peste Nera che Boccaccio descrive nel Decameron. L’epidemia semina morte e terrore in tutta Europa, un bilancio così tragico che ci vorranno tre secoli per recuperare i livelli demografici di ante peste. Solo nel 1600 la popolazione europea avrebbe ricominciato a crescere. A Firenze dei 120 mila abitanti ne sopravvivono sì e no 40 mila. Non pochi cronisti registrano il fenomeno: per quanti si danno a preghiere e contrizioni, scrive Boccaccio nel Decameron, “altri in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e l’andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male: e così come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò per l’altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere”. (Fonte: “Firenze nel Trecento La tempesta e la gloria” – Comunicato stampa n. 3 Firenze Musei a cura dell’Ufficio stampa: Catola & Partners, Firenze.)

7) Decamerone, Prima giornata, Introduzione: A me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravolgendo: per che, volendo omai lasciare star quella parte di quelle che io acconciamente posso schifare, dico che, stando in questi termini la nostra città, d’abitatori quasi vota, addivenne, sí come io poi da persona degna di fede sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a sì fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne tutte l’una all’altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadra onestà. (…) Mentre tralle donne erano cosí fatti ragionamenti, e ecco entrar nella chiesa tre giovani, non per ciò tanto che meno di venticinque anni fosse l’età di colui che piú giovane era di loro. Ne’ quali né perversità di tempo né perdita d’amici o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor non che spegnere ma raffreddare. De’ quali l’uno era chiamato Panfilo e Filostrato il secondo e l’ultimo Dioneo, assai piacevole e costumato ciascuno: e andavan cercando per loro somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di vedere le lor donne, le quali per ventura tutte e tre erano tralle predette sette, come che dell’altre alcune ne fossero congiunte parenti d’alcuni di loro.

8) Decamerone, Ottava giornata, nona novella: Buffalmacco dice a Maestro Simone, medico di Firenze: A voi si convien trovar modo che voi siate stasera in sul primo sonno in su uno di quegli avelli rilevati che poco tempo ha si fecero di fuori a Santa Maria Novella, con una delle vostre più belle robe indosso, acciò che voi per la prima volta compariate orrevole dinanzi alla brigata (…) Quando accostata vi si sarà, e voi allora senza alcuna paura scendete giú dello avello e senza ricordare o Idio o santi vi salite suso, e come suso vi siete acconcio, cosí, a modo che se steste cortese, vi recate le mani al petto, senza piú toccar la bestia. (…) Partitisi adunque costoro, come notte si venne faccendo il maestro trovò sue scuse in casa con la moglie; e trattane celatamente la sua bella roba, come tempo gli parve, méssalasi indosso se n’andò sopra uno de’ detti avelli; e sopra quegli marmi ristrettosi, essendo il freddo grande, cominciò a aspettar la bestia. (…) Ma poi che Buffalmacco ebbe alquanto imperversato, come è detto, faccendo sembianti di rappacificarsi, s’accostò all’avello sopra il quale era il maestro e stette fermo. Il maestro, sí come quegli che tutto tremava di paura, non sapeva che farsi, se su vi salisse o se si stesse. Ultimamente, temendo non gli facesse male se su non vi salisse, con la seconda paura cacciò la prima; e sceso dello avello, pianamente dicendo, “Iddio m’aiuti”, su vi salí e acconciossi molto bene; e sempre tremando tutto si recò con le mani a star cortese, come detto gli era stato.

9) Decamerone, Giovanni Boccaccio: Prima giornata, Introduzione: Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all’animo gli è più di piacere, diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si seguisse, non giucando, nel quale l’animo dell’una delle parti convien che si turbi senza troppo piacere dell’altra o di chi sta a vedere, ma novellando (il che può porgere, dicendo uno, a tutta la compagnia che ascolta diletto) questa calda parte del giorno trapasseremo. Voi non avrete compiuta ciascuno di dire una sua novelletta, che il sole fia declinato e il caldo mancato, e potremo dove più a grado vi fia andare prendendo diletto: e per ciò, quando questo che io dico vi piaccia, ché disposta sono in ciò di seguire il piacer vostro, faccianlo; e dove non vi piacesse, ciascuno infino all’ora del vespro quello faccia che più gli piace.

Terza giornata, Introduzione: Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti, come alla reina piacque, andarono a mangiare: e con grandissimo e bello e riposato ordine serviti e di buone e dilicate vivande, divenuti piú lieti sú si levarono, e a’ suoni e a’ canti e a’ balli da capo si dierono, infino che alla reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, a cui piacesse, s’andasse a dormire. De’ quali chi vi andò e chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede.

Terza giornata, Conclusione: Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di Messer Guiglielmo e della Dama del Vergiú; Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e cosí chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l’ora della cena appena aspettata sopravvenne: per che, messe le tavole d’intorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto cenaron la sera.

Sesta giornata, Introduzione: E quivi, essendo già le tavole messe e ogni cosa d’erbucce odorose e di be’ fiori seminata, avanti che il caldo surgesse piú, per comandamento della reina si misero a mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giucare a scacchi e chi a tavole;

Sesta giornata, Conclusione: Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l’aver donne a reggere e a guidare: sii adunque re e sí fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare.” Dioneo, presa la corona, ridendo rispose: “Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo piú cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubidiste come vero re si dee ubidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.

Settima giornata, settima novella: Avvenne un giorno che, essendo andato Egano a uccellare e Anichino rimaso, madonna Beatrice, che dello amore di lui accorta non s’era ancora (e quantunque seco, lui e’ suoi costumi guardando, piú volte molto commendato l’avesse e piacessele), con lui si mise a giucare a scacchi; e Anichino, che di piacerle disiderava, assai acconciamente faccendolo, si lasciava vincere, di che la donna faceva maravigliosa festa. E essendosi da vedergli giucare tutte le femine della donna partite e soli giucando lasciatigli, Anichino gittò un grandissimo sospiro. La donna guardatolo disse: “Che avesti, Anichino? Duolti cosí che io ti vinco?” “Madonna” rispose Anichino “ troppo maggior cosa che questa non è fu cagion del mio sospiro ”“ Disse allora la donna: “Deh! dilmi per quanto ben tu mi vuogli.” Quando Anichino si sentí scongiurare ‘per quanto ben tu mi vuogli’ a colei la quale egli sopra ogn’altra cosa amava, egli ne mandò fuori un troppo maggiore che non era stato il primo; per che la donna ancor da capo il ripregò che gli piacesse di dirle qual fosse la cagione de’ suoi sospiri; alla quale Anichin disse: “Madonna, io temo forte che egli non vi sia noia se io il vi dico; e appresso dubito che voi a altra persona nol ridiciate.” A cui la donna disse: “Per certo egli non mi sarà grave: e renditi sicuro di questo, che cosa che tu mi dica, se non quanto ti piaccia, io nondirò mai a altrui”. Allora disse Anichino: “Poi che voi mi promettete cosí, e io il vi dirò”; e quasi colle lagrime in su gli occhi le disse chi egli era, quel che di lei aveva udito e dove e come di lei s’era innamorato e perché per servidor del marito di lei postosi: e appresso umilemente, se esser potesse, la pregò che le dovesse piacere d’aver pietà di lui, e in questo suo segreto e sí fervente disidero di compiacergli; e che, dove questo far non volesse, che ella, lasciandolo star nella forma nella qual si stava, fosse contenta che egli l’amasse.

10) Arnaldo Della Torre, La giovinezza di Giovanni Boccaccio: 1313-1341, Città di Castello 1905, pag.122

11) Fonte http://www.letteraturaitaliana.net/autori/giovanni_boccaccio_2.html

12) Con l’espressione francese chanson de geste (in italiano, canzone di gesta) si indica un genere letterario di tipo epico, sviluppatosi originariamente nel nord della Francia e attestato per circa tre secoli a partire dalla fine dell’XI secolo. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Canzone_di_gesta

13) “il Filocolo è anche il più antico testo nel quale si dia una posizione sufficientemente precisa, rispondente all’enunciato “aiutomatto in una mossa”: tale è infatti, la posizione che si raggiunge dopo la prima mossa del Bianco. Forse non sarebbe inesatto affermare che l’aiutomatto, questa “bizzarria”, oggi tanto di moda, trova nell’antico testo del Filocolo un lontano ascendente. Se così fosse, la data di nascita dell’aiutomatto, generalmente fissata al 1854 (data di pubblicazione di un problema di Lange) dovrebbe essere anticipata di oltre cinquecento anni”. A. Chicco, L’Aiutomatto di Messer Boccaccio, in Scacco!, VII (1977), pag. 177-178

(Nota dell’autore: Aiutomatto, tipo di problema di scacchi, nel quale il Nero, muovendo per primo, collabora con il Bianco allo scopo di dare scaccomatto al Re nero. Soluzione: 1.Tg2-g8 e6-e7 #)

14) Leoncini Mario: Antiche testimonianze degli scacchi in Toscana, pag.25-29

15) Voce arrocco in G. Devoto – G.C. Oli, Dizionario della Lingua Italiana, 1990. L’arrocco odierno consiste in un movimento combinato di Re e Torre soggetto alle seguenti regole: il Re viene spostato di due case rispetto al suo posto d’origine per collocarvi al suo fianco la Torre, dal lato opposto rispetto alla propria casa d’origine. L’arrocco può essere eseguito una volta sola. Per arroccare è necessario che i due pezzi non siano mai stati mossi precedentemente, che le case che il Re e la Torre attraversano nel loro movimento siano libere e che né il Re né le due case che il Re attraversa e quella dove si va a collocare non siano sotto offesa avversaria. e in Codice Corsiniano 36 E 21, ff. 6v- 7r. Il manoscritto risalente al 1620, copia amanuense di un trattato di Gioacchino Greco, si trova presso la Biblioteca dell’Accademia dei Lincei a Roma. Il trattato originale del Greco si trova presso la Biblioteca Minutoli-Tegrimi (Codice n. 4) a Vorno in provincia di Lucca. Fonte http://www.letarot.it/page.aspx?id=275

16) “Dante, Sissa e il doppiar de’ li scacchi, ovvero la vertigine dell’inesprimibile” di Nino Grasso da http://www.velucchi.eu/?p=338

17) C. Ricci, L’ultimo rifugio di Dante Alighieri, Ulrico Hoepli Editore, 1891;

18) Voce Rocco del Vocabolario on line: In araldica, r. di scacchiere, figura che rappresenta una torre del gioco degli scacchi, con la parte superiore a due punte divaricate simile alle estremità di una croce ancorata. (Fonte http://www.treccani.it/vocabolario/rocco/);

(19) Nel mondo occidentale, il solo oggetto guerresco di nome simile era il <<roc>>, la lancia da giostra, e così pensarono di raffigurare il pezzo degli scacchi a sua immagine e somiglianza.” (…) “Sotto questo profilo la lancia da giostra, ripudiata come escendente del ‘nome’ rocco, può essere riconosciuta come leggittima antenata della ‘figura’ del rocco. Questa genealogia fra l’altro faciliterebbe la tormentata interpretazione della terzina dantesca, il cui rocco potrebbe direttamente discendere dalla lancia da torneo, madre comune sia della figura del rocco scacchistico, sia dal bastone pastorale del vescovo ravennate.” A. Chicco, in Prefazione a “Il rocco come figura araldica”, supplemento a L’Italia Scacchistica, 1951 op. cit.;

20) Fonte http://www.araldicavaticana.com/araldica_ecclesiastica.htm

21) Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Pastorale_%28liturgia%29

22) Fonte http://www.araldicavaticana.com/araldica_ecclesiastica.htm

23) Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Pastorale_%28araldica%29

24) Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Rocco_(araldica) e “Vocabolario araldico ufficiale”, a cura di Antonio Manno, Roma 1907

25) G. A. Salvetti: “Scacchi ed araldica”, L’Italia Scacchistica, 15.7.1929

26) “Il rocco come figura araldica”, supplemento a L’Italia Scacchistica, 1951, traduzione del Conte Gian Carlo dal Verme dello studio olandese “De roch als heralische figuur” di M. Niemeijer del 1946; in Appendice lo studio del Salvetti, op. cit.

27) Bruno Arigoni, “Scacchi e Araldica” L’Italia Scacchistica n.1187 Settembre 2006

28) Firenze, S. Maria Novella, facciata: avello dei Frescobaldi, stemmi con tre rocchi di scacchi in “Gli scacchi in Firenze e nel contado”, A. Chicco in Medioevo scacchistico toscano, supplemento n.4 Aprile 1985 della rivista L’Italia Scacchistica

29) A. Sanvito, Gli scacchi prima e dopo Luca Pacioli

(Fonte http://www.centrostudimariopancrazi.it/pdf%5Cbeforeafter%5C32.pdf)

30) G. Ferlito e A. Sanvito in GUIDA PER L’ARCHEOLOGIA SCACCHISTICA (Protoscacchi 400 a.C. – 400 d.C.) in nota 21) … gli studiosi di storia militare indiana, hanno evidenziato che i carri da guerra sono stati un corpo d’armata almeno fino a tutto l’VIII secolo, sebbene come mezzi bellici di minore importanza. Fonte http://www.cci-italia.it/proto.htm

31) Manoscritto conservato nella Real Biblioteca del Monastero de El Escorial di Madrid: 97 fogli di pergamena ormato mm. 400 x 280 raffiguranti splendide miniature a colori; sulle scacchiere la Torre bicuspidata ed il Re con il pomello sono i simboli più evidenti del passaggio degli scacchi dai paesi arabi a quelli cristiani ad ampia dimostrazione dell’influenza araba sugli scacchi in Spagna. Fonte Andrea Vitali, cit.

32) A. Sanvito, I pezzi di Villa Villoresi, Medioevo Scacchistico Toscano, op. cit.

avatar Scritto da: Tamerlano (Qui gli altri suoi articoli)


8 Commenti a Gli scacchi al tempo del Boccaccio

  1. avatar
    mauro berni 11 settembre 2014 at 16:49

    Un buon articolo e mi fa piacere essere il primo a rilevarlo esplicitamente.

    • avatar
      Tamerlano 16 settembre 2014 at 15:06

      Ciao! Mauro e grazie. Ci dobbiamo sentire, colpa mia se ancora non l’abbiamo fatto… scriveremo ancora qualcosa a 4 mani per i lettori di soloscacchi.net ?
      P.S.
      Ovviamente grazie a tutti gli altri

      • avatar
        mauro berni 16 settembre 2014 at 18:48

        Ciao Tamerlano. Direi che dipende da te, quando potrai. Ti avevo inviato la mia parte qualche tempo fa. Per spaventare i lettori aggiungo che,dopo Bari 1948, andremmo ancora un po’ più indietro. Di nuovo complimenti per l’articolo e saluti.

  2. avatar
    Marramaquis 11 settembre 2014 at 17:27

    Un lavoro eccezionale, senza dubbio prezioso. Complimenti a Tamerlano.

  3. avatar
    The dark side of the moon 12 settembre 2014 at 20:22

    Complimenti a Tamerlano per l’interessante articolo.
    Scacchi e cultura: cosa volere di più? 😉

  4. avatar
    Zenone 13 settembre 2014 at 08:41

    Un’altra perla per SoloScacchi!
    Bravo!

  5. avatar
    Tamerlano 16 settembre 2014 at 15:10

    E grazie anche al bravissimo Martin Eden ! Avete visto che meraviglia d’impaginazione ?

    • avatar
      Martin 16 settembre 2014 at 21:12

      Grazie, troppo buono, ma io non ho fatto proprio nulla, tutto il merito è solo tuo come anche degli amici che ogni giorno arricchiscono questo sito coi loro preziosi contributi. Un grazie immenso a tutti!

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