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Matra Bagheera

Scritto da:  | 18 febbraio 2015 | 23 Commenti | Categoria: Racconti
“Quid concupiscam quaeris ergo? Dormire”
Marziale, X, 74, 12

Matra Bagheera 0

La ragazza per la verità era di poche parole e di pochi argomenti. Molto alla mano, molto cordiale, oltre che molto bella, non possedeva però una conversazione, non dico brillante, ma almeno sostenibile per più dieci minuti. Per cui, visto che – oggettivamente parlando – le probabilità che la serata si sarebbe conclusa con quella ben nota attività che rende le parole (spesso) superflue erano pressoché nulle, ho cominciato ad interrogarmi preoccupato sugli sviluppi delle ore seguenti. Scesi verso il sottopasso, la ragazza ed io rapidamente attraversiamo la breve galleria che porta alle scale che danno sul primo binario, e poi sull’uscita. Appena girato l’angolo, vedo in cima alle scale un’ampia fessura di sole abbagliante, che squarcia il buio pesto del controluce. Nel bel mezzo di questa fessura, con le gambe larghe e i piedi ben piantati sulla banchina, si staglia la sagoma di un armadio a vita stretta e spalle larghe, jeans scampanati (oh, gli anni ’70!), maglioncino di cotone a V direttamente sul petto villoso, imperlato da un pesante medaglione d’oro; lunghi capelli già brizzolati che gli scendono su entrambe le spalle. Appena ci vide, l’energumeno urlò alla ragazza (purtroppo non so riprodurre il dialetto veneto). “Sei già arrivata, ah?” Dopodiché, puntando nella mia direzione un indice robusto e nodoso come una clava, aggiunse: “E questo chi è?” “Caspita” (se ha attecchito che Renzo Tramaglino, nel bel mezzo dell’assalto al forno delle grucce, urli qualcosa come “Oh birboni, oh birbantoni!”, spero che mi passerete anche questa), ho pensato io, “e adesso che ‘caspita’ faccio?” Scappare verso la scala che saliva dalla parte opposta, oltre che poco dignitoso, era impensabile (avevo la solita valigia da emigrante zeppa di informatori). La ragazza cinguettò immediatamente (anche qui, ci vorrebbe il dialetto): “Non ti preoccupare, amore, è un ragazzo che ho incontrato sul treno e che non sapeva dove andare a dormire stanotte; per cui ho pensato di offrirgli casa mia; tanto noi due stasera stiamo insieme, vero?” Il tipo rispose con un grugnito che non fui in grado di interpretare.

Sia come sia, i due iniziarono quasi subito a litigare. Prese la parola per primo il maschio (che chiameremo convenzionalmente Bordignon: ricordo perfettamente tutti i nomi, ma trattandosi di una storia rigorosamente vera, preferisco evitare, anche se sono passati quasi quarant’anni). Seppi che di mestiere faceva il commerciante all’ingrosso di carni. Quel giorno ce l’aveva con tale Zambon (altro nome inventato), che gli doveva dei soldi da tempo e continuava a non pagarlo. Gesticolando abbondantemente, e urlando con tutto il fiato che aveva in corpo, Bordignon ogni cinque secondi buttava fuori dalla chiostra dei denti frasi del tipo: “Zambon, non sono tipo che ti sputa in occhio, io; se vengo lì ti taglio i coglioni, o ti ammazzo”; e via discorrendo. La ragazza, per un po’, zitta. Poi sbotta, e urlando come una straccivendola fa presente al Bordignon che a lei dei suoi problemi con lo Zambon con gliene frega un caspita, che è stufa di fare quella vita di merda avanti indietro da Trieste, che lui la tratta come una serva, che le sue amiche ricevono dai loro uomini pellicce e gioielli, mentre lei non ha mai un caspita di niente, che quello schifo di camicetta di seta che porta addosso se lo è sudato con i suoi modesti risparmi, ecc. ecc. Bene, dove succedeva tutto questo? Il prologo, dominato dal Bordignon, nel breve tragitto a piedi tra la stazione e l’automobile. Il resto – chissà chi se la ricorda – nella Simca Matra Bagheera a tre posti, tutti davanti e in cui si viaggiava semisdraiati, che il Bordignon conduceva a rotta di collo per le trafficatissime vie di Mestre. Inutile chiedere dove ero seduto io (con la valigia sulle ginocchia, visto che nel bagagliaio della Bagheera, anche se più capiente di quanto non si potesse credere, non entrava): ovviamente nel posto di mezzo, con l’energumeno al volante e la sua delicata compagna sul lato opposto che urlavano e gesticolavano animatamente sopra la mia faccia, del tutto incuranti della mia presenza. Le cose parvero degenerare quando il Bordignon mi chiese una conferma, da maschio a maschio (???), di una certa sua teoria, ossia che le donne sono tutte zoccole (questa volta ci provo, e mi perdonino – o meglio ancora mi correggano – i puristi: “xe vero o non xe vero che e’ done e’ xe tute putane?”), perché in un modo o in un altro si fanno sempre pagare le loro prestazioni. Io avrei voluto rispondere: “forse proprio tutte no; ma questa qui seduta alla mia destra di sicuro sì”; però, date le circostanze, ho preferito evitare, e concedere un moderato consenso, tale da soddisfare lui senza far incazzare lei, alla tesi di carattere più generale. In ogni caso, nessuno dei due ascoltò la mia risposta, e ripresero a litigare come se niente fosse.

Come è finita? Ecco, rapidamente, la conclusione. La sfuriata fra i due si dimostrò presto un fuoco di paglia (forse l’ennesima puntata di un teatrino che si ripeteva ogni giorno). Mi portarono nella bella casa del Bordignon, dove mi offrirono una cena molto informale (senza tovaglia, senza piatti, con il prosciutto preso con le mani direttamente dai pacchetti), e poi mi accompagnarono nella camera degli ospiti: forse spolverata non proprio il giorno prima, ma assolutamente confortevole e adatta allo scopo (ahimé, dormire…;). Chiudendo la porta il Bordignon mi disse che la sua ragazza l’indomani sarebbe andata presto al lavoro e che alla stazione mi avrebbe accompagnato lui, all’ora che desideravo. Cosa che puntualmente, e gentilmente, fece. Che cosa dire, a distanza di tanti anni? Che mi piacerebbe poter ringraziare ancora il Bordignon e la sua ragazza per la loro inconsueta e splendida cortesia. Forse i loro modi non erano proprio quelli del conte dal Verme; ma la signorilità, se lasciamo parlare solo i fatti, non si discute.

Piccola appendice. Che cosa ho raccontato, poi, ai miei amici che a Mestre mi hanno visto scendere dal treno invidiosi? Mi sarebbe tanto piaciuto mentire, ma non ne sono mai stato capace.

Matra Bagheera 2

(4. fine)

avatar Scritto da: FM Franco Trabattoni (Qui gli altri suoi articoli)


23 Commenti a Matra Bagheera

  1. avatar
    The dark side of the moon 18 febbraio 2015 at 22:43

    Dai, almeno t’hanno risolto l’alloggio e la cena….; oggi pur essendo facile trovare personaggi, come dire, un po “rustici”?, penso comunque sia difficile trovarne di così disponibili 😉




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      Franco Trabattoni 21 febbraio 2015 at 09:44

      E’ quello che penso anch’io.




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        Mariateresa 4 marzo 2015 at 19:18

        Ricordo benissimo questo episodio che peraltro è rimasto famoso negli annali della nostra famiglia. Potresti aggiungere le reazioni che suscitò il tuo racconto quando ti presentasti con un giorno di ritardo a Borca di Cadore motivando con innocente ingenuità quanto ti era accaduto




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    Doroteo Arango 18 febbraio 2015 at 23:49

    A valle di questo gradevolissimo epilogo della storia magistralmente narrata da Franco mi vien da chiedergli una cosa che, se fossi stato io al centro dell’episodio occorsogli, probabilmente avrei seriamente preso in considerazione se fare o meno… cioè provare a rintracciare dopo tutti questi anni la ragazza e Bordignon… ora con internet e facebook sarebbe oltremodo semplice, no? Ecco, perché no? Almeno per salutarli e chieder loro se si ricordano di questo simpatico e curioso episodio che li ha visti, in qualche modo, al centro della vicenda 😉




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      Franco Trabattoni 21 febbraio 2015 at 09:46

      Ci ho pensanto. Il commercio di carni all’ingrosso c’è ancora, intestato allo stesso nome…




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    Zenone 19 febbraio 2015 at 13:43

    Scusate per la divagazione, ma il macellaio “rustico” mi fa venire in mente il timido personaggio di “Borotalco” (“Sergio” Carlo verdone”;), quando incontra il futuro suocero (“Augusto” Mario Brega), commerciante di alimentari, che, dopo avergli fatto assaggiare a forza un pezzo di prosciutto che è “‘no zucchero”, gli dice: “E st’olive ‘e senti, queste so’ greche so’, aho!” e, infilandogli, ancora con forza un’oliva in bocca, gli chiede “Come so’?” e Verdone,intimidito, “Greche!”.
    Ecco, non è che a cena quella sera oltre al prosciutto non ci fossero anche delle olive…greche!
    Un pezzo davvero divertente!




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      The dark side of the moon 19 febbraio 2015 at 14:42

      I films di Verdone, soprattutto quelli di inizio carriera (e quindi anche “Borotalco”;), li avrò visti chissà quante volte e ogni volta risate a crepapelle….
      Questo il link della scena delle “olive greche”: https://www.youtube.com/watch?v=JiF44RVoekA
      A proposito di Verdone: ricordate la scena nel film “Acqua e sapone” quando Sandy scopre dalla tessera ATAC che in realtà Rolando (Verdone) non era Padre Spinetti?
      Fatevi due risate (dal min.4:43): https://www.youtube.com/watch?v=B7PmBe2cZIY
      Penso che solo ad un romano (de Roma) possono venire in mente certe battute!
      Grande Carlo! 😆




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    Jas Fasola 19 febbraio 2015 at 14:07

    Pezzo fantastico, con lieto fine (poteva andare solo peggio :mrgreen: )




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      paolo bagnoli 19 febbraio 2015 at 20:50

      … oppure molto meglio …




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    Alfredo 19 febbraio 2015 at 19:31

    Ho la netta impressione che Franco possa benissimo fare un altro mestiere ….




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    Alfredo 19 febbraio 2015 at 19:33

    Ovviamente fa già benissimo il suo
    Ma non sarebbe da meno come scrittore ! ( non di filosofia …;)




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      Franco Trabattoni 21 febbraio 2015 at 09:51

      Temo di no, Alfredo. Per fare gli scrittori ci vuole fantasia, ovvero la capacità di creare un “plot” credibile. Io so raccontare solo quello che ho vissuto. Cose che poi, detto per inciso, sono il male endemico della letteratura italiana: bella scrittura senza invenzione, smaccato autobiografismo. Non a caso l’Italia da sempre pullula di letterati (o, peggio ancora, di poeti), ma è molto carente di romanzieri (in confronto, si intende, a Francia, Inghilterra, Germania, Russia, Usa, ecc.). Ecco perché non mi cimento seriamente nella “letteratura”.




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        alfredo 21 febbraio 2015 at 13:34

        e’ quello che diceva anche Gigi Meneghello
        pero’ lo raccontava poi con una lingua di sua invenzione .
        un miscuglio di italiano colto, dialetto maladense , inglese
        sono d’accordo è l’invenzione , piu’ ancora linguistica che fantastica ,a fare la differenza .
        anche Bufalino era un po’ cosi’. L’inventore di una lingua sua .
        Per quanto riguarda gli aspiranti poeti lasciamo stare
        per anni un sacco di gente , sapendomi amico di Alda Merini , mi ha fatto avere le cose piu’ turpi sperando in una sua intercessione .
        ma Alda era un miracolo inesplicabile
        aveva la poesia ” dentro” come Fischer gli scacchi o Mozart la musica .




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          alfredo 21 febbraio 2015 at 13:38

          GRAN BELLA MACCHINA LA MATRA BAGHEERA COMUNQUE




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            Mongo 21 febbraio 2015 at 14:19

            Da ragazzino sognavo sempre di guidarla… Poi è arrivata la GTO ❗ ❗




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          Franco Trabattoni 21 febbraio 2015 at 14:53

          Carissimo Alfredo, anzitutto grazie per la solita tua gentilezza. Quanto al merito di quello che scrivi qui, però, non sarei molto d’accordo. La lingua è fatta per farsi capire, e lo stesso dicasi per la letteratura. Perciò io non apprezzo nemmeno un po’ quelli che scrivono inventandosi una lingua tutta loro (Bufalino, Gadda o chi vuoi tu). I grandi romanzi dell’Ottocento, prima di entrare nel museo dei capolavori, sono stati spesso dei feuilleton pubblicati a puntate su riviste popolari. Racconta il De Sanctis che una volta il Leopardi già macilento degli ultimi anni napoletani fece una visita alla scuola del purista Basilio Puoti, che il De Sanctis medesimo frequentava. A un certo punto il nostro, in tacita polemica verso il Puoti, disse agli allievi che nello scrivere bisogna badare più alla proprietà che all’eleganza. L’idea è che se scrivi in modo chiaro e appropriato, hai qualche possibilità di essere anche elegante. Se invece persegui l’eleganza fine a se stessa, non hai né questa (l’eleganza) né quelle (chiarezza e proprietà). E se qualcuno ritiene di poter dire quello che ha da dire solo usando una lingua tutta sua, questo per me significa una cosa sola: che non ha niente di interessante da dire. Quando parlavo di invenzione, mi riferisco alla capacità, che hanno solo i grandi scirittori, da farti dimenticare dopo una sola pagina che stai leggendo un romanzo. Quando invece gli scrittori mediocri ti fanno capire, ogni dieci righe, che stanno facendo della “letteratura”. Citando ancora Leopardi, è la differenza che passa tra “naturalezza” (che però richiede grande esercizio e studio) e “affettazione” (che invece si può anche improvvisare).




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        Doroteo Arango 21 febbraio 2015 at 18:35

        Sono sostanzialmente d’accordo sulle osservazioni di Franco, difendo tuttavia i contenuti, nel senso che spesso si commette (in buona fede naturalmente) l’errore di leggere prima il nome dell’autore e poi apprezzarne o meno lo scritto… sono le emozioni ciò che più conta, quello che chi scrive riesce a trasmettere in chi legge,e se questo sia autobiografico o meno, frutto di manierismo o naturalezza intrinseca in fondo poco mi importa…




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    Icilio Zoppas 19 febbraio 2015 at 19:59

    Chissà se nel frattempo “Zambon” ha mantenuto la propria integrità fisica…
    Per la cronaca Zambon era un buon CM veneziano (citato persino nella 1ª edizione della enciclopedia gialla per via di una variante del Dragone, mi pare) di quegli anni: speriamo non fosse lui il debitore insolvente!!




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      Franco Trabattoni 21 febbraio 2015 at 09:57

      Certo, Marco Zambon me lo ricordo bene. In partcolare per due cose: 1) nel 1974 si presentò al torneo di Coloretta di Zeri con una ragazza di una bellezza abbagliante (di cui, pensate un po’, ricordo ancora nome e cognome); 2) una colossale sbronza di vino bianco, prima (mi pare) alla Birreria Zanon di Cannaregio, poi in casa sua al Lido. Con me c’era Stefano de Eccher, che certo non era messo meglio di me; ma è grazie a lui se la mattina del giorno dopo sono riuscito a prendere il treno per Milano.




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        Icilio Zoppas 22 febbraio 2015 at 00:33

        Se parliamo delle stessa persona (e credo di sì), il nome di battesimo è Antonio non Marco




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          Franco Trabattoni 27 febbraio 2015 at 00:29

          Vero. Chissà perché ricorda meglio il nome della sua ragazza di quarant’anni fa.




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  8. avatar
    Mongo 19 febbraio 2015 at 22:25

    Ed io che mi aspettavo delle sfumature in grigio!! 😉




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  9. avatar
    DURRENMATT 21 febbraio 2015 at 17:26

    …il cinema ha cambiato il modo di fare letteratura in modo radicale.Un pò come accadde con l’invenzione della fotografia per i pittori paesaggisti.Con l’avvento della fotografia i paesaggisti smisero di copiare il reale, e l’arte prese una direzione che l’avrebbe portata negli anni all’avvento dell’astrattismo.La cinematografia ha reso impossibile un modo di raccontare che era tipico del romanzo dell’Ottocento.Fino a qualche decennio fa era impensabile che uno scrittore,che potesse dirsi tale,non avesse uno stile unico,che si ripete di libro in libro, e che è il suo tratto somatico,la sua riconoscibilità.Oggi non è più così.Oggi uno scrittore può decidere di scrivere libri con stili diversi e gli stili devono adattarsi al tipo di libro che scrive.Questo senza mettere in dubbio la personalità di chi scrive.Questo senza far pensare che si sia di fronte a un imitatore che sceglie uno stile come un’altro,come fanno gli attori quando cambiano completamente personaggio da un film all’altro.John William Corrington fece una previsione nel 1962. Disse che entro la fine del secolo(scorso)Bukowsky sarebbe stato considerato colui che avrebbe liberato la scrittura dalle grinfie degli accademici,che avrebbe completato il lavoro iniziato da Wordsworth e Rimbaud…”conserva in te una scintlla e non concederla a nessuno perchè con quella scintilla potrai attizzare un grande incendio”(Hank)…si scrive per sedurre il mondo.Il resto non conta nulla….P.S.stiamo parlando di scrittura o di scacchi? 😉




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