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Al Caffè Branca, la colonna sonora

Scritto da:  | 26 Luglio 2020 | 28 Commenti | Categoria: C'era una volta, Circoli, Italiani, Personaggi

Al Caffe Branca 3La scala e il juke-box

Le belle pagine scritte da Fabrizio sono di quelle che suscitano, in chi ha condiviso gli anni i luoghi le persone da lui rievocati, un sommovimento non superficiale nella psiche e l’affiorare, anche non voluto, di ricordi latenti ma vivissimi.

Un autobus che non passava mai, il 4, fino a piazza Tuscolo. Poi via Gallia, percorsa con passo impaziente e la testa piena delle varianti che volevi sperimentare per saggiare i tuoi progressi nel gioco, dopo tutto lo studio casalingo della settimana (che cominciava appena finiti i compiti). Poco dopo la chiesa, il tabaccaio, di cui ti giravi sempre a guardare la vetrina, con l’elegante scacchiera in bella mostra e i suoi pezzi staunton di un bel bosso pregiato.

E poi arrivava l’angolo su cui si apriva la porta a vetri del Caffè Branca. Subito a sinistra, appena entrati, dopo il bancone della rosticceria (ecco perché tornando a casa venivo sempre rimproverato di avere sui vestiti un terribile odore di fritto), quella scala di legno scuro un po’ buia. Indimenticabile.

Mettersi alla scacchiera ogni sera dopo cena nel chiuso della stanza (“e tutto il mondo fuori”), mentre la notte con i suoi misteri avanzava, con a fianco il bel libro Strategia e tattica nel gioco degli scacchi di Paoli o uno dei tanti trattati su aperture e finali in spagnolo di cui era in gran parte fatta l’editoria scacchistica di quei tempi (la Batsford non c’era ancora), era come entrare in un mondo parallelo, alternativo, fantastico, animato da entità arcane ma ogni giorno più amiche. Ogni sessione di analisi non si esauriva nello sforzo serio e attento di cercar di capire con l’intelletto le invisibili forze che emanavano dalla disposizione dei pezzi. La suggestione era così forte che la tua immaginazione ‘vedeva’ e ‘sentiva’, nella partita che stavi riproducendo, i volti e le personalità dei grandi campioni del passato (come li ritraevano vecchie mitiche fotografie) e di quelli, anche più amati, del tuo presente.

Il tempo si fermava, le ansie svanivano in una gioiosa e rassicurante sublimazione.

I gradini di quella scala (nessuna scala è stata mai più come quella) ti conducevano al piano superiore del sogno, del mondo fantastico ma non più immaginario dove era dato, anche ad un semplice ragazzino, giocare con i maestri della scacchiera (al Branca c’era quasi sempre un ex-campione italiano, o giù di lì). Ma era altrettanto importante stabilire amicizie con chi condivideva la stessa passione. Ed erano amicizie che non finiscono mai.

Un cameriere compassato e paziente veniva a prendere le modeste ordinazioni dei giocatori (difficilmente gli scacchisti consumavano altro se non un caffè, un tè o un cappuccino…e senza pasticcini!) e piano piano l’austera sala, all’inizio silenziosa, si riempiva di rumori difformi. Quello attutito dei pezzi mossi senza fretta e appoggiati delicatamente sul feltro da chi giocava partite ‘serie’ senza parlare, il frenetico picchiare sull’orologio dei lampisti, accompagnato da esclamazioni e commenti, strampalati ma mai banali, che sembravano rispondere al meccanismo verbale e concettuale delle associazioni libere (mi viene in mente l’«arrocco maltusiano», una delle tante geniali invenzioni di Mario Boschetti). Dal juke-box piazzato in fondo alla scala arrivava, effondendosi dolce e inebriante come un profumo, la voce di Patty Pravo.



La morte di Augusto Arienti, segretario e anima del Branca (l’identificazione con il circolo era tale che questo gli sopravvisse per poco), portato via da un aneurisma cerebrale quando non aveva ancora 35 anni, fu il primo grande dolore della mia vita, il primo incontro ravvicinato con la spietata pareggiatrice. Si dice che l’importanza di un avvenimento, per una persona, si misuri anche dalla vividezza con cui ne è rimasto stampato nella memoria il ricordo. Io ricordo perfettamente la telefonata che ricevetti a casa di un compagno di scuola, il mio muto sbigottimento. E mi vedo allontanarmi per una strada in discesa senza una parola. Avverto ancora la lotta interiore tra l’orgoglioso ritegno tardo-adolescenziale e la voglia di piangere. Eppure nella Cinquecento sulla quale William Sprovieri (detto ‘il Sommo’ ), Pino Valenti ed io andavamo al funerale c’era, più che tristezza, la consapevolezza, perfino allegra, di una comune appartenenza a qualcosa che ci univa così profondamente che neanche questo momento estremo avrebbe potuto staccare del tutto da noi il nostro amico. È questa la grande forza di quella bellissima cosa che sono le passioni, forse l’unica cosa che vince la morte.

Al Caffe Branca 1

Era molto raro vedere una donna al Branca. Lo scacchismo femminile prenderà piede solo qualche anno dopo. Una volta ci portai un’anziana pittrice, amica di famiglia, che si era mostrata interessata. Quando entrammo, l’atmosfera spenta di quel pomeriggio si ravvivò immediatamente. Il più bastardo di tutti, Sandro Meo, capì che ghiotta occasione gli si presentava e venne a sedersi di fianco a noi, mentre altri, incuriositi, facevano capannello in piedi. La pittrice, mentre formulava il primo dei suoi interrogativi, commise l’errore di volgere lo sguardo verso quel distinto signore: «Quand’è che si arrocca?», e Meo, con l’aria più seria di questo mondo: «Il martedì dalle cinque alle sette». Non ne ricordo altre, ma fu un fuoco di fila. Lei, quando capì, non la prese bene, e il mio piano di chiederle, per reciprocità, di visitare il suo atelier di pittura, che nella mia testa doveva essere pieno di modelle, naufragò miseramente.

Meo, ottimo e originale giocatore, era una persona molto sui generis, con una certa tendenza alla paranoia, come sa bene chiunque l’abbia conosciuto. Prima che arrivasse Passerotti, ero l’unico ragazzino lì dentro, e il mio doloroso ma formativo rito di passaggio fu sottostare per qualche mese alle angherie di Meo, che non potevano finire se non quando l’avessi battuto. Fu leale. Il sarcasmo, di cui mi aveva fatto oggetto ogni volta che ci sedevamo di fronte (e non potevo rifiutare i suoi inviti, per orgoglio), cessò di colpo dopo che gli vinsi una partita di gioco lento. Qualche tempo dopo ci incontrammo anche in torneo e mi sarà consentito di riprodurre qui una foto del formulario, che conservo gelosamente, di quella partita, una partita di cui sono molto fiero.

Al Caffe Branca 2

Meo era, a suo modo, incorreggibile e capitò ancora che avessimo qualche motivo di contrasto, ma avevo anche imparato a stimarlo. Anzi, in un paio di occasioni in cui dovevo chiedere un consiglio a qualcuno che non fosse troppo direttamente coinvolto nella mia vita, mi rivolsi a lui. Il Branca non c’era più, eravamo seduti nei giardinetti di piazza Lecce, di fronte al Cyrano. Ricordo che rispose con onestà intellettuale. Espresse il suo parere in toni oracolari: «Poniamo che la posizione che stai giocando imponga b5, tu cosa fai?». Come in ogni bravo responso oracolare, non era per niente facile capire quale delle alternative fosse adombrata nella mossa b5, ma gli sono ancora grato e sento di dovergli qualcosa.

Di solito giocavo con il Maestro Nestler, il primo che avevo conosciuto la prima volta che avevo messo piede al Branca, portato lì non ricordo da chi. Fu come un imprinting. Vidi lui, giocai la prima partita con lui, fui accettato e diventai suo allievo. Persona estremamente educata e riservata (gli ho dato del lei fino all’ultimo), giocatore di prim’ordine, più volte campione italiano, era raffinatissimo nelle manovre di cavallo e nel trattamento dei finali con piccoli vantaggi. Come maestro era di poche parole, mai lunghe spiegazioni e lunghe analisi dopo la partita. Mi faceva notare l’essenziale perché capissi i miei errori. Spesso bastava la domanda più efficace: «Perché hai fatto questa?». E poi si rigiocava subito la stessa apertura o lo stesso finale. O si cambiava. Lasciava a me la scelta. Ho avuto altri maestri in altri campi. Da tutti ho imparato che il valore di un maestro, come di un padre, sta nell’esserci, non nel seguirti sempre, sta nella costante disponibilità, non nella presenza, sta nel mettersi nei tuoi panni, non nel dispensare dall’alto. Credo che la predisposizione alla didattica, così forte in me, trovi origine nell’aver avuto insegnanti bravi ad insegnare, con qualcosa di comune nell’atteggiamento, anche se a volte con metodi diversi.

Quando Augusto Arienti morì, venne drammaticamente in luce la precarietà dei circoli di scacchi nei bar. Ci sarebbe voluto un altro generoso e capace come lui. Per fortuna c’era: si chiamava Salvatore Nobile. Con lui ebbe inizio l’allegra epopea del Cyrano. Ma un tempo, il tempo del Branca, il nostro tempo, era finito per sempre. Un altro ne stava cominciando.

P.S. Credo che non sia possibile rievocare qualcosa di importante del proprio passato senza farsi coinvolgere impudicamente dai ricordi. Le canzoni che ho attinto dalla mia memoria non sono la colonna sonora di quegli anni. Sono la colonna sonora di quel juke-box.

28 Commenti a Al Caffè Branca, la colonna sonora

  1. avatar
    rossi roberto 19 Marzo 2015 at 13:01

    Caro Gargiulo, grazie per il tuo splendido articolo sul Branca e grazie a soloscacchi che consente a noi nostalgici di rivivere i migliori momenti passati nei storici circoli di scacchi di Roma, quasi tutti “alloggiati” nei Bar. Mi chiamo Roberto Rossi ed ho frequentato prima un dopolavoro, dove si giocava anche a dama vicino a San Giovanni, poi il Branca dove ho conosciuto gli stessi “personaggi” del mondo scacchistico che sono poi “emigrati” in gran numero al Cyrano, il mitico Cyrano dove camerieri non più “compassati e pazienti” come al Branca cercavano di esigere da noi adolescenti scacchisti, che pigiavamo forte sui tasti degli orologi nelle lampo, la doverosa “consumazione”. Dopo la chiusura dello spazio Cyrano, a seguito della morte del figlio della padrona del bar, successiva migrazione presso gli altri circoli: Piredda ed Arienti, Non ho frequentato l’Accademia, preferendo il Cyrano, perché li’ c’erano troppi “mostri sacri” e si respirava un’aria da “puzza sotto il naso” mentre nella turbolenta atmosfera del Cyrano, si agitavano personaggi come Malan, Boschetti, il mitico Chiogna, Vujovic, D’Amore, D’Arpino, Pagliaroli, De Vita io e tanti,
    tanti altri. Mi piacerebbe che noialtri scacchisti raggruppassimo i nostri ricordi per una complessiva ed esaustiva testimonianza dei circoli romani che ci hanno consentito di vivere anni indimenticabili. Roberto Rossi

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      Tristano 19 Marzo 2015 at 14:58

      Sì. Facciamolo. Aggiungiamo ricordi ai ricordi. Ricreiamo quelle atmosfere. Cerchiamo di ritrovarci e parlarne. D’Arpino, Pagliaroli, De Vita, Adriano Soi e tanti altri…chi riesce a contattarli?

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    fabrizio 19 Marzo 2015 at 13:37

    Grazie Tristano per questi ricordi, belli e preziosi per tutti quelli che (come noi) hanno avuto la fortuna di frequentare quell’ambiente. La tua “colonna sonora” mi ha risvegliato molte piacevoli sensazioni, insieme alla malinconia per un tempo ormai inesorabilmente lontano. Sarebbe bellissimo se, come propone anche Roberto Rossi, anche altri amici di allora portassero le loro testimonianze.

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    Graziano Masi 19 Marzo 2015 at 17:17

    Canzoni da pelle d’oca che a noi vecchietti fanno venire il magone. Personalmente sono contrario a questi tristissimi tuffi all’indietro. Tristano (concedimi il tu) i ragazzi che ti hanno avuto come educatore o maestro sono stati molto fortunati.

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      fabrizio 19 Marzo 2015 at 23:16

      Caro Graziano, spero che “tristissimi tuffi all’indietro” sia solo una battuta ironica. A me danno sì un po’ di malinconia, insieme però al piacere di rivivere emozioni positive. E’ difficile che qualcuno scriva per ricordare situazioni ed emozioni veramente spiacevoli: e quando questo dovesse accadere, credo che la motivazione stia nel voler sublimare dette emozioni, cercando, in qualche modo, di superarle.
      A parer mio riuscire a “storicizzare” gli episodi della propria vita ha sempre benefici effetti psicologici, per chi ci riesce.

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    Roberto Messa 19 Marzo 2015 at 18:19

    Caro Tristano, pur non essendo di Roma, ho letto con grande piacere, perché tra gli anni Settanta e Ottanta ho conosciuto e incontrato alla scacchiera molte delle persone straordinarie che hai citato.
    Anche noi due abbiamo giocato almeno una volta in torneo, vero?
    La colonna sonora è anche per me fonte di sublime magone… grazie.

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      Tristano 19 Marzo 2015 at 18:54

      Sì, caro Roberto. Madonna di Campiglio 1976. leggo sempre i tuoi equilibrati commenti su questo blog, come anche quelli di tanti altri (come ben sa il caro Martin, che ringrazio di cuore per questa eccellente impaginazione).

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    Roberto Messa 19 Marzo 2015 at 18:55

    Nella foto tra “La bambola” e Sylvie Vartan riconosco l’autore dell’articolo al centro e Pierluigi Passerotti a destra, ma chi è quello con i papillon e il tipo e la tipa a sinistra?

    Dimenticavo: molto buono l’Attacco Austriaco contro la Pirc di Meo.

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      Tristano 19 Marzo 2015 at 19:20

      Quello con il papillon è Fernando Blasi. Il primo a sinistra è Augusto Arienti. La tipa era mia madre, che mi aveva accompagnato alla premiazione 😀 PS Molto gradito l’autorevole commento alla partita, Roberto.

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        Franco Trabattoni 23 Marzo 2015 at 23:32

        Mi sono fatto subito la stessa domanda. Ma la faccia non mi era nuova, e avrei potuto arrivarci da me: Fernando Blasi, càspita, ma certo!

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    Tamerlano 19 Marzo 2015 at 22:02

    Bellissimo racconto amche per me che iniziai a giocare nel 1972 ed ho sempre sentito soltanto parlare dei vecchi circoli di Roma. Un grazie all’autore!

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    roberto d'arpino 20 Marzo 2015 at 23:27

    cari vecchi amici, che gioia leggervi. non ho frequentato il caffè branca ma ne ho sentito parlare . quella magica atmosfera ha avuto molta importanza nella mia vita di adolescente con enorme timidezza. lo sviluppo della memoria, la capacità di calcolo, la resistenza di irriducibile avversario mi ha temprato e reso forte. perchè una volta non ci vediamo per una cena da amarcord? io abito a montesacro- credo vicino a tristano- ma posso arrivare ovunque….magari a piazza lecce. esempio di memoria- roberto rossi, senza barba, laureato in giurisprudenza credo zona prenestina, militare nel 1976- 18 mesi in friuli dopo il terremoto, per lavorare partecipò ad un concorso con la quinta elementare— intanto aiuto la famiglia e mi sistemo , dopo la carriera. quanta bella saggezza pratica. un altro ricordo- credo 1979- il futuro magistrato valenti si chiude in casa per un anno e studia per il concorso- ultima chance- al termine mi telefona e ci evdiamo per giocare….sembrava tal…lui amava poco il blitz ma doveva scaricare tensione di un anno….neppure un pareggio fortunoso. 3939999938- mail : ildeb@yahoo.com
    a presto, roberto

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      roberto rossi 21 Marzo 2015 at 20:24

      Caro Roberto D’arpino, antico compagno del Cyrano, io credo che potrebbe essere una magnifica occasione per vederci tutti riuscire ad organizzare un open, sì un mega open riservato solo a noi : la gente del Branca ed il popolo del Cyrano. Eravamo, anzi siamo in tanti, dal non classificato al grande maestro. Tu, se non sbaglio, sei pure arbitro. Ci tassiamo e facciamo pure delle belle medaglie commemorative (i premi in denaro dinanzi alla nostalgia canaglia di quegli anni contano poco).Siamo ancora in tanti ed una cosa del genere oltre che scacchisticamente singolare sarebbe davvero bella. Chissà se è veramente fattibile!? Roberto Rossi

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        fabrizio 21 Marzo 2015 at 21:59

        Io ci sto! 🙂 🙂

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        Tristano Gargiulo 21 Marzo 2015 at 23:40

        Sarebbe bellissimo, sia una semplice pizza sia il torneo. Diamoci da fare!

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      Tristano Gargiulo 21 Marzo 2015 at 23:47

      Sì, Roberto, abitiamo vicini, e una volta (anni ’90) capitava anche di incontrarci, mi sembra. L’annus terribilis di Valenti lo ricordo bene anch’io. Mi rimasero impresse le parole con cui il bancario Valenti simboleggiava la sua irrefrenabile voglia di diventare il giudice Valenti: “Di fronte al mio sportello, al di là della strada, c’era una vineria. Non potevo più sopportare l’idea di passare la vita a leggere ogni giorno: ‘Fiaschetteria Onesti’ “

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    Pierluigi Passerotti 2 Aprile 2015 at 04:06

    Caro Tristano, i ricordi a me fanno venire tristezza. Ho impiegato tempo per staccarmi dal malessere e scrivere queste poche note. Ricordare tanta gente che non c’è più, ricordare quelli che non si sa più che fine hanno fatto… I ricordi evocati da te evocano altri ricordi e forse ho problemi ad andare indietro di 40 anni perchè devo aver sofferto più di quanto abbia capito in quel periodo. Alcune persone che facevano parte del mio mondo col passare del tempo mi hanno deluso e di quelle che più stimo ne sono rimaste poche e comunque non le vedo o sento che raramente, sempre più raramente. Purtroppo non sto più a Roma. Domenico Malan, Fausto Pederzoli, Carlo D’Amore e te … mi fa piacere e non oso chiedere di Sandro Meo e di molti altri. Stiamo invecchiando e sono sempre meno quelli con i quali si possono condividere gli anni migliori della nostra vita.
    Chi ha conosciuto Roberto Palombi? E Piredda, Calapso, Colombo e… oddio i nomi non mi vengono più in mente, ah sì Bivini e … chi ne aggiunge altri?

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      fabrizio 2 Aprile 2015 at 11:40

      Caro Pierluigi, sono Fabrizio Antonelli (spero che tu ti ricordi di me). Certo, a volte i ricordi possono anche immalinconire e rattristare, ma credo che ricordare un periodo della propria giovinezza non può essere soltanto questo. Ci sono senz’altro anche ricordi di bei momenti, di attimi di spensieratezza che allora ci facevano star bene (ad esempio, non ti torna in mente un pomeriggio estivo che passammo tu, io, Nazareno Giuliani, alla Piscina delle Rose, arrostendoci al sole e giocando un numero infinito di lampo?). La vita riserva brutti momenti a tutti, ma solo ricordando quelli piacevoli si riesce ad andare avanti. Scusa se quello che dico può sembrare/essere banale o retorico, ma io ne sono assolutamente convinto.
      PS: forse non hai letto il mio articolo “Al caffè Branca”, dove cito e ricordo Palombi, Bivini, Colombo, Calapso, Boschetti e tanti altri (Piredda è di qualche anno dopo). Tristano ed io vorremmo dare un seguito: vorremmo coinvolgere in qualche modo Boschetti (sempre in gamba, nonostante l’età); perché, nonostante le tue remore, non partecipi anche tu?

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        rossi roberto 2 Aprile 2015 at 13:41

        Si, Fabrizio, Pierluigi Passerotti, per sempre “passero” per i nostalgici Cyrano, deve in qualche modo coinvolgersi: non ci bastano più i solo i suoi, pur eccellenti articoli teorici su “Torre e Cavallo”, deve, di persona, portare il suo, non importa se dolente e malinconico ma pur sempre essenziale, contributo al rinnovellarsi dei nostri meravigliosi ricordi. D’altra parte anche altra gente, come il Malan Domenico da lui citato, si è detto disponibile, quarant’anni dopo, ad un pur sempre festoso “rimpatrio”. Le gente del Branca ed il popolo del Cyrano, “gens una sumus”, è un folla innumerevole “saziosa” di questi rimpatri, non facciamone dei tristi fantasmi del passato: possibile che non si riesca ad organizzare qualcosa? (io propendo sempre per un Open a noi dedicato) Grazie a tutti da Roberto Rossi

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      Tristano Gargiulo 2 Aprile 2015 at 18:20

      Caro Passero, ringrazio te come tutti gli altri intervenuti per le osservazioni che hanno lasciato e che ho molto apprezzato. Io penso che ogni rievocazione di un tempo lontano, quanto più ti costringe a riandare emotivamente a quel tempo, e in questo senso può far male per il senso di tempo perduto, tanto più te lo faccia intimamente recuperare rinnovandoti la consapevolezza, che si era forse un po’ affievolita, di averlo vissuto in tutta la sua pienezza. Mentre lo scrivevo – ma si sente bene anche nell’articolo di Fabrizio sul suo periodo genovese, che trovo bellissimo – ho provato il dolore di qualcosa di irrimediabilmente perduto, ma mai come negli ultimi quarant’anni ho avuto la stessa precisa emozione, chiudendo gli occhi e cliccando su una delle canzoni, di salire quella scala e di essere lì, di guardarmi intorno e di vedere tutto come allora… Non credevo neanch’io che mi sarei potuto fare un regalo simile. Ed è un regalo che offro a te, a Fabrizio e a tutti gli amici che l’hanno letto e lo leggeranno, così come spero di riceverne da chi vorrà raccontare il modo in cui ricorda le stesse cose.
      E’ stato come entrare in un film, il film della tua vita… ravvivare nello stesso tempo il colore dei ricordi e sentire il morso delle acute spine della nostalgia…un dolceamaro che, come effetto secondario importante, mi ha riportato idealmente vicino agli amici di quella storia, come ho cercato di dire.

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        fabrizio 2 Aprile 2015 at 20:22

        Grazie Tristano, non potevi esprimere meglio le sensazioni dolci-amare del rievocare i tempi perduti della giovinezza.

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      roberto d'arpino 11 Aprile 2015 at 01:38

      carissimo Pierluigi, mi ha fatto piacere leggere uno sfogo personale dopo i tanti ottimi articoli. Il passato è qualcosa che ci appartiene ma il ripensarci troppo intristisce. Ho smesso di praticare gli scacchi nel 1984- 30 anni di bridge poi solo pc. la cosa meravigliosa era l’uguaglianza e la parità intellettuale. fuori uno era xx dentro solo uno spingitore di pezzi che scherzava con tutti. breve ricordo sulle aperture adottate- con il bianco solo e4 con seguiti strani. io volevo giocare la spagnola e beccavo tutte le trappole….d4 era considerata da paurosi….con il nero l’ovvia siciliana su e4 ed aperture aggressive tipo est indiana o benoni. si perdeva molto ma il divertimento non mancava certo. giocavamo per ore con fiumi di adrenalina e senza scommettere. seguendo l’articolo di trabattoni noi avevamo il grande gianni de vita….tombeur de femmes professionista. lui una donna al mese….noi in 20 una l’anno….se andava bene… caro passero in fondo sei stato l’unico che ci ha creduto fino in fondo, se fosse stato facile lo avrebbero copiato. buone cose dalla vita. roberto

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        Franco Trabattoni 20 Aprile 2015 at 22:39

        Ehi, ecco ricomparire anche il “Passero”. Ciao Piero! Come va? Vedo che la tua nota è piuttosto malinconica, e per certi versi ti capisco. I ricordi sono a una risorsa a doppio taglio. A me di tanto in tanto fa piacere lasciar correre la memoria, e infatti quando ho tempo mando qualcosa a SoloScacchi (come forse saprai). Io ti leggo invece su T & C, dove però anche tu lanci qua e là qualche freccetta verso il passato. Trovo ad esempio sul numero di aprile un tuo cenno nostalgico al 1988, all’avventura della Prisma Editori con Malan e il “laureato in fisica” (Saliba?). Ti ricordi che uno dei primi libri Prisma l’ho tradotto io, insieme con la mia fidanzata di allora? Ci sarebbe spazio per dire tante cose, ma visto che i ricordi ti immalinconiscono taglio corto, e te ne propongo uno che (spero) ti farà sorridere. Agnano, 1981, finale del 40° campionato. Dopo un torneo con alti e bassi, all’ultimo turno sono abbinato con te. Se vinco (mi pare di ricordare) rientro in gioco per la finale dell’anno dopo. Gioco male, tento di resistere, ma alla fine perdo. Bene, sono incazzato nero. Tu allora che cosa fai? “Vieni”, mi dici, mi prendi per un braccio e mi porti al bar. Lì ci appollaioamo ai trespoli del bancone, mentre io continuo a guardarti con gli occhi iniettati di sangue (non mi ricordo perché ero così incazzato; ma le sensazione è che ci fosse qualche motivo valido, oltre al semplice fatto di avere perso). Tu ordini un paio di bicchierini, e non appena io ho tracannato il mio mi dici: “E dajje, e dimmelo, su'”. E io, con tutto il fiato che avevo in corpo: “Piero, vaffanculo!!!!”. Dopodiché scoppiamo tutti e due in una risata liberatoria. La mattina dopo siamo tornati verso Roma insieme, sulla gigantesca automobile di Tatai. Ho pranzato con te e con i tuoi genitori, e più tardi ho preso un treno per Milano

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    Domenico Malan 17 Agosto 2016 at 02:06

    Ciao a tutti, ragazzi. Perché sempre ragazzi resteremo, fin quando NOI potremo parlare, scrivere e ricordare le atmosfere, la passione comune e ciò che ci univa e determinava anche i nostri rapporti umani: gli scacchi. Intendo dire che gli anni passano e si invecchia solo quando non si possiede una storia comune, quando ci si misura e confronta tra sconosciuti/estranei che fanno parte solo del tuo presente e ti osservano per quello che sei ORA. Ma quando entri (o rientri) in contatto con qualcuno che anche decine e decine di anni prima ha ‘colorato’ la tua vita e stretto con te un legame continuativo e in un certo qual modo ‘emozionale’ il tempo non conta più. In quel caso, la nostra condizione attuale è solo la continuazione di un qualcosa di inossidabile che prosegue nella nostra anima. Siamo esattamente gli stessi degli anni ’70, non è qualche capello bianco o qualche chilo in più che può fermare questa verità. Saremo sempre gli stessi finché avremo la capacità di emozionarci e di ricordare quelle che sono tappe indimenticabili della nostra vita. Un abbraccio a tutti voi. Domenico Malan

  10. avatar
    Giorgio Gozzi 26 Luglio 2020 at 09:36

    Una colonna sonora da paura! Voto da zero a dieci… undici! Aggiungerei anche Se telefonando di Mina anche per un omaggio allo scacchista Ennio Morricone

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      Bayes 26 Luglio 2020 at 10:49

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      Tristano 26 Luglio 2020 at 23:28

      Se telefonando sarebbe la mia preferita in assoluto. Ma, come ho detto, ho messo solo quelle che sentivo suonare da ‘quel’ juke-box, mentre giocavo al piano di sopra.

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  11. avatar
    Enrico 27 Luglio 2020 at 11:53

    Sono uno di quei vecchi poveracci che dice a quelli più giovani “Non avete idea di cosa vi siete persi” . Parlare con Colleghi nati negli anni 70 che non hanno mai visto “Il Sorpasso” nè ascoltato l’Equipe …l’articolo è bello,ben scritto (c’è bisogno di dirlo ?) , super colonna sonora . Dove giocavo – male – io (Bar Ambrosiano e Circolo Rapid di Parma) non c’era il juke-box ma al bar del Rapid facevano dei buonissimi toast farciti . Quando smisi di andarci lasciai un cospicuo conto da pagare . Il giocatore più prestigioso è Antonio Pipitone ,oltretutto un vero gentiluomo .
    Nella foto della premiazione mi ha colpito la giacca del ragazzo sulla destra,degna di Maurizio Arcieri dei New Dada o di Gerry Manzoli dei Camaleonti.

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