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Cause ed effetti, una storia senza importanza

Scritto da:  | 2 Gennaio 2016 | 12 Commenti | Categoria: Racconti
Una storia senza importanza 0Don Damiano uscì sul sagrato. C’era un vento freddo che veniva giù dalle valli ed il parroco sentì la necessità di rinfagottarsi nella veste nera, avvolgendo la sciarpa attorno al collo. La piazza del paese era lì, davanti a lui: il municipio, restaurato dopo gli orrori della guerra, la scritta “credere, obbedire, combattere” che ancora faceva capolino sotto la frettolosa imbiancatura e, là in fondo, l’altra scritta, fresca di vernice, che annunciava orgogliosamente “Circolo Cooperativo Forti e Liberi”, il ritrovo dei senzadio.
Don Damiano, diversamente dal santo di cui aveva adottato il nome, si sentiva votato alla guarigione delle anime e non dei corpi, ed ogni giorno, uscendo sul sagrato, sentiva ribollire in sè la necessità di strappare a quel luogo di perdizione (sì, DI PERDIZIONE!) anche una sola anima appartenente ad uno dei frequentatori: il farmacista, uno dei due medici condotti, l’insegnante di lettere che esercitava la sua professione nella vicina città (persone con le quali scambiava, all’occasione, un frettoloso saluto), e quello stravagante pittore che non si stancava di raccontare le proprie gesta di quando, anni prima, era salito in montagna per unirsi ai partigiani e tutti coloro che, al termine della giornata di lavoro, si trovavano nel locale a scolare litri di pessimo vino che il gestore – altro partigiano – spacciava per Dolcetto.
Qualche tempo prima don Damiano era rimasto folgorato da una voce che gli era giunta grazie alle chiacchiere delle devote anziane che non mancavano di frequentare la Casa di Dio in occasione delle Funzioni Religiose e del Rosario: il nipote quindicenne della vedova Zaffagni frequentava la farmacia del Paese per giocare a scacchi col farmacista nel retro del locale! E non era escluso che il ragazzo frequentasse anche la “Forti e Liberi” nei pomeriggi in cui la decina di cultori del gioco si ritrovavano in una stanzetta per coltivare la propria passione.
Don Damiano non aveva riferito la cosa alla vedova Zaffagni, anche per non suscitare nell’anziana signora un inevitabile moto di indignazione che avrebbe portato ad altrettanto inevitabili reprimende nei confronti del ragazzo, ma si era chiesto quale fosse il giusto modo di strappare quest’ultimo, ancora evidentemente immaturo e facile preda di idee sovversive, alla malefica influenza di quelle persone e di quel luogo.
Altre voci gli avevano riferito che il ragazzo – Romano – se la cavava abbastanza bene davanti alla scacchiera, tanto da aver battuto alcune volte il farmacista ed il medico e don Damiano sapeva bene il fascino che gli scacchi potevano esercitare nei confronti di un adolescente; egli stesso, in gioventù, aveva soggiaciuto a tale fascino e si era tolto a volte la soddisfazione di battere, reprimendo un moto d’orgoglio, altri iscritti al circolo dell’Azione Cattolica che, in quel periodo, egli frequentava. Poi erano arrivati il seminario, la veste, la parrocchia, la fine della guerra e i senzadio della “Forti e Liberi”.
Don Damiano, dopo essersi consultato col vescovo che non aveva mancato di inarcare le sopracciglia nell’udire il progetto del parroco ma che aveva tuttavia dato il suo benestare, aveva giocato la sua carta; per realizzare ciò che aveva concepito era necessario ricorrere all’abituale generosità della vedova Zaffagni, in quanto i fondi della parrocchia non erano in grado di far fronte alla spesa, e la vedova non aveva lesinato, lieta di contribuire alla salvezza di alcune anime.
Da quel momento le cose avevano subìto una notevole accelerazione. Don Damiano aveva reclutato alcune anziane signore per ripulire a fondo una stanza della canonica che non veniva usata da diversi anni, aveva racimolato diverse sedie abbandonate nel laboratorio del falegname del paese, aveva recuperato tre lunghi tavoli usati anni prima ai tempi delle tessere annonarie e del razionamento, ed aveva preso la corriera per recarsi in città. La somma a lui affidata dalla vedova Zaffagni aveva coperto di misura la spesa per il materiale e due giorni dopo la “sala di scacchi” della parrocchia era pronta: sei scacchiere, con relativi orologi, sui tavoli ripuliti e lucidati, dodici sedie perfettamente allineate e, come gesto di ufficialità, una targa in cartone affissa sulla porta d’ingresso: “Circolo Scacchistico Semper Fidelis“.
Una storia senza importanza 4Gli orari di apertura (domenica pomeriggio) erano stati fissati da don Damiano in modo da conciliarsi con le altre attività parrocchiali e la nuova associazione era stata resa nota al paese grazie ad una appassionata predica svolta da don Damiano alla Santa Messa della domenica (ore 10.30, quando c’erano tutti). Anche i numerosi avvisi ciclostilati affissi dal parroco nella tabaccheria, nel negozio di alimentari e – cosa che non aveva mancato di stupire il parroco – in municipio, nonostante l’amministrazione fosse in mano ai senzadio, avevano rafforzato nella cittadinanza l’idea che in paese stava avvenendo qualcosa di nuovo, indirizzato, come don Damiano aveva chiaramente rivelato nel corso della predica, verso i giovani del luogo.
La faccenda aveva avuto, fin da subito, un successo che superava anche le più rosee aspettative di don Damiano: otto giovani si erano presentati all’apertura, e tra di loro c’era anche Romano, che aveva esternato la sua ammirazione per scacchiere ed orologi nuovi di zecca. L’unica cosa che aveva prodotto un certo turbamento nel parroco era stata la presenza, tra quegli otto, di Elena, la figlia quindicenne del farmacista; dopo un momento di esitazione, don Damiano l’aveva fatta entrare nel locale riportato a nuova vita dagli sforzi congiunti delle fedeli reclutate all’uopo, e la ragazza si era messa a giocare immediatamente con Romano, mentre gli altri sei “soci fondatori”, due dei quali erano accompagnati dalle madri, si accalcavano attorno alla scacchiera per seguire le sorti dello scontro, una partita lampo a cinque minuti che aveva suscitato in don Damiano alcuni interrogativi, per il momento accantonati.
Questi interrogativi, tuttavia, lo tormentarono per qualche tempo: Romano frequentava la casa del farmacista per giocare a scacchi, ma con chi? E se l’abituale avversario non era il farmacista ma la figlia, cosa stava maturando tra quei due ragazzi? Decise di tenerli d’occhio, ma anche di nominarli istruttori degli altri giovani frequentatori il cui numero, col passare delle settimane, aumentò fino a superare la decina.
Il parroco non poteva non essere soddisfatto del successo della sua iniziativa – che lui definiva “progetto educativo” – successo che gli venne riconosciuto anche dal vescovo nel corso di una delle abituali udienze. All’inizio dell’autunno riaprirono le scuole; ogni mattina la corriera portava in città gli studenti – cinque – che avevano iniziato gli studi liceali, tra loro anche Elena e Romano, sul cui comportamento don Damiano si teneva informato. Studenti volonterosi, entrambi non ebbero problemi nel passare alla classe successiva quando l’anno scolastico ebbe termine ed iniziò un’estate caldissima. Ciò che realmente preoccupava don Damiano erano le abitudini scacchistiche dei due giovani: oltre all’abituale presenza della domenica pomeriggio al circolo parrocchiale, i due si ritrovavano spesso anche a casa di Elena, l’abitazione al piano superiore della farmacia, dove l’unica presenza oltre alla loro era quella della donna che sovrintendeva al governo della casa, visto che il padre di Elena era rimasto vedovo negli anni della guerra. Questa anziana donna, di nome Adalgisa, poteva essere una fonte di informazioni per il parroco se non fosse stata completamente sorda, quindi non in grado di percepire alcunchè di sospetto nel comportamento dei due ragazzi i quali, frequentando la stessa classe, avevano anche il pretesto, per incontrarsi, degli studi da condividere.
In più, don Damiano aveva notato una scarsa frequenza dei due al confessionale ed inoltre, in occasione di tali rare visite, aveva notato in entrambi una palese reticenza, cosa che lo allarmava sempre di più. Non osava pensare che i due avessero… be’, l’età era certamente quella dell’innamoramento, ma che fossero giunti a QUELLO…
Il dubbio che rodeva l’animo del parroco si accentuò quando ad ottobre le scuole riaprirono ed un occasionale passeggero della corriera, abituale frequentatore della Casa di Dio, gli riferì che i due compivano il viaggio di andata e quello di ritorno in sedili affiancati continuando a chiacchierare tra loro a bassa voce.
La faccenda andava chiarita, decise don Damiano, ma come? Interrogarli separatamente era da escludere, singolarmente men che meno, escluderli dal frequentare il circolo parrocchiale avrebbe messo in crisi il circolo stesso, spingendo inoltre i due ragazzi a frequentare il circolo dei senzadio. Che fare?
La soluzione gli giunse, inattesa e tutt’altro che gradita, da una visita di Elena al confessionale: dopo innumerevoli esitazioni, la ragazza – ormai una donna – confidò al parroco un suo amore, quello per Romano, che non veniva corrisposto, nonostante lei avesse chiaramente esternato i suoi sentimenti per il coetaneo. A quanto pareva, Romano non era interessato, dichiarandosi apertamente omosessuale.
OMOSESSUALE!? Don Damiano rimase per qualche momento senza parole, mentre Elena, dall’altra parte della grata. si scioglieva in lacrime di delusione e di frustrazione.
Dunque, il pericolo della FORNICAZIONE tra i due ragazzi era escluso, ma il disastro che travolse il progetto educativo di don Damiano si concluse con l’ultima atroce rivelazione: Romano partecipava in forma attiva al tesseramento della Federazione Italiana Giovanile COMUNISTA (COMUNISTA!!), cosa che avrebbe potuto contagiare ideologicamente anche gli altri frequentatori del circolo parrocchiale.
Due mesi dopo la vedova Zaffagni venne trovata morta, nel sonno, e la lettura del suo testamento fu deludente per don Damiano, che si aspettava una ben più cospicua donazione a favore della parrocchia. Il giorno seguente, il parroco chiuse il “Semper Fidelis”, e da quel giorno scacchiere, pezzi ed orologi rimasero a prendere polvere nella desolata stanzetta della canonica.
L’anno seguente la “Forti e Liberi” iscrisse la propria squadra ai Campionati Provinciali a Squadre: ne facevano parte Romano, il farmacista, Elena ed il medico. Don Damiano si rifugiò nelle pagine del breviario.

avatar Scritto da: Paolo Bagnoli (Qui gli altri suoi articoli)


12 Commenti a Cause ed effetti, una storia senza importanza

  1. avatar
    Mongo 2 Gennaio 2016 at 16:18

    Gran bel racconto grande Paolo, ma la fine, troppo brusca, mi ha lasciato un po’ perplesso!

  2. avatar
    paolo bagnoli 2 Gennaio 2016 at 18:21

    Hai ragione, ma era nelle mie intenzioni (come sempre) lasciando a chi legge la conclusione “preferita”. Aspetta il prossimo racconto (Codex) e forse ti inc…erai ancora di più.
    Buon Anno, amico mio
    P.S. E’ una storia molto simile ad una già accaduta e che riuscii a seguire per un breve periodo. Senza importanza, come nel titolo, ma a mio avviso ogni vita è un piccolo romanzo con una sola conclusione che ti lascio immaginare…..

  3. avatar
    Michele Panizzi 2 Gennaio 2016 at 23:30

    Paolo , hai scritto un capolavoro!

    • avatar
      Rino 3 Gennaio 2016 at 09:41

      Anche a me è piaciuto tantissimo.

  4. avatar
    fabrizio 3 Gennaio 2016 at 00:20

    Titolo enigmatico, per un bel racconto dalle molte possibili interpretazioni. Don Damiano è un semplice o è un ambiguo personaggio? Ma soprattutto: gli scacchi sono redenzione o strumenti del demonio? Anche se è “scorretto” chiederla, vista la dichiarata volontà di lasciare a chi legge di “scegliere” la conclusione preferita, l’interpretazione “autentica” dell’autore penso sarebbe gradita.

    • avatar
      paolo bagnoli 3 Gennaio 2016 at 11:32

      Una mia “interpretazione” non esiste, davvero. Come ho già detto, mi sono riferito ad una storia simile accaduta tanti anni fa (ma che non aveva alcun nesso con gli scacchi, bensì con altra disciplina). Ho tentato di mettere in risalto quelli che, in certi anni, furono i pessimi rapporti tra opposte interpretazioni dell’ Essere e del Vivere, tra tolleranza ed intolleranza.
      Spero di esserci riuscito e non è detto che anche oggigiorno non esistano situazioni simili.

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    Fabio Lotti 3 Gennaio 2016 at 09:11

    Gli scacchi vanno bene, per Don Damiano, se non ci sono omosessuali né comunisti. Così interpreto il racconto.

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      paolo bagnoli 3 Gennaio 2016 at 18:17

      Caro Fabio, come sei brutale nella tua interpretazione!

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    ELENA G. 3 Gennaio 2016 at 09:47

    un sincero saluto con tardivi auguri di buon 2016 a tutti. Elena G.

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    Martin 3 Gennaio 2016 at 10:02

    Grazie Elena, ringrazio e ricambio con gioia a nome di tutti. Saluti cordialissimi al caro amico Luca che attendiamo con piacere di nuovo sul nostro sito.

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    Filologo 3 Gennaio 2016 at 11:04

    E se il giovane Romano fosse invaghito di don Damiano, e passato all’altra parrocchia per la rabbia di non esser corrisposto?

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      paolo bagnoli 3 Gennaio 2016 at 11:34

      Ipotesi suggestiva, ma non volevo far pensare a tanto….

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