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Chess in school

Scritto da:  | 10 febbraio 2016 | 3 Commenti | Categoria: Le Interviste, Scacchi e scienza

Il 24 febbraio presso il Parlamento Europeo di Bruxelles si svolgerà una conferenza dal titolo “Chess in School” organizzata dalle europarlamentari Ana Claudia Tapardel (Romania) e Silvia Costa (Italia, Partito Democratico) e dall’ECU, l’associazione delle Federazioni Scacchistiche Europee.

Chess in school confTra i relatori è annunciato Alessandro Dominici, che esporrà i dati delle esperienze italiane e parlerà del progetto per l’insegnamento degli scacchi che sta portando avanti con l’associazione Alfiere Bianco e altre organizzazioni “sorelle” di Germania e Spagna, grazie al finanziamento ottenuto l’anno scorso vincendo un bando dell’Unione Europea della categoria “Erasmus+” per iniziative didattiche caratterizzate da una dimensione transnazionale e dall’impiego di strumenti didattici web.

Del resto Dominici (in collaborazione con vari enti tra cui l’Università degli Studi di Torino, il C.N.R. di Roma, il Movimento Sportivo Popolare ecc.) ha contribuito a sviluppare e sperimentare in cinquanta scuole primarie italiane il programma “La casa degli scacchi di Vittorio” di cui si può vedere una demo al sito europechesspromotion.org

In questo sito sono raccolti molti altri materiali, tra cui i video con gli interventi dei relatori ai convegni internazionali “Gli Scacchi: un gioco per crescere” (Torino, 2009) e “Gli scacchi e l’apprendimento della matematica” (Torino, 2012).

Lo scopo della conferenza di Bruxelles sarà principalmente quello di sensibilizzare gli europarlamentari in merito alla Dichiarazione emessa nel 2012 proprio dal Parlamento Europeo, con la quale si sollecitava gli stati membri ad introdurre l’insegnamento degli scacchi in modo organico nei rispettivi sistemi educativi

Finora, se non erro, solo la Spagna ha introdotto con una legge (votata all’unanimità da maggioranza e opposizione) ciò che il Parlamento Europeo ha raccomandato. Negli altri paesi, a cominciare dall’Italia, le iniziative crescono in modo significativo ma sempre un po’ spontaneamente sul territorio e a macchia di leopardo.

SeparatoreSui benefici degli scacchi per bambini (ma anche per gli anziani) ho trovato molto interessante l’intervista di Federico Manca alla professoressa Anna Cantagallo pubblicata su Repubblica (cfr. qui) con il titolo “Gli scacchi come training cognitivo.”

Grazie alla disponibilità del maestro internazionale padovano, possiamo riprodurla quasi per intero:

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Anna Cantagallo, professionista nell’ambito clinico da oltre 25 anni come medico specializzato in neurologia e medicina riabilitativa, esperta di riabilitazione neurologica e neuropsicologica. Consulente presso numerosi Centri di Riabilitazione, e dal 2011 Direttore Scientifico di BrainCare, unica realtà in Italia che ad occuparsi di stimolazione e potenziamento cognitivo nei soggetti disabili ma anche nei normo e iper-abili. Docente presso gli Atenei di Padova, Torino, L’Aquila, Firenze e Napoli. Anna Cantagallo 01Anna Cantagallo è stata Presidente della Società Scientifica Gruppo Interprofessionale di Riabilitazione in Neuropsicologia (GIRN) dal 2006 al 2014. Ha coordinato le sezioni di Riabilitazione Neuropsicologica della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa (SIMFER) e della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica (SIRN). Ha pubblicato 3 libri, oltre 90 articoli su riviste internazionali e 5 test di valutazione neuropsicologica. E’ Editor Assistant della rivista scientifica “European Journal of Physical Medicine and Rehabilitation” (EJPMR). Infine la dottoressa Anna Cantagallo ha co-prodotto due cortometraggi dedicati alla memoria, ai suoi disturbi e al percorso necessario per il recupero, attraverso la storia narrata di 5 personaggi. Molto attiva nella divulgazione della neuropsicologia e delle scienze cognitive in tutte le età e in tutti i livelli culturali, viene spesso chiamata a comunicare su esse attraverso la stampa non scientifica e la televisione, o in caffè culturali.

Da un po’ di tempo BrainCare si sta interessando al gioco degli scacchi, che cosa ci vedi in questo gioco? e come spieghi questo interesse da parte tua che sei una neurologa e neuropsicologa?

“Si è vero, gli scacchi rappresentano un ottimo test per valutare i processi di risoluzione dei problemi e la cosiddetta expertise cioè l’insieme di competenze generali e specifiche che si associano al pensiero creativo. Nel giro di pochi anni c’è stato un ricco fiorire di teorie alcune delle quali hanno delle importanti ricadute anche nella psicologia dell’età evolutiva. La pratica scacchistica si basa sull’attivazione rapida, consapevole ed esperta di vari processi come ad esempio la memoria, in particolar modo quella di lavoro, la prospettica, la memoria a lungo termine; il problem solving, l’autocontrollo e per ultima anche la teoria della mente. Durante la prestazione scacchistica le ricerche hanno rivelato, l’attivazione bilaterale della corteccia frontale superiore, dei lobi parietali, dell’emisfero sinistro e della corteccia occipitale che accompagna tutte le fasi del gioco in misura direttamente proporzionale alla complessità. Dato l’ampio coinvolgimento del lobo frontale, gli scacchi possono essere impiegati utilmente nella riabilitazione. In particolar modo nella sono molto utili per trattare le psicosi schizofreniche dove si sono rivelati utili nel diminuire la frequenza dell’intensità di deliri e allucinazioni, disturbi formali del pensiero e abulia, potenziando le capacità di attenzione selettiva e di filtraggio delle informazioni non rilevanti. Poi naturalmente il gioco degli scacchi ha un effetto protettivo contro gli effetti dell’invecchiamento soprattutto sulla funzionalità cerebrale ma aggiungerei io anche sulla promozione del funzionamento sociale dell’anziano. Infine il gioco degli scacchi è un utile alleato nella gestione delle emozioni negative”.

Chess at school 05Credi che gli scacchi possano essere utili come materia curricolare nelle scuole?

“Come ti accennavo prima ci sono molte teorie al riguardo che riguardano questo gioco e le variabili psicologiche, tra queste la teoria dei chunk di memoria e quella delle configurazioni globali template theory. Entrambe interpretano l’evoluzione cognitiva del bambino come lo sviluppo della capacità metacognitiva di attribuire un significato astratto a configurazioni percettive precedentemente memorizzate. La pratica continua con questo gioco favorisce dunque l’acquisizione degli stadi piagetiani dell’intelligenza operativa concreta e operativa formale.

È  interessante notare che il gioco degli scacchi può rivelarsi utile anche nella prevenzione dei disturbi d’ansia e degli attacchi di panico in particolare. È ampiamente noto in letteratura che l’attività fisica aerobica previene l’insorgenza o le ricadute degli attacchi di panico perché desensibilizza il soggetto nei confronti le sensazioni di arousal psicofisiologico connesse con l’attività sportiva ed ora, recenti ricerche, condotte mediante il biofeedback, hanno dimostrato che durante una partita di scacchi aumenta significativamente sia la frequenza cardiaca che il tasso di scambi gassosi  durante la respirazione, e tali aumenti dell’arousal sono specificamente correlati alle fasi critiche della partita. È possibile così ipotizzare che un allenamento continuo con gli scacchi possa sortire effetti analoghi a quelli del jogging o di qualunque altra attività fisica aerobica nel migliorare la tolleranza delle persone alle sensazioni cardiache e respiratorie correlate alle situazioni di stress.

Inoltre il potenziamento dei meccanismi di elaborazione dell’informazione su cui si basano scacchi può aiutare bambini e adolescenti a sviluppare difese più mature di fronte all’angoscia aiutandoli ad incanalare l’aggressività e la competizione verso una direzione che permette loro di crescere.”

Chess at school 01Che cosa ne pensi dei giocatori di scacchi?

“Penso che siano persone che si divertono grazie a questa passione, e che non sanno che lavorano anche per il proprio benessere cognitivo mantenendo in allenamento il proprio cervello.”

Sicuramente nella tua attività professionale devi aver conosciuto molte persone interessanti e talvolta famose, c’è qualche episodio in particolare che ti è rimasto impresso?

“Federico ti posso confessare che tutte le persone con le quali lavoro (sia chi ha un disturbo, sia chi sta bene e vuole migliorarsi nell’ambito del lavoro o dello sport o della vita privata), tutte hanno qualcosa di speciale e interessante. E ciascuna di loro mi insegna qualcosa. O dal punto di vista scientifico o da quello relazionale. Gli episodi sono tanti e tutti i giorni si presentano. Quando ero alle prime armi, ho avuto la fortuna di lavorare in ospedale con un paziente molto famoso, Federico Fellini: la sua genialità era quella di avere l’empatia e la parola giusta per poter comunicare sia con il Presidente della Repubblica che con l’operaia delle pulizie. Possedeva l’intero “cosmo umano” dei pensieri e delle emozioni dentro di sé. Il primo giorno quando ci conoscemmo mi disse: “Anna, per lavorare con me dobbiamo essere sinceri e togliere tutte le barriere medico-paziente. Cominciamo subito dal “Tu”. Ci stai?” Come dirgli di no?

Altro episodio. Roberto, ambasciatore italiano in Sud Africa, amnesico dopo un grave incidente con trauma cranico e inconsapevole del suo disturbo, ha seguito un programma di riabilitazione con me per ben 2 anni. Quando era in sala d’attesa era molto “professional”: valigetta da lavoro, pc, carte, documenti… tanto è vero che le persone della clinica mi dicevano “c’è un tuo collega che ti aspetta in sala d’attesa”. Ma non ricordava nulla, nemmeno il mio nome, e quando lo facevo entrare in ambulatorio aveva la non-chalance di salutarmi con “Carissima!!” perché Anna proprio non so lo ricordava.”

Che cosa ti da maggiore soddisfazione nel tuo lavoro?

“Lasciare un segno: nei miei pazienti un miglioramento, un ricordo anche dopo tanti anni; nelle lezioni insegnare nozioni nuove; nelle conferenze dare un punto di vista innovativo” (…)

SeparatorePer una curiosa coincidenza, ho toccato, da profano, proprio gli argomenti di cui sopra nell’editoriale di Torre & Cavallo di febbraio, andato in stampa una dozzina di giorni fa:

Marvin Minsky, uno dei padri dell’intelligenza artificiale, venuto a mancare il 24 gennaio all’età di 88 anni, scrisse che il problema dell’intelligenza è “disperatamente profondo”. Minsky, come altri matematici a partire da Alan Turing, già più di mezzo secolo fa prese molto sul serio le affascinanti profondità degli scacchi come terreno di studio dell’intelligenza. Altri studiosi, non solo di informatica e matematica, ma anche di scienze umane come la psicologia e la pedagogia, si accorsero che gli scacchi, anziché offrire facili risposte ai loro interrogativi, spalancavano orizzonti via via più ampi e inafferrabili. Si scoprì che matematica, musica e scacchi adoperano le stesse aree del nostro cervello e si arrivò a chiamare in causa discipline tanto disparate quanto la filosofia e la fisica quantistica.

Su un piano più concreto, per esempio riguardo all’impiego dell’informatica nella preparazione agonistica, è interessante constatare come le diverse scuole di pensiero possano convivere con pari dignità. Se è vero che ai massimi livelli mondiali l’impiego del computer è ormai diventato imprescindibile, è altrettanto vero che una significativa minoranza di maestri e grandi maestri continua ad ottenere risultati eccellenti prediligendo un approccio il meno digitale possibile.

Anche nell’insegnamento degli scacchi nelle scuole, dove le finalità formative vengono prima di tutto, ci sono in Italia e in Europa progetti che prevedono l’impiego di piattaforme didattiche e di gioco online, abbracciando l’idea che le nuove generazioni debbano sviluppare fin dai primi anni questa forma mentis. Al contrario c’è chi ritiene che, proprio perché i bambini hanno già fin troppe occasioni di giocare e imparare mediante il computer, gli scacchi scolastici possano offrire modalità di apprendimento e di socializzazione più tradizionali, dato che è nella diversità e nella molteplicità degli stimoli che si arricchisce un intelletto in formazione.

Perfino in un campo apparentemente banale come la soluzione di esercizi di allenamento, emergono visioni della mente umana che avvalorano il vecchio modo di dire che il mondo è bello perché vario: alcuni ritengono che i test classici, dove si realizzano temi tattici esemplari, istruttivi ed esteticamente gratificanti siano utili in quanto in grado di stimolare la creatività e di appassionare il solutore-homo ludens, mentre altri sottolineano come in partita le situazioni da affrontare siano il più delle volte confuse, complicate da possibilità poco affascinanti ma efficienti, e che perciò sia da preferire un allenamento al calcolo tattico più a 360 gradi. Esercizi di questo secondo tipo si trovano sicuramente più nel web che nei libri “classici”.

Chess at school 02

avatar Scritto da: IM Roberto Messa (Qui gli altri suoi articoli)


3 Commenti a Chess in school

  1. avatar
    fabrizio 10 febbraio 2016 at 15:14

    Articolo e temi interessantissimi! Speriamo che anche il mondo politico italiano e la scuola tutta si accorga finalmente del valore pedagogico, formativo e culturale degli scacchi.
    Sarebbe inoltre bellissimo se su Soloscacchi si potessero leggere altri articoli del genere, allo scopo di sviluppare e approfondire le tematiche scacchi-mente, argomento che credo affascini tutti noi scacchisti.




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  2. avatar
    Fabio Lotti 10 febbraio 2016 at 15:56

    Per dieci anni ho tenuto, nella scuola dove insegnavo, dei corsi di scacchi ed è stata una esperienza indimenticabile. Da sostenere tutte le iniziative che vanno in questa direzione.




    0
  3. avatar
    Antonio Ciaramella 11 febbraio 2016 at 22:01

    Sono anni che Dominici da Cuneo ha seminato l’insegnamento degli scacchi nelle scuole, un esperienza annale che sta facendo il giro del mondo.
    Come sempre però nemo propheta in patria, speriamo di smuovere l’eccessiva burocrazia e fare un salto di qualità anche in Italia!
    Forza Sandro




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