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L’ultima mossa

Scritto da:  | 30 Marzo 2016 | 5 Commenti | Categoria: Racconti

Ultima mossa 02Le urla avevano svegliato tutto il quartiere e dalla vicina stazione di polizia due volanti erano già sul posto; ma era troppo tardi per evitare il peggio.
La porta era aperta, socchiusa, nell’aria ancora un profumo intenso, leggero.
Il commissario Grigoli entrò, freddo, con gli occhi di chi ha visto tanti morti da gelare il cuore.
Il quartiere era di quelli bene, la casa lussuosa, un ambiente ricercato.
La vittima, un uomo dall’età apparente di 40 anni, riverso al suolo, supino, il volto coperto di sangue che, fuoriuscito dalla bocca, aveva formato un’enorme chiazza; gli occhi spalancati in uno sguardo freddo, di paura. I pugni serrati, chiusi quasi con rabbia, davano un senso di innaturale movimento; sul tavolino una coppia di bicchieri bordati d’oro ancora pieni, e una scacchiera i cui pezzi erano sparsi tutt’intorno.
Il commissario Grigoli si avvicinò, prese un bicchiere e ne annusò il contenuto: «Cognac». Ripeté l’operazione con l’altro, che conteneva un liquido trasparente, diafano: «Sembra acqua ma emana un forte odore di mandorla amara…».
Si volse allora verso la vittima il cui viso, sfigurato e segnato dal sangue ormai rappreso, lasciava trasparire una macabra sensazione di paura mista a meraviglia. Ai lati del corpo, in modo apparentemente casuale, con del sangue erano stati tracciati alcuni segni: una “E”, una “C”, un “5” e un segno che sembrava assomigliare a un “4”.
Il commissario Grigoli si accorse subito che questo non era il solito caso di furto, né la classica inchiesta alla ricerca del maggior indiziato. Si avvicinò all’uomo e lo osservò con attenzione, mentre Bondi, l’assistente, rientrava nella stanza: «Pani Enrico, commissa’, 42 anni, maestro di scacchi, celibe; era rientrato ieri da un viaggio a Londra dove aveva partecipato a un torneo internazionale di scacchi. I vicini sostengono che non gli mancavano le donne, che ne era sempre accompagnato da una diversa. Inoltre le urla che la portiera ha sentito avevano qualcosa di particolare, come di chi non parla bene l’italiano e quando è alterato si sfoga nella sua lingua…».
«Maestro di scacchi hai detto?».
«Si commissa’».
«Bondi, mi chiami la scientifica. Voglio sapere come è morto e cosa c’è in questi due bicchieri. Prima chieda alla portiera se il Pani, oltre alle donne, amava anche alzare il gomito … Io devo pensare a questi segni».
Quelle strane scritte avevano attirato l’attenzione del commissario Grigoli. Erano opera dell’assassino o della vittima? I contorni erano incerti, il tratto tremante, ma i segni erano più o meno chiari: E, C, 5, e forse 4.
Bondi fece ritorno quasi subito dalla guardiola del piano terra: «Commissa’ era completamente astemio, manco una goccia di birra!»
Il commissario stava cominciando a intuire qualcosa ma in mano aveva ancora troppo poco, e quel poco che aveva era più mistero che indizio. Con forza aprì i pugni serrati e con meraviglia trovò due pedoni nella mano destra, uno bianco e uno nero, e la donna nera nella sinistra. L’indice era sporco di sangue, il suo.
«Toh, vissuto per gli scacchi e morto con loro…»
Ultima mossa 03In macchina era taciturno, come al solito, pensieroso.
«Che pensa, commissa’?».
«Penso a quell’uomo, a quelle scritte, a quei pezzi, a quei bicchieri…».
«Era un uomo ricco…, un furto andato male. La vittima dormiva, il ladro ha fatto rumore, Pani è sceso per sorprenderlo e quello l’ha accoppato. È andata così».
«Come vorrei avere le tue stesse certezze, Bondi, come vorrei…».
No, il commissario lo sapeva bene e lo ripeteva a se stesso: «Non può essere un furto; dalla casa non manca nulla e ogni cosa è al suo posto …, tranne quei pezzi di scacchi sul pavimento. Già gli scacchi. E quei pezzi stretti nella mano con la forza della disperazione e quelle scritte rosse tracciate con la forza della morte; no …, non era un furto. Ma cosa allora?».
«Bondi, un uomo sta morendo …; perché anziché trascinarsi verso la porta o verso il telefono, traccia dei segni incomprensibili sul pavimento e stringe nelle mani tre pezzi degli scacchi?».
«Ah … non lo so, ma se fossi io, cercherei di chiamare aiuto o al limite di far beccare quel ladro e assassino, ‘stu fetente …!».
«Già, l’assassino … Portami a casa, Bondi, ho bisogno di dormire».

Ultima mossa 08Alle 7 del mattino, come era sua abitudine ormai da decenni, il commissario Grigoli era già in stazione e leggeva e rileggeva il referto della scientifica che gli avevano appena consegnato: «Morte per avvelenamento da HCN, acido cianidrico, miscelato in dose massiccia nell’acqua del bicchiere da cui la vittima ha bevuto». Non doveva essere stata una dolce morte…
Nelle mani agitava freneticamente quei tre pezzi che il morto aveva invece tenuto immobili: «Cos’ho in mano – disse – un messaggio, tre indizi o tre semplici pezzi di scacchi che il morto ha afferrato in preda alle convulsioni per l’avvelenamento?» «E quei segni sparsi? Li avrà scritti agitandosi in preda al dolore che lo sviscerava e lo uccideva … Non possono essere casuali».
Aveva amato gli scacchi, da giovane, aveva condiviso con loro, quasi fossero animati, i momenti allegri della sua giovinezza: i primi tornei all’oratorio, poi il torneo per la festa del paesino dove era cresciuto, i primi studi, le prime aperture, le prime gare regionali, l’Accademia Scacchistica e le prime difficoltà; poi l’ingresso in Polizia e la fine di tutto, un cambio totale del modo di vivere e la scacchiera sempre nel cassetto, chiusa.
«Due pedoni nella mano destra, la regina nera, i segni E, C, 5, 4… Mah».
Poteva trattarsi di segni di un codice che gli era del tutto oscuro, o l’inizio di un numero di targa, magari quella dell’assassino…
«Si, ma perché i pedoni…».
«Ma certo» gridò, colpendo coi pugni la scrivania piena di carte che rotolarono a terra; si alzò di scatto dalla sedia e chiamò Bondi: «Bondi, una macchina e andiamo».
Come aveva fatto a non pensarci prima, eppure era tutto così chiaro da sembrare evidente: uno scacchista non poteva esprimersi se non utilizzando il codice degli scacchi. Il pedone bianco e quello nero, la donna nera, E4 e C5 che erano le case della scacchiera… Il messaggio, ora, appariva chiaro quanto prima era stato oscuro; Pani era stato davvero abile a pensare a tutto questo pochi istanti prima di spirare.
Ultima mossa 05In paese la conoscevano tutti, la Siciliana, vuoi perché non passava affatto inosservata agli sguardi maliziosi degli uomini, vuoi perché in un paese che non ha molti svaghi gli argomenti di discussione sono sempre gli stessi.
Quando era giunta con la sua valigia mezza vuota dall’entroterra ennese, tutti, in quel paesino della bassa padana, ne avevano apprezzato le forme, lo sguardo penetrante e l’armonia dei lineamenti. Aveva iniziato con lavori saltuari ma gli occhi degli uomini, i loro desideri e le loro mani ardite, l’avevano spinta a darsi in cambio di denaro.
Pochi conoscevano il suo vero nome, molti la chiamavano “la Siciliana”; quasi tutti gli uomini di Borghiolo erano cresciuti con lei e grazie a lei, ne avevano assaporato le labbra carnose, avevano goduto dei suoi seni granitici, delle gambe lunghissime; ma guardavano il corpo non vedendone il cuore.
Quando Bondi bussò nessuno aprì.
C’era un silenzio irreale intorno a quella casa che tante volte era stata alcova di effimeri amori. Al terzo tentativo aprì una donna dal volto sgualcito, i capelli arruffati, la veste indossata solo a metà: «Chi è a quest’ora …, la polizia?»
«Possiamo entrare?»
«S’accomodassi».
L’aria sapeva di chiuso e di tristezza.
«Dove era ieri sera tra, diciamo le 22 e le 22.30?»
«Qui».
«C’è qualcuno che potrebbe testimoniarlo?»
«Ovvio, certe cose non si fanno da soli, ma non so se lui apprezzerebbe questo vostro interessamento. Posso sapere cosa è successo?»
Il commissario Grigoli raccontò puntualmente ogni fase della storia, mentre Bondi e la Siciliana ascoltavano esterrefatti: i due pedoni, la donna nera, le case E4 e C5 della scacchiera che erano quelle della siciliana, e poi il suo intuito di poliziotto autentico e la lucidità di Enrico Pani che dell’assassina aveva persino indicato il colore scuro della pelle.
Parlava, il commissario Grigoli, mentre pensava all’ingresso rumoroso e mattutino in quella casa che era abituata, invece, a ricevere uomini che venivano solo a tarda sera, silenziosi e schivi, per lasciarla, poi, alle prime luci dell’alba.
Tutto tornava in quella storia: la carnagione scura della regina nera, l’apertura indicata dai pezzi nelle mani della vittima e dai segni sul pavimento che rimandavano alla Siciliana, perfino l’idioma differente con cui la portiera dello stabile l’aveva sentita imprecare. Si, il commissario ne era certo, era andata così; il caso era chiuso.
Come un leone che non molla la preda se non quando sente di avere tra i denti solo carne morta e inoffensiva, così il commissario Grigoli, mai pago, volle avere la certezza delle sue supposizioni : «Potrei avere qualcosa da bere, signora? A furia di parlare mi ritrovo con la gola secca».
«Le prendo un bicchiere d’acqua…».
«No, no, con questo freddo prenderei, se c’è, qualcosa di più forte … un grappino o del cognac».
«Cognac? E di prima mattina? In casa mia si beve solo Marsala o limoncello, ma di quello originale. Pensi che me lo manda mia sorella dalla Sicilia … Ora glielo faccio assaggiare». La donna si alzò per versarne un bicchiere: «E lei – rivolgendosi a Bondi – vuole niente?»
Bondi osservava la scena pensieroso, come di chi sa il fatto suo, ma era più che consapevole che qualche cosa gli stava sfuggendo; non capiva perché il commissario, che beveva raramente, aveva fatto questa strana richiesta, e per giunta in servizio! «No, per me niente, grazie», e tornò al silenzio di prima.
La Siciliana non sembrava affatto alterata da quel racconto del commissario che sembrava incriminarla senza alcuna possibilità di difesa, anzi si mostrava sollevata. Quando il commissario ebbe finito di assaporare il suo limoncello che sapeva di dolce, di zagara e di sole, la donna proruppe in una sonora risata: «Ah, ah, ah. La facevo più intelligente; lei vorrebbe arrestarmi solo perché un poveraccio prima di morire ha fatto due segni a terra che lei ha interpretato con le sue fantasticherie? E se avesse voluto dire qualsiasi altra cosa? Come fa a essere così sicuro? Che è un mago? O la sua mente ha dei poteri soprannaturali?»
In realtà neanche lo stesso commissario era più convinto come prima della colpevolezza di quell’angelo così terreno e profano; a dire il vero si sarebbe aspettato del cognac da quella donna, come prova della sua presenza in quella casa, ultimo sigillo alla validità delle sue speculazioni razionali.
«Commissario, ma siamo seri… Me lo lasci dire, lei si è fissato con questa storia dei pedoni e delle scritte, della Siciliana delinquente e assassina. Ma di chi, poi? Io quello, pace all’anima sua, manco lo conosco».
Effettivamente il commissario aveva proceduto quasi a senso unico, non considerando alcuna alternativa, sicuro della certezza dei suoi assunti. Le cose, magari, erano andate in maniera completamente differente da come lui le aveva ricostruito: la “E” poteva anche legarsi al “5” e la “C” al…
«Bondi, da dove tornava il Pani? Si, dove era stato per quel torneo?»
«Era stato a Londra, in Inghilterra»
«Ma certo, pedone bianco in C4 e nero in E5, al contrario, è l’inglese. Mi chiami la centrale, presto noi andiamo all’aeroporto».
Ultima mossa 06Bondi aveva capito davvero poco, ma vedeva il commissario così preso dalle sue riflessioni, dalle sue conclusioni, e forse anche provato da quell’errore dettato da una logica esatta nella forma ma errata nella sostanza, che per tutto il viaggio verso l’aeroporto di Bologna non osò parlare.
Il commissario pensava a come era stato sicuro delle sue conclusioni da non prendere in considerazione nessun’altra possibilità: «L’inglese, certo, era l’inglese».
All’aeroporto osservarono i nastri della sicurezza, le liste dei passeggeri da e per il Regno Unito. Nelle registrazioni notarono che Enrico Pani non viaggiava solo, quando era tornato da Londra era accompagnato da una donna di colore, molto più grande di lui ma ancora bella e raffinata, che rispondeva al nome di Elisabet Pitchard, ma di cui le autorità italiane non avevano alcuna notizia.
«Possiamo confermarle solo che si trova ancora sul suolo italiano», rispose un dipendente del Ministero degli Esteri, «Ma non abbiamo la minima idea di dove si trovi adesso».
Bondi osservava, rassegnato e smarrito, il volto del commissario che si era fatto più disteso, ottimista.
Quello lo guardò con un sorriso bonario, quasi paterno, e dandogli una pacca sulla spalla gli disse: «Non preoccuparti, la prendiamo. Inviamo le foto a ogni stazione di polizia e aspettiamo che esca allo scoperto. Torniamo a Borghiolo, ora, sono stanco».
Durante il viaggio di ritorno, come al solito, i due non parlarono molto, ma Bondi si prese di coraggio e fece una domanda a quello che ormai da sette anni era il suo compagno e maestro di lavoro: «Commissa’, ma non era più semplice scrivere il nome della donna al posto di quel rompicapo che, parlo per me, non l’ho ancora capito?»
«Vedi, Bondi, Enrico Pani era di un’intelligenza raffinata; probabilmente aveva intuito che dal momento in cui si accorse di star per morire, a quello in cui l’ultimo alito di vita lo avrebbe abbandonato per sempre, sarebbero passati pochi secondi; l’acido cianidrico è potentissimo. La sua mente fece una velocissima valutazione: se provava a scrivere tutto il nome per intero, probabilmente sarebbe riuscito a tracciare le prime tre o quattro lettere e noi ci saremmo ritrovati con un “Eli” o un “Pit” che, credimi, sono un indizio inutile perché potrebbe trattarsi di tutto e del suo contrario. Ma con quel metodo dei pezzi serrati nelle mani e i segni che richiamavano le caselle della scacchiera scritti in modo disordinato perché quel poveretto si contorceva in preda al dolore atroce, ci ha detto che si trattava di una donna, che probabilmente era di colore e che era di nazionalità inglese. Chissà chi, al suo posto, in quel frangente e in quella situazione davvero poco invidiabile, avrebbe fatto lo stesso ragionamento».
«Io sicuramente no, troppo complicato» rispose a tono Bondi, sorridendo.
«Ha voluto fare la sua ultima mossa, prima di morire…», commentò il commissario, «E se noi abbiamo capito il suo messaggio, ha vinto anche questa volta». E osservava fuori dal finestrino mentre teneva ancora in mano quei tre pezzi.

Ultima mossa 07

avatar Scritto da: Mario Testa (Qui gli altri suoi articoli)


5 Commenti a L’ultima mossa

  1. avatar
    Mongo 30 Marzo 2016 at 23:04

    Ben scritto… C’ero cascato anch’io con la Siciliana!! 😉

  2. avatar
    Luigi O. 31 Marzo 2016 at 07:25

    Molto bello! Complimenti vivissimi.

  3. avatar
    fabrizio 31 Marzo 2016 at 09:38

    Racconto divertente! Bravo!

  4. avatar
    Jas Fasola 31 Marzo 2016 at 14:53

    Davvero “forte”, complimenti!

  5. avatar
    The dark side of the moon 31 Marzo 2016 at 20:28

    Bravo!
    Ben scritto.

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