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i miei luoghi

Scritto da:  | 10 Maggio 2016 | 14 Commenti | Categoria: C'era una volta, Circoli, Curiosità, Italiani, Personaggi
i miei luoghi 09La magnifica collana dedicata a “i luoghi degli scacchi” mi ha indotto a riflettere su quelli che possono essere stati i miei “luoghi” e, a costo di annoiare i lettori parlando di personaggi e luoghi che non conoscono, sono quasi costretto a rievocare, in un misto di allegria e nostalgia, cose che mi accaddero nel corso dell’adolescenza e della mia prima maturità.
Per fare questo, parto da una fatto di otto anni fa: ricevo dal SudAfrica un libretto, inviatomi da un fraterno amico degli Anni Cinquanta e Sessanta. Questo libretto si intitola “Quelli del Byron” e parla dei frequentatori del Bar Byron di Ravenna, ma è gravato da un pesante difetto, in quanto riferisce aneddoti, scherzi, avventure e – appunto – personaggi che, pur contemporanei al “mio” Byron, erano già “anziani”, gente di venticinque-trent’anni, lontani dal nostro gruppo, popolato da altri personaggi che resero irripetibile una mia esperienza giovanile vissuta dai quindici ai ventidue anni, periodo in cui, uscito dal collegio San Luigi di Bologna, rientrai a Ravenna per proseguire negli studi liceali (ero “avanti” di un anno) e venni catturato da due novità.
i miei luoghi 06La prima fu quella di essere contattato dall’allenatore della locale squadra di pallacanestro in ragione della mia ragguardevole statura (1,96), la seconda fu la scoperta dell’altro sesso: le ragazze. Magro come un chiodo (sfioravo gli 80 chili), timido, mi inserii tuttavia abbastanza rapidamente nel giro giovanile con la immancabile “vasca” da percorrere verso le sei di sera: via Diaz, piazza del Popolo, via Cairoli, portici del Palazzo INA e ritorno, con svolazzi di gonne, occhiate furtive, continui “ciao” detti con accento variabile in funzione dell’interesse nutrito verso la persona alla quale il saluto era rivolto.
Il ritrovo della squadra di pallacanestro era il Bar Byron, del quale l’allenatore Carlo Alberto (ma per tutti era Mario) Lelli era assiduo frequentatore, Ci si allenava due sere la settimana (era stato appena costruito il nuovo Palazzetto dello Sport) ed il sabato, quando si andava in trasferta, si saliva in treno: Biella, Trieste, Reggio Emilia, Pistoia, Bologna, Genova, Ancona, Pesaro, Roseto, la vicina Forlì e l’altrettanto vicina Imola erano le destinazioni che, per alcuni anni, mi divennero familiari. Quando si giocava in casa, anche se mancava la presenza del finanziatore Serafino Ferruzzi, re del cemento e della soia, eravamo comunque seguiti da qualcuno della famiglia, se non altro perchè Raul Gardini, genero del suddetto Serafino, era immancabile frequentatore del Bar Byron.
i miei luoghi 14
Rinnovo le mie scuse al lettore, anche perchè ricorderò in ordine sparso: fine Anni Cinquanta, primi Anni Sessanta (ricordo a tutti che sono nato nel 1941), avanti e indietro per i sentieri della memoria e della vita. Il nostro gruppo di teenager frequentatori del Bar Byron non praticava gli scacchi, anche se il bar era fornito di scacchiera sulla quale si affrontavano quasi quotidianamente il “professore” ed il commissario di PS Scarambone, il quale, regolarmente sconfitto, si sentiva apostrofare nel modo seguente: “Anche oggi, caro commissario, lei l’ha preso nel bofice”, ravennatissima espressione che riflette il carattere un po’ tagliato con l’accetta di noi ravennati.
i miei luoghi 19Siamo grezzi e a volte estremamente volgari, noi ravennati, ed i frequentatori del Byron non facevano eccezione. Un solo esempio, ma che dice molto, è costituito dall’episodio avvenuto in concomitanza con la nascita, a Massalombarda (una trentina di chilometri da Ravenna) della fabbrica di succhi di frutta “Yoga”. L’azienda lanciò un concorso per il miglior slogan e tutto il bar si mobilitò per coniare qualcosa di eclatante; ne venne fuori uno scialbo “Il mio regno, la mia alabarda, per uno Yoga Massalombarda” ed il vagamente dadaista “Tanto va la gatta all’ Yoga che ci lascia lo zampoga”, ma lo slogan dominò per diversi giorni l’ambiente, fino a cercare prodotti che con il succo di frutta non avevano nulla a che fare. Venne toccato il culmine con uno slogan ispirato alla gelatinosa pomata dermatologica Kaloderma Gelée e coniato dal gallerista d’arte di via Cairoli (trenta metri dal Byron) Nanni (Nanàs) Savorelli: “Con Kaloderma nessun cul ci ferma”: grezzi e volgari, avevo detto, ma non privi di spirito…
i miei luoghi 12Per tornare agli scacchi: avevo appreso “le mosse” verso gli undici-dodici anni da mio zio Arrigo e col supporto di un testo che recava in copertina il titolo “La Matta – Giochi”, pubblicato evidentemente nel periodo di italianizzazione dei termini stranieri, dove si insegnavano le regole (all’inizio del capitolo c’era una fotografia di “Alessandro Alechine, campione del mondo di scacchi”;) tra le quali l’obbligo di annunciare lo scacco alla Regina, la possibilità di spingere in apertura due Pedoni di un passo come tratto unico, ed altre amenità del genere, visto che gli scacchi risultavano essere “gioco italianissimo”.
Scorrendo le pagine del volume appresi anche l’esistenza di un gioco chiamato “Baccarà”, di un altro chiamato “Ferrovia” e di un misterioso e complesso “Il Ponte“, nel quale esistevano gli “attù” ed il cui nume tutelare era tale Elia Culbertson (il finale in “on”, vagamente veneto, lo aveva salvato dall’italianizzazione).
i miei luoghi 01Noi sedici-diciotto-ventenni eravamo il gruppo a parte degli adulti, con quale saltuariamente ci si mescolava. Il nucleo era costituito dal sottoscritto, da Vittorio Tabanelli, da Bruno Babini (Limunèda), Franco Zanzani (Tarramot) e Carlo (Carlone) Signorini, con frequenti inserimenti di altri dieci-quindici elementi, tra i quali Franco Fiori e Saturnino (Nino) Carnoli, i quali, all’epoca inseparabili, furono protagonisti del seguente episodio. Passavano in bici sulla Mangagnina, una via di circonvallazione, e videro che un contadino stava ammucchiando covoni di fieno ai margini della strada. Folgorazione! Acquisto di fiammiferi antivento e ritorno sul posto, con rapido ripasso in bici e lancio di fiammiferi accesi sui covoni al grido di: “Us manda e’ Cumòn” (“Ci manda il Comune”;). Immaginate la faccia del povero contadino.
Si andava, d’estate, a rubare cocomeri (ottimi!) sulla strada di Punta Marina, per poi spartirli sui tavolini del dehors del Byron, oppure a caccia di tedesche o svedesi dei campeggi, o si oziava fino a notte fonda sotto il portico (battezzato come “Loggia del laureato”;) con battute micidiali, scherzi atroci, fiumane di barzellette più o meno scurrili e consumazioni seguite da un “segna” rivolto al corrucciato gestore.
i miei luoghi 16Di tanto in tanto qualcuno – anch’io – sfidava a scacchi “il professore”, ma non c’era niente da fare: vinceva sempre lui. Ciò accadeva nel tardo pomeriggio sui tavolini esterni, subito dopo che tali tavolini erano stati abbandonati dal “Club della menopausa”, un gruppetto di mature signore della buona società ravennate, consumatrici di tè, pasticcini e Baci Perugina, recanti all’interno dell’involucro un foglietto su cui stava scritto un motto famoso relativo all’amore in ogni sua forma, tipo “L’apostrofo rosa… eccetera”. La presenza di questo gruppetto femminile ci infastidiva parecchio: i quattro tavolini esterni erano nostri , così come i quattro tavolini interni (il bar era veramente piccolo).
Achille Melandri, un “adulto” autore di alcuni tra i più atroci scherzi del periodo, stazionava per ore nel dehors, nelle vicinanze del Club della Menopausa, consumando alcolici in quantità industriale, ma conservando comunque una stupefacente lucidità, che gli consentì di eliminare per sempre quelle ingombranti presenze. Un giorno, seguendo l’esempio delle signore suddette, ordinò un Bacio Perugina e, mentre le signore leggevano a turno i motti sui rispettivi foglietti, iniziò a leggere (o a far finta di farlo) il suo foglietto, fino a quando una di loro cinguettò: “Achille, cosa c’è scritto sul suo?” e lui, fingendo di leggere, ribattè: “Morsa morsa in t’i linzul ch’at fracass e’ bus d’e’ cul”. e dal quel giorno il Club della Menopausa si spostò in altro locale cittadino (per decenza ho omesso l’elementare traduzione dal ravennate). Scurrili, avevo detto, ma non privi di fantasia…
i miei luoghi 15La fantasia toccò il culmine con la Fondazione dell’Impero.
Gianni Abbondanza (che sarà mio testimone di nozze) decise che Carlo Bubani doveva essere “Bubo Primo”, rifondatore dell’Impero Bizantino con Ravenna come capitale e ben presto elaborammo, con la collaborazione di tutti, una “Storia” del rinato Impero, destinato comunque a finire i suoi giorni a seguito di una dilagante invasione di barbari provenienti dal nord (Unni? Tedeschi? Tutt’e due? Non si sa), non senza aver opposto le sue scarne forze al barbaro invasore. In tale “Storia” trovavano parte tutti gli avventori del Byron, e tali avvenimenti dovevano essere immortalati in una “Ravenniade” della cui stesura venni incaricato.
Mi impegnai a fondo nella scrittura. Quotidianamente arrivavo al Byron con i versi (endecasillabi sciolti) mostrandoli a Gianni, il quale nel frattempo aveva ribattezzato parecchi degli avventori. Io ero Paolo Virgilio Longino (Virgilio per il poetare, Longino per la statura), Gianni era Giano Sabino Dovizioso (il “Sabino” era dovuto alle sue origini laziali), il piemontese Burdisso, mio compagno di squadra di pallacanestro era Gianfranco Burdisseo Pedemontano, e così via. Al giungere di Carlo Bubani al Byron ci si doveva alzare in piedi portando al petto, in segno di omaggio, il pugno destro chiuso. Agli inizi Carlo si mostrò insofferente alla cosa, poi si adattò alla faccenda e mormorava un “comodi” quando scattavamo in piedi.
Dopo qualche settimana il poema venne terminato, e ne venne data pubblica lettura sotto la Loggia del laureato. Gianni si impadronì dell’unica copia e soltanto grazie all’impegno di alcuni conoscenti ravennati l’ho recuperata qualche anno fa.
Questo era il posto dove, a Ravenna, si giocava a scacchi.
i miei luoghi 11(continua)
avatar Scritto da: Paolo Bagnoli (Qui gli altri suoi articoli)


14 Commenti a i miei luoghi

  1. avatar
    paolo bagnoli 13 Maggio 2016 at 22:26

    “Copertina” di oggi 13 maggio: Piazza del Popolo, con le due colonne che ospitano le statue di San Vitale e Sant’Apollinare.

    La vista è presa dal portico del Palazzo Merlato, sede storica del Comune. Uscendo dalla foto, a sinistra, si imbocca la via Rattazzi. In fondo alla piazza, bianca, c’era la BNL, mentre a sinistra il grande palazzo chiaro era (e credo lo sia ancora) la sede del Credito Romagnolo. Sotto il portico, sulla destra, c’era il grande negozio di abbigliamento della famiglia Bubani, presidiato dal capofamiglia e da Luigi (Gigino), fratello di Carlo (imperatore del Sacro Romano Impero, Bubo Primo). Adiacente alle due maestose vetrine c’era il Bar Nazionale e poi il palazzo della Prefettura (di fronte al Credito Romagnolo).
    Basta, ho il magone…..

  2. avatar
    paolo bagnoli 15 Maggio 2016 at 09:17

    Oggi, 15 maggio, in copertina nientepopodimeno che la tomba di Teodorico!

    • avatar
      Ramon 15 Maggio 2016 at 09:47

      Paolo, quella di “oggi” è già la copertina di ieri… 😉
      Dai, dicci invece qualcosa su quella di oggi-oggi… 😎

  3. avatar
    paolo bagnoli 17 Maggio 2016 at 18:03

    Caro Ramon, oggi, 17 maggio, mi cogli impreparato, tuttavia, a mia parziale scusante. adduco la mia assenza da Ravenna da mezzo secolo. In più, ho il sospetto che la foto sia “recente”; la bicicletta parcheggiata è attrezzata con borse laterali, cosa assolutamente inconcepibile negli Anni Sessanta, ed il parcheggio stesso è troppo recente anch’esso, ai miei tempi si appoggiavano al muro libero più vicino. Il “voltone” in primo piano e il grande albero sullo sfondo mi fanno sospettare che la via inquadrata si trovi nella zona della Tomba di Dante con piazza San Francesco al di là dell’edificio che chiude la foto, ma posso sbagliarmi.
    Tu lo sai dov’è ‘sto posto?

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