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il gigante

Scritto da:  | 16 Luglio 2016 | 5 Commenti | Categoria: Racconti

il gigante 05Il suono di una voce mi ha fatto tornare in mente, ora, un ragazzo pugliese grande come l’anta di un armadio che conobbi durante la naia, in quegli anni in cui credi già d’essere padrone della vita. Addirittura filosofeggi. Io mi stavo laureando in filosofia. Avevo con me in caserma la mia tesi di laurea, già pronta, per rileggerla in vista dell’esame. Un ragazzo di Napoli, analfabeta, un certo “Coniglio” ma forse non era nemmeno questo il suo vero nome, quando mi vide col librone in mano esclamò con genuina meraviglia: “Maronna, ma l’hai scritto tutto tu, proprio tutto tutto?” “Sì, non ho saltato neanche una pagina” avevo risposto ironico, ma sull’ironia e sulla vita Coniglio era di molte spanne davanti a me, spariva per giorni interi, una volta lo beccarono fuori regione in un mercatino rionale di Milano che vendeva camicie e zaini militari a un buon prezzo.

Il gigante era analfabeta ma diverso da Coniglio, più tranquillo e sedentario. S’imboscava spesso pure lui ma potevi indovinare sempre dove trovarlo. Aveva nelle braccia una forza che non era solo delle braccia ma di qualcosa d’altro nascosto dentro di lui, come una voglia di giocare o stupire, così, per semplice amicizia.

il gigante 16Si chinava a terra e stendeva il braccio, tu ti sedevi e lui si alzava in piedi mantenendo il braccio orizzontale. Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo, recitava la pubblicità di una ditta specializzata in carrelli elevatori. Il suo punto d’appoggio era se stesso, e la soddisfazione tranquilla che esibiva sul volto.

Lo conobbi già il primo giorno di naja. Io, lui e un altro, eravamo i tre scelti per la corvée in cucina, dovevamo apparecchiare i tavoli prima di pranzo e ramazzare il pavimento dopo. Io volevo sempre sbrigarmi, per andare in libera uscita, al gigante invece non interessava e l’altro, beh, era uno di quei romani che hanno sempre voglia di discorrere. Anzi, per la precisione era dei Castelli, e quindi un po’ burino avrebbero detto i miei amici romani di allora, autoctoni della Garbatella, Centocelle o San Lorenzo, insomma di alcuni dei tanti cuori che compongono Roma. Lui no, era dei Castelli, e quando lo invitavo ad alzarsi per finire veloci il nostro lavoro mi rispondeva: inizia tu. E no, iniziamo insieme, alzati in piedi. Al che lui replicava sempre nello stesso modo; si alzava in piedi ma lentamente, esibiva prima il petto gonfio da galletto e poi il muscolo del braccio come un burino bracciodiferro, e quindi pronunciava la fatidica frase: “Vuoi una dimostrazione fisica?” E altrettanto invariabilmente io rispondevo: “Non ci penso per niente, voglio che prendi la scopa e ramazzi per terra”. La mia risposta lo spiazzava, non riusciva a replicare subito. Il gigante ci osservava per un po’ divertito, poi si alzava in piedi e con una mano larga più di un badile afferrava tutto intero il muscolo del braccio del nostro amico e con lo sguardo gli indicava la scopa.

Il gigante era analfabeta, non ricordo il perché e se per qualche tempo ci avesse provato con la scuola. So che aveva sempre lavorato, fin da quando riusciva a ricordarsi.

il gigante 06Un giorno ci scelsero di nuovo insieme per prendere la patente militare e diventare autisti, ma quando si scoprì che era analfabeta, lo scartarono. Vidi che c’era rimasto male, lo convinsi a chiedere al maresciallo di fargli frequentare quei corsi che si chiamavano cracis o qualcosa del genere, che in sei mesi assicuravano la licenza media. A scuola, finalmente, con un militare per maestro, e lui ci andò.

Alla vigilia di Natale il comandante della caserma, un siciliano trapiantato da una vita a Bolzano, di carriera interna e non d’accademia, magari anche lui aveva iniziato con i corsi cracis, e ora si sentiva come il papà autorevole di tutti seppure con i suoi modi burberi non impauriva nessuno, organizzò una pesca per i soldati. Non ricordo affatto cosa vinsi, una stupidaggine qualunque. Mentre curiosavo tra i regali vinti dagli altri, incontro il gigante, tutto sconsolato. Lui ci teneva davvero a una vincita da utilizzare nelle sere di caserma, e invece si ritrovava tra le mani, quasi stesse per gettarla, una scatola che appena mi vide mi allungò dicendomi amareggiato: vuoi fare a cambio?

Ma è bellissimo, gli dico. Sì è vero risponde, anzi si corregge e aggiunge un forse guardando la bella confezione di scacchi stretta tra le mani. Ma che ci faccio? Ti insegno io a giocare, è facile. Ma sono capace? Certo, io sono bravo, gli faccio per incoraggiarlo.

Non è vero che ero bravo ma l’essenziale lo conoscevo. Avevo imparato da solo durante le elementari, seguendo la tivù dei ragazzi, e poi avevo ordinato la mia prima scacchiera raccogliendo i punti sui formaggini. Nel senso che tenevo i punti, liberavo i formaggini dalla carta e quando nessuno mi vedeva li scagliavo lontano, dal balcone di casa, verso qualche angolo che li nascondeva alla vista. Erano davvero cattivi i formaggini a quei tempi. Avevo insegnato a giocare a mia madre e lei mi dava retta, così per qualche momento in più evitavo di scendere giù in strada, perché allora tutta la via sociale di adulti e di ragazzi si svolgeva in strada. Io conciliavo le due cose, la strada e gli scacchi. Anzi, insegnai a giocare anche a qualche amico e così qualche volta giocavamo giù, seduti a terra sul marciapiede. Si tratta pur sempre di escogitare trovate e andare all’assalto, come negli agonismi con le bande dei quartieri vicini. Organizzai perfino, una volta, un più cavalleresco torneo di scacchi con una innocua banda rivale.

Così insegnai a giocare agli scacchi al gigante, che si appassionò davvero, e trascorremmo insieme molti di quei giorni invernali. Lui era un campione dell’imboscamento, sempre pronto a trovare la corvée giusta e meno faticosa, io invece ero un cultore dell’imboscamento integrale – a che servirebbe altrimenti una laurea in filosofia? – e quindi riuscivo sempre a scovare chi già s’era imboscato di suo. Un periodo era riuscito a farsi assegnare al deposito carburanti. Faceva il benzinaio in pratica, e tranne che al mattino presto, per il resto della giornata non veniva nessuno, ad eccezione di qualche maresciallo ma non con la jeep di servizio, bensì con la tanica personale, per riempirla e portarsela a casa, e magari rivenderla. Tranne i marescialli, che non avevano interesse a ficcare il naso in quello che facevamo, non veniva nessuno per ore intere. Quando arrivavo io trovavo la scacchiera con i pezzi già schierati. Invitanti.

Imparò subito e bene e giocammo fin da subito sul serio, secondo il principio che si apprende agendo, come da ragazzino in strada, dove anche l’occhio si allena, per guardarsi mentre si agisce. Solo così l’azione conta davvero, e a maggior ragione negli scacchi, dove ciascun pezzo è diverso e risponde ai tratti dei tuoi movimenti interni, di quel momento, perché è il movimento che da senso allo spazio e scandisce il tempo, evidenzia le distanze e i percorsi, valuta le proporzioni tra le tue azioni e l’ampiezza della scacchiera, tra te e l’avversario che ti aiuta a guardarti meglio. Sono il bianco e il nero, che iniziano a esistere solo quando iniziano a confrontarsi e invadersi gli spazi, procurarsi conseguenze. Ambivamo tutti e due a giocare con i pezzi bianchi e così ci alternavamo una partita per ciascuno. Non contava chi vinceva ma ci contavamo a vincere.

Il gioco degli scacchi segue il ritmo del tempo interno, e noi ne approfittavamo per chiacchierare. Sì lo so, pare che non sia professionale distrarsi con le chiacchiere ma a noi risultava più congeniale. Certe volte ne approfittavo per farmi insegnare la pronuncia di quel dialetto che mi divertiva, che si parla dalle parti di Andria o Barletta. Sono un grande zuccone e non ricordo il nome del gigante e nemmeno quello del paese, però una sera di qualche mese fa, mentre ero giù in zona e avevo appena visitato Castel del Monte, una delle residenze più magiche di colui che fu davvero il grande giocatore, in un bar di un paese lì vicino, Corato, quasi all’ombra del castello, come imboscato, in senso buono, ho sentito quella stessa identica pronuncia, che si è subito infilata dentro la mia memoria a ripescare le chiacchiere di quei pomeriggi d’inverno, quando io e il gigante giocavamo a scacchi.

il gigante 13

avatar Scritto da: Tullio Bugari (Qui gli altri suoi articoli)


5 Commenti a il gigante

  1. avatar
    fabrizio 16 Luglio 2016 at 22:41

    Ricordi, ricordi! Ricordare significa veramente rivivere! 😀

  2. avatar
    Yanez 17 Luglio 2016 at 10:53

    Scritto benissimo, anzi dipinto benissimo: come un quadro di Matisse, grazie Tullio!

  3. avatar
    Fabio Lotti 17 Luglio 2016 at 15:30

    Bella lettura.

  4. avatar
    paolo bagnoli 17 Luglio 2016 at 17:07

    Mi hai incantato…

  5. avatar
    Silvano 30 Ottobre 2017 at 18:24

    ma quant’è bello questo racconto!

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