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Dalle belle città

Scritto da:  | 19 gennaio 2017 | 12 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni

“libertà è l’idea che ci avvicina,
rosso sangue è il color della bandiera”

Giorni da Partigiano 05Salutai mamma che era triste e rassegnata e le promisi che sarei stato attento.
Il mio distaccamento era di stanza a Caffaraccia di Borgotaro, frazione di montagna che raggiunsi naturalmente a piedi, dopo ore e ore di cammino attraverso i boschi e i dirupi (di strade, neanche a parlarne. Qualche carrareccia… ). Il comandante – nome di battaglia Mesa, ma tutti lo chiamavano Il Vecio – era stato alpino, aveva superato i 25 anni, aveva dunque esperienza e soprattutto giudizio. Eravamo di numero tra i 15 e i 18, tutti giovanissimi e molti erano originari di Fornovo Taro, quindi del parmense incluso il comandante (seppi a fine guerra che si chiamava Luigi Accorsi, di professione ferroviere) e suo fratello Brio. Il nome di battaglia impostomi dal Vecio fu, con scarsa fantasia, Tripoli.
Il Vecio era una persona seria e di coscienza. Perciò disponeva rigorosamente le guardie, anche di notte (sai che goduria montare di guardia di notte, da solo, nei pressi del cimitero del paese, sapendo che Borgotaro, a qualche ora di cammino, rigurgitava di tedeschi… ) e soprattutto non azzardava missioni se non necessarie… Diceva spesso che preferiva morire lui piuttosto che mettere inutilmente a repentaglio la nostra vita…
Ricordo che in dotazione avevamo solo due cappotti militari per tutto il Distaccamento e li indossavamo a turno solo quando montavamo di guardia la notte.
Dormivamo sempre vestiti, tutti in un enorme stanzone sul pavimento del quale era sparsa abbondante paglia e sulla paglia, erano stesi a mò di lenzuola un paio di paracadute rimediati dai lanci di armi e viveri che di tanto in tanto avvenivano a cura di aerei alleati.
Non avevo scarpe. A Case Oppici di Solignano, dove ero sfollato con la famiglia per i bombardamenti su Parma, mi ero ridotto a un paio di zoccoli di legno ai quali avevo inchiodato un paio di vecchie tomaie ritagliate da un paio di scarpe ormai sfondate… Perciò chiesi ed ottenni… uno scarpone vecchio, da soldato americano. Fu così che mi dovetti acconciare a uno zoccolo e a uno scarpone assai scomodi in verità e pure pericolosi perché se mi avessero preso i tedeschi, a causa dello scarpone non avrei avuto scampo.

Giorni da Partigiano 06Da mangiare, bisognava accontentarsi di quello che c’era e che spesso era rappresentato da polenta di farina di castagne… Avevamo diritto, quando c’erano, a un paio di sigari toscani la settimana e io una volta pensai di barattarli. Sognavo una buona scodella di latte. Perciò andai da un vecchio contadino che viveva solo e che aveva una mucca e lui ben volentieri accondiscese al baratto. Si recò nella stalla e mi munse il latte in dose generosa. Solo che, vecchio com’era, ci vedeva poco e non si era accorto che il recipiente che aveva usato era sporco e pieno di peli. Avendo io notato la cosa, non ebbi il coraggio di dire niente e però, bevuto un sorso di latte in sua presenza, non mi sentii di proseguire malgrado la fame e, appena lui si voltò, lestamente versai il latte dietro una siepe, ringraziai e …me ne andai. A sua volta lui ringraziò me perché da un bel po’ di tempo non aveva assaporato il piacere del sigaro… La sera, con la scusa di ascoltare radio Londra, si andava in qualche casa di Caffaraccia ove ci si scaldava un po’ e contemporaneamente si facevano quattro chiacchiere. Ricordo una lunga sfilza di messaggi, in apparenza incomprensibili (ad esempio: L’Adda confluisce nel Po; Ernesto saluta Vittorio, ecc.). Sapevamo solo che erano comunicazioni in codice per le formazioni partigiane e per chi altri agiva al di qua della linea gotica che radio Londra ci propinava frammiste alle notizie sullo stato del fronte di guerra.
Poco distante dal nostro distaccamento, c’era un gruppo di guastatori in località denominata Pozzo S. Pietro. Si diceva che erano specialisti in esplosivo e che si esercitavano continuamente e preparavano azioni sia sulla strada della Cisa, dove transitavano mezzi militari, sia per futuri attacchi a presidi. Se ne stavano alquanto appartati. Noi periodicamente ci addestravamo con i vari tipi di arma a disposizione: Fucili inglesi, Sten (la mia arma), BREN, ossia mitragliatrici leggere, e poi lanciagranate, bombe a mano. Tra i due distaccamenti non c’era famigliarità o dimestichezza. E la riservatezza su ciò che si andava a fare, era d’obbligo per tutti. Il sospetto era ovunque…

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Più di una volta fui avvisato che nella notte saremmo andati sulla Cisa a fare opera di sabotaggio contro automezzi tedeschi o fascisti in transito, ma poi l’ordine rientrava all’ultimo momento… Il fatto è che gli eventi ormai precipitavano e ci si doveva concentrare sull’attacco finale, non più su diversivi molesti… In questa previsione, tutti i distaccamenti della Julia confluirono un giorno a Porcigatone per ascoltare quanto avevano da dire il comandante e il commissario della Divisione – Arta e Poe – Naturalmente ci andai anch’io, e appresi che gli Alleati si apprestavano a sferrare l’offensiva finale per cui dovevamo tutti attivarci.
Ogni distaccamento ebbe assegnati i suoi compiti da espletare. Mesa mi chiamò a parte e mi disse se ero disposto a portare un messaggio urgente a un altro distaccamento di stanza al Castellaro, a ridosso del Monte Barigazzo (tre ore di strada a piedi) il cui comandante non aveva partecipato alla riunione di Porcigatone. Dissi di si facendo però presente che non conoscevo bene la strada per cui se dovevamo andare in due – come previsto – era opportuno che il mio compagno fosse esperto della zona. Si offrì a questo proposito il partigiano Franchi assicurando di conoscere la strada – era un meridionale, nella vita civile apprendista sarto e capace anche di cucinare e fare bucato, mansioni che svolgeva quotidianamente a pro del distaccamento (questo impegno lo esentava dal compiere azioni belliche… ). – Rimasi un po’ sorpreso di questa sua offerta: capii più tardi il perché –

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Ci avviammo nel tardo pomeriggio e ci addentrammo in un fitto bosco. Man mano che procedevamo, Franchi si faceva vieppiù titubante sulla scelta dei sentieri: ben presto calò la sera e noi eravamo ancora nel bosco. Cominciai a inquietarmi e a rivolgere frequenti domande al mio compagno sul percorso: capii con disappunto che lui non aveva idea di dove fossimo. Continuavamo a vagare in quel bosco che non finiva mai, nel buio più fitto rischiarato di quando in quando dalla luna. Sopra le nostre teste, il ronzio insistente dell’aereo alleato che tutti conoscevano come Pippo…
Ad un tratto ci si parò contro, in fila indiana, un drappello di mongoli in divisa, armati di tutto punto. Mi sentii gelare. Non una parola, non un gesto, appena uno sguardo di sfuggita, scambiato all’incrociarsi come se noi e loro non avessimo visto alcuno… così ci perdemmo di vista. Trassi un enorme sospiro di sollievo quando sparirono e strinsi nervosamente il mio sten…Evidentemente quei mongoli disertavano dell’esercito tedesco, per nostra fortuna… Albeggiava quando finalmente riuscimmo ad uscire dal bosco. Giungemmo al distaccamento comandato da Giovanni – romano, ex ufficiale dell’esercito, – destinatario del messaggio che portavamo. Lo lesse e cominciò a imprecare contro di noi perché giungevamo tardi e disse senza mezzi termini che meritavamo di essere puniti. –

Giorni da Partigiano 11
Non volle sentire scuse: ci comandò di ripartire immediatamente senza nemmeno rifocillarci per cui riprendemmo la strada del ritorno al nostro distaccamento ma questa volta, era giorno e impiegammo il tempo giusto per rientrare alla base, in tempo per mangiar qualcosa.
Così appresi che nella notte si partiva da Caffaraccia perché per l’indomani all’alba era prevista la marcia di avvicinamento a Borgotaro, in contemporanea con gli altri distaccamenti della Divisione Julia per attaccare il Comando tedesco della Valditaro in previsione di simultanei attacchi concentrici nel Massese, alla Galleria del Borgallo e in altri luoghi ancora per facilitare l’avanzata degli Alleati.
Mesa, il comandante del distaccamento mi disse che io e Franchi potevamo rimanere alla base per riposarci visto la missione da noi appena compiuta. Rifiutai ma Franchi no e io finalmente capii perché la sera prima si era offerto di venire con me asserendo di conoscere il percorso che conduceva al Castellaro. Voleva schivare l’azione bellica!. Mesa sorrise e mi disse di tenere gli occhi ben aperti perché ormai si faceva sul serio.
Così, all’ora fissata, scendemmo verso Borgotaro.
I tedeschi avevano concentrato una ottantina di uomini dentro un palazzetto isolato, in posizione strategica, sede del loro comando, requisito ai fratelli Cacchioli (uno di essi, dopo la liberazione, divenne senatore democristiano) che erano anch’essi partigiani e comandavano la Brigata F.lli Beretta. Altrettanti tedeschi presidiavano la Galleria ferroviaria detta del Borgallo, lunga alcuni chilometri, al confine tra il parmense e l’Apuania.
Fu subito evidente che i tedeschi in ambedue i posti ci aspettavano armati di tutto punto e asserragliati nei loro bunker.
Infatti il giorno prima e nella notte, tutti i civili abitanti nei pressi del comando e della galleria ferroviaria avevano abbandonato le loro case a seguito del passaparola fulmineo che le nostre staffette avevano diffuso per non coinvolgerli nella battaglia.

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I tedeschi non potevano non accorgersi di ciò per cui non vi fu il fattore sorpresa a nostro favore. Così fummo costretti ad attaccare allo scoperto, sotto il fuoco di mitragliatrici pesanti (Una raffica mi passò a 4 dita dalla testa bucando alle mie spalle il muro di una abitazione… ) . La giornata trascorse in un susseguirsi di spari. Ci riparavamo nelle case che fronteggiavano il comando tedesco e al cader della notte, il fuoco cessò da ambo i lati. Ovvio che di dormire non se ne parlava proprio e così, per me, era la seconda notte che trascorrevo in bianco…
Alla luce del giorno la battaglia riprese. Mitraglie , bazooka e lanciagranate tuonavano in continuazione ma non si riusciva a stanare i tedeschi, peraltro assediati e senza possibilità di prendere iniziative o avere aiuti dall’esterno. Anche dal Borgallo giungevano notizie simili. Trascorse anche quella giornata e la notte mi misi al riparo in una abitazione di fronte al comando tedesco e tentai di dormire qualche ora buttandomi vestito su di un letto. Ma durò poco: all’alba notai che i comandanti di distaccamento si erano dati convegno per decidere un’azione risolutiva.
Il palazzetto del comando tedesco era ridotto all’esterno in condizioni penose ma all’interno era evidentemente ben riparato dai sacchi di sabbia e dalle fortificazioni attuate dai tedeschi che vi erano ospitati. Come venire a capo della faccenda?
Seppi poco dopo che i nostri comandanti avevano deciso di impiegare i guastatori per minare con l’esplosivo il piano terra del palazzetto e così far crollare i piani superiori dell’edificio. Era già evidente che i tedeschi avevano abbandonato il piano terra perchè troppo pericoloso per loro. Ma dalle finestre poste ai piani superiori sui 4 lati erano micidiali verso chiunque si avvicinava. E il loro comandante rifiutava ostinatamente l’invito alla resa.

Giorni da Partigiano 01
Perciò occorreva un intenso fuoco di copertura ravvicinato in aggiunta a quello da distanza onde consentire ai guastatori di saltare il muretto di recinzione, alto circa 60 cm. secondo i miei ricordi, sfondare qualche finestra e immettere al piano terra evacuato dai tedeschi l’esplosivo di cui erano muniti da far deflagrare. Detto così sembra facile-
Ma il piano presupponeva un’azione corale da più parti e partecipazione di protagonisti di fegato, a cominciare dai guastatori (erano quelli di stanza a Pozzo S. Pietro) che non solo dovevano penetrare nell’edificio stesso del comando, ma per l’ingombro degli esplosivi che trasportavano non potevano azionare armi e dunque avevano bisogno di altri che li seguissero per produrre un fuoco intenso di copertura contro le finestre-bunker di modo da non lasciare possibilità ai tedeschi di utilizzare le loro mitragliatrici. Insomma un parossismo di spari della durata di alcuni minuti, il tempo cioè necessario per l’operazione prima descritta.
Occorrevano perciò sei o sette volontari muniti di sten, la mia arma. Mi offrii di prendere parte all’operazione e mi furono consegnati 7 caricatori che – se ben ricordo – contenevano ciascuno 32 pallottole.
Con il fuoco di copertura dei compagni, e a ridosso dei guastatori, corsi allo scoperto per un centinaio di metri assieme agli altri volontari, raggiunsi il muretto di cinta del fabbricato occupato dal comando tedesco e presi a sparare ininterrottamente contro ogni finestra dei piani alti alla mia portata . Altrettanto fecero gli altri volontari fino a quando i guastatori non furono di ritorno urlandoci di metterci al riparo. Nel frattempo io avevo esaurito tutt’e sette i caricatori…

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Pochi istanti dopo un enorme boato (80 Kg di esplosivo… ) poneva fine alla resistenza dei tedeschi i quali si arrendevano esponendo a una finestra una bandiera bianca.
Era crollato un piano interno e le scale erano tutte una rovina. Nell’esplosione vi furono dei morti e tra essi il comandante tedesco. Per trattare la resa lo sostituì un giovane tenente della Wermacht.
Un altro tedesco, anziano, giaceva al suolo tra le macerie con mezzo viso maciullato ma era in sé e in latino pregava e invocava un sacerdote… (o era un sacerdote lui stesso?). Si era avvicinato nel frattempo il partigiano Renato che lo voleva finire. Lo trattenni a viva forza e riuscii ad impedirglielo.
Le trattative di resa – avvenute con pari dignità tra il nostro comandante di Brigata Libero (il suo vero nome era Primo Brindani ed era del luogo) e l’ufficiale tedesco – furono concluse rapidamente e si diede subito soccorso ai feriti da ambo i lati. I tedeschi diventavano nostri prigionieri e a loro veniva assicurata l’incolumità.
Io però avevo sempre le impossibili calzature che ho già descritto in precedenza per cui mi parve giusto adocchiare e chiedere quelle buone di un tedesco il quale si dimostrava molto riluttante a scambiarle con le mie. Tanto, pensai, a lui non servono visto che va in un campo di prigionia e io invece devo ancora scarpinare chissà per quanto.

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Mi vengono ancora adesso i brividi per quella mia incoscienza. Chissà cosa mi sarebbe capitato se fossi caduto in mani tedesche o fasciste… il fatto era ancora possibile purtroppo… ma per mia fortuna non successe.
Renato, quando si calmò, per scusarsi mi disse che lui era stato torturato in pieno inverno dai tedeschi ed era riuscito a fuggire saltando giù dal camion a piedi nudi, sulla neve, per un attimo di disattenzione dei suoi guardiani per cui avrebbe voluto vendicarsi su quell’infelice per quei trascorsi.
A Borgotaro la gente impazziva di gioia e per un paio di giorni fummo trattati come meglio non si poteva, considerati i tempi e le disponibilità. Io fui alloggiato all’Albergo Appennino, il migliore del luogo e mangiai finalmente a sufficienza e con gusto.
Ma ben presto giunsero notizie inquietanti: le truppe tedesche, nella ritirata verso il Po, incalzate dalle truppe alleate, minacciavano tutta la bassa parmense e la via Emilia verso Piacenza. I ponti erano tutti bombardati e crollati…
Occorreva arginare quella ritirata affinchè non si sommassero altre distruzioni e rovine e lutti. Perciò ci fu dato l’ordine di ripartire da Borgotaro, liberata e non più minacciata, per puntare verso Salsomaggiore.

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A piedi, sul fare della sera giungemmo a Bardi, località montana parmense ai confini con il piacentino. Lì riposammo qualche ora sul pavimento del locale teatro. L’indomani, all’alba, sempre a piedi, giungemmo a Pellegrino Parmense dalle cui alture individuavamo già le prime frazioni del comune di Salsomaggiore.
Con cautela scendemmo verso la città e la occupammo, felici di non trovarvi tedeschi. Questi, in ritirata, a pochi chilometri da noi, sulla via Emilia, puntavano come disperati verso il Po che attraversavano con ogni mezzo di fortuna e come potevano, spesso lasciandoci le penne.
Non conveniva a noi – e nemmeno a loro- venire in conflitto in quelle circostanze. A noi bastava salvaguardare l’abitato.
La sera, invece di riposare negli alberghi di Salso, come avremmo desiderato, (io ero al Regina… ) ci toccava uscire sulle alture circondanti Salsomaggiore per essere pronti a rintuzzare eventuali deviazioni di truppe tedesche e comunque per essere in posizione strategica favorevole. Si rivelò dura, quella missione, perché era di Marzo e a notte il freddo era intenso e per soprammercato una notte prese a piovere in continuazione inzuppandoci ben bene fino alle ossa a onta delle poche coperte che avevamo in dotazione.
Tre notti trascorsero così: Poi, si presentò il problema di dover presidiare i paesi della Bassa Parmense rimasti senza alcuno che garantisse l’ordine pubblico . E lì si sapeva che potevano nascere conflitti fra la popolazione locale in ricordo delle squadracce fasciste che, al soldo degli agrari, negli anni ’20 e successivamente avevano angariato la popolazione.
Al nostro distaccamento toccò presidiare Busseto e frazioni. A bordo di un camion, lasciammo a malincuore Salsomaggiore e giungemmo a Busseto accolti dalla popolazione con grande entusiasmo. Fummo alloggiati in centro in una casa patrizia e le donne del paese si fecero in quattro per darci da mangiare come mai in tutti gli anni di guerra ci era stato possibile. In una quindicina di giorni tornai in carne.
Sin dall’arrivo però assicurammo – e lo dico con orgoglio – un servizio d’ordine pubblico impeccabile: Le priorità erano di evitare in assoluto atti di violenza verso chicchessia: niente regolamento di conti o vendette o rivalse. Impedimmo anche i saccheggi e i furti nelle case deserte di famiglie coinvolte col fascismo, e assicurammo notti tranquille a tutti mediante ronde.
Quando la Liberazione fu un fatto compiuto, per festeggiarla ballammo tutta la notte a Busseto e mi ritirai a dormire che erano le 6 del mattino. –
All’arrivo di un presidio di truppe alleate, dovemmo lasciare a loro l’incombenza di assicurare l’ordine pubblico a Busseto e finalmente convergemmo con il nostro scassatissimo camion su Parma ove era in preparazione tutta una serie di manifestazioni per celebrare ufficialmente la liberazione.

Giorni da Partigiano 04
In piazza Garibaldi, ascoltammo i discorsi dei comandanti partigiani (Arta; Poe; don Paolino Beltrami) e quindi fummo invitati a posare le armi in un luogo indicato, noto come Villa Ombrosa, dalle parti del Ponte Dattaro, divenuto alcuni anni dopo il centro contabile della Banca Commerciale Italiana.
Seguì ai discorsi in piazza, una fitta sparatoria in aria durata alcuni minuti. Momenti di panico e Militar Police in affanno per far cessare quella sparatoria che in effetti era pericolosa e qualcuno, difatti, rimase ferito a cagione di essa.
Quella stessa giornata raggiunsi Villa Ombrosa.
Ricordo una catasta di armi gettate alla rinfusa in quello spazio erboso della villa e fui lieto di disfarmi del mio sten gettandolo nel mucchio. Ricevetti in cambio un attestato degli Alleati “per aver ben meritato dalla Patria”.
Bene: si concludeva la guerra; la pelle era salva; giravo per i fatti miei in città ancora in divisa di partigiano (non avevo altro da vestire, ancora) e la gente mi guardava …però capii ben presto che non poteva durare a lungo quel momento di euforia ed era bene quindi tornare in tutta fretta da mamma e fratelli, ancora sfollati a Case Oppici.

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avatar Scritto da: Antonio Pipitone (Qui gli altri suoi articoli)


12 Commenti a Dalle belle città

  1. avatar
    fabrizio 19 gennaio 2017 at 14:04

    Grazie Antonio per questa bellissima testimonianza, semplice e commovente.
    Ma soprattutto grazie per quello che hai fatto allora per tutti noi.
    Con sincera ammirazione.




    3
    • avatar
      Michele Panizzi 28 gennaio 2017 at 14:32

      Sono le stesse parole che avrei usato io. Si possono solo ripetere identiche!




      0
  2. avatar
    Mongo 19 gennaio 2017 at 14:12

    Doppio applauso: al Maestro Pipitone, che con il suo racconto è riuscito a commuovermi, ed al Martin per le bellissime immagini.
    Girerò questo splendido articolo ai miei compagni dell’ANPI. ;)




    0
  3. avatar
    Fabio Lotti 19 gennaio 2017 at 15:29

    Ricordi che riconciliano un po’ con questo mondo.




    1
  4. avatar
    Valdo Eynard 19 gennaio 2017 at 17:59

    grazie Antonio Pipitone per questa lunga testimonianza che ho letto con piacere come altra in passato . Ma sono ricordi che hai scritto a quei tempi o solo la rielaborazione di appunti ?




    1
    • avatar
      Antonio Pipitone 19 gennaio 2017 at 19:27

      Sono ricordi che ho scritto qualche anno fa e ho girato alla sezione ANPI di Salsomaggiore che una volta l’anno ospita una nostra manifestazione scacchistica dotandola anche di premi. Mi è parso opportuno inviarla anche a SoloScacchi.
      E’ tutto vero… Ciao Valdo




      2
  5. avatar
    Francesco Grillo 19 gennaio 2017 at 20:25

    E’ la prima volta che accedo a questo blog… e guarda che sorpresa!
    Sono proprio gli affascinanti racconti che in parte (solo in parte) abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dalla viva voce di Antonio, recandoci ad un torneo nei mesi scorsi. Ricordo mio padre (ciao Nino!) e so che le persone di quella generazione sono poco inclini ad esternare certi ricordi… Loro la Storia l’hanno vissuta e l’hanno fatta ma possiedono il dono della modestia e del pudore, doni preziosi e purtroppo forse smarriti per sempre. Comunque il Maestro non muove a caso… c’è da ascoltare e imparare. Facciamolo leggere ai ragazzi di oggi!




    1
    • avatar
      Ramon 19 gennaio 2017 at 20:47

      Benvenuto Francesco, continua a seguirci… ;)




      0
  6. avatar
    Gavrilov 19 gennaio 2017 at 20:47

    Pugno chiuso e braccio alzato!

    …grande Antonio! ;)




    0
  7. avatar
    The dark side of the moon 19 gennaio 2017 at 21:43

    Grazie Maestro.
    E grazie a tutti coloro che si sono schierati dalla parte giusta.
    Siete stati la parte migliore di un Paese allora sprofondato nell’infamia nazi-fascita.
    La Storia ve ne sarà per sempre grati.

    La frase di Gramsci all’inizio del filmato è stupenda.
    Le parole del presidente partigiano Sandro Pertini dovrebbero essere incise a caratteri cubitali fuori ad ogni istituto scolastico.




    1
  8. avatar
    paolo bagnoli 19 gennaio 2017 at 22:37

    Formidabile! Se posso permettermi un suggerimento…
    Un Comune umbro ha istituito una “diarioteca” che sta raccogliendo diari personali di ogni genere, e probabilmente sarebbe il caso di trasmettere questi testi, talmente scarni ed essenziali da far venire i brividi.
    Ho suggerito a tale “diarioteca” di catalogare due testi (diari di guerra dell’inverno ’44-’45) uno dei quali si intitola “Diario di Vincenzo Cavara a 16 anni” e si riferisce al terribile inverno sopra citato nel corso del quale Tedeschi (occupanti Riolo Terme, all’epoca Riolo dei Bagni) ed Alleati si squadravano in cagnesco di qua e di là dal Senio, con continuo fuoco di batteria e controbatteria.
    Mia moglie Rita nacque nelle cantine della Rocca di Riolo il 14 gennaio 1945, “sotto il rombo del cannon” come diceva sua nonna materna. Suo padre, Giuseppe Foschi, decorato al valor civile, all’epoca segretario comunale, aveva preso in mano l’organizzazione del piccolo paese e quasi ogni giorno, spingendo un carretto carico di feriti, saliva sulle alture di Mazzolano, una cresta collinare che separa Riolo da Imola, dove all’epoca l’ospedale ancora funzionava; all’imbrunire il carretto, sempre spinto a mano, tornava a Riolo trasportando misere razioni di viveri racimolate in qualche modo e pochi medicinali, sperando di non essere accolto dai tedeschi asserragliati in paese e messo al muro (un paio di volte ciò accadde, ma per fortuna il comandante tedesco si dimostrò ragionevole… ).
    Non dobbiamo dimenticare tutto questo, MAI !




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    • avatar
      Antonio Pipitone 20 gennaio 2017 at 18:19

      Sono commosso per queste vostre parole e il mio pensiero corre a quelli di noi che si sacrificarono all’età più bella. Loro sono e rimarranno eternamente giovani.
      Grazie a tutti
      Antonio




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