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Nostalgia del passato?

Scritto da:  | 21 gennaio 2017 | 23 Commenti | Categoria: C'era una volta, Cultura e dintorni

Non c’è meccanismo mentale più comune del lodare il tempo passato: i laudatores temporis acti, li chiamavano i nostri antenati, a significare che il problema già esisteva duemila anni fa. Pochi istanti di riflessione sarebbero sufficienti per nostalgia-del-passato-02osservare che, a rigor di logica, la conclusione del ragionamento porterebbe a pensare che i tempi veramente felici siano stati quelli in cui vivevamo nelle caverne, e la ruota non era stata ancora inventata. Perché, di generazione in generazione, c’è sempre qualcosa che si è perso, di solito qualcosa di non facilmente misurabile, come il rispetto per i genitori, la serenità o cose del genere. Platone lamentava persino i danni procurati dall’invenzione della scrittura. Di quello che via via si guadagna, pochi si sono mai degnati, né si degnano oggi di parlare. La spiegazione più terra terra di questo atteggiamento è facile a scoprirsi: di solito si ricorda con struggente nostalgia la propria giovinezza, e quindi ricordiamo il passato garantendogli questo bonus sostanzialmente imbattibile, che rende patetico qualsiasi tentativo di essere razionali. Un caso tipico: hai un bel dimostrare che la nostra società non è affatto più violenta di una volta, poiché il numero di omicidi e di reati a Roma, Parigi o Londra era enormemente più grande alla fine dell’Ottocento rispetto a oggi: non riuscirei a convincere neppure un mio allievo mentre sto per mettergli il voto sul libretto, momento in cui puoi sparare qualsiasi cazzata ricevendo sempre ampi cenni di assenso.

nostalgia-del-passato-04Basta su questo: siamo in un blog scacchistico. Vorrei dunque applicare queste riflessioni al nostro piccolo mondo. Ho letto o sentito almeno una cinquantina di volte di persone, rispettabilissime per carità, alcune anche buoni conoscenti e amici, che si soffermano a parlare con nostalgia degli scacchi anni 60-70 (forse anche 80), comparandoli con quelli di oggi e affermando tutto sommato che erano in qualche misura migliori. Vediamo: lo erano perché “si era amici e la competitività non era così alta”; lo erano perché “si giocava più liberamente, senza tutti questi libri e soprattutto numerini di motori a rivelarci le idiozie che commettevamo (per non parlare del “numerino” dell’ELO, che certifica la tua arteriosclerosi galoppante)”; lo erano perché “ogni torneo fuori sede era un’avventura e … chissenefrega del risultato, già andare fuori di casa insieme agli amici, spendendo poco e arrangiandosi era una meraviglia”; lo erano perché “nei circoli ci si divertiva, magari a prenderci in giro e a scherzare, ma in un clima disteso e sereno”. Di tutte queste frasi, un po’ stereotipate, riassumibili nel concettone che una volta c’era più “poesia”, l’unica con qualche valore effettivo è, secondo me, l’ultima: i circoli sono – non tutti ma molti – in crisi, perché il virtuale, in ogni campo, sta avendo la meglio sul reale. Giocare sui siti nostalgia-del-passato-01Internet è più facile, si può stare anche a letto sotto le coperte, e così facendo si perde un mare di esperienze. Questo non ho esitazioni ad ammetterlo, e non porterò a mia difesa il fatto che i circoli fossero spesso (non sempre, ovviamente) luoghi abbastanza orribili, salette anguste se non scantinati di bar, dove, quando la nebbia del fumo si era diradata, apparivano sempre le stesse quattro o cinque figure di riferimento pronte a giocare la stessa variante – scorretta – vita natural durante, commentandola con le stesse battute, e dove l’ingresso ai minori diciamo di 21 anni era più o meno gradito come l’ingresso di Sammy Davis jr. in un circolo di golf dell’Alabama degli anni 50. Tutto il resto, diciamolo, è quanto meno opinabile. Gli amici ci sono anche ora e, in sovrappiù, adesso ci sono anche le ragazze da incontrare ai tornei! Un miglioramento favoloso, ne converranno persino i laudatores, diosolosa quanto avrei gradito la loro presenza una quarantina d’anni fa, quando facevo molti tornei. Niente da fare: le poche, pochissime esistenti erano schedate e famosissime, e tampinate da dozzine di pretendenti, neanche Penelope coi Proci. Devo andare avanti? Meno competitività? A parte che la competitività non è un disvalore, ho visto con i miei occhi giocatori sconfitti scazzottarsi con il vincitore, nei meravigliosi anni 70… nostalgia-del-passato-10E vogliamo parlare dell’organizzazione dei tornei: stanze a 50 gradi d’estate (l’aria condizionata c’era forse all’Hilton, dove purtroppo non organizzavano tornei), pezzi che, tolte le prime 10 scacchiere, erano tutti di set diversi uno dall’altro (io, quando cominciavo un torneo con un “arrocco corto”, mi preoccupavo al terzo turno di arrivare un po’ prima per cambiare di nascosto un po’ di pezzi ed avere un set dignitoso per la mia partita della riscossa!), e via dicendo con orrori del genere.

Ma eravamo giovani, chissenefrega! Come chissenefrega: con tutti i difetti, i progressi che potrebbero essere fatti e che non arrivano, i problemi che non mancano, chi oggi gioca a scacchi pratica uno sport. La definizione è facile, eccola lì già pronta. Non vi piace lo sport? non praticatelo, mica è obbligatorio. Ma mio figlio, grazie al quale ho ripreso contatto (anche troppo… ma presto diventerà abbastanza grande per andare da solo e a me dispiacerà moltissimo, lo so già… ) con il mondo degli scacchi, ha a disposizione campionati provinciali, regionali, nazionali, europei e mondiali giovanili; classifiche aggiornate ogni mese con precisione e puntualità, un’infinità di tornei weekend, tradizionali, rapid da giocare in sale con aria condizionata d’estate e ben riscaldate d’inverno. Dimenticavo: i pezzi sono tutti uguali! E qualcuno mi sta a parlare di genitori e istruttori che li seguono, questi giovanissimi, rompendo le palle… Che alcuni genitori siano terribili, è risaputo, non è colpa degli scacchi, ma della società o di chi volete voi; sono come il cattivo tempo, ti dà fastidio ma non lo puoi eliminare. Quanto agli istruttori, certo non bisogna esagerare ma, parlando in generale, nessun ragazzino può intraprendere un percorso di crescita senza un esperto che ti segua passo passo. Curiosa questa faccenda: se vuoi imparare il cinese, ti serve un “istruttore”; se vuoi prendere la patente (più facile del cinese… ) devi comunque andare alla scuola guida; gli scacchi invece no, si imparano mettendo il Porreca sotto il cuscino di notte?

nostalgia-del-passato-09Intendiamoci: anch’io rimpiango i giorni in cui feci il mio primo torneo a Caorle 72 (o 73? insomma da quelle parti): mi pareva tutto nuovo, eccitante, era la prima volta che entravo veramente in quel mondo che mi avrebbe accompagnato, tra alti e bassi, tutta la vita. Ma il rimpianto è – banalmente – per i miei 20 anni: Perché a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa, a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età… Ma ora vedo che mio figlio è felice del mondo che ha conosciuto; molte cose sono diverse, ma lui si diverte, probabilmente molto più di me a Caorle (forse perché è molto più bravo di me, forse perché ci sono le ragazze che cominciano vagamente ad interessarlo, anche se 12 anni sono ancora pochi per i maschietti… ); perché si deve sempre pensare negativamente, ritenendo che una volta si stesse meglio? Credetemi, è solo colpa del mal di schiena di noi anziani…

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avatar Scritto da: Marco Bettalli (Qui gli altri suoi articoli)


23 Commenti a Nostalgia del passato?

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    Fabio Lotti 21 gennaio 2017 at 10:38

    Caro Marco
    nonostante i tuoi lodevoli ed encomiabili sforzi, gli anni Sessanta-Settanta sono stati per me gli anni più belli. Non avevo l’asma, la prostata e il giradito che mi fa un male cane.




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      Jas Fasola 21 gennaio 2017 at 11:13

      hai letto l’articolo? non erano belli gli anni sessanta-settanta ma i tuoi venti…




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    Claudio 21 gennaio 2017 at 11:25

    Ciao Marco,
    bell’articolo di cui condivido quasi tutto; vorrei soltanto aggiungere che forse gli scacchi agonistici di vertice degli anni sessanta settanta a noi “giovani fuori corso” erano più comprensibili. Gli scacchi odierni mi risultano ostici ed indecifrabili, quasi musica da camera per addetti, ma questo sicuramente non succederà a tuo figlio che li troverà naturali. Ergo, questione di feeling ( ma sopratutto di età, sigh. ).




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    Chess 21 gennaio 2017 at 12:11

    Bellissimo articolo. A volte la nostalgia è un sentimento dolcissimo.




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    Fabio Lotti 21 gennaio 2017 at 15:20

    @Fasola
    La mia era solo una specie di battuta per confermare il pensiero di Marco.




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      Jas Fasola 21 gennaio 2017 at 17:33

      avevo capito che era una battuta… volevo solo capire… adesso con quanto hai scritto sei ufficialmente fuori dal club dei “nostalgici senza motivo” :)




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    paolo bagnoli 21 gennaio 2017 at 18:04

    Caro Marco, non vorrei essere considerato uno del club che tu tanto stigmatizzi; le mie rimembranze degli Anni Sessanta (o Settanta) corrispondono esattamente alle tue. Ciò che non accetto è la liquidazione brutale della quasi totalità dei giocatori di vertice di quel periodo, anche se – come ho scritto qualche giorno fa – il paragone con i top ten d’oggigiorno è purtroppo irrealizzabile. Anche volendo mettere da parte i campioni mondiali (Botvinnik, Tal, Petrosjan, Fischer, Spasski, ecc.) non si può disinvoltamente affermare che giocatori come Boleslavski, Korcnoj, Stein – tanto per citarne alcuni – non potrebbero reggere il confronto con i migliori di oggi sul duplice piano sia della strategia che della tattica.
    I computer hanno accelerato la maturazione del giocatore talentuoso, questo è ormai assodato, ma ciò non significa che il cosiddetto “passato” sia da buttare alle ortiche.




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      Jas Fasola 21 gennaio 2017 at 18:19

      chi ha sostenuto questo? Io non ricordo di averlo mai letto nè su questo sito nè altrove.




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        paolo bagnoli 21 gennaio 2017 at 20:42

        Proprio su questo sito, circa un annetto fa, qualcuno sostenne la tesi che un “semplice” Maestro odierno avrebbe fatto un sol boccone di diversi IM del passato (non chiedermi chi era a dirlo, ma ricordo la polemica).
        Tutto qui. La mia curiosità rimane.




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          Giancarlo Castiglioni 21 gennaio 2017 at 21:18

          Io credo piuttosto il contrario; considero Toth e Mariotti di allora molto più forti di un pari punteggio elo di oggi.




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      Giancarlo Castiglioni 21 gennaio 2017 at 21:02

      Non credo che i giocatori di allora fosseri inferiori a quelli di oggi sul piano tattico o sul piano strategico.
      Credo che il loro punto debole sarebbe la continuità ad alto livello.
      Facevano più errori, magari certi talmente piccoli che al tempo non erano rilevati.




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        paolo bagnoli 21 gennaio 2017 at 22:22

        Be’, vedo che qualcuno è d’accordo con me. La cosa mi consola.




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          Chess 21 gennaio 2017 at 22:59

          D’accordissimo anch’io.




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        Luigi O. 21 gennaio 2017 at 22:32

        Trovo ingiusto, forse scorretto, sostenere che i maestri del passato fossero più deboli
        o meno forti di quelli di oggi. Intanto questi hanno beneficiato delle scoperte e dei progressi dei primi (nonché dell’avvento del computer), poi sarebbe come sostenere que un Anquetil fosse meno forte di un Rominger, oppure che un Jesse Owens meno veloce di Carl Lewis. Ripeto: come si fa a paragonare campioni di ere diverse? E’ sbagliato alla radice.




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        fabrizio 21 gennaio 2017 at 23:14

        Premesso che è difficilissimo se non impossibile fare confronti omogenei tra epoche diverse in qualsiasi sport o disciplina, tento una distinzione tra i maestri di ieri e di oggi: mi sembra che i maestri moderni puntino maggiormente alla preparazione in apertura, mentre quelli del passato erano mediamente più preparati nei finali. Fatto dovuto essenzialmente al cambio significativo nelle modalità di svolgimento dei tornei (assenza di partite sospese, ritmi più rapidi).




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          Giancarlo Castiglioni 22 gennaio 2017 at 01:05

          A me sembra piuttosto il contrario.
          Una volta i maestri studiavano lunghe varianti di apertura e in certi match si svolgevano veri propri duelli teorici con successivi miglioramenti da una parte e dall’altra.
          Adesso cercano di evitare tutto questo allargando il repertorio e giocando continuazioni meno forzanti e più “lente”.
          Tipico il largo uso di h3 e d3 nella Spagnola.
          Per i finali, avendo la possibilità di sospendere, potevano prepararsi e giocarli con calma.
          Adesso non possono sapere in anticipo che finale capiterà e devono giocarselo con il solo incremento.
          Quindi è più difficile e conoscere bene i finali è più importante.




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    fabrizio 21 gennaio 2017 at 19:10

    Bell’articolo, “correttamente nostalgico”, che condivido pressoché totalmente.
    Mi permetto però di sottolineare quello che (anche dall’autore dell’articolo) è forse tra i pochi elementi oggettivi di nostalgia: la presenza, allora, di numerosi circoli che erano sì la fucina delle nuove leve scacchistiche, ma soprattutto costituivano punti di aggregazione sociale e sono stati importanti per la formazione umana di molti (mia certamente).




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      Chess 21 gennaio 2017 at 19:25

      Hai ragione Fabrizio! Anche per me la serata al circolo Taverna di Melegnano era una gran bella serata tra amici. Qualche sigaretta, qualche birra e moltissime partite e confidenze tra amici. Per me molto meglio di oggi con SocialChess e l’on line in generale.




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    Icilio Zoppas 21 gennaio 2017 at 19:13

    Quand’ero un ragazzo – negli anni ’70 – mi pareva che tutto nel mondo degli scacchi ruotasse attorno agli adulti (se non proprio ai “vecchi”;), alle loro necessità e ai loro gusti; ora che sono alle soglie della terza età mi pare che tutto sia in funzione dei giovani (basti pensare al numero, una volta impensabile, di tornei a loro dedicati, istruttori, stages, …;).
    Ho letto con vivo interesse l’articolo, ma verso lo stesso nutro sentimenti “misti”: in apparenza è molto razionale, ma sotto sotto anche l’autore si fa emotivamente influenzare dalla soddisfazione di avere un figlio giovane e promettente che vive con entusiasmo l'”oggi” scacchistico.
    Personalmente un tempo mi divertivo di più nei tornei (e non credo dipenda dal diabete o dal mal di schiena) e dei contrattempi organizzativo-logistici di allora non ho un ricordo così drammatico.
    In definitiva rimango iscritto al club dei nostalgici (con o senza motivo).




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      Icilio Zoppas 21 gennaio 2017 at 19:17

      Io avevo semplicemente chiuso le parentesi, non so perché siano uscite quelle odiose faccine!
      E’ proprio il segno dei tempi!




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        Ramon 21 gennaio 2017 at 19:56

        Sì, scusate, occorre inserire uno spazio bianco prima di chiudere la parentesi altrimenti esce lo smiley.

        Per esempio, senza lo spazio … ) diventa: …;)

        Comunque di solito correggiamo tutto noi, questo commento di Icilio lo lasciamo così per aver lo spunto di spiegare come fare… ancora scuse a tutti :) …e complimenti vivissimi anche da parte mia a Marco per questo emozionante scavo nella memoria e nei ricordi.




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          paolo bagnoli 21 gennaio 2017 at 20:34

          Ragazzi, state facendo, come sempre, il vostro meglio e qualcosa in più. Comunque, grazie della spiegazione!




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    Zenone 4 febbraio 2017 at 14:12

    Tutto giusto, tutto troppo giusto.
    Senz’altro sono più giovane dell’autore (“Absit iniuria verbis”, ma ho anch’io ricordi).
    Già, i ricordi.
    La vera forza dell’uomo è dimenticare le cose negative con il passare del tempo: non è “il bel tempo andato”, ma proprio la poesia del ricordo!
    Beh, la poesia…:
    è il bar, dove ho iniziato a giocare con gli adulti e prendere scoppole incredibili, ma dove ho anche incontrato altri coetanei appassionati;
    è il circolo, dove ho incontrato tremendi attaccabrighe ma anche veri e propri eroi delle 64 caselle, che dedicavano (e dedicano) il loro tempo libero a insegnare e divulgare il nostro gioco nel quasi assoluto anonimato;
    sono i viaggi in auto verso i tornei, con gli adulti del circolo(quasi mai i genitori) e gli altri ragazzotti, dove si imparavano i rudimenti della competizione e… della vita!
    Sì, insomma, la poesia della socialità, della condivisione, dello studio sui libri, delle mani doloranti per i colpi inferti agli stantuffi del “Garde” negli interminabili blitz, e la poesia di noi ragazzi che se avevamo la sfortuna di giocare contro uno forte e perdere velocemente, potevamo, ci ritenevamo, invece, fortunati ad avere un posto in prima fila per vedere i campionissimi della prima scacchiera.
    Sì, l’autore ha ragione su tutto, non c’é niente da rimpiangere rispetto a ieri e oggi è tutto più approfondito, più professionale, più divertente, ci sono miriadi di ragazzi con le loro classifiche, i propri punti elo, la propria competeitività, ci sono le ragazze e le donne nei tornei, ci sono i computer e il giorno on-line che ci permette di stare comodamente seduti nel caldo delle nostre quattro mura e giocare con gli altri o osservare tornei in ogni angolo del Mondo, con i commenti dei “grandi”. Tutto, in buona sostanza, è migliore, ma la poesia…




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