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La differenza

Scritto da:  | 17 febbraio 2017 | 11 Commenti | Categoria: Racconti

– È lì, la differenza tra poetica e politica. È lì.

Ecco, ricomincia la sua litania che non capisco.

– Ma dove, dove sta la differenza?

– Non sta. È lì, la differenza tra poetica e politica. È lì.

Si è fissato e anche oggi non se ne esce. Spero che non si distragga, che mantenga la concentrazione. Forse questa frase che ripete come un mantra lo rilassa, lo aiuterà a liberarsi da disattenzioni dannose per la partita.

– È lì, la differenza tra poetica e politica. È lì.

– Ti prego, Umberto, basta! Non capisco! Se vuoi coinvolgermi devi essere più chiaro. E poi che nesso c’è tra le due cose? Le differenze sono tante, troppe, non una sola che, secondo te, sta lì.

– Non sta. È lì, la diff…

– Si, Si! È lì! È lì!

– …erenza tra poetica e politica. È lì.

Quando si tratta di Umberto ogni discussione è priva di senso. Se decide di non collaborare è inutile anche perdere la pazienza. Però resta il mio migliore allievo, una mente nata per gli scacchi. Purtroppo porta con sé dalla nascita un grave ritardo psichico, una forma di autismo che gli limita ogni forma di comunicazione.

– È lì, la differenza tra poetica e politica. È lì.

– Va bene, Umberto, però adesso smettila.

Ha quaranta anni ma come aspetto ne dimostra venti di più. Nell’istituto dove vive si sono accorti della sua attitudine per gli scacchi e me lo hanno affidato. Dopo una settimana era in grado di battermi con facilità. E dire che sono quasi Gran Maestro! Forse è il più forte giocatore che abbia mai incontrato: razionale, veloce a rintuzzare qualsiasi attacco. La cosa che mi ha sorpreso subito è la sua incapacità a recepire qualsiasi tattica e, nonostante ciò, l’abilità nel difendersi in funzione della vittoria. Un mostro di intelligenza con una sola, immensa tara: ad ogni più piccola distrazione dimentica le mosse già fatte e cancella quelle programmate. È come se nella sua mente la partita venisse resettata. A quel punto non è più capace di ritrovarne il filo e batterlo diventa un gioco da ragazzi.

In questo torneo fatto di incontri a partita unica è giunto in finale sbaragliando tutti in poche mosse. È il candidato alla vittoria. Per fortuna nessuno conosce il suo tallone d’Achille e durante gli incontri è vietato anche solo tossire.

– È lì, la differenza tra poetica e politica. È lì.

– Va bene, Umberto, è lì. Ora pensa alla partita.

– …tra poetica e politica. È lì.

Non c’è verso di farlo smettere. Continua la sua nenia senza dargli voce, muovendo solo le labbra, una lieve colonna sonora che solo lui ed io possiamo sentire.

Attorno ai due contendenti si forma un piccolo capannello di osservatori, quasi tutti giocatori eliminati. Appena un po’ discosto seguo il mio allievo con attenzione. La partita si mette subito al meglio. Tra poco chiuderà il re avversario lasciandolo senza scampo. Osservo le sue labbra ripetere all’infinito la frase ossessiva. Nella sua recitazione noto un particolare che non avevo ancora colto: dopo aver pronunciato le prime due sillabe fa una piccola pausa. Provo anch’io nella mia mente.

È lì.

La differenza tra poetica e politica.

È.

Lì.

Ma certo! La differenza tra le due parole è data dalle due sillabe è e !

– Ci sono! – urlo all’improvviso – È e lì fanno la differenza tra poetica e politica!

Una serie di occhiate mi rimprovera in silenzio. Anche Umberto mi guarda ma lo fa con un impercettibile sorriso di soddisfazione.

Mi scuso.

La scacchiera torna al centro dell’attenzione.

Ho appena consegnato la vittoria all’avversario del mio allievo.

avatar Scritto da: Stefano Cardinali (Qui gli altri suoi articoli)


11 Commenti a La differenza

  1. avatar
    The dark side of the moon 17 febbraio 2017 at 20:38

    Parafrasando Pasolini mi verrebbe da dire “Racconti di vita”.
    Questo è veramente un bel racconto.




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  2. avatar
    fabrizio 17 febbraio 2017 at 20:56

    Racconto paradossale e divertente!




    0
  3. avatar
    paolo bagnoli 17 febbraio 2017 at 20:56

    Bello!




    0
  4. avatar
    Jas Fasola 17 febbraio 2017 at 21:00

    Scusate, io non l’ho capito. Qualcuno può spiegarmelo?




    0
  5. avatar
    paolo bagnoli 17 febbraio 2017 at 22:19

    Dài, Jas, non c’è niente da “capire”, è tutto da “sentire”. Che disastro devono essere stati alcuni miei racconti pubblicati su questo sito….




    1
    • avatar
      Martin 18 febbraio 2017 at 08:09

      Grazie Paolo, hai espresso un concetto molto importante e spesso trascurato… l’arte non comporta la logica, ti deve prendere, non occorre capirla. Se ti trasmette emozioni è arte, altrimenti (nel migliore dei casi) è solo logica. Grazie a te per i tuoi bei racconti e, ovviamente, grazie a Stefano.




      2
      • avatar
        fabrizio 18 febbraio 2017 at 21:22

        Caro Martin, scusa se mi intrometto. Ormai sono convinto: tu ti atteggi talvolta a materialista duro e puro ( :( ), ma in fondo sei un inguaribile romantico e sentimentale ( ).
        PS: che l’arte non comporti la logica è una affermazione che non mi convince:
        io preferisco dire che l’arte ha una “sua” logica, che raramente coincide con quella “normale”. E che la “logica” normalmente intesa(razionale, matematica, geometrica, ..) non trasmetta emozioni ho seri dubbi. Ricordo ancora con piacere i miei sentimenti di gioia e piacere quando cominciai a studiare geometria e a capire teoremi e dimostrazioni relative.




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          Martin 18 febbraio 2017 at 22:18

          Non lo so, forse stiamo semplicemente esprimendo lo stesso concetto ma da punti di vista complementari…Quello che desideravo mettere in luce io è che l’arte, nella sua forma più pura e nobile, non ha bisogno di cultura ed erudizione pregressa per esser “compresa”.
          Ti faccio un esempio? L’identità di Eulero racchiude in una semplice formula qualcosa di meraviglioso ed affascinante: essa mette in semplice relazione i cinque simboli fondamentali della matematica eppure l’uomo della strada (io oppure il selvaggio dell’Amazzonia) per cosa sentirà il suo animo emozionarsi maggiormente? Per la relazione tra pi greco, la base dei logaritmi naturali, il numero immaginario i, lo zero e l’uno oppure per le semplici note del flauto di Padre Gabriel?
          Per le nostre dimostrazioni di geometria oppure per quelle semplici dita che si sfiorano magicamente nate dal genio di Michelangelo?




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            fabrizio 19 febbraio 2017 at 01:00

            Caro Martin, non so se stiamo dicendo le stesse cose; io ho molti sospetti sulla tua affermazione: “l’arte, nella sua forma più pura e nobile, non ha bisogno di cultura ed erudizione pregressa per esser “compresa”.
            Se intendi dire che la “vera” arte è solo quella che tutti capiscono, ebbene non sono affatto d’accordo; se invece affermi la “possibilità” di un’arte comprensibile a tutti, allora posso in parte convenire ( anche se non gli darei certo la palma della “migliore” o della più vera ).
            Per rimanere nel nostro campo: quasi tutti gli scacchisti, anche se poco esperti, possono rimanere ammirati e colpiti di fronte ad alcune partite di Andersenn (l’Immortale, la Sempreverde, ecc), mentre molti meno apprezzeranno le partite con sottili manovre strategiche di Petrosian, Kramnik, Carlsenn. L’“artisticità” di queste ultime è perciò minore? Non credo affatto.
            Resta anche il fatto che un livello minimo di “competenza” e comprensione specifica sia sempre necessario per poter fare una valutazione: chi non conosce gli scacchi, rimane del tutto indifferente di fronte a qualsiasi partita e negherà qualsiasi contenuto di artisticità.
            In conclusione: io credo che la cultura, la competenza e l’esperienza affinino notevolmente sia la capacità di produrre che quella di gustare l’arte, in tutte le sue forme.




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      Jas Fasola 18 febbraio 2017 at 11:44

      ok, grazie per la spiegazione.




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  6. avatar
    Mongo 18 febbraio 2017 at 14:40



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