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Gli scacchi nella letteratura poliziesca (IV)

Scritto da:  | 18 marzo 2017 | 10 Commenti | Categoria: Libri, Scacchi e letteratura

Solo brevissimi accenni di un connubio assai ampio, sfruttando anche parti già scritte dal presente e da Mario Leoncini.

Non si finisce mai di scoprire nuovi contatti fra il giallo (inteso in senso lato) e gli scacchi. Ultimamente addirittura nell’incipit di Indagine a ritroso di D.M.Devine, Modadori 2017. Scacco matto!. Edward Haxton accettò la sconfitta, rinunciando alla rivincita. Sembrava nervoso e più tetro del solito. Più avanti, parlando dell’amico Peter, Gli scacchi avevano cementato la loro amicizia. Le partite si erano col tempo tramutate in un impegno settimanale in piena regola. Scacchi e whisky, di tanto in tanto una tazza di caffè. Conversazione quasi niente. In seguito Haxton viene ritrovato morto asfissiato dal gas. Suicidio o omicidio? Peter è stato l’ultimo a vederlo. Avevano anche giocato ed era stato battuto due volte nel giro di un’ora, spiega al coroner Specialmente nella seconda partita, Haxton aveva messo insieme una combinazione di mosse alle quali Peter non era riuscito ad opporsi. Per il coroner era evidente che un uomo che pensava di uccidersi non sarebbe stato in condizioni di concentrarsi su una partita a scacchi. Dunque il nostro giuoco serve anche nelle aule dei tribunali…
E ne L’uomo di casa di Romano De Marco, Piemme 2017. Jeff e Alan (questi morto) andavano d’accordo, parlavano spesso di storia americana, in particolare delle battaglie combattute in Virginia durante la Guerra civile o quella d’Indipendenza. A volte giocavano a scacchi, affrontandosi in interminabili partite mentre Sandra ed Elizabeth chiacchieravano in cucina spettegolando della conoscente di turno (pag.24). Angoscia, dubbio e violenza le caratteristiche principali del libro, ambientato a Vienna, città della Virginia.
Sorprese interessanti anche in certi blog come in quello, eccellente, di Lucius Etruscus da cui ho tratto questo pezzo. Il virgolettato è di Lucius stesso.
“Durante la lettura di uno dei grandi romanzi noir di James Hadley Chaese, Canaglia cercasi (In a Vain Shadow, 1951), numero 4 della splendida collana I Neri Mondadori (1964), ristampato poi ne I Classici del Giallo Mondadori n. 259 (1976). Il protagonista Mitchell viene assunto come guardia del corpo dell’intrallazzone Sarek, ma la prima sera a casa del nuovo datore di lavoro incontra sua moglie Rita e subito perde la testa per lei.
Distratto dalla cocente ossessione per la donna, Mitchell accetta distrattamente l’invito di Sarek a giocare a scacchi.
Riporto l’intero brano, che trovo molto intrigante come tutto ciò che scrive Chase, con la traduzione della mitica Hilja Brinis”.
Appena Sarek aveva terminato d’ingozzarsi, lei s’era alzata per sparecchiare. In quel momento, Sarek m’aveva domandato se sapessi giocare a scacchi.
«Ho giocato un po’.»
«A me piacciono gli scacchi. Quand’ero al Cairo, giocavo tutte le sere con mio padre. Ho tentato di insegnare a Rita, ma non ci tiene. E poi le manca la stoffa. È svelta e intelligente, ma non per giocare a scacchi. Ci vuole un cervello tutto particolare, e lei non l’ha.»
Dunque si chiamava così: Rita.
«Be’, non si può essere bravi in tutto.»
Mi fissava speranzoso. «La facciamo una partitina, eh? Niente di serio, si capisce. Sono mesi che non tiro fuori la scacchiera.»
«Forza, allora.»
Mi sorrise raggiante, fregandosi le piccole mani. «In campagna non si sa proprio cosa fare, quando vien buio. Gli scacchi sono il gioco più divertente del mondo.»
Se avessi avuto una moglie come la sua, non avrei detto che in campagna non si sa cosa fare, quando vien buio. Né l’avrei lasciata sola in cucina, nemmeno per due secondi.
Sistemò un tavolino da gioco davanti al caminetto.
«Forse la signora Sarek vorrà sedersi lì, no?»
«No, no. Sapete come sono le donne. Lei traffica un po’ in cucina, poi va subito a letto. Si corica e legge le solite scemate che leggono tutte le donne.» Ridendo, attraversò la stanza per andare a uno stipo. «Legge romanzetti, storie d’amore. È un tipo molto romantico.»
Ma non con te, pensai. Mi gioco il collo che con te non è romantica neanche un po’.
Tirò fuori un gioco di scacchi d’avorio, intagliati a mano, e una scacchiera d’avorio. Era il gioco di scacchi più bello che avessi mai visto.

«Che bell’oggetto.»
«Bello, sì.» Mi porse la regina. «Sono del quattordicesimo secolo, opera del Pisano. Li trovò mio padre, in Italia, e li lasciò a me. Vuole che li lasci a mio figlio. Ci tiene molto, anzi, ma che posso farci? Io, figli, non ne ho.» Cominciò a disporre i pezzi sulla scacchiera, la fronte profondamente corrugata. «Non ancora, almeno; ma ne avrò uno ben presto, l’anno venturo. Così dice lei, ma a che mi servirà poi un figlio, se sarò troppo vecchio per godermi la paternità?»
Mi avvicinai alla finestra, tirai le tende e fissai l’oscurità all’esterno, timoroso che si accorgesse della vampata che m’era salita alle guance. Sentirlo parlare così mi dava una sensazione che non avevo mai provato in vita mia: una rabbia soffocante.
«Cominciamo, allora. Su, venite a sedervi.»…
«Scacco matto.»
Respinsi la sedia e riuscii bene o male a sorridere.
«Beh, me lo sono voluto. Grazie della partita, in ogni modo. Mi dispiace d’aver fatto la figura del brocco.»
Cominciò ad allineare di nuovo i pezzi. «Brocco, poi, no. Avete giocato una buona partita. Sono rimasto sorpreso quando avete aperto con la mossa di Steinitz. To’, ho pensato, questo è un giocatore vero. Steinitz fa un gioco molto difficile. E poi mi accorgo che avete la mente altrove, che non pensate più alla partita, e vi limitate a fare un gioco automatico. Questo non va, agli scacchi. A che cosa stavate pensando, eh?»
Mi domandai che faccia avrebbe fatto se gliel’avessi detto.
«Non ero in vena, tutto qui. Quando sono in vena gioco mica male, ma stasera, evidentemente, non lo ero.»…
Avevo imparato a giocare a scacchi da un campione, che era prigioniero con me in Germania durante la guerra, e per diciotto mesi lui e io avevamo giocato per cinque ore al giorno. Anche Sarek ci sapeva fare, e le partite che giocavamo ogni sera erano all’altezza dei grandi tornei.
Quando lei se ne andava a letto presto, io riuscivo a batterlo. Ma finché lei rimaneva nella stanza parte della mia mente si distraeva, e lui batteva me. Credeva, comunque, che fossi il miglior giocatore col quale si fosse mai misurato, e quelle partite serali cementavano la sua simpatia per me più di qualsiasi altra cosa.
Di Lucius Etruscus ricordo i suoi ottimi e-book e, uscito per le Montechino edizioni, Chiamatemi Marlowe- No, non “quel” Marlowe. Racconti esilaranti letti a suo tempo su Triller Magazine che mi lasciarono con il sorriso sulle labbra. Ora finalmente in libro.

E sorprese perfino in certe riviste di fantascienza. Ne L’impero di Azad (The Player of games) di Iain M. Banks in Robot 78, anno 2016, una partita su un’enorme scacchiera decide i ruoli che si giocheranno nella società di un impero fortemente gerarchizzato (pag.80).

Sfida cruciale di Arnaldur Indridason, Guanda 2013.
Reykiavik, estate 1972. Cinema Hafnarbíó. Un ragazzo, Ragnar Einarsson, entra, per vedere e registrare, da appassionato cinefilo, “Il piccolo grande uomo” con Dustin Hoffman. A fine proiezione viene trovato morto dissanguato con due ferite di coltello al cuore. Piccoli indizi: una bottiglia di rum vuota non lontana dal suo posto e un pacchetto di sigarette fuori dal cinema.
Il caso viene affidato a Marion Briem, coadiuvato da Albert (una specie di hippy). Siamo in un momento di grande notorietà per l’Islanda che ospita il campionato mondiale di scacchi tra il detentore del titolo Boris Spassky e lo sfidante Bobby Fischer. Il match sta assumendo i connotati di uno scontro tra Est ed Ovest, tra la libera e aperta America e l’opprimente Unione Sovietica (così fu sentito da molti). Che l’omicidio sia in qualche modo collegato a questa vicenda?…
Continui flash back, dubbi, ricordi, emozioni, qualche spunto sulla vita degli islandesi ma, soprattutto, un senso di solitudine e di dolore insieme alla caparbia volontà di Marion nella ricerca dell’assassino in un momento in cui sembra che non interessi a nessuno.

Zugzwang mossa obbligata di Ronan Bennett, Ponte alle Grazie 2007.
La Rivoluzione è alle porte: San Pietroburgo è una città vitale e travolgente, centro nevralgico di una nazione in bilico sull’orlo di un cambiamento epocale. Qui la cavalleria prova a ricacciare indietro lo spettro del comunismo; l’antisemitismo mostra il suo volto più scellerato; lo zar è l’ago di una bilancia impazzita e un grande torneo di scacchi sta per iniziare: In un giorno di marzo, Gul’ko, rispettabile direttore di giornale, viene assassinato. Cinque giorni dopo il dottor Otto Spethmann, famoso psicanalista freudiano, riceve la visita della polizia. La città è una ragnatela inestricabile di complotti in cui paiono coinvolti tutti: la sua adorata e ribelle figlia; un campione di scacchi in crisi; un virtuoso del violino donnaiolo e spendaccione; una signora dell’alta società tormentata da un incubo ricorrente. Spethmann è molto preoccupato e cerca, armato di una conoscenza profonda dell’animo umano e dei suoi istinti più nascosti, di dipanare il filo oscuro delle relazioni, di comprendere i movimenti che spingono all’azione. Sulla sua scacchiera, disputa una partita reale e una simbolica nel tentativo di organizzare e non farsi travolgere dalle strepitose forze -politiche, storiche ed erotiche- che turbinano intorno a lui.
Dopo un inizio abbastanza interessante poi il romanzo risulta un rimpasto raffazzonato di spy-story, di macchinazioni politiche, di amore e sesso, tirato spesso via anche in modo brusco sia dal punto di vista espressivo che della concretezza della trama, con gli scacchi che poi c’entrano e non c’entrano e sembrano tirati in mezzo a forza. Di bello c’è (anzi ci sarebbe se fosse stato sfruttato) il grande torneo di San Pietroburgo del 1914 che vide radunati i migliori giocatori dell’epoca come Lasker, Capablanca e Rubinstein impersonato qui dal povero Rozental tenuto in cura da Spethmann e la partita tra Spethmann-Kopelzon che ricalca la King-Sokolov giocata in Svizzera nel 2000.

Il re della città di Nereo Trabacchi, Editrice Farnesiana 2008.
Arturo Fiammetta, quarantatré anni, centosessantotto centimetri di altezza, “gelatinoso” a vedersi, “nevrotico, pignolo, tendenzialmente sociopatico, acuto e intelligente”, vive con la sorella Teresa divorziata dal marito. Gestisce la pagina culturale di una rivista di Piacenza con una rubrica settimanale di scacchi. Soliti problemi di lavoro e di gelosia nell’ambiente. Battibecchi con la sorella. Per rendere più appetibile la propria rubrica propone un problema scacchistico invitando i lettori a inviare le soluzioni. In premio un bel viaggio a gratisse, come si dice dalle mie parti.
Aggiungo un paio di disgraziati maledetti colpiti da un infame destino (uno dei quali, il Giocatore, chiamato anche Gigante, pure violentato da ragazzo) che vogliono vendicarsi sulla società bieca e balorda. Ergo una serie di omicidi riparatori dei torti subiti. Le vittime prima stordite con un allucinogeno e poi colpite con oggetti molto particolari: un Cavallo del quattordicesimo secolo; una Regina di settecento anni fa (disegnata, tra l’altro sul ventre di un uomo caduto dal balcone); un Alfiere in legno e osso del quattordicesimo secolo… Altri indizi arrivano dallo studio di vecchie piantine della città con l’idea principale che si ritrova addirittura nel film “Scacco mortale” di Carl Schenkel del 1992. Non manca l’ispettore capo Luca Manfredi della questura di Piacenza che si avvale dei consigli del nostro giornalista e non manca la classica simpatia per la collega di lavoro Carlotta. Partito bene il romanzo poi si sviluppa e si intorcina su se stesso con soluzioni così complesse e arzigogolate da sembrare francamente improbabili se non impossibili. Completamente deficitaria la parte scacchistica.
Il fuoco di Katherine Neville, Mondadori 2009.
Per togliermi dagli impicci. A dodici anni, Alexandra Solarin era già una grande promessa degli scacchi, conosciuta a livello internazionale. Ma è stata costretta a rinunciare alla sua grande passione dopo aver assistito alla morte del padre, ucciso da un cecchino sulla gradinata di un monastero presso Mosca dove lui l’aveva accompagnata a un torneo nell’autunno del 1993. Poco prima una misteriosa donna aveva consegnato alla ragazzina uno strano biglietto che le raccomandava “attenzione al fuoco”, strumento principale della scienza alchemica.
Fin qui niente di male se non ci fosse di mezzo un’antichissima scacchiera che da sempre si ritiene racchiuda un grande potere. Sepolta per mille anni viene riportata alla luce ed i pezzi sparpagliati per il mondo per non farli cadere nelle mani sbagliate (di chi?). E allora fioccano mille domande. Qualcuno è riuscito a ritrovare tutti i pezzi? È ricominciata la Grande Partita? Chi è la Regina Bianca e la Regina Nera? Che cosa c’entrano Lord Byron e Percy Shelley? E Letizia Bonaparte? E se la Regina bianca fosse proprio Alexandra? E che cosa ci stanno a fare Thomas Jefferson e Benjamin Franklin in questa storia? E Alexandre Dumas e lo scienziato Fourier e addirittura Vitruvio e Palladio? Perché la madre di Alexandra l’ha invitata in un posto e non si fa trovare? E suo padre è morto davvero? E via ancora di questo passo con il cervello che incomincia a bollire.

Se a tutto ciò (e tralascio volutamente il resto) si aggiungono continui sbalzi temporali e geografici, storie su storie intrecciate fra di loro, racconti dentro i racconti come le scatole cinesi, movimenti di qua e di là, decifrazioni di codici misteriosi etc… immaginatevi lo sforzo di comprensione. A fine lettura occhi a panda gigante. Non chiedetemi altro e…In bocca al lupo!
La mossa dell’Alfiere di Diane A.S. Stuckart, Nord edizioni 2009.
Milano 1483. Ludovico Sforza detto il Moro e l’ambasciatore di Francia Monsieur Villasse si giocano a scacchi viventi un piccolo dipinto di Leonardo. Il conte di Ferrara, cugino del Moro, che rappresenta l’Alfiere bianco viene trovato morto nel cortile del castello ucciso da un coltello che reca lo stemma dello stesso Sforza. Ad indagare sull’accaduto Leonardo aiutato dal nuovo apprendista Dino. Che poi proprio Dino non è dato che trattasi di una dolce fanciulla, Delfina, scappata di casa con la benedizione del padre a seguire i suoi sogni pittorici. Per non farsi riconoscere si è travestita da maschietto, il che gli procura qualche problemuccio nel rapporto con gli altri apprendisti e con una certa Marcella.
Oltre la storia poliziesca, resa più complicata da un altro morto ammazzato, dalla sparizione di un servitore, dal ritrovamento di un pezzo degli scacchi (probabilmente una Regina) al cui interno si nasconde una piccola chiave misteriosa e di una lettera scritta in latino, si alternano e si mischiano fra loro: la storia personale della ragazza, spunti sulla società del tempo, in modo particolare sul lavoro del pittore (preparazione dei colori, pittura a secco, affresco…), il rapporto politico tra la Francia e lo stato di Milano, qualche notazione sul gioco e sulla evoluzione degli scacchi e la figura dello stesso Leonardo da Vinci. Ovvero il grande artista, organizzatore degli spettacoli di corte, chiamato ad abbellire il palazzo del Moro con sculture e pitture, creatore di macchine belliche e di vari marchingegni. Figura un po’ fiacca e stereotipata, a dir la verità. Il tutto narrato in prima persona da Dino-Delfina che cerca in ogni modo di allontanare i sospetti di un rapporto troppo amichevole e ravvicinato con il Maestro.
Scrittura pulita, lineare, a tratti direi quasi scolastica e come scontata senza quella presa diretta che ho trovato in altri lavori similari.
Alla prossima. Sempre con il solito se…(scaramanzia).

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


10 Commenti a Gli scacchi nella letteratura poliziesca (IV)

  1. avatar
    Uomo delle valli 18 marzo 2017 at 10:52

    Bravo, Fabio. Ineressantissimo come sempre. ;)




    1
  2. avatar
    Luigi O. 18 marzo 2017 at 21:26

    L’anno passato, poco prima dell’estate se non ricordo male, la redazione di questo sito così speciale e unico ha lanciato un appello. Era rivolto alla collaborazione di tutti, al fine di tenerlo in vita e di cooperare, ciascuno secondo i propri mezzi e le proprie possibilità. Ecco, io mi chiedo, se di fronte ad articoli come questo e al disinteresse evidente dei lettori di fronte allo sforzo -che suppongo non da poco- dei redattori ci sarà una reazione (tardiva?) quando questi si stancheranno di fare quello che fanno oppure anche quel giorno passerà sotto silenzio in questo stupefacente e bizzarro paese.
    A costo di essere l’unico, e per quel che valgono, qui ci sono, caro Fabio, i miei complimenti, a te per quello che ci fai leggere e alla redazione di soloscacchi per non aver (ancora?) gettato la spugna.
    Luigi




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  3. avatar
    Fabio Lotti 18 marzo 2017 at 21:58

    Già le bellissime icone di Martin sono una bella soddisfazione per me. Poi credo che gli articoli vengano letti da un discreto gruppo di persone ma non si ha sempre voglia di commentare. Succede anche al sottoscritto.




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    • avatar
      Pallino 18 marzo 2017 at 22:06

      Complimenti anche da parte mia, Fabio!




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  4. avatar
    The dark side of the moon 19 marzo 2017 at 09:22

    @ Luigi:
    Perchè non invii qualche contributo anche tu? ;)
    Comunque, per quanto mi riguarda, gli articoli li leggo tutti; questo di Fabio non lo avevo commentato per i motivi che lo stesso Fabio ha detto.
    Sarebbe bene commentare sempre a costo di essere banali ma sono certo che i contributi inviati sono letti anche da chi non ha mai commentato niente.
    Credo che Martin ne sia consapevole.
    C’è la possibilità di vedere quante volte viene aperta una pagina ma non è nello spirito di SoloScacchi dare pagelle e giudizi.
    AVANTI TUTTA!! :p




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    • avatar
      Luigi O. 19 marzo 2017 at 10:17

      Hai perfettamente ragione, in passato avevo scritto questo: http://soloscacchi.altervista.org/?p=42524 ma vedrò di contribuire ancora in qualche modo.
      Grazie a tutti per l’impegno e i meravigliosi risultati.
      Luigi




      0
  5. avatar
    Enrico Cecchelli 19 marzo 2017 at 12:43

    Giustissimo premiare gli splendidi articoli di questo sito con un minimo di approvazione in particolare quando sono firmati da un fuoriclasse come Fabio.mi metto senz’altro sotto accusa anch’io e cercherò’ di vincere la pigrizia più frequentemente. Bravo Fabio!




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    • avatar
      fabrizio 19 marzo 2017 at 20:58

      Anch’io, colpevolmente in ritardo :( , mi associo ai complimenti a Fabio.




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  6. avatar
    Luca Monti 20 marzo 2017 at 11:09

    Saluto anch’io l’autore.Vedo tra l’altro dalla sua fotografia, che la famiglia è cresciuta. Bene.




    0
  7. avatar
    Fabio Lotti 3 aprile 2017 at 11:10

    Uscite le letture di aprile con il contributo del mio nipotino! http://theblogaroundthecorner.it/category/ospiti/letture-al-gabinetto/




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