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Ma servo ancora a qualcosa?!?

Scritto da:  | 5 aprile 2017 | 16 Commenti | Categoria: Zibaldone

Mai disperare…(sperando di non essere caduto troppo nel patetico)

I ricordi arrivavano all’improvviso. A ondate. Senza accorgersene. Soprattutto di amici e vecchi del suo paese, in larga parte ormai abitanti fissi del cimitero. Visi, voci, gesti, espressioni tipiche particolari con i loro nomi e soprannomi: Luigi Profeti detto i’ Pocciere perché si pocciava sempre il dito, Maurizio Logi detto Polvere perché era sempre per terra, e poi Rombolino, Mezzasega, i’ Caciaio, Pasta e Pane, Capone, Bela, Nisio, Buzza, Buzzino, Giona, e giù giù fino all’eloquente Palloni che non era riferito al gioco del calcio. E lui? Lui lo avevano ribattezzato Capitan Miki per la divisione al centro dei capelli come il mitico eroe dei fumetti di allora, e per questo se ne andava in giro fiero e spavaldo.
Il suo paese. Lo aveva lasciato a vent’anni. O quasi. Era piccolo il suo paese. Alcune centinaia di anime tra Siena e Firenze. Lo aveva lasciato per la città con il groppo in gola e con la sensazione che si strappasse qualcosa dentro. Ad ogni ritorno, quando da lontano incominciava a scorgere l’antico castello, gli sembrava di riabbracciare un vecchio amico. E con i vecchi amici saluti, strette di mano, complimenti. Bevute al bar con racconti mitici delle passate avventure e il senso di ritrovare se stesso. Alla partenza, mentre vedeva svanire sul treno l’antico castello, una specie di vuoto, un velo di malinconia.
Ricordava ancora con un pizzico di nostalgia gli scherzi che combinavano come quando d’inverno, caduta la neve, aspettavano sopra un ponte il passaggio delle persone che venivano bombardate da un lancio bene accurato di palle tra urla, schiamazzi, improperi e minacciosi inseguimenti. Ricordava le battaglie di mattaione, quella specie di poltiglia azzurrognola tipica del torrente vicino al paese e che diventava l’arma principale con la quale si affrontavano le varie bande dei ragazzi. Tutti nudi, anche a marzo, quando l’acqua tagliava le gambe e la pelle diventava bluastra. E poi le partite di calcio dalla mattina alla sera sudati fradici, pieni di lividi e con le scarpe rotte, quelle di tutti i giorni perché non si potevano permettere di avere scarpe da giocatore. E a casa erano sgridate e ceffoni perché le scarpe costavano ed un paio dovevano durare tanti anni solate e risuolate dal calzolaio. E le spedizioni a caccia di susine, pesche, ciliegie, cocomeri con i contadini che saltavano dietro inviperiti e se tanto tanto riuscivano a prenderli li “risuolavano” ben bene come le scarpe. E le scazzottate che nascevano per un nonnulla, per il semplice pretesto di far vedere chi era il più forte. E le risate di quando si raccontavano le barzellette fino a tarda notte, specialmente d’estate lungo la “spianata” che portava fuori dal paese. E che risate! Ridevano di niente, di una battuta, di un gesto, di uno spernacchio. Altro che droga…E la pesca. Quella coi bachini bianchi che si contorcevano di brutto quando li infilava nell’amo e un po’ di impressione gliela facevano. O la pesca con il granturco e l’uva. Prima andava ad “impastare” i pesci al torrente con il motorino “Beta” nei posti più nascosti per qualche giorno e poi ci ritornava con la sua bella canna. Tirava fuori certi pesci che allora gli sembravano enormi. E poi c’era la pesca a galla con le mosche o i grilli che venivano fatti strisciare lungo il pelo dell’acqua e i pesci vi saltavano sopra che era una goduria tirarli fuori tutti scodinzolanti. Gli piaceva quel contatto solitario, a tu per tu con la natura, e ritornava a casa felice anche se tutto impantanato con le gambe ferite dai pruni e dai rovi. A volte aspettava addirittura la fine del tramonto, quando il sole rosseggiava dietro le colline e calavano le prime ombre. Allora, camminando lungo i viottoli della campagna, gli prendeva una specie di voluttuosa inquietudine e aumentava i passi fino a correre a gambe levate…
Un sospiro e giù altri ricordi legati indissolubilmente l’uno con l’altro. Il giallo. La passione per il giallo l’aveva avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un suo cugino, si era ritrovato fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondatori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato. Da allora aveva cominciato a fare incetta di gialli appassionandosi soprattutto a quelli di scuola inglese della Christie basati più sul lavorio delle cellule grigie, come direbbe Poirot, che non sull’azione come il giallo americano di Chandler, Hammet o Spillane, tanto per intenderci. Abbarbicato soprattutto al mitico G.M., ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni…negli anni…(e chi se li ricordava?) gli faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora si aggirava imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Un lampo e un tuono scrosciante lo riscosse. Il tempo era brutto. Orribile. La pioggia e il vento ce la mettevano tutta in quella serataccia d’inverno. Si stropicciò le mani e continuò ad esaminare una vecchia partita di scacchi … Gli scacchi. Già, gli scacchi. Li aveva conosciuti tardi durante l’epico incontro Fischer-Spassky nella gelida Islanda del 1972 e non li aveva più lasciati.

Si era buttato subito a capofitto nel giuoco per corrispondenza, quando ancora non c’era di mezzo il terribile computer a rompere le palle, si era fatto onore e dedicato anima e corpo allo studio della teoria collaborando a belle riviste e sfornando alcuni libri di impensabile (per lui) successo. Scacchi e giallo, o viceversa. Un binomio indissolubile che lo aveva portato lungo questa ricerca per molti anni, scovando rapporti impensabili espressi, poi, in diversi articoli e in un bel libro di conosciuti e stimati autori. Scacchi e giallo. Gli scontri, le battaglie, la morte. Scacco matto, il Re è morto. La morte che lo aveva colpito sin da piccolo strappandogli dal cuore la mamma…
Un attimo di impasse. Un sospiro…Era passato tanto tempo. Era diventato grande. Si era laureato, lui ragazzaccio di strada, addirittura con il mitico Giorgio Spini (lo citava dappertutto con una certa ingenua e infantile pomposità) sui cui libri di storia aveva studiato.

La Storia, altra grande passione. Soprattutto quella antica e crudele narrata da nomi, strani, fascinosi e roboanti: Procopio (copio a favore di chi?) di Cesarea, Senofonte (una fonte uscita dal seno?), Plutarco e via su su fino a Livio, Cesare, Polibio, Sallustio…E qui un brivido che si rivide davanti la terribile figura della professoressa La Macchia tesa a spellarlo su “Catilina, nobili genere natus…” e sulla guerra contro Giugurta con il sudore che scendeva a rivoli e il cuore incazzato nero. La Storia, anche quella delle Rivoluzioni dovunque fossero (francese, russa, americana) tra scontri, intrighi, tradimenti. E morte. Una fissazione. Chissà…
Si alzò dalla sedia per vedere cosa succedeva là fuori. Un lampo squarciò il cielo illuminando per un attimo i vetri della finestra. E per un attimo, solo per un attimo, si vide riflesso. Un vecchietto ormai rinseccolito, buono a nulla se non a scrivere due stronzate con lo sguardo perso nel vuoto. I ragazzi. Gli mancavano, gli erano sempre mancati i suoi ragazzi, i suoi studenti che aveva lasciato con l’età della pensione. Soprattutto i momenti in cui li osservava tesi sui compiti in classe, le teste chine, o alzate in aria a cercare qualche ispirazione, le smorfie, lo stringere spasmodico delle labbra, l’improvviso sorriso per avere catturato una buona idea, gli occhi quando venivano a chiedere conforto in un momento di crisi. I loro occhi, i loro occhi che chiedevano aiuto…Si passò una mano sulla fronte. Chissà se aveva operato bene, se aveva svolto il suo compito al meglio…Chissà.
Ma quel che aveva fatto aveva fatto. Quel che era successo era successo nella sua vita. L’infanzia, l’adolescenza, le bischerate e le cazzate varie, le cose belle, gli studi, gli innamoramenti, la moglie, i figli…Tempus fugit. Ora si sentiva inutile. “Ma servo ancora a qualcosa?” farfugliò in uno di quei momenti patetici che ogni tanto lo sorprendevano. “Ma servo ancora a qualcosa?”.
Una frenetica scampanellata lo riscosse. “Nonno, nonno, aprì!”, “Apri il portone, nonnone!”, esclamarono ridendo i due nipotini all’unisono. Sorrise e aprì, investito dalla forza della vita. Serviva ancora a qualcosa.

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


16 Commenti a Ma servo ancora a qualcosa?!?

  1. avatar
    Uomo delle valli 5 aprile 2017 at 10:19

    Semplicemente bellissimo!




    0
  2. avatar
    fabrizio 5 aprile 2017 at 11:33

    Semplice e commovente. Grazie Fabio! Servi ancora a molto (anche a noi tutti di Soloscacchi)!




    2
  3. avatar
    Enrico Cecchelli 5 aprile 2017 at 11:48

    Fantastico! E comunque per parafrasare il titolo… A noi servono moltissimo scritti come questo!!! Articoli che dopo le prime righe certo un po’ malinconiche, ci lascino l’impressione positiva del protagonista! Bravo Fabio.




    1
  4. avatar
    MaurizioD 5 aprile 2017 at 12:38

    Credo sia molto autobiografico, vero?
    Dolcissimo amarcord.
    Bellissimo!




    0
  5. avatar
    chess 5 aprile 2017 at 14:05

    Bellissimo!




    0
  6. avatar
    patrizia debicke 5 aprile 2017 at 17:19

    dai là che servi eccome! Le tue recensioni, i tuoi commenti arguti e benevoli, la tua costante presenza sull’web e, sono egoista, nella mie mail. Ma guarda un po’come farei senza l’amico lontano da tacchinare rompendogli le scatole tutti i giorni o quasi. E hai la rara fortuna di goderti quei due diavoli.
    Avanti tutta




    0
  7. avatar
    paolo bagnoli 5 aprile 2017 at 17:43

    Caro Fabio, quanta VITA! Anch’io ho avuto la fortuna di studiare lo Spini, ed ora ho avuto la fortuna di leggere questo…
    Un abbraccio
    Paolo




    1
  8. avatar
    Claudia Lotti 5 aprile 2017 at 18:33

    Che emozione babbo!
    Gli occhi si riempiono di lacrime!
    E certo che “servi” come dici tu!




    0
  9. avatar
    Fabio Lotti 5 aprile 2017 at 21:56

    Un momento così. Dalla prossima si cambia. Scacchi e sesso…




    0
  10. avatar
    Alessandro P 6 aprile 2017 at 10:00

    Bellissimo viaggio nel tempo, Fabio. Il nostro pensiero e, soprattutto, il nostro cuore viaggiano molto, molto più in là di qualsiasi mezzo di trasporto. Aggiungo a quanto è già stato detto che anche a noi spingilegno senesi servi tantissimo. Per noi sei un punto di riferimento insostituibile.




    0
    • avatar
      Antonio Pipitone 6 aprile 2017 at 18:56

      Servi, servi, altrochè se servi!
      Ciao, Antonio




      0
  11. avatar
    Doroteo Arango 8 aprile 2017 at 10:29

    Qualunque essere umano serve anche “se non serve”. Trovo eticamente scorretto e ingiusto ogni definizione di “utilitarismo” applicata all’umanità.




    0
  12. avatar
    Alessandra 8 aprile 2017 at 19:35

    Ma certo che servi, Fabione :)
    E non è questione di utilitarismo, è che qui ti si vuol bene :)
    Un abbraccio grande!




    0
  13. avatar
    Fabio Lotti 9 aprile 2017 at 09:39

    Mi avete convinto. Lo diceva anche Totò “La serva serve”…




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  14. avatar
    Fabio Lotti 14 aprile 2017 at 21:46

    Sono uscite le mie lunghine sul sesso tra i morti ammazzati http://theblogaroundthecorner.it/category/ospiti/le-lunghine-di-fabio-lotti/
    Buona Pasqua a tutti!




    0
  15. avatar
    Fabio Lotti 1 maggio 2017 at 09:27

    Per gli amici scacchisti-giallisti uscite le letture di maggio http://theblogaroundthecorner.it/




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