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Sempre più vicino

Scritto da:  | 1 aprile 2017 | 28 Commenti | Categoria: Libri, Racconti, Scacchi e letteratura

Quella mattina si era alzato a un’ora talmente indecente che Simon, evento rarissimo, aveva già lasciato il letto prima di lui. Si era trascinato per tutto il giorno costringendosi a lavorare alla tesi, ma a metà pomeriggio aveva pensato che se non fosse uscito di casa si sarebbe ammalato o sarebbe impazzito; così era andato ai Giardini pubblici di Porta Venezia, a due passi dalla casa di via Castaldi. Senza computer ma con un libro che doveva leggere perché era nella bibliografia.
I Giardini sono il salotto verde di Milano, il parco signorile, ben tenuto e ben frequentato rispetto al più selvaggio e avventuroso Parco Sempione. Ai primi di marzo poi faceva ancora freddo e non c’era la classica invasione di folla dei sabati tardoprimaverili. Comunque la voglia di studiare non ne aveva tratto giovamento. Prima si era seduto su una panchina, ma gli occhi continuavano a scappargli via dalla pagina o a chiudersi, alternativamente. Poi era andato al bar del parco, per bere qualcosa e stare più comodo.
Il fatto è che la vera attrattiva del bar, almeno ai suoi occhi, era la sua occupazione stabile e perenne da parte di una compagnia di sfaccendati, che stendevano sui tavoli grosse scacchiere di carta plastificata e si sfidavano in interminabili maratone, da mattina a sera.
Non aveva mai vagheggiato di diventare un campione di scacchi, perché aveva capito presto che ci sarebbe voluto un enorme investimento di tempo, oltre a dettagli come talento e passione. Un suo ex compagno di liceo era arrivato a essere un discreto giocatore a livello regionale, quindi non proprio un fulgido astro nel firmamento scacchistico, e Valerio lo ricordava passare pomeriggi interi a studiare la teoria e a ricostruire le partite dei grandi maestri. Ci diventava pazzo, e lui non aveva mai avuto la tentazione di imitarlo.
Con tutto ciò non era insensibile al fascino di questo gioco senza eguali. Quando gli capitava fra le mani una rivista di enigmistica provava a risolvere quei problemi del tipo “il Bianco dà scaccomatto in due mosse”, riuscendoci una volta sì e dieci no. Giocare su Internet gli sembrava invece una perversione, visto che il divertimento è averlo davanti, l’avversario, e fronteggiarlo in questo strano modo tutto di testa, dove gli indizi del corpo diventano, per paradosso, ancora più interessanti: le mani nervose, le gambe che ballano, le smorfie, il sudore, gli sguardi, i sospiri e i commenti.

Al bar dei Giardini Pubblici non si giocava in silenzio, affatto. Dal gruppo si levavano commenti ad alta voce, risate, incitamenti, improperi, bestemmie in almeno cinque o sei lingue, dal milanese al russo, dal portoghese a idiomi sconosciuti, e tutto l’insieme somigliava più al banco ortofrutta di un mercato comunale che alla sezione open air di un club di scacchi.
Fra loro c’erano personaggi ricorrenti che vedeva ogni volta che veniva qui, e di cui si domandava seriamente cosa facessero nella vita.
Per esempio un russo o ucraino di nome Sergej, tozzo e forte come un toro, con il collo largo quanto la testa pelata, che indossava in ogni stagione una camicia di lana grezza a quadrettoni. C’era poi un anziano ex militare dal portamento assai distinto, sempre abbronzato, che parlava come D’Annunzio e che tutti chiamavano “il generale”. Altro cliente fisso dell’ortomercato scacchistico era un milanese senza età, con una matassa di capelli neri che gli sporgevano sulla fronte a mo’ di tettoia, scosso da tremiti intermittenti e dedito a battere col piede per terra, così forte che spesso dai contendenti sorgevano grida di protesta perché li faceva deconcentrare. E altri ancora.
Gli venne voglia di giocare una partita. Perché no? Non l’ho mai fatto, qui. Continuava a guardare l’orologio e forse non sapeva più cosa inventarsi per far passare queste due o tre inutili ore prima della cena con Viola.
Si avvicinò ai tavoli occupati dai giocatori, con l’idea di scegliere un avversario alla sua altezza – o meglio: bassezza. Dopo una breve rassegna lo individuò in un poveraccio che pareva essere appena stato dimesso da una clinica psichiatrica. Aveva i capelli crespi, brizzolati e lunghi, una barba inguardabile e occhialetti alla Gramsci dietro i quali baluginavano occhi vacui e cerchiati di rosso: il classico fanatico degli scacchi incapace di giocare in modo decente. A conferma della diagnosi, ora ricordava di averlo visto altre volte accasciato su un tavolo da solo, con la sua scacchiera davanti ma nessun avversario. Doveva essere così scarso che gli altri lo ghettizzavano, lo mobbizzavano, insomma non lo prendevano in considerazione. Era quello che ci voleva per lui.

Scostò la sedia e sorrise. “Posso? E’ libero?”
L’altro annuì e grufolò qualcosa, con aria persa. Così sedette e mise i pezzi nella posizione di partenza. Gli lasciò addirittura il Bianco, perché preferiva che fosse lui a muovere per primo, tanto per vedere cosa avrebbe combinato.
Appena iniziata la partita, però, cominciò a preoccuparsi.
Intanto il suo avversario giocava con una sicurezza inattesa, veloce e preciso, seguendo uno schema d’apertura che lui non conosceva. Poi notò che gli altri si erano voltati a osservarli, incuriositi, e addirittura tre o quattro di loro, fra cui il generale, l’orso slavo e l’uomo coi capelli a tettoia, si radunarono a semicerchio alle spalle dell’occhialuto.
“Complimenti, giovanotto,” approvò il generale, guardando Valerio con un leggero inchino di ammirazione.
“Uoh, finalmente uno che giuoca cuontro Leo! Sei cuontento, Leo?” tuonò Sergej.
“Eh, sarà contento sì, scappano sempre tutti…” bofonchiò Tettoia.
Nel giro di due minuti la situazione fu chiara. Aveva preso una cantonata di quelle epocali e si era infilato dritto nella tana dell’orso. Questo Leo poteva anche essere un soggetto da manicomio, ma giocava come un dio e gli stava frantumando le ossa a una a una. Ecco perché gli altri stavano alla larga da quel tizio: perché era troppo forte! Oltre a tutto, il coro alle sue spalle commentava la partita con berci da stadio, e tutti cercavano di dargli consigli aumentando la confusione che già gli regnava nella testa.
“Ma cuosa fai, imbecille, muovi quel cavallo! Svegliati, testuone, ma chi ti ha insegnuato a giuocare?” strepitava Sergej, che parlava come i doppiatori dei personaggi russi nei vecchi film.
“Eh sì, arriva lui che ha capito tutto, ma cosa, ma dove…” rintuzzò Tettoia, che aveva tutt’altra idea della strategia che lui avrebbe dovuto seguire e intanto batteva il piede per terra, freneticamente, come se l’avessero incaricato di scavare la fossa in cui Valerio era destinato a venire sepolto al termine della partita.
“Arrocca, ragazzo, arrocca!” lo esortò il generale. “Cogli l’attimo, prima che il temibile Leo ti dia scacco.”
“Ma ti svuegli o no? Il cavallo in f5, fuorza! Fuorza!”
“Ma no, ma va’, ma per carità di dio, ma lascialo lì dov’è quel cavallo…”
“Arrocca e difenditi, figliolo!” incalzava il generale, mentre lui cercava di tapparsi le orecchie per pensare. “Arrocca e difenditi! Bada alle insidie!”
“Ma cuos’hai contro i cavalli, eh? Sei caduto da piccolo? Prendi quel cavallo e fagli la fuorchetta di alfiere e di tuorre, muoviti, deficiente!”
“Ma dove, ma che forchetta e coltello, Sergio, sei orbo, cosa stai dicendo, non vedi che c’è il pedone…” e batti batti col piede.
“Arrocca adesso, subito! Arrocco corto, ragazzo, arrocco corto senza indugio. L’indugio può essere fatale!”
“Io mi chiamo Sergej, non Sergio, ignuorante! Ma perché vuoi italiani non siete capaci di imparare le lingue?”
“Eh, Sergio, Serghièi, tanto l’è istèss.”
“L’hai fatta grossa, ragazzo mio. L’arrocco è il primo obiettivo del difendente! Ti rammento cosa dice a tal proposito il sommo Capablanca…”

A questo punto, per effetto combinato dell’assordamento e della bravura letale di Leo, Valerio aveva già perso un pedone e un alfiere, oltre a essere in una posizione disperata, e meditava di darsela a gambe o di fare una strage nella folla.
Poi all’improvviso qualcosa cambiò. Il cicaleccio dei tre calò di volume e alzando gli occhi dalla scacchiera dove si stava consumando il massacro notò che tutti guardavano qualcosa, o qualcuno, alle sue spalle. Doveva essere qualcuno, anzi qualcuna, perché il generale si impettì e nei suoi occhi acquosi entrò un languore sospetto. Anche Tettoia tentò di ravviarsi i capelli e rallentò il battito del piede, mentre solo Sergej continuava a grugnire con lo sguardo incollato alla scacchiera.
“Non mi avevi detto di essere un campione di scacchi,” disse una voce roca, così vicina che Valerio sentì vocali e consonanti raspargli delicatamente la schiena e fargli rizzare tutti i peli.
Si girò e Viola era dietro di lui, sorrideva con gli occhi che scintillavano divertiti. La pelle liscia fra la bocca e gli zigomi era appena dorata, nell’aria ancora invernale, e il collo era nudo come la bella mano che lo sfiorava. Una visione.
Cercò di riaversi dalla sorpresa e stava per replicare, atteggiandosi alla dovuta modestia, ma lo scoppio di ilarità che le parole di Viola avevano suscitato nei tre gli tolse subito l’incomodo.
“Eh, sì… campiùn de bocce, magari.”
“Ma quale campiuone, è una schiappa, un disuastro!”
“Permette, signora, generale Pasquinelli, per servirla. La sua eleganza, mi consenta di dirlo, non sarebbe sfuggita al sommo maestro Capablanca, lui sì campione non solo negli scacchi ma nella vita. Questo sciagurato figliolo, invece…”
“Scaffass ne mosse,” gorgogliò Leo.
“Come?” chiese lui, riscuotendosi.
“Scaffass ne mosse,” ripeté l’altro, e per un attimo – miracolo! – si fece silenzio: i tre interruppero la telecronaca della partita, e gli altri giocatori dai tavoli vicini si alzarono, sogguardando Leo con venerazione.
Capì allora che le parole di Leo arrivavano deformate senza rimedio dalla barba e da chissà quali danni o malformazioni all’apparato fonatorio, ma che il suo avversario aveva appena annunciato che stava per dargli scaccomatto in tre mosse.
“Se arrocchi, sacrifico l’alfiere e poi scacco di torre e matto di cavallo,” spiegò, sempre farfugliando. “Se muovi il cavallo come diceva Sergej prendo col pedone, scacco di scoperta e poi matto nell’angolo. Se fai una qualsiasi altra mossa, sacrifico la torre e poi entro con la donna. Fine.”
Ancora due, tre secondi di silenzio irreale.
Poi una deflagrazione di applausi e urla rimbombò nel bar. Tutti si fecero intorno a Leo, gli batterono sulla spalla, sulla schiena, gli sollevarono il braccio in segno di trionfo come si fa coi pugili mentre quello ridacchiava, stordito, e lo guardava quasi con aria di scusa. “Leo! Leo!” gridavano in tanti.
Lui si alzò in piedi e fissò Viola, umiliato.
“Non gli dai la mano?” gli suggerì lei a bassa voce, con uno sguardo complice in cui era entrata qualcosa come una lieve, dolce compassione per il suo squinternato punitore. Eccolo di nuovo, lo sguardo della donna: la principessa che ha visto il cavaliere disarcionato e gettato a terra dal drago, ma che riserva la sua tenerezza proprio per il drago, sgraziato e solo com’è.
“Stavo per farlo.”
Si girò, allungò il braccio in mezzo alla bolgia e strinse la mano fredda e sudata di Leo, che annuì ed esalò qualche sillaba che lui non capì.

avatar Scritto da: Raul Montanari (Qui gli altri suoi articoli)


28 Commenti a Sempre più vicino

  1. avatar
    Luigi O. 1 aprile 2017 at 10:33

    Mi aspettavo il “solito” pesce d’aprile e invece ho trovato questa meravigliosa sorpresa: grazie, stupendo!!! ;)




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    • avatar
      Un lettore 1 aprile 2017 at 16:12

      Oggi al telegiornale hanno mandato in onda un servizio trasmesso dalla BBC nel 1954 in cui si raccontava di una famiglia svizzera che raccoglieva spaghetti dagli alberi.
      Ecco, ancora una volta apprezzo lo stile e la sobrietà di Soloscacchi che si distingue per superiorità non scadendo -come ahimè si fa ormai quasi ovunque- in panzane scontate e di dubbio gusto.
      Complimenti al maesto Montanari per questa pièce di alta classe.




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  2. avatar
    alfredo 1 aprile 2017 at 11:08

    Un abbraccio a Raul.
    emozionato




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    Uomo delle valli 1 aprile 2017 at 11:17

    La penna di un grande scrittore lascia sempre il segno, bravissimo!




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    Fabio Lotti 1 aprile 2017 at 11:31

    Bentornato, Raul!




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    Raul Montanari 1 aprile 2017 at 12:09

    Grazie, amici! Spero non sia sfuggito l’omaggio al generale Pasquinelli: il suo “ABC degli scacchi” (Hoepli) è stato il mio primo libro sul gioco, e forse non solo il mio. Pieno di errori e di assurdità, ma anche di passione e poesia.
    Un abbraccio a tutti




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      Yanez 1 aprile 2017 at 12:35

      Sì, omaggio bellissimo. Con quel libro abbiamo sognato tutti… ;)




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      fabrizio 1 aprile 2017 at 15:46

      Grazie per il regalo, bellissimo e inaspettato!
      PS: riguardo il Pasquinelli ed il suo “ABC degli scacchi” (uno dei primissimi manualetti di scacchi di tanti anni fa, che non era certo irreprensibile dal punto di vista tecnico, intriso però di autentica passione) mi hai fatto ricordare che, al circolo Branca di Roma, una delle frasi beffarde che si rivolgevano a chi commetteva qualche errore grossolano era: “Ti rimando a studiare il Pasquinelli!”




      1
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    Martin 1 aprile 2017 at 12:32

    Sono onorato che un caro amico e una persona speciale come Raul abbia condiviso sul nostro sito una parte della sua arte… un grazie enorme a lui e ad Alfredo che ci ha fatto incontrare!




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    Orso Marsicano 1 aprile 2017 at 12:58

    Semplicemente spettacolare, un grande artista.




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    The dark side of the moon 1 aprile 2017 at 15:17

    Che figura per il povero Valerio. :p
    Decidere il destino dei personaggi creati è forse il più grande piacere degli scrittori. :D




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    Vittorio 1 aprile 2017 at 16:15

    Gustosissimo!
    Qualcuno per caso si ricorda il nome della mitica e tenerissima elefantessa dello zoo?




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      Raul Montanari 1 aprile 2017 at 21:21

      Non era Bombay?




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        Ramon 2 aprile 2017 at 10:20

        “Attenti ai borsaioli”

        Esatto, proprio lei! Quante domeniche mattine in quella specie di lager che era lo zoo dei Giardini Pubblici, ma io ero bambino e non ci pensavo… volevo andarci a vedere gli animali.
        E il vecchio Giovanni qualcuno se lo ricorda?!?




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    paolo bagnoli 1 aprile 2017 at 18:09

    Delizioso! Una curiosità: nome e cognome figurerebbero sicuramente su mezza pagina dell’elenco telefonico di Ravenna (anche Casadio comunque non scherza). L’origine è quella?




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      Raul Montanari 1 aprile 2017 at 21:20

      Sì, mio padre è di Forlì anche se io sono bergamasco. Transumanze per lavoro del dopoguerra, una delle stagioni più infervorate e più ottimiste di tutta la storia d’Italia (inclusi i secoli di Roma).
      “Bagnoli” dice tutto :)




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        paolo bagnoli 2 aprile 2017 at 11:20

        Ohibò, non capisco perchè “Bagnoli” dice tutto…




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          Raul Montanari 2 aprile 2017 at 12:40

          Occavolo… non è anche il tuo un cognome emiliano-romagnolo? Me ne ricordo diversi, quando andavo a trovare i nonni.
          Forse più toscano, però.
          Ecco qui.




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        lordste 2 aprile 2017 at 20:28

        Bergamasco? ohibò… non frequenti i circoli locali?




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          Raul Montanari 2 aprile 2017 at 23:58

          Vivo a Milano :)
          Poi ho poco da frequentare circoli, perché ormai gioco da schifo. Sono lontano più di quarant’anni dal mio modesto prime time scacchistico.




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  11. avatar
    Luca Monti 2 aprile 2017 at 09:09

    Complimentissimi all’autore ed alla sua ispirazione fertile. In passato avevo apprezzato un suo lavoro, una sorta di dedica, alla memoria di Rosolino della SSM, quando forse stava in via dei Piatti. Argomentare storie in modo originale e creativo, avendo gli scacchi come sottofondo non è per niente facile. Un bravo è d’obbligo. Luca Monti.




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      Ramon 2 aprile 2017 at 10:12

      Eccolo qui, bellissimo anche questo, grande Raul!




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        Raul Montanari 2 aprile 2017 at 12:42

        Non mi parlate di Rosolino, che mi metto a piangere. Non bisognerebbe invecchiare né morire; è un problema che non abbiamo affrontato con sufficiente serietà per trovare una soluzione, eppure una soluzione deve esserci.




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  12. avatar
    Enrico Cecchelli 2 aprile 2017 at 11:25

    Mi unisco ai complimenti per il bell’articolo.




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  13. avatar
    Walter Longo 2 aprile 2017 at 17:39

    Complimenti Raul, proprio bello.
    Volevo chiederti se ci puoi raccontare qualcosa di più sul tuo rapporto con gli scacchi, se hai fatto dei tornei, se ogni tanto giochi (magari su internet… ). Leggerti è sempre un piacere. ;)




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  14. avatar
    Raul Montanari 3 aprile 2017 at 00:10

    Sì, sono stato iscritto per tre anni alla mitica Società Scacchistica Milanese, mi pare dal ’73 al ’75, quando la sede era quella di via San Maurilio con l’elefante che incombeva sul pianerottolo in penombra… Non ricordo che punteggio ELO avessi raggiunto, ma non ero un granché.
    Per un piccolo colpo di fortuna mi sono trovato a giocare nella Squadra A under 16 di Milano ai campionati italiani che si sono tenuti nel dicembre del ’74 all’hotel Leonardo da Vinci di Bruzzano: arrivammo primi pari merito, mi pare con La Spezia, ma fummo declassati a secondi per brogli (una delle storie più comiche della mia vita, ma mi astengo dal raccontarla: basti sapere che il declassamento fu sacrosanto). Ero un giocatore d’attacco, come tanti ragazzi, con un buon occhio per il gioco combinativo che mi è rimasto ancora adesso ma scarsissimo nel gioco di posizione e catastrofico nella tecnica del finale. Partito col mito di Fischer, ero approdato a Tal: figuriamoci!
    Un giorno, resomi conto che ormai ero al terzo anno di liceo classico e non studiavo né il greco né il latino ma solo la Difesa Alechin e l’Est Indiana, andai dai miei maestri, fra cui Magrini che ora non so che fine abbia fatto, e chiesi se secondo loro avevo delle prospettive nell’agonismo ad alti livelli. Mi risposero di no: man mano che fossi salito di categoria sarei stato punito sempre più puntualmente dai giocatori di posizione, per non parlare di tutti quei punti persi per la tecnica lacunosa.
    Avevano ragione. Portai in cantina libri e scacchiera e, per ripiego, progettai di fare lo scrittore :)
    In seguito i libri li ho riesumati e adesso sono un giocatore competente, in grado di provare piacere nel seguire Carlsen-Karjakin (in certe partite anticipavo quasi tutte le mosse – non che fosse così difficile, eh), ma ormai privo anche di quel barlume di talento che avevo da ragazzo nel gioco dal vivo.
    Insomma, negli scacchi non sono uno scrittore: sono un lettore, e va bene così.
    E’ bello lo stesso sentire di avere questa cultura in comune con tante persone che stimo e a cui voglio bene, e far vivere sulla scacchiera quelle magiche geometrie, come se i pezzi si muovessero da soli.




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      paolo bagnoli 7 aprile 2017 at 20:44

      Carissimo Raul (posso?), mi vedo nelle tue parole. Cosa di più?




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  15. avatar
    Luca Monti 3 aprile 2017 at 17:58

    Scusi signor Montanari Raul. Leggo di una sua(tua) passata militanza negli anni settanta presso la SSM. Le (ti) chiedo: Conobbe per caso in maniera approfondita Alfred Rubinstein e Marco Bonfioli? Ogni bene, Luca Monti




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