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Gli occhi chiari di Zandegù

Scritto da:  | 23 aprile 2017 | 17 Commenti | Categoria: C'era una volta, Italiani, Personaggi

Dieci anni di professionismo, quaranta vittorie, un Giro delle Fiandre, un Giro di Romagna, una Tirreno-Adriatico, diverse tappe del Giro d’Italia rappresentano un curriculum più che apprezzabile per molti corridori.
Il fatto curioso è che Dino Zandegù sia passato alla storia più per le sue “trovate” che per un palmarès di tutto riguardo.
Zandegù, nato a Rubano in quel di Padova nel 1940, ha iniziato la sua avventura tra i professionisti alla fine del 1963 con la maglia della Ignis. Nel 1964 era alla Cynar, poi due anni alla Bianchi, ben cinque alla Salvarani, prima di chiudere la carriera nel 1972 con i colori della GBC.
Ottimo passista-veloce, dal fisico massiccio, il viso volitivo con sopracciglione similbergomi, odiava le salite e non disdegnava la pista.

Ha partecipato ad alcune Sei Giorni di Milano negli anni sessanta, quando la pista veniva montata ogni inverno all’interno del vecchio Palazzo dello Sport della Fiera, in piazza 6 Febbraio.
Zandegù era uno dei beniamini del pubblico per la sua combattività ma soprattutto per gli scherzi che sapeva organizzare nei momenti di stanca della corsa.
Coadiuvato da una spalla, quasi sempre il tedesco Roggendorf, fingeva appassionanti volate sul filo dei venti all’ora; si faceva trainare aggrappandosi al sellino di qualche ignaro – si fa per dire – concorrente; rubava un tabellone numerato del contagiri facendo impazzire gli ufficiali di gara; una volta sottrasse la pistola allo starter, il mitico Tano Belloni, e fece alcuni giri di pista fingendo di sparare agli avversari.
La sua corsa di addio fu il Lombardia del 1972 e, anche in questa occasione, non volle venire meno al suo personaggio: andò in fuga solitaria ma, giunto dalle parti di Canzo, dove la strada cominciava a salire, si fermò, scese di bicicletta, fece una croce per terra e inscenò una specie di comizio per dare finalmente l’addio a quella “dura vita piena di fatica e sofferenza”. Quando sopraggiunse il gruppo, salutò tutti con il magone (vero o finto?) e tornò a casa.
Zandegù era un personaggio in tutti i sensi: faceva scherzi, faceva il mattacchione e vinceva anche.
Un personaggio così non poteva sfuggire a Sergio Zavoli per il suo “Processo alla tappa”, del quale fu un frequentatore tra i più assidui.
Veramente indimenticabile una sua apparizione ad un “Processo” del 1966: Zandegù, in maglia Bianchi-Mobylette, è inquadrato in primo piano nella metà schermo di destra, mentre, nella metà schermo di sinistra, appare Nando Martellini con al fianco una vaporosa quanto asettica Anna Maria Gambineri.

Martellini: “Signorina Gambineri, le presento il signor Zandegù.”
Gambineri: “Lo vorrei vedere meglio.”
Zandegù: “Non mi sono ancora truccato.”
Gambineri: “Vorrei vedere un bel primo piano.”
Zandegù: “Guardi un po’ che bellezza! Mi ha visto tutto? Si?”
Gambineri: “Sì, però provi a guardare proprio nell’obbiettivo della telecamera.”
Zandegù: “Mi guardi anche di profilo, però.”
Gambineri: “Senta, ma ha gli occhi chiari?”
Zandegù: “Eh, sono un po’ stanchetto.”
Gambineri: “Volevo dire, il colore degli occhi com’è?”
Zandegù: “Marrone, marrone devono essere. I capelli sono nerissimi. Non so se le dice qualcosa. Jean Gabin da giovane.”

 

avatar Scritto da: Gianni Bertoli (Qui gli altri suoi articoli)


17 Commenti a Gli occhi chiari di Zandegù

  1. avatar
    Enrico Cecchelli 23 aprile 2017 at 09:34

    Bel ricordo. Grazie di avercelo ricordato è fatto conoscere un po’ meglio, io ricordavo solo il nome e che aveva vinto qualcosa.




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      alfredo 24 aprile 2017 at 10:35

      Beh qualcosa
      anche un Fiandre nel 67!
      vale una carriera
      e in volata poteva battere chiunque anche un fenomeno come Marino Basso
      Lo ho visto alla partenza della Sanremo
      Ciao Dino
      si è voltato
      Pollicione
      Sempre uguale…




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    The dark side of the moon 23 aprile 2017 at 13:57

    Che personaggio è stato Zandegù, onestamente però non lo ricordo.
    Purtroppo in questi giorni il ciclismo ha perso Michele Scarponi, una morte assurda.




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    Luigi O. 23 aprile 2017 at 20:40

    Tappa extra-scacchistica nuovamente gradevolissima.




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    fabrizio 23 aprile 2017 at 21:14

    Se Zandegù fosse stato “più serio”, forse avrebbe vinto qualche corsa di più. Ma probabilmente non sarebbe stato così popolare e amato dai suoi tifosi e oggi ben pochi si ricorderebbero di lui e della sua trascinante simpatia.




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      alfredo 24 aprile 2017 at 10:37

      Guarda che Zandegu è stato un serissimo professionista. Il che non gli impediva di prendere anche questo durissimo sport (questo è uno sport non un gioco) con il sorriso.
      Come il grande Peter Sagan e il povero Michele Scarponi.




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        fabrizio 24 aprile 2017 at 14:46

        Non volevo assolutamente mettere in dubbio la serietà professionale di Dino (che è stato in quel periodo uno dei miei velocisti preferiti, dopo la prematura e sfortunata morte di Alessandro Fantini); ipotizzavo soltanto che se lui fosse stato meno “esuberante” nei suoi comportamenti, probabilmente non si sarebbe attirato le gelosie e le rivalità accese con alcuni (vedi Basso) e forse avrebbe ottenuto qualche vittoria in più. Ma questa è ovviamente solo una ipotesi; quello che è certo è che è stato un vero personaggio del ciclismo, amato da moltissimi (me compreso).




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          alfredo 27 aprile 2017 at 08:00

          Mi è stata raccontata la morte di Fantini . trauma cranico dopo una caduta al giro di Germania ( e ne ho letto anche i resoconti) . Per gli amici amanti del ciclismo comsiglio la pagina fb di Marco Pastonesi , l’autore del libro piu’ bello su Pantani : ” Pantani era un dio ” .
          Su Zandegu’ avrei alcuni aneddoti da raccontare , magari lo farò
          Si sposo’ con la figlia del proprietario del maglificio Castelli di Rosate che allora produceva in pratica tutte le maglie dei ciclisti professionisti di allora .
          Grande cantante anche di canzoni … napoletane
          Un vero show man . Non bello come Peter Sagan ma dallo spirito e dalle caratteristiche simili( anche se parlando di Sagan si parla di un fenomeno! )




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            fabrizio 27 aprile 2017 at 23:28

            Caro Alfredo, visto che sei così informato ti faccio una domanda fondamentale :) : fu vero il flirt di Zandegù con la cantante Luciana Turina, o un’invenzione giornalistica?




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              Alfredo 28 aprile 2017 at 08:04

              Caro Fabrizio
              questo non lo so .
              Vero fu la conquista da parte di Zandeg’ della moglie di un altro ciclista . Non posso fare il nome . Posso dire solo che era danese , fortissimo cronoman , ex recordman dell’ ora
              Puo’ Bastare ?
              Non era bello e sexy come Peter Sagan ma Dinone aveva un certo successo dovuto alla sua straripante simpatia




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    Ramon 24 aprile 2017 at 10:16

    Un autentico capolavoro quel Giro delle Fiandre di ormai mezzo secolo addietro.
    Ecco come lo ricorda Dino in un’intervista di un paio di anni fa:

    “Noi della Salvarani determinati. Capitano unico: Felice Gimondi. Tutti gli altri: gregari a sua disposizione. Io: battitore libero e, si raccomanda il direttore sportivo Luciano Pezzi, libero ma anche attento, attento a non perdere mai di vista Eddy Merckx. E siccome di me si fida, ma fino a un certo punto, sul retro del guantino mi appiccica il numero 130, quello di Merckx. <Seguilo come un’ombra>. Come se fosse facile: 245 chilometri, da Gand a Gentbrugge, periferia di Gand, fra muri di folla e muri di mattoni. Ma a quel Fiandre ci arrivo preparato. Dopo la Sanremo, corro in Belgio per abituarmi al clima, alle strade, alle corse. La prima arrivo in fondo, ma a metà gruppo, poi scalo fino al primo gruppo. Nell’ultima un colpo di vento spezza il gruppo, rimango indietro, da solo recupero fino a riprendere il primo ventaglio. Mi sorprendo di me stesso.
    Una decina di corridori, anche meno. Eseguo gli ordini alla lettera: incollato alla ruota di Merckx. Scaliamo i muri. Non sono tutti quelli di adesso, ma per me bastano e avanzano. Sono rampe durissime, fatte di pietre scivolose e circondate da tifosi urlanti. Se il corridore davanti cade, o se a cadergli è la catena, tu, dietro, sei finito. Quando la fuga sta per esaurirsi, Merckx fa il diavolo prima del muro di Grammont. Ne facciamo metà (rispetto a quello del percorso odierno, n.d.r.) ed è più che sufficiente.
    E quando è guerra, non si guarda più in faccia niente e nessuno. Proseguo nella mia azione. Riprendo gli ultimi fuggitivi. Poi Merckx rientra, fa tre o quattro chilometri a tutta, senza chiedere il cambio, tanto non glielo avremmo mai dato, anche perché non avremmo mai potuto darglielo, finché rimaniamo in tre, Merckx, io e Noel Foré, l’ultimo sopravvissuto della fuga del mattino.
    Vedo Merckx un po’ così e allora attacco. Foré rimane alla mia ruota. Guadagniamo una ventina di secondi. Merckx viene acciuffato da Gimondi e qualcun altro, è scatenato, insegue, si avvicina, ma io tiro alla morte, Foré a ruota implora <doucement>, ma se pedaliamo con dolcezza ci catturano in un attimo, l’ultimo chilometro lo faccio senza respirare, in apnea, sempre davanti, ai 50 metri Foré si sfila dalla mia ruota, vinco a braccio alzato, il destro, perché con il sinistro tengo il manubrio, ché non si sa mai.
    Nessuno mi ha regalato niente. Quella volta ho corso bene, con forza e anche intelligenza.
    Adriano De Zan mi dice che qui all’arrivo, fin dalla mattina, ci sono decine di minatori italiani che aspettavano sotto la pioggia e la neve sperando nella vittoria di uno dei nostri. <Fai qualcosa per loro> mi dice Adriano. E allora canto. Penso a quanto freddo ci dev’essere nelle ossa e forse anche nel cuore di quegli uomini, e allora, per riscaldarli, canto due o tre strofe di ‘O sole mio.
    È la fine del mondo. I minatori piangono, si abbracciano, mi vogliono. Li mollo solo per andare all’antidoping.
    Nessun tenore di quotazione mondiale ce l’avrebbe fatta ad aprire bocca, se mai gli fosse toccato di affrontare un minuto prima Merckx.
    Luigi e Mario Salvarani, i due fratelli più giovani vogliono brindare e chiedono champagne, i camerieri porgono una bottiglia, Luigi e Mario pretendono il Dom Perignon, i camerieri escono, lo cercano e lo trovano, lo comprano e lo portano, e finalmente si sollevano i calici al cielo. La mia vittoria più prestigiosa? Sì, il successo più eclatante, il fiore all’occhiello, il salto di qualità. Anche per i soldi: contratto e ingaggi. Nei circuiti, in Belgio, in Olanda e in Italia, passo dal minimo a una bella cifretta. E con i muri del Fiandre, mi faccio anche la casa nuova.”




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    Luca Monti 24 aprile 2017 at 10:44

    Saluto l’autore ringraziandolo per il bel lavoro. Personalmente e da molto tempo, ho smesso di credere alla reale genuinità del ciclismo: troppe le vicende sconcertanti che lo investono, ammorbandone l’aura. Una vera sciagura che mina le autentiche basi e valori di questo nobile sport.Oltre che per la forza, piace la originalità,l’anticomformismo dell’uomo Zandegù.




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    Laura Bertoli 24 aprile 2017 at 12:29

    Grazie alla Redazione di Soloscacchi per avere riproposto questo articolo di mio papà. Purtroppo lui è morto lo scorso novembre, ma rileggere le sue parole e i vostri commenti me lo fa sentire ancora più presente. Sarebbe stato felice di questo bel regalo.




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    Mongo 25 aprile 2017 at 22:31

    Mi ricordo un Zandegù che alla guida dell’ammiraglia sprona Beccia che stava dominando una tappa alpina di un giro d’Italia nei primi anni ‘980! :p




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      alfredo 27 aprile 2017 at 08:03

      Beccia lo scalatore calvo che per un pelo non vinse una Sanremo!




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    Ramon 28 aprile 2017 at 07:26

    Eccolo, in tutto il suo splendore! =))




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    paolo bagnoli 29 aprile 2017 at 17:43

    Forse ricordo male, ma mi pare di aver visto un filmato TV con Zandegù in mezzo ai suoi asini di allevamento (quattro o cinque anni fa, mi pare).




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