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Gli scacchi nella letteratura poliziesca (V)

Scritto da:  | 18 giugno 2017 | 15 Commenti | Categoria: Libri, Scacchi e letteratura

Solo brevissimi accenni di un connubio assai ampio, sfruttando anche parti già scritte dal presente e da Mario Leoncini.
Ne La Fattoria del Deserto di Kay Strahan in Tre misteri per le signorine omicidi, gli speciali del Giallo Mondadori 2017. Un certo Hubert Hand (vuole impiantare una latteria modello) chiede a Sam, il padrone della Fattoria del Deserto se è vero, come dicono, che è un ottimo giocatore di scacchi. Può darsi, risponde, ma lì i giocatori di scacchi sono più rari delle galline con i denti. Un tempo giocava con un vicino che abitava a cinquanta chilometri ma è diventato ricco e ora è a mangiarsi i soldi in California. Ha provato a dare lezioni al figlio John senza risultato. Troppo giovane. Si diverte solo a risolvere i problemi del giornale. A questo punto –Io so giocare un poco- pronunciò timidamente Hubert Hand. Sam andò difilato a prendere la scacchiera. La prima partita Hubert la vinse in meno di mezz’ora. Per concludere la seconda impiegò un’ora, ma trionfò ugualmente. -Diavolo-esclamò Sam- questo è magnifico! Vi assumo!.(pag.243). Dunque gli scacchi servono pure per trovar lavoro…Altri brevissimi spunti: Sam e Hubert erano assorti in una partita a scacchi (pag.278). Alle cinque i giocatori di scacchi avevano finito la partita e Walter, dopo avere abbandonato il pianoforte, li aveva accompagnati alla stalla (pag.282). I due romanzi ed il racconto, curati da Mauro Boncompagni, sono eccezionali e presentano tre detective al femminile indimenticabili: Maud Silver, Lynn MacDonald e Hildegarde Withers che rimarranno per sempre nella mente dei lettori. Sulle signore o signorine omicidi ecco qui un mio pezzetto.

Altra recente scoperta in L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017. Qui il fidanzato della figlia va a trovare il possibile futuro suocero. Il padre di Mary Hume si alzò dietro la scrivania con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato.
Più avanti, durante l’interrogatorio al processo per la morte del suddetto (ucciso con una freccia nel cuore nella classica stanza chiusa), il maggiordomo Dyer afferma Il signore era seduto alla scrivania su cui stava una scacchiera, ed era intento a risolvere un problema. Senza distogliere lo sguardo dalle pedine, mi ha detto di avvicinarmi e di chiudere le imposte. Io devo avere espresso una certa sorpresa, anche senza volerlo. Lui ha mosso una pedina e ha aggiunto…
La vittima vi ha detto qualcosa, mentre guardavate in giro?- Sì, signore. Mi ha chiesto, sempre tenendo gli occhi incollati alla scacchiera, se c’erano abbastanza liquori in casa…
-Vi ha detto qualcosa in seguito? – Ha detto che aspettava il signor Fleming per una partita a scacchi quella sera, e che era meglio avere sempre una buona scorta di alcolici quando il signor Fleming veniva a farci visita. Dal tono ho capito che scherzava.-
Ancora più avanti il sopracitato Randolph Fleming viene controinterrogato dall’avvocato Henry Merrivale – Voi ci avete detto che quel sabato sera dovevate recarvi dal vostro vicino per una partita a scacchi. – Esatto.
Il libro, cari amici scacchisti-giallisti, è un capolavoro assoluto sul classico delitto in una stanza ermeticamente chiusa da tutte le parti, di Carter Dickson, alias John Dickson Carr.

Brevissima citazione anche in Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017. Durante il colloquio tra il vicecommissario Ofelio Guerini ed un suo amico – Va bene, te lo concedo. Ma chi altri avrebbe potuto avere interesse a eliminare Paladini-Sforza?- Per esempio qualcuno che avesse voluto giocare sulla pelle di quel povero diavolo una partita a scacchi senza troppi scrupoli.– Il libro, ambientato a Milano nel 1956, è incentrato sulla tormentata pubblicazione de Il dottor Zivago di Boris Pasternak, inviso al regime russo.

Nella mia lunga vita di lettore ho letto di tutto e di più (nei limiti dell’esistenza umana). Sia in fatto di autori di case editrici importanti, note ad un vasto pubblico, sia di case editrici minori, quasi del tutto o del tutto sconosciute. E perfino libri in cui l’autore e la casa editrice coincidono perfettamente. Insomma l’ho fatta un po’ lunga per presentarvi L’altra verità-Omicidio sulla scacchiera di Mario Filippo Caliò, edito dallo stesso Caliò nel 2007.
Marco Jorio lavora come investigatore nella Celbus Investigazioni di Milano sotto il dottor Santetti. Magro come un chiodo, persistente, volitivo e caparbio ama il suo lavoro e riesce a concludere brillantemente le indagini che gli affida il suo capo. Fra cui quella di ritrovare “il Rosso”, ovvero Max, fratello della contessa Mafalda Colonna, la cliente che, sebbene “mignotta” (o proprio per questo, aggiungo io), frequenta i salotti migliori di Milano. Suo collega Vincenzo Cangiello, napoletano verace e la signorina Interlizzi, anziana e rotondetta impiegata. Accanto a questo problema abbiamo anche una finta esecuzione di un barbone con a capo il suddetto Max e una serie di domande che assillano il lettore: questa contessa vuole davvero ritrovare suo fratello, oppure un tizio di nome Fritz, amico intimo di suo fratello, ricettatore di merci di dubbia provenienza? E perché questo Fritz viene ucciso? Che cosa cercava l’assassino nella sua casa? E con chi stava giocando una partita a scacchi? E che cosa ha di così particolare questa partita? E perché la posizione dei pezzi sulla scacchiera è diversa da quella ricavabile da un foglio in cui sono trascritte le mosse? Perché la prima è stata sostituita? Dunque in quella stanza sono entrate due persone prima dell’arrivo del nostro detective e dunque l’assassino sa giocare a scacchi. E a scacchi sanno giocare diversi personaggi tra cui il ragioniere Antoniazzi, la stessa Mafalda, un prete amico di Mafalda e così via.
La storia è raccontata dal detective in prima persona e in terza sono raccolti brevi spunti riassuntivi in corsivo. Stile simpatico, a volte sopra le righe (esagerato, insomma), trama complicata il giusto (forse anche troppo) con relative sorprese e “coincidenze”. Idea di base accettabile. Direi di inserirlo senza farla troppo lunga nel reparto giallo-scacchi della propria libreria. Non è un capolavoro ma nemmeno una schifezza.

Il maestro di scacchi di Massimo Salvatorelli, Piemme 2012.
Si parte dal 10 aprile 2005 e si finisce il 15 luglio. Numerosi flash back dal 22 marzo 1849 fino al 1902. Siamo a Roma ad un torneo del circolo di scacchi. Il narratore (gli eventi del presente in prima persona e quelli del passato in terza), l’avvocato Massimiliano (Max) Perri, sta giocando contro Chiara, una ragazzina “odiosa” di circa dodici anni, capelli viola, maglietta dark, scarponi, anelli e orecchini vari che lo fa fuori senza troppa fatica. Se la ritrova poi nel proprio studio a chiedere la riapertura del processo a suo padre Enrico Terrani, accusato di omicidio, ora in detenzione domiciliare e amico del padre dello stesso Massimiliano (Ferdinando) con il quale aveva in comune la passione per gli scacchi. Dunque occorre dimostrare la sua innocenza e scoprire chi ha ucciso Ferdinando, perché c’è pure questo dubbio (l’avvocato Perri al momento della sua morte era in America e seppe solo di un infarto mentre lavorava).
Max, aiutato dalla sorella Alessandra, dalla moglie Rita e dal suo praticante Roberto, detto “l’uomo macchina” Al per la capacità incredibile di memorizzare, incomincia la sua indagine personale partendo dalla ricostruzione della storia di Terrani. Che è poi un tipo bizzarro, mette le corna alla moglie Luisa con Marija Kalinina, ragazza russa che sparisce e viene ritrovata morta carbonizzata. Terrani è arrestato per omicidio causa la presenza di alcuni indizi a suo sfavore. Si scopre che aveva avuto uno scontro con la potente famiglia degli Oderisi per certi documenti venuti in suo possesso e, guarda un po’, anche il padre dell’avvocato, Ferdinando, aveva un appuntamento il giorno della sua morte proprio con un Oderisi. Gatta ci cova.
Non la faccio lunga perché la storia risulta nello stesso tempo affascinante e complessa. Quello della numerosa famiglia Oderisi è il filo rosso che lega le vicende ottocentesche alle attuali. Di mezzo una famosa scacchiera e una serie di pubblicazioni scacchistiche (lasciano dietro di loro una scia di morti ammazzati), la cui “interpretazione” (non ben chiarita) avrebbe permesso di arrivare al “tesoro di Garibaldi” sul quale stava indagando anche Terrani.
Come si capisce da questo breve resoconto trattasi di una vicenda che esige lettura attenta e meticolosa. Flash back a ripetizione anche all’interno di uno stesso flash back (ce n’è pure uno che riguarda il giorno della morte dell’avvocato) con un continuo alternarsi di presente e passato che mette in continua allerta il povero lettore.
In parte storia vera, in parte inventata, uno squarcio di Risorgimento, passioni scacchistiche, personaggi storici famosi come il Generale e famosi scacchisti come Serafino Dubois, indagini, domande, riflessioni, dubbi e incertezze, atmosfere inquietanti fino all’epilogo. Procedendo nella lettura gli avvenimenti si gonfiano, perdono un po’ di linearità aiutati, però, da una scrittura agile, sicura e nello stesso tempo percorsa da humour leggero con spunto civettuolo su Holmes e Nero Wolfe. Coniugata l’indagine da giallo classico al presente e l’atmosfera da thriller soprattutto al passato.
Un buon libro che poteva essere sfrondato a suo vantaggio di un discreto numero di pagine.
E’ uscito l’anno scorso il nuovo romanzo di Stefano Sala: La scacchiera d’oro (2016) edito da Le Due Torri.
Ecco la trama dal sito dell’editore:
Nel momento in cui l’Europa cristiana annaspava faticosamente per uscire dal buio del Medioevo nella civiltà islamica invece fioriva la conoscenza.
Non ci fu campo del sapere in cui i musulmani non conseguirono un incontestabile primato e così avvenne anche nell’immortale gioco degli scacchi. Poi all’incirca dall’inizio del XIII secolo, la luce, lentamente ma inesorabilmente, incominciò a spegnersi…
Salman, un ricco emiro dell’Oman, s’interroga, inseguendo sogni e storie fantastiche sui motivi di questa decadenza ed è attraverso il gioco degli scacchi che proverà a inaugurare un nuovo rinascimento islamico e per farlo avrà bisogno del genio, della sregolatezza e della fantasia di un giovane scacchista palermitano: Rodolfo, una promessa, un Candidato Maestro, una speranza della federazione, una vita in attesa dell’occasione che lo possa finalmente consacrare.
In questo secondo noir l’Autore si sposta nelle piazze della narrativa italiana, e con tutto il suo prezioso armamentario, fatto d’immagini e colori saturi, racconta la sua storia, i suoi messaggi, i suoi simboli e le sue metafore, mescolandoli con la pura arte del narrare, proprio come un prestigiatore ci nasconde i suoi trucchi con la sua abilità manipolativa o un abile cuoco fa scomparire gli ingredienti con la loro sapiente amalgama.
Ed ecco l’incipit del Prologo:
Si narra che il califfo Omar dopo aver sconfitto i Bizantini nella Battaglia di Eliopoli, volse la sua attenzione verso Alessandria e quando le sue armate arabe entrarono nella città, il califfo ordinò l’incendio della grande biblioteca dopo aver così sentenziato: «Se i libri sono in accordo con il Corano, sono inutili; se in disaccordo, sono pericolosi». L’aneddoto, ancorché celebre, è apocrifo ed è in contrasto con quello che per secoli è stata la civiltà islamica: il faro intellettuale del Mediterraneo.
Nello stesso momento in cui l’Europa cristiana annaspava faticosamente per uscire dal buio del Medioevo e a Bisanzio venivano meno la voglia e la forza di creare cultura, di coltivare la libera investigazione, la filosofia, l’apprendimento, nella civiltà islamica invece fioriva la conoscenza.
Non ci fu campo del sapere dalla teologia alla filosofia, alla matematica, alla logica, all’astronomia, alla geografia, alla medicina ed anche all’immortale gioco degli scacchi in cui i musulmani non conseguirono un incontestabile primato rispetto a tutte le altre civiltà. Poi, a partire pressappoco dal XIII secolo, la luce, lentamente ma inesorabilmente, incominciò a spegnersi.
Che gli scacchi abbiano sempre avuto un feeling particolare con la letteratura è cosa risaputa. Basta ricordare nomi come Bontempelli, Borges, Montale, Nabokov e via discorrendo, per non parlare degli “antichi”. E quindi non c’è da meravigliarsi se ogni tanto escono fuori degli ottimi prodotti dalle menti più svariate. Mi riferisco in particolare al libro La giocatrice di scacchi di Bertina Henrichs pubblicato dalla Einaudi nel 2006. Abbiamo come protagonista la quarantaduenne greca Eleni che lavora come cameriera nell’isola di Naxos, sposata a Panos, cinque anni più vecchio e con due figli Dimitra e Yannis. Un lavoro duro con venti camere, quaranta letti, ottanta teli da bagno da sistemare. Il solito tran tran di vita che accompagna una considerevole quantità di donne di ogni paese. E che si interrompe improvvisamente con la scoperta di una scacchiera nella stanza 17 occupata da una coppia di francesi. Da quel momento un chiodo fisso. Regalare una scacchiera al proprio marito! Per realizzare la sua idea si rivolge a Kouros, un suo vecchio insegnante. Si può fare. La scacchiera viene acquistata ed è addirittura elettronica. Da questo momento la sua vita cambia. Poiché a Panos non interessa impara il giuoco da sola attraverso il libretto di istruzioni allegato alla scacchiera. Gioca contro di essa ma non le basta. Le occorre un avversario in carne ed ossa. E’ Kouros stesso che si presta al suo impellente bisogno sbocciato all’improvviso. Si incontrano una volta alla settimana a Halki dove vive il suo vecchio insegnante. La voce si diffonde, il paese mormora, come si dice, i rapporti all’interno della famiglia si sfaldano. Eleni resiste ai dubbi e allo sconforto e finisce addirittura per accettare l’invito di Kouros a partecipare ad un vero torneo. Il resto ai lettori. Gli scacchi, dunque, come scoperta di un nuovo mondo, come sogno di una vita diversa, come sfida alle convenzioni. Come scoperta di se stessi e delle proprie capacità. Per usare una frase fatta “da leggersi tutto d’un fiato” (se non si è asmatici).
Viva gli scacchi, il giallo e la letteratura!

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


15 Commenti a Gli scacchi nella letteratura poliziesca (V)

  1. avatar
    Un lettore 18 giugno 2017 at 10:37

    Interessantissimo, bravo Fabio!




    0
  2. avatar
    pdebicke 18 giugno 2017 at 18:39

    Sempre al top con i commenti di Fabio, Ottimo!
    :D :D




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  3. avatar
    alfredo 19 giugno 2017 at 08:54

    un bonus a ” la giocatrice di scacchi”




    0
  4. avatar
    alfredo 19 giugno 2017 at 08:55

    UN bonus a la giocatrice di scacchi




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  5. avatar
    The dark side of the moon 19 giugno 2017 at 10:09

    “La giocatrice di scacchi” l’ho letto molto tempo e lo consiglierei volentieri.
    Se posso aggiungere qualche altro romanzo dove sono menzionati gli scacchi direi “L’uomo che visse un giorno” di Håkan Nesser.
    Un discreto noir con un finale tutto da gustarsi.




    0
  6. avatar
    The dark side of the moon 19 giugno 2017 at 10:12

    -MOLTO TEMPO FA- volevo dire, in realtà è un romanzo che si legge bene e velocemente…..:p




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  7. avatar
    Giorgio Gozzi 24 giugno 2017 at 10:28

    aaaahh, Arconti di Atene! (o lo diceva Gideon Fell?) un giallo di John Dickson Carr che non ho letto!! Da dove è spuntato? Quando è uscito? E’ la prima stampa? Perchè nessuno mi ha detto niente? Grazie Fabio e complimenti per i tuoi bellissimi articoli!!!




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  8. avatar
    Fabio Lotti 29 giugno 2017 at 19:03

    Lo diceva, anzi gridava, proprio Gideon Fell. Mi scuso per il ritardo della risposta.




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  9. avatar
    Fabio Lotti 1 luglio 2017 at 08:57

    Per gli amici scacchisti-giallisti sono uscite le letture di luglio http://theblogaroundthecorner.it/category/ospiti/letture-al-gabinetto/




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  10. avatar
    Fabio Lotti 15 luglio 2017 at 08:47
  11. avatar
    Fabio Lotti 1 agosto 2017 at 08:53

    Sono uscite le letture ponzatorie di agosto http://theblogaroundthecorner.it/
    Buone vacanze a tutti!




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    • avatar
      Mongo 1 agosto 2017 at 11:35

      Grazie Fabione.
      Ho appena terminato di leggere/gustarmi ‘Il Sorcio’ di Simenon, un Maigret senza Maigret di notevole fattura.




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  12. avatar
    Fabio Lotti 2 agosto 2017 at 15:06

    Caro Mongo
    Simenon è sempre Simenon, con o senza Maigret.




    0
  13. avatar
    Fabio Lotti 16 agosto 2017 at 08:49
  14. avatar
    Fabio Lotti 2 settembre 2017 at 09:21

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