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Souvenir de Tunis

Scritto da:  | 1 luglio 2017 | 79 Commenti | Categoria: C'era una volta, Partite commentate, Personaggi, Stranieri

Tunisi, 1979… probabilmente fu una delle solite iniziative promozionali del conte dal Verme (che infatti trovammo in sala torneo, mentre intratteneva con eleganza funzionari e diplomatici che erano venuti ad assistere alla cerimonia di apertura). Idea buffa; un quadrangolare a girone doppio con Urss, Italia, e due squadre tunisine. Non ho tutti i dati sottomano perché l’Italia Scacchistica che contiene il breve reportage è dispersa da qualche parte nella mia vecchia casa. Ricordo l’anno, che era il 1979: Ricordo che i russi avevano, nell’ordine Yusupov, Kupreichik, Bagirov e A. Petrosjan. I tunisini (prima squadra) avevano i loro due mastri internazionali, nell’ordine di scacchiera Bouaziz (che per molti anni fu l’incontrastato leader scacchistico di tutta l’Africa) e Belkadi. Di noi italiani, per quanto mi sforzi, riesco a ricordare solo tre nomi: Renato Cappello, in prima scacchiera, poi io, e in terza Giacomo Vallifuoco. Chi giocava in quarta? E chi se lo ricorda?
Non so se per un ritardo o per una incauta programmazione del viaggio, poiché c’era pochissimo tempo siamo stati catapultati direttamente dall’aereoporto alla sala torneo: stanco, affamato, e soprattutto senza la minima idea dell’avversario che mi sarebbe toccato, mi trovo improvvisamente seduto di fronte alla faccia di ghiaccio di Viktor Kupreichik. “Andiamo bene”, mi sono detto; “e adesso che cosa faccio?” Ebbene, ecco la partita. Tutti hanno i motori di ricerca, per cui mi farete la grazia di accettare che i mei commenti siano solo folcloristici. Del resto, non penserete davvero che sguinzagli Stockfish dietro a una partita di sapore preistorico, giocata come si usava allora alla “viva il parroco” (io ero un grande esperto di questa specialità, ma anche tanti altri discreti giocatori non erano da meno)?

Viktor Kupreichik vs Franco Trabattoni, 0-1
Tunisi, 1979

1.e4, c5; 2.Cf3, Cc6; 3.d4, cd4; 4.Cxd4, Cf6; 5.Cc3, d6

Posizione dopo 5…d6

Questa mossa richiede una spiegazione. Stufo di prendere matto giocando prima la Najdorf e poi il Dragone, e tuttavia non volendo rinunciare alla Siciliana perché del gioco posizionale (o peggio difensivo) non ho mai capito niente, mi ero detto: proviamo questa. Non perché l’avessi studiata, per carità (non ho mai studiato seriamente le aperture: mi sembrava una cosa terribilmente noiosa; poi quando mi è venuta voglia di farlo non avevo tempo; e ora che fra poco oltre alla voglia potrei avere anche il tempo, mi chiedo a che scopo… ). L’aveva studiata a fondo, invece, il mio amico Ruggero Ratti, con cui tutti i sabati pomeriggio che il buon dio mandava sulla terra ci rovinavamo di lampo, accaniti e incazzati come se ci stessimo giocando le chiavi di casa. Bene, poiché lui giocava questa cosa col Nero e a me dava molto fastidio, ho pensato: vuoi vedere che se riesco a giocare più o meno come lui evito almeno di fare la figura dello scemo? (Ratti come analista di aperture era davvero notevole; alcune novità teoriche di quegli anni io le conoscevo già, prima che comparissero sull’Informatore, perché me le aveva mostrate lui… ). Questo per dire come poteva essere approssimativo, negli anni ’70, un giocatore che come me era nel giro della nazionale (ed anche relativamente giovane: avevo 23 anni).

6.Ag5

accidenti, ho pensato, quella che conosco meno: io a Ratti giocavo sistematicamente 6.Ac4

6…e6; 7.Dd2, a6; 8.0-0-0, Ad7;

Posizione dopo 8…Ad7

questa era l’ultima furbata dell’epoca, contro la più usuale 8…Ae7

9.f3, Ae7; 10. h4

e chi l’ha mai vista? e qual è il piano?

10…Dc7; 11. g4, 0-0-0;

Posizione dopo 11.0-0-0

no, di là non arrocco

12.Ae3, Ce5; 13.Df2, Ae8;

Posizione dopo 13…Ae8

Il Bianco minaccia semplicemente di sbattermi addosso tutti i pedoni sul lato di re, indebolendo e6: avendo giocato una mossa dopo l’altra, così tanto per tirar fuori i pezzi (“ma lo sapete a che ora mi sono alzato io stamattina?” ), ora sono già costretto a fare le contorsioni.

14.Ae2, Rb8; 15.Rb1, Cc4; 16.A:c4, D:c4; 17.Cb3, Cd7; 18.Ag5, f6??;

Posizione dopo 18…f6??

Orrore: non riesco proprio a capire perché ho giocato questa mostruosità posizionale. Ricordo vagamente che sul momento la ritenevo forzata. Mah..

19.Af4, Ce5; 20.Ah2, Dc7; 21.a4, Cc4; 22.Ag1, b6; 23. f4.

Ed eccomi alle corde. Grazie all’incauta spinta in f6, con f5 il bianco acquista un vantaggio posizionale immenso.

23…Af7, 24.f5, h5; 25.Cd4, Tc8;

Posizione dopo 25…Tc8

Minacciando C:b2.

26.Td3, Ce5;

Secondo il vecchio principio: almeno si muore a pancia piena.

27.fxe6, Cxd3, 28.cxd3, Ag6; 29.Cd5, Db7; 30.Cf5, A:f5; 31.g:f5.

Posizione dopo 31.gxf5

Ma che bella posizione! non vi pare? Che diavolo faccio? Abbandono? Ci starebbe. Ma no, mi sono detto. Facciamo almeno un modesto tentativo di fare quello che allora mi riusciva meglio: buttarla in rissa, e vedere chi si becca l’ultimo bidone. Pronti? Via!

31…b5; 32.a:b5, Tc5!; 33.Dg2.

Se 33.b:a6, allora 33…D:a6; 34. C:e7, Dxd3+

33…T:b5; 34.Ad4, Tc8; 35.Tg1

Posizione dopo 35.Tg1

se 35.D:g7, segue Txd5: marameo

35…Tb3; 36.D:g7, Db5;

L’Alfiere in e7? non esiste più già da parecchie mosse

37.Dg3, Txd3; 38.Df2, Db3;

Posizione dopo 38…Db3

Minaccio il perpetuo con Td1, Dd1 e Da4. E forse il bianco avrebbe dovuto prenderlo

39.De2?, Txd4; 40.C:e7, Ta4!; 41.C:c8, Da2+; 42.Rc2, Tc4+; 43.Rd1, Db1+; 44.Rd2, Dc2+; 45.Re1, T:e4; 46.Tg2, Dc1+; 47.Rf2; T:e2+; 48.R:e2, Dc2+; 49.Rf1, D:f5+; 50.Tf2, Dh3+

50…Dh3+ e il Bianco abbandona

Dopodiché il bianco fa sparire il terrificante cavallo, ora diventato così innocuo.

0-1

Ricordo che mi sono alzato dal tavolo un po’ frastornato, senza riuscire a capire bene che cosa fosse successo. Non tanto per aver vinto con Kupreichik (dio mio, può succedere), ma soprattutto perché non mi era chiaro come avessi potuto sopravvivere in una posizione così disastrosa. Fino a poche mosse prima della fine non avevo affatto capito di avere vinto, e credevo che all’improvviso sarebbe saltata fuori qualche micidiale continuazione non vista (da me) e argutamente preparata (da lui). Invece, mossa dopo possa, non succedeva niente, e lui perdeva materiale…

Inutile dire che nella partita di ritorno Victor mi ha massacrato. Ma questa non ve la faccio vedere.

avatar Scritto da: FM Franco Trabattoni (Qui gli altri suoi articoli)


79 Commenti a Souvenir de Tunis

  1. avatar
    Ramon 1 luglio 2017 at 10:53

    Bellissimo ricordo, grazie Franco!

    Ecco il reportage pubblicato all’epoca su L’Italia Scacchistica di cui ringraziamo l’amico Claudio Sericano per il tempestivo invio.




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    Tux 1 luglio 2017 at 12:36

    Da leccarsi i baffi, grazie di cuore, proprio bello.




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    The dark side of the moon 1 luglio 2017 at 13:40

    Concordo, mi sono piaciti anche i divertenti commenti della partita e l’ottimo aggiornamento di Ramon.




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    Luigi O. 1 luglio 2017 at 17:28

    Bellissimo tuffo nel passato, emozionante e gradevolissimo.
    Nel confronto col reportage scritto all’epoca e pubblicato su l’Italia Scacchistica ho apprezzato ancor più quanto scritto nell’immediato e quanto a valle di quasi quattro decenni.
    Ecco, solo una domanda: ora immagino che sia sufficiente scriver il proprio pezzo con Word e mandarlo per posta elettronica. In quegli anni come si faceva? A macchina, a mano o come? Poi si metteva tutto in una busta da lettera col suo francobollo, immagino…
    Quanta nostalgia…




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      Franco Trabattoni 2 luglio 2017 at 11:00

      Esattamente così (io scrivevo a macchina).




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        Martin 2 luglio 2017 at 17:04

        Un lavoraccio, vero? ;)
        Grazie, Franco, per questa ennesima perla lucente di emozioni e particolarità che ci hai donato…




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    Luca Cardola 1 luglio 2017 at 18:22

    Io quel numero dell’Italia Scacchistica ce l’ho… E mi ricordo anche di quando lessi l’articolo… Era veramente un’altra epoca….




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    Jas Fasola 1 luglio 2017 at 19:28

    Due anni prima, nel 1977, c’era stato anche un altro quadrangolare o qualcosa del genere in Tunisia, con il match Zichichi-Suetin.




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      alfredo 3 luglio 2017 at 10:37

      non fu un match ma una partita Zichichi vinse un bel finale d alfiere in quella che io reputo essere una delle sue partite migliori .Zichichi ha una notevolissima collezione di scalpi di GM . Mi piacerebbe che fossero raccolte le sue partite migliori .
      Ricordo che ancora a Biel nel 94 nel torneo B in cui giocavano Suetin e Zichichi rianalizzarono quel finale .




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        alfredo 3 luglio 2017 at 10:45

        mi correggo
        fu proprio un match su 2 sole partite
        la partita fu questa
        http://www.chessgames.com/perl/chessgame?gid=1135094
        triste notizia . è morto a soli 60 anni il m malaniuk che ricordo piu’ di 20 anni fa al semilampo di longo e frequentatore e anche vincitore di open in italia




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    Giancarlo Castiglioni 2 luglio 2017 at 08:43

    Incredibile che nel ’79 Kupreichik e Jusupov fossero solo maestri internazionali!
    Il titolo di grande maestro di allora aveva un valore molto superiore dell’attuale.




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      Jas Fasola 2 luglio 2017 at 10:55

      Tutti e due sono diventati GM nel 1980, Jussupow a 20 anni Kupreichik a 31.




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    Elliott Erwitt‎ 2 luglio 2017 at 10:45

    Molto suggestivo.
    Faccio solo fatica a capire perché dopo 31.gxf5 la posizione del Nero appaia così disperata.
    Una domanda sincera a cui chiedo una risposta sincera: non è vero che hai pensato di abbandonare? Un vero fighter come il Trab non lo avrebbe mai fatto, è solo per aggiungere un pizzico di simpatica teatralità al già stupendo pezzo, giusto? ;)




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    Franco Trabattoni 2 luglio 2017 at 11:08

    Beh, la massa intangibile di pedoni bianchi al centro, un cavallo eterno in d5, l’Alfierpedone in e7, il pedone in g7 gravemente debole sono quattro handicap piuttosto gravi. Per il resto hai ragione. Non ho pensato di abbandonare. Ho detto solo che ci poteva stare, data la posizione. Un commentatore di oggi probabilmente avebbe scritto: “L’abbandono sembra prematuro, ma in realtà alla luce delle seguenti varianti (e giù badilate di Stockfish) è pienamente giustificato, ecc. ecc.” Grazie per l’apprezzamento




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    Giancarlo Castiglioni 2 luglio 2017 at 19:04

    Già vista più volte la situazione psicologica alla 31ª mossa.
    Posizione vinta, tempo a disposizione, avversario in zeitnot chiaramente disperato.
    Solo che la posizione non è vinta in modo così chiaro, ci vuole ancora un piccolo sforzo.
    Basta fare un paio di mosse sempre vincenti(33.Dg2 ; 35.Tg1), ma che danno qualche possibilità all’avversario e una mossa sbagliata (36.Dxg7) che tutto torna in discussione.
    A questo punto “Ma come, devo lasciarmi dare il perpetuo? Non è possibile, la partita è vinta.” Segue 39.De2? e la frittata è fatta.
    Ho guardato la partita con Stockfish e direi che regge bene la prova.
    Kupreichik ha giocato molto bene con il suo stile da schiacciasassi.
    Tu hai già fatto molto tenendo in piedi la partita fino alla fine.
    Anche il tuo 18. …f6 che avevi criticato è la mossa migliore.
    Complimenti, una vittoria meritata.




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    alfredo 3 luglio 2017 at 10:46

    una delizia




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    Liscio e basso 4 luglio 2017 at 08:37

    Fantastico Franco!
    Avrei anch’io una domanda. Oggettivamente in quegli anni eri tra i primi quattro o cinque migliori giocatori in Italia.
    Dove saresti arrivato se ti fossi dedicato interamente solo agli scacchi? :)




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      alfredo 6 luglio 2017 at 17:30

      Rispondo io.
      Dopo Toth e Mariotti che, sostanzialmente a mio modo di vedere si equivalevano, nel 1978 c’era il Trab!




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        Franco Trabattoni 20 luglio 2017 at 02:10

        Ragazzi, rieccomi: troppo buoni, davvero. Renato Cappello, per prendermi in giro, diceva che facevo le mosse buone a caso, e questo non era del tutto sbagliato (più che di “caso” io avrei parlato di “intuito”; mentre altri amici usavano espressioni decisamente più crude). La verità è che io mi ero accorto molto presto che tra gli scacchisti miei amici e coetanei o quasi ce n’erano parecchi che avevano chiaramente più talento di me (ma i nomi non ve li faccio). E considerando che noi italiani non eravamo proprio tra le élite mondiali, non era davvero un buon segno. Meglio dunque lasciare il dubbio su che cosa avrei potuto fare se avessi continuato…




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          Giancarlo Castiglioni 20 luglio 2017 at 08:15

          I nomi li faccio io: sicuramente Ratti, ma forse anche Passoni.




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            Franco 26 luglio 2017 at 16:30

            Franco:
            La verità è che io mi ero accorto molto presto che tra gli scacchisti miei amici e coetanei o quasi ce n’erano parecchi che avevano chiaramente più talento di me (ma i nomi non ve li faccio).

            Se permettete anche a me di aggiungere qualche nome buttato a caso di talento irrealizzato dell’epoca di Franco, gli anni 70, sicuramente il pensiero va ad un giocatore poco conosciuto, il prof. Franco Rupeni, ma di assoluto spessore agonistico. Dicevano che i suoi limiti tecnici nella conduzione dei finali di Torre erano talmente impressionanti che ci si poteva scambiare la scacchiera e riuscire a condurre la vittoria con entrambi i colori.
            In compenso era un ottimo finalista in tutti gli altri tipi di finale, a condizione che fosse riuscito a mantenere le Regine nel corso della partita. Nei finali di soli pedoni, dove era necessario unicamente il calcolo matematico, il prof. Rupeni era una forza della natura.

            Ma piu’ stupefacenti ancora erano le sue carenze di studio nelle aperture, dove cercava di improvvisare fin dalla seconda o terza mossa, in accordo alle teorie del suo concittadino il maestro Giuseppe Laco di Gorizia, il quale ha da sempre sostenuto che la partita di scacchi inizia dalla prima mossa (o dalla seconda, se la prima fosse conosciuta nei libri).

            Negli anni d’oro di fine anni 70 Franco Rupeni riusciva a supplire alla mancanza assoluta di conoscenza dei finali di torre e di aperture (contenute nei libri che per principio non ha mai voluto aprire) con il suo mirabile talento combinativo e la sua fantasia nella conduzione di attacchi che nascevano dal nulla, come il solo Mariotti – credo – in quegli anni era capace di fare.

            Non avendo mai avuto voglia di studiare la teoria delle aperture, come gia’ fatto presente, l’inevitabile per Franco Rupeni arrivo’ quando nei vari campionati italiani tutti iniziavano a dotarsi di floppy flessibili di Chessbase su Armstrad … e dopo Agnano 1981 si rese conto che gli scacchisti italiani imparavano ad allenarsi contro le aperture di giocatori specifici e non piu’ alla ricerca di aperture consone al proprio stile di gioco.

            Triste :(

            L’appiattimento tecnico dei giocatori italiani inizio in quegli anni e si sviluppo negli anni 90 con l’arrivo dei motori di gioco come Friz, Mchess e Chessgenius. Giocatori come Laco e Rupeni rimasero gli ultimi esempi degli scacchi romantici di un tempo in una nuova era di completa omologazione.

            Un caro saluto




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              Giancarlo Castiglioni 28 luglio 2017 at 00:12

              Ricordo Rupeni che era certamente un forte giocatore.
              Alla fine degli anni ’70 lo incontrai casualmente in treno da Trieste a Milano e mi fece vedere la partita che aveva vinto poco prima con Toth.
              Per gli scacchisti inesperti, (gli altri lo sanno) quando un maestro dice in perfetta buona fede che non studia la teoria, non va preso alla lettera.
              Intende dire che la conosce meno della media degli altri maestri; è probabilmente vero, ma le sue conoscenze sono comunque notevoli.
              Un altro che diceva di non studiare la teoria era Hubner, nell’anno che passò a Milano.
              A una nostra domanda rispose candidamente: “Io gioco mosse naturali”.
              Poco dopo il discorso cadde su una variante dell’Est Indiana e lui ci mostrò rapidamente come la aveva giocata contro Petrosian, Gligoric e un paio di altri grandi maestri.
              Rimanemmo tutti esterefatti, lui non si accorse minimamente di essersi contraddetto.




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                Jas Fasola 28 luglio 2017 at 10:10

                Dal sito Fide si vede che Rupeni gioca ancora e bene.




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                alfredo 9 agosto 2017 at 11:42

                Anche Cosulich diceva di non studiare ( che aveva studiato solo le 6o partite di Fischer ) . In realtà so benissimo che non era cosi’ !
                Hubner lo sappiamo tutti . E’ una beautiful mind che sarebbe emersa in qualsiasi campo
                Lo incontrai anch’io nell’anno in cui passo’ a Milano ( alla scacchistica) mi sembra tra il 77 e il 78 . E erano gli anni in cui era in lizza per il campionato del mondo . Ma intanto lui studiava anche i papiri .




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                  alfredo 9 agosto 2017 at 12:07

                  Altro piccolo aneddoto ( un po’ mi scazzai con Cosulich quella volta ma in fondo fu divertente) .Ero andato alla Scacchistica e avevo appena preso la rivista degli scacchi e del bridge edita a Napoli e diretta dal Maestro Dario Cecaro . Vide la rivista e cercò le partite del torneo di Fanano ( vinto da Mariotti ) Quella rivista usci per pochi numeri ma conteneva aticoli interessanti. In quel numero ad esempio c’era un belllissimo articolo teorico sul gambetto di Budapest . Lui come nulla fosse mi prese la rivista e si immerse nello studio del Budapest che mi diede davvero l’impressione di conoscere . Dopo un paio di ore me ne stavo andando e gli chiesi la rivista e lui mi fece un gesto come per dire ” non mi scocciare” . io che ai tempi ero piuttosto rissoso gli risposi male . Poi pensai che ea Cosulich gli lasciai la rivista e me ne andai . L’unico numero che mi mancava . Fu una delle tre riviste che nacquero nel 73 ma che ebbero vita breve ( la migliore Tuttoscacchi duro’ 13 numeri , poi questa e una diretta da Magrini a Milano)




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              alfredo 9 agosto 2017 at 12:15

              Beh Laco noto per giocare g4 alla seconda mossa della olandese . Con questa apertura colse una bellissima vittoria contro Lanzani a La Spezia ( premio per miglior partita)
              Alcuni infatti lo chiamano gambetto Laco anche se è stato usato anche da Korcnoy contro un ex campione svizzero ( NON Hug , Kuttel un cognome simile ) .
              Ah il monegasco della partita contro il TRab si chiamavo Triller : sbaglio ?
              se ne è parlato proprio su queste pagine e Andreoni riportò la pagina del libro russo




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        Franco 26 luglio 2017 at 16:04

        Nel 1978, assieme a a Toth e Mariotti c’era un certo Stefano Tatai.
        Assieme al Trab, che scopro ora scrittore con un bellissimo humour leggero, c’era il trittico Cappello Cosulich e Taruffi, in rigoroso ordine alfabetico.
        Scorrendo il calendario di qualche anno ancora, sarebbero arrivati Messa, i fratelli Vallifuoco, Passerotti, Belotti e soprattutto un talento indimenticato di cui si e’ sempre parlato poco, l’ingegner Sanna che e’ arrivato cosi’ in alto pur dedicando cosi’ poco tempo alla nobile arte.

        Un saluto




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          alfredo 30 luglio 2017 at 08:21

          Jannaccone . Oa leader italiano della medicina ayurvedica .
          Tatai lo davo per scontato , ovviamente
          e forse anche Tassi e qualcun altro , ad esempio de Cera che ora sta facendo una brillantissima carriera come biologo molecolare in USA




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    Enrico Cecchelli 4 luglio 2017 at 09:46

    Bellissimo pezzo e bei tempi. Ricordo quel l’articolo e quando eri effettivamente nella top ten dei nostri portacolori.




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      Franco 28 luglio 2017 at 16:38

      D’accordo sul senso. Ha sempre privilegiato la logica e la matematica agli scacchi.
      Anche di recente, e fa piacere rivederlo.

      Per alcuni anni fu tra i migliori giocatori italiani non semiprofessionisti e di lui si ricorda un coraggioso campionato italiano condotto alla garibaldina con inusitata proiezione all’attacco, in cui, oltre alla vittoria citata su Toth, patto’ con Tatai, sconfisse Taruffi ed ebbe una posizione stravinta contro Mariotti in un finale con la qualità di vantaggio, che, denunciando i suoi limiti tecnici nei finali elementari, riusci’ alla fine addirittura a perdere

      Per quanto riguarda l’handicap a livello magistrale di una preparazione superficiale, il maestro italiano che negli anni 70-80 preferiva evitare di studiare le aperture poteva ancora rifugiarsi nelle varianti minori selezionate. Rupeni porto’ al campionato italiano 1977 (credo di ricordare) alcune varianti minori selezionate, come 3… Df6 nella Spagnola, la novita’ teorica di allora 1.Cf3 Cf6 2. b3! (Rupeni scrisse una memoria in cui considerava 1.b3 errata a causa di 1..e5!), e 3. Ab5 nella siciliana contro qualsiasi sequenza di mosse del nero.

      Fu evidente l’influsso di Bent Larsen nella sua preparazione.

      Come lo scandinavo, anche per Franco Rupeni gli anni 80 segnarono l’arrivo di una nuova generazione di giocatori che iniziava a formarsi con il programma Chessbase su floppy disk nero flessibile, con i primi portatili a doppio floppy (uno conteneva il programma di Wullenweber, l’altro i dati delle partite). Al campionato italiano del 1981 si trovò demotivato a giocare contro dei ragazzi che avevano sviscerato completamente il suo approccio “pokeristico” delle aperture.

      Il disappunto che Franco incontrò all’epoca contro questo tipo di preparazione è simile al disappunto che Garry Kasparov ha raccontato di recente nel suo pregevolissimo libro “Deep Thinking”, quando nell’ultima decisiva partita il computer gioco la mossa preinserita il mattino stesso da Illescas nel libro di aperture di Deep Thought “Cavallo mangia pedone e6” e che gli costo’ la sconfitta, quando Kasparov venti anni dopo ora ci racconta che aveva giocato la provocazione a sacrificare convinto che il computer avrebbe ritirato il cavallo nella casella e4.

      Ad imperitura memoria si ricorderà di Franco il suo humour, la sua signorilità e la sua sportività nell’accettazione dei tempi che erano cambiati con l’informatica attraverso una famosa frase enfatica. Venne rivolta ai giovani della nuova leva di studiosi delle aperture preparate specificatamente contro il giocatore, come un sarto prepara il vestito sul cliente ..

      “Voi libri…”




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        Giancarlo Castiglioni 29 luglio 2017 at 22:00

        Vedo che devo aggiungere anche Rupeni alle persone di mia conoscenza che hanno scritto un libro!
        È un numero stupefacente, c’è anche un mio figlio anche se gli hanno pubblicato solo un capitolo in una antologia.
        L’argomento Rupeni mi interessava e mi sono documentato.
        Partecipò a due campionati italiani, nel ’77 e nel ’81 ed entrambe le volte perse con Toth, quindi la partita che mi fece vedere è stata giocata in un’altra occasione.
        In quei tornei non giocò mai 3…Df6 nella Spagnola, era piuttosto Mariotti che giocava spesso la variante Cordel con Df6.
        Le aperture giocate erano abbastanza normali, Ab5 nella Siciliana non è certo una stranezza.
        Negli anni ’80 i PC servivano a poco, è solo alla fine degli anni ’90 che i programmi sono arrivati a livello magistrale.
        Anche per lo studio delle aperture i data base esistenti non cambiavano molto, il materiale disponibile su libri e Enciclopedia era già enorme, si doveva solo studiarlo.
        È logico che in un Campionato Italiano con girone all’italiana si faccia una preparazione specifica contro gli avversari.
        Per questo penso che dare la colpa delle difficoltà di Rupeni all’informatica sia sbagliato.
        Il problema è che arrivare alla finale del Campionato Italiano è già un grande risultato; proseguire oltre quel punto è molto difficile e comporta un impegno totalizzante.




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          Franco Trabattoni 7 agosto 2017 at 23:15

          Cari amici, rientro tardivamente nella discussione per aggiungere qualche considerazione sparsa, anche a commento di alcuni post che ho letto. Non faccio i nomi dei mei coetanei che ritenevo particolarmente talentuosi perché voglio evitare dolorose omissioni. Ma il criterio che applico, in proposito, è piuttosto semplice: ci sono evidentemente dei giocatori in cui prevalgono la preparazione e lo studio, e altri in cui prevale il talento naturale. Spesso si ritiene che mentre la seconda cosa non la si può imparare, la prima invece sì. Ma non è così semplice. Anche per lavorare proficuamente con se stessi ci vuole una certa predisposizione. Io non credo di avere mai avuto una preparazione invulnerabile in nessuna delle prestazioni che sono stato chiamato a fornire, non solo scacchistiche ma anche professionali. Questo mi fa pensare che non si tratti solo di volontà. Sia come sia, per riuscire bene negli scacchi (così come in tutto il resto) sono necessarie entrambe le cose. Per questo motivo non me la sento di unirmi a coloro che deprecano l’eccesso di erudizione e di studio come nocivo alla libera espressione del talento. Ogni attività predispone le regole che portano al successo chi la pratica, e queste regole variano evidentemente con il mutare dei tempi, con il progresso delle tecnologie, con l’aumento e la diversificazione delle informazioni, ecc. Tutto questo non è né bene né male, ma dipende dalle capacità di sviluppo e di progresso di cui l’essere umano indubbiamente dispone. Chi dunque vuol riuscire bene in una di queste attività deve forzatamente adattarsi alle condizioni vigenti nell’epoca in cui si trova a operare. Uno scacchista dei tempi miei doveva studiare gli informatori, mentre uno scacchista di oggi deve essere un piccolo mago dell’informatica. Magari è vero che oggi la proporzione è diversa, e il talento conta meno. Ma queste sono le regole vigenti, e non solo negli scacchi (si pensi al tennis); e mi pare giusto che chi le sa rispettare e applicare nel modo migliore possibile ottenga risultati corrispondenti. Che cosa direi a uno scacchista che ha battuto un giocatore “di talento” grazie al fatto che dopo otto ore di studio, aiutato dall’informatica, ha trovato dei “buchi” nella sua preparazione? Gli direi “Complimenti, come scacchista sei più bravo tu”. Come detto in altre occasioni, io sto piuttosto dalla parte di coloro che, comparativamente, hanno meno voglia di studiare. Ma l’ho sempre considerato un mio limite naturale, e ne ho sempre accettato serenamente le conseguenze (negli scacchi e non).




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            alfredo 9 agosto 2017 at 11:04

            Fui presente ad almeno 4 delle 6 partite del match con Toth a Milano nel 78 . Non sapevo per chi tifare . A me Toth stava molto simpatico e aveva una moglie molto bella ( Marinella ). Bela da professionista non se la passava bene . Una volta andai a casa sua , in via Pordenone ricordo ( lo ricordo bene perchè lo associo sempre a Giulio Borgo) zona Lambrate . Modesto era dir poco . Piu’ modesto di quello di Paoli che andavo invece spesso a trovare ( ” parva sed apta nobis ” mi diceva sempre ) .Ricordo le sue famose scatole da scarpe , il primo database della storia scacchistica ce abbia visto .
            Dopo la prima vittoria contro la Russa di Toth ( e lo sai che non era facile vincere contro Toth ) nella seconda partita giocasti una nimzo – olandese . verso la 15 mossa Giocasti una mossa ( rf7 ) che voleva portare la t in h8 per attaccare direttamente il Re Bianco di Toth . Voi eravate chiusi nella stanza in fondo alla scaccistica collegata video con la prima sala . A un tavolino c’erano mi ricordo Ratti , Gianni Bozzi e forse qualcun altro . I tuoi supporter ( io in fondo eo neutrale perchè mi eravate simpatici tutti e due ) si ” infervoravarano ” perchè già pregustavano il secondo punto . A quel punto passo’ Toth ( che , mi ricordo , iniziava ad avere i primi capelli bianchi sulle tempie ) e sogghigno . Mi ricordo che gioco’ prima g4 e poi un ce5 con scacco con cui entro’ completamente nella tua posizione e pareggiò il match . purtroppo non ho piu’ le partite ( le 6 partite furono pubblicate dal giornalino del Club della Bovisa di Mascheroni che purtroppo no ho piu’ e mi dispiace assai ). Ecco quel momento mi sembro’ ” apodittico” di due diverse concezioni degli scacchi . Toth era uno scienziato . Tu in fondo un romantico che sapeva giocare molto bene ( e questo me lo disse lo stesso Toth che le busco’ parecchie volte ,memorabile fu la siciliana di Reggio Emilia che riprendeva la partita giocata contro il monegasco di cui ora dimentico il nome e che mori’ suicida mi sembra).
            Ma quella Rf7 e il sogghigno di Toth mi rimarranno sempre nella mente . Due concezioni diverse .Toth credeva solo nelle buone mosse . Tu ( ma mi posso anche sbagliare ) anche nella bontà delle mosse estemporanee ( Toth non apprezzava molto ad esempio Bronstein e Larsen , pur riconoscendone il valore ovviamente .
            Ecco mi piacerebbe proprio ritrovare quella partita . Dice molto secondo me . Tornai a casa proprio in tempo per vedere l’elezione a papa di Woytila!
            Per quanto riguarda Rupeni cercherò attraverso uno dei miei migliori amici ( il piu’ famos logico matematico italiano ) di conoscere il suo rating come logico matematico .
            Logica e scacchi ovviamente sono cugine . Lasker e Robeto Magari furono eccellenti logici ( ” algebrici però , c’è una differenza)
            Con Rupeni scambiai qualche parola al CIS del 74 . Era insieme a Filipovic . Mi sembra proprio che la monografia su Filipovic abbia la prefazione di Rupeni .Per lui potrei parafrasare le parole che uso’ Sciascia per Majorana : ” viveva la ricerca scientifica in un piu’ ampio e drammatico contesto di pensiero. Era per dirla in parole povere un filosofo ” . E infatti Majorana venne affascinato da Heisenberg , fisico e flosofo , ma non da Bohr e Fermi due ” fisici puri
            Ecco Rupeni mi diede questa impressione .
            Che vedeva gli scacchi in una dimensione filosofica . E questa ” scoperta 43 anni dopo me lo conferma .




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          alfredo 9 agosto 2017 at 11:29

          Df6 per me è sempre stata un mistero . La semplice Cc3 metteva subito in crisi il Nero ( come dimostro’ un certo Karpov a Portorose nel 75 e prima di lui altri come il piu’ modesto Medina a Olot nel 70)
          Micheli a Reggio Emilia gioco’ invece c3 ( timida) e qui Mariotti si trovò sul suo terreno e rispose con g5 !
          a memoria mi sembra che il seguito fu poi
          4) d4 g4
          5) dx e5 e cambio dei cavalli e quindi a seguire il B gioco’ un ‘altra mossa timida De2 mentre Dd4 sarebbe stata piu’ incisiva .
          In seguito Mariotti mi sembra non giocò piu’ molto spesso subito 3 ) ..Df6 ma preferiri anteporre Ac5 con cui ottenne buoni risultati .




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    Liscio e basso 10 luglio 2017 at 21:03

    Ma questo Ciuffoletti dopo aver fermato Petrosian che fine ha fatto? Gioca ancora?




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      Franco Trabattoni 20 luglio 2017 at 02:11

      Se non sbaglio Ciuffoletti ha giocato quest’anno ad Acqui Terme i campionati rapid.




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    alfredo 9 agosto 2017 at 11:22

    Ho trovato il Libro su Filipovic . il contributo di Rupeni si intitola ” cittadino del mondo” . Altri contributi molto interessanti da parte dei suoi grandi amici Guido Cappello , Laco e Paolo Maurensig . C’è una foto di Rupeni con Filipovic del 74 che ho inviao a chi di dovere perchè ignorante come sono non sono in grado di inserirla .
    Comunque figura interessante quella di Rupeni . Prenderò il suo libro .
    E che bella la monografia su Filipovic . Sarebbe bello che altri giocatori venissero ricordati con contributi di tale livello




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      Franco 18 agosto 2017 at 15:29

      Avete citato anche il compianto Filipovic e mi piace spendere qualche riga ancora nel tentativo di illustrare il contesto storico in cui giocavano i vari Cosulich, Rupeni e di Filipovic. Costoro hanno goduto di vantaggi ambientali ed informativi non comuni e non accessibili a quei tempi per gli italiani, neppure a giocatori professionisti del calibro di Canal, Tatai e Bela Toth.

      In primis il vantaggio informativo. Filipovic, essendo croato di origine, conosceva la lingua serba, e pertanto poteva leggere con qualche mese di anticipo l’articolo di fondo dell’Italia scacchistica, che a quei tempi presentava nelle prime pagine una tradizionale discussione monografica sulle aperture. Pochi sanno che l’Italia scacchistica a quel tempo si limitava a tradurre quanto gia’ apparso sulla stampa serba. L’informatore doveva ancora nascere (credo sia partito nel 1967). Grazie all’apporto di Filipovic, i triestini potevano giocare con qualche mese di anticipo le novita’ sulle aperture che gli italiani avrebbero appreso solo qualche mese dopo…. e non pensate sia aneddottica e irrealistica questa ricostruzione in quanto va necessariamente contestualizzata ai tempi. Allora, molto piu’ di oggi, la fede nei libri e nelle novità teoriche era considerata al pari del Vangelo, per cui mi sento un pè anche di dissentire dal pensiero di Spasski, che a quei tempi considerava le aperture null’altro che una fase di gioco da cui occorreva uscire al piu’ presto possibile per iniziare a costruire delle strategie individuali su posizioni “giocabili” e risparmiando preziose energie cognitive (la teoria della fresh mind di Spasski, poi confutata da Karpov che invece si allenò intensamente proprio sulle aperture nel loro match del 1973). Sempre per contestualizzare l’importanza delle fonti informative a quel tempo, l’articolo di fondo dell’Italia scacchistica era considerato proveniente dalla Bibbia degli scacchi, e molti tra i maestri italiani dell’epoca cercavano di ricalcare le linee guida dell’articolo ivi apparso fino a quando la memoria avrebbe potuto assisterli. Era molto comune, anche tra i maestri, giocare delle mosse di apertura senza nemmeno condividerne i presupposti sulla sola scorta del consiglio di “Grandi Maestri” autorevoli come appunto il Gligoric che scriveva l’articolo originale dell’Italia scacchistica in lingua serba, che il Filipovic leggeva assiduamente. Il malcapitato Guido Cappello prese una scoppola in un torneo amichevole di preparazione al campionato italiano contro lo stesso Filipovic (alcuni dicono 6-0, altri dicono 9 a 1, non si saprà mai, credo) per l’assoluta inferiorità teorica nelle aperture, sebbene la vittoria successiva al campionato italiano fu propiziata anche da quel fruttuoso, ancorche’ infelice, allenamento.

      Durante i vari incontri a squadre di gemellaggio Venezia Trieste, oppure nell’ambito della manifestazione Alpe Adria tra formazioni yugoslave, italiane e carinziane, il leader della formazione veneziana Antonio Rosino si meravigliava di quanto fosse profonda la cultura scacchistica delle aperture nelle partite di gioco aperto da parte dei vari triestini, ignorando, appunto, che gli stessi conoscevano gli articoli di Gligoric sulle partite di gioco aperto (Italiana e Spagnola) grazie a Filipovic, ben prima che fossero diffusi in italiano.

      In secondo luogo, Trieste era ed è città di passaggio ferroviario al confine di quella che ad un tempo venne definita da Winston Churchill, nel famoso discorso in Usa, la “Cortina di ferro”. In attesa delle coincidenze ferroviarie prima di recarsi a giocare dei tornei in Francia o Svizzera per molti scacchisti dell’Est era era abitudine tramandata con il passa parola l’incontro al circolo di Trieste per giocare qualche lampo con i vari Gioulis, Kovacic, Da Veglia, Battisti, Rupeni, Olivtto, Filipovic, Seleni.

      Altri scacchisti inoltre portavano settimanalmente le loro mogli a compiere acquisti di jeans, sapone, scope, materiale per la casa, etc. e nell’attesa del ritorno passavano anch’essi l’intero pomeriggio a sfidare i valenti lampisti triestini. La passione per gli scacchi era per loro indubbiamente piu’ attrattiva dell’idea di procurarsi della merce di sussistenza che nel loro paese mancava, per le note difficolta’ economiche che a quei tempi erano presenti in Jugoslavia.

      Ricordo tra i nomi meno noti del litorale adriatico che passavano regolarmente a Trieste solo alcuni tra i piu’ forti giocatori di allora, poco conosciuti: Marjan Slak, della forza di un maestro internazionale italiano, Ivan Nemeth, e Josip Rukavina, eccezionale stratega piu’ votato alla didattica che alla lotta, ma capace persino di battere Korcnoj e Tal ad un interzonale.

      Di Filipovic ho un ricordo personale molto curioso. Sto riflettendo se sia opportuno condividerlo o meno, perche’ riguardava un giudizio personale sul talento e possibile valore di un giocatore che egli espresse nel 1973 e che poi si rivelo’ errato. A sua assoluta discolpa va ricordato che un esaminatore si sbaglio’ persino sul conto di Alberto Sordi non ritenendolo in grado di passare un esame per l’iscrizione ad una scuola di recitazione e che ci sono molti casi storici noti in cui un giudizio frettoloso ed errato condiziono’ o addirittura precluse la carriera successiva di un talento.

      Cordialmente




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        Giancarlo Castiglioni 18 agosto 2017 at 19:51

        Indubbio il vantaggio che avevano i giocatori di frontiera rispetto agli italiani, aggiungo che anche Micheli frequentando tornei in Austria aveva occasione di qualche esperienza in più.
        Perfettamente d’accordo sull’isolamento e mancanza di informazioni scacchistiche in Italia, addirittura Rosino si era messo a studiare il russo per poter leggere le riviste russe.
        Per il resto sono in disaccordo su quasi tutto.
        Per cominciare gli esempi di Canal, Tatai e Toth come giocatori in difficoltà per avere informazioni, sono stati scelti male.
        Canal giocava le sue aperture di 30-40 anni prima e non era minimamente interessato a novità teoriche.
        Tatai e Toth erano entrambi ungheresi e probabilmente conoscevano anche quel poco di russo necessario per leggere pubblicazioni scacchistiche in quella lingua.
        Probabilmente erano abbonati a riviste ungheresi e/o russe, sta di fatto che entrambi erano preparatissimi.
        Sul resto risponderò quando avvrò più tempo, è un discorso lungo.




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          Franco 19 agosto 2017 at 16:11

          In effetti mi rendo conto di aver travisato il senso del messaggio che intendevo trasmettere, lasciando palesare la tesi che i giocatori di frontiera siano divenuti dei forti teorici grazie al vantaggio informativo dovuto alla loro conoscenza della stampa estera.

          Mi ero semplicemente limitato a trasmettere l’informazione che i giocatori di frontiera con conoscenza di lingue diverse (Micheli il tedesco e Filipovic il serbo) godevano all’epoca di vantaggi ambientali ed informativi non comuni e non accessibili alla parte dei giocatori italiani, rispettivamente la lettura della SchachWoche Wiener Zeitung e dello Sahovski Glasnik.

          Micheli stesso, che godeva indubbiamente di questi vantaggi informativi, è stato tutt’altro che un teorico di vaglia al pari di Tatai, in quanto si limitava a sbirciare tra le riviste tedesche unicamente la novità teorica piccante da poter essere messa rapidamente in campo contro i giocatori italiani che presumibilmente non la conoscevano. Similmente, il grande Bozidar Filipovic era molto preparato sulle sole partite di gioco piano e di gioco spagnolo (come avevo scritto) per l’assidua lettura degli articoli di Gligoric in lingua originale, ma egli era del tutto carente sulle altre aperture. Nel tentativo di evitare la teoria pare sia stato Filipovic stesso ad introdurre la strategia della mossa di Alfiere 3. Ab5 nella siciliana alla terza mossa, il cui desiderio di sbarazzarsene al piu’ presto scambiandolo o contro il cavallo in “c6” oppure contro qualunque opposizione a scudo del Re in “d7” divento’ un copyright della scuola triestina. In una partita di campionato (!) Rupeni un giorno confidò di aver pensato molti minuti quando dopo la sequenza 1.e4 c5 2. Cf3 si trovò a dover affrontare l’inattesa 2. ..e6!, quando si trovò in un difficile stato psicologico di turbamento in cui non sapeva assolutamente più che pesci pigliare, riflettendo lungamente se giocare 3.g3 oppure 3.c3 pur di evitare la tradizionale 3.d4

          Questo era il livello tecnico degli anni 60 e degli anni 70, che mi sembra sia stato ottimamente descritto da Franco Trabattoni nell’approccio alla sua partita contro il grande maestro russo, e che ora pare lontano anni luce con la crescita esponenziale dell’informazione libera ed accessibile a tutti.

          Se qualcuno possedesse ancora informatori dell’epoca, troverebbe che dei grandi maestri di vaglia nel commentare le loro partite assegnavano punti di domanda oppure esclamativi già alle prime mosse. Ad esempio, un punto di domanda per la cessione del centro:

          1e4 e5
          2Cf3 d6
          3d4 ?!

          e tali giudizi sommari simili, che oggi nell’era informatica ci fanno sorridere, venivano approvati da una technical peer review composta da un comitato tecnico di assoluto valore mondiale, tra cui ricordo il GM Aleksandar Matanovic e altri illustri GM belgradesi.

          Infine un aspetto non secondario era costituito dall’effetto sorpresa: una novità teorica giocata negli anni 60-70 non sortiva lo stesso effetto di una novità teorica giocata negli anni 90-2000 …2017, soprattutto se accompagnata da una veloce giocata senza tempi di riflessione. A livello magistrale nella pratica di giocatori oltre 2600 oggi si tende a considerare la novità teorica come un semplice tentativo di giocare una mossa pokeristica, un tentativo di intorbidire le acque. E’ noto dall’insegnamento che traiamo dalle dichiarazioni di Kramnik (“i computer hanno dimostrato che il gioco è patto, dannatamente patto”, in quanto il dubbio di Zermelo, e di Kuhn, se negli scacchi esista o meno una strategia vincente pare una questione oramai divenuta assai remota) che qualsiasi novità teorica in una posizione considerata patta dai computer e di cui il giocatore è a conoscenza non può modificare l’esito finale di parità. Se oggi Anand o Carlsen conosce che la posizione è considerata +0,00 o valori simili non può intimorirsi da alcuna novità teorica inattesa: si metterà d’impegno e troverà la confutazione direttamente sulla scacchiera.

          Negli anni ’60, ai primordi della conoscenza epistemologica del gioco attraverso la rilettura successiva dell’information technology, non si sapeva ancora che tutte le posizioni di parità erano davvero patte: qualsiasi novità teorica sufficientemente convincente di primo impatto instillava il dubbio parte a chi subiva la novità teorica che la posizione potesse essere considerata già persa.

          La mia personale interpretazione del ruolo delle novità teoriche negli scacchi nell’era preinformatica riesce a dar conto in maniera sufficientemente esaustiva e completa di ciò che è stato un autentico cruccio da parte dei commentatori ed analisti odierni, ovvero perché il livello di resistenza negli anni ’60 anche da parte dei piu’ forti GM era così basso rispetto al livello di resistenza odierno offerto. Ricercare la vittoria ad ogni costo oggi comporta la necessita’ di un gioco molto preciso oppure di rischi che negli anni ’60 non erano necessari. Basti guardare alle partite di Bobby Fischer contro gli avversari di allora: la resistenza offerta da molti GM nel periodo 1970-1972 è del tutto inattuale; al più piccolo cedimento della posizione costoro si scoraggiavano e Bobby Fischer conduceva facilmente in porto ogni vittoria senza correre rischi eccessivi e senza nemmeno la necessità di forzare troppo.

          Spero di aver chiarito il punto che ti appariva problematico, ovvero che Micheli e Filipovic non erano assolutamente al livello teorico di Tatai e Toth, tutt’altro, ma possedevano fonti informative di prima mano che a moltissimi giocatori italiani di valore erano precluse.

          Ciao




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            Giancarlo Castiglioni 19 agosto 2017 at 18:51

            Non avevo finito di rispondere al tuo primo intervento che adesso poni molte altre questioni interessanti.
            Comincio, ma non risponderò a tutto.
            Non hai scritto che Filipovic aveva conoscenze teoriche al livello di Toth, su questo punto non c’era niente da chiarire.
            Da quanto hai scritto sembra che tra i maestri di allora esistesse un vero e proprio terrore delle novità teoriche e a me questo proprio non sembra.
            Le mosse sulla scacchiera non hanno un cartellino con su scritto “novità teorica”, sia che siano giocate dopo lunga riflessione o all’istante.
            Io non mi sono mai preoccupato quando in una posizione che conoscevo l’avversario ha giocato una mossa imprevista, anzi la mia prima ipotesi è che sia un errore.
            Poi ci sono novità teoriche buone e novità teoriche cattive e credo che statisticamente siano state giocate più novità cattive che buone.
            Se questa era la mia reazione, maestri molto più esperti di me dovevano essere ancora più tranquilli.
            Più che nelle novità teoriche il problema stava nella conoscenza delle aperture, che allora era anche più difficile studiare.
            Il ripiego erano le aperture minori, per esempio io spesso adottavo c3 contro la Siciliana.
            Poi c’erano anche giocatori italiani che si confezionavano loro novità teoriche.
            Per esempio Contedini all’Olimpiadi di Lipsia pareggiò con Unziker, e avrebbe dovuto vincere, giocando il gambetto Jaenish che si era studiato oltre alla teoria del tempo.
            Le novità teoriche sono importanti nelle partite tattiche di gioco aperto, dove effettivamente una mossa nuova può rovesciare la valutazione della posizione; o meglio poteva, perché adesso si è scoperto quasi tutto.
            Per me il vantaggio degli Jugoslavi di allora stava maggiormente nel centro partita. Dall’apertura puntavano a posizioni tipiche in cui conoscevano i temi strategici e che magari avevano già giocato in torneo o lampo con forti giocatori.
            Se riuscivano ad arrivarci il vantaggio era consistente.




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    mbettalli 10 agosto 2017 at 11:10

    Ho seguito con molto interesse la discussione talento vs preparazione. E’ evidente che per emergere ci vogliono entrambi e ha ben sottolineato Franco Trabattoni come per studiare ci voglia non solo una generica volontà, ma anche una predisposizione. Credo l’abbia detto niente meno che Kasparov: l’attitudine allo studio è essa stessa un talento. Detto questo, ciò che mi lascia perplesso (non dico mi irrita) è una latente tendenza da parte di molti di considerare lo studio, paradossalmente, come qualcosa “da nascondere”. Sono stati fatti gli esempi di eccellenti giocatori (Cosulich e altri) che “facevano finta” di non studiare. Succede anche adesso. Credo ci sia un problema psicologico di insicurezza, dietro. Semplificando: se ammetto di studiare seriamente e poi… perdo, mi resta solo… il mal di testa come scusa! Invece è tanto facile dire: guarda come sono bravino, chissà dove arriverei se studiassi! Mi pare, in generale, che ci sia una eccessiva venerazione per il concetto di talento: basti vedere le orde di appassionati che adorano Morozevich e Ivanchuk (a parte che Ivanchuk almeno ha una preparazione mostruosa…;) e trattano gli altri top-player come secchioni. Anche tra i giovani U16 ce ne sono tanti, ormai, che mostrano buoni talenti ma poi restano lì perché non hanno voglia di studiare. Ognuno è padrone del proprio destino, ma almeno evitiamo di guardarli con grande simpatia, e proviamo piano piano a insegnare che senza ‘lavorare’, nell’accezione più vasta del termine, nessuno arriverà mai da nessuna parte. Negli scacchi, nel nuoto, nella storia antica, nella matematica o in quello che volete voi.




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      Luigi O. 10 agosto 2017 at 12:21

      Perfettamente d’accordo col professor Bettalli ;)




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      DURRENMATT 10 agosto 2017 at 16:38

      …consiglio una lettura…Fuoriclasse.Storia naturale del successo (Malcolm Gladwell)




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      Giancarlo Castiglioni 10 agosto 2017 at 22:25

      Anche io sono d’accordo, ma ci sono delle sfumature.
      Per esempio Hubner, quando diceva di non studiare le aperture, intendeva che le studiava meno degli altri giocatori di pari livello.
      O meglio, pensava di studiarle meno, ma non è detto fosse vero.
      Per Cosulich è indubbiamente vero che negli ultimi anni non studiava scacchi.
      Non diceva che campava di rendita su quello che aveva studiato prima.




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        Franco Trabattoni 12 agosto 2017 at 21:28

        Giancarlo, io Hübner l’ho conosciuto abbastanza bene, soprattutto in quel lontano semestre a cavallo tra il ’75 e il ’76 in cui era a Milano per occuparsi di papirologia (invitato dalla compianta professoressa Vandoni, che insegnava alla Cattolica). Abitava in una stanza del pensionato universitario di Via Necchi, dove talvolta mi invitava per mostrarmi le (profondissime) analisi delle sue partite, per un libro che stava preparando. Ma ci incontravamo più spesso in Statale, dove pure teneva dei seminari ed era apprezzato dai docenti. Io mi ero appena iscritto a filosofia, e ci intattenevamo il più delle volte a scambiarci opinioni sul greco di Aristotele o dei Presocratici. Ma vedo che sto divagando: magari una volta scrivo un pezzo dedicato appositamente a questo straordinario personaggio (poi l’ho rivisto parecchie volte, anche in anni recenti). Quello che volevo dire era questo. Parlavamo spesso, ovviamemte, anche di scacchi, soprattutto su mia iniziativa; ma a quanto ricordo le aperture le conosceva più che bene. Da che cosa ti risulta, Giancarlo, quello che hai scritto più volte sul suo disinteresse (relativo, si intende) in proposito?




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          Giancarlo Castiglioni 12 agosto 2017 at 22:18

          Un episodio che ho già riferito.
          Nel ’75 prima di andare al Campionato Italiano a squadre al Ciocco ci trovammo una sera i componenti della squadra (Natalucci, Braunberger ed io, Magrini non c’era) e Hubner che venne con noi come accompagnatore.
          Per il regolamento di allora non poteva giocare in squadra e fu una occasione perduta per tutti.
          Doveva darci qualche consiglio sul nostro gioco, ma in una sera non potè fare molto.
          In quella occasione gli chiedemmo qualche consiglio sullo studio delle aperture e lui ci rispose che non le studiava molto, “Io gioco mosse naturali”.
          Anche io ebbi l’impressione che le conoscesse molto bene.
          Mi raccontarono di una lampo italiana o 2 cavalli dove Lazzarato aveva giocato velocissimo una quindicina di mosse teoriche e Hubner gli rispose con la stessa velocità proseguendo ancora per qualche mossa.




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            Luigi O. 12 agosto 2017 at 22:50

            Una domanda sia per Giancarlo che per Franco: tra i giocatori di spicco che avete conosciuto direttamente Hübner è quello che vi ha colpito e impressionato maggiormente in quanto a doti e capacità scacchistiche oppure ce ne sono altri ancora sopra?




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              Franco 18 agosto 2017 at 18:42

              Tra i giocatori di vertice che più mi hanno colpito per la loro razionalità di analisi vi è stato Ulf Andersson. Una vera e propria macchina analitica con cui a Reggio Emilia nessuno poteva competere se si trattava di assegnare un giudizio definitivo a qualsiasi posizione, compresa la piu’ complessa.
              C’erano in quell’anno a Reggio Emilia giocatori con intuizioni brillanti (Spasski), c’erano giocatori con capacita’ vulcaniche, ma Andersson presentava qualcosa di diverso: approfondiva sistematicamente con una straordinaria capacita’ iterativa di intraprendere, abbandonare, riprendere i rami di analisi ed arrivare a concludere l’analisi nel modo corretto nel punto esatto dove doveva terminare.

              La mia impressione è che Andersson abbia raccolto troppo poco con riferimento alle sue capacità e metodo di analisi.
              Avrebbe avuto forse bisogno di qualche allenatore adeguato che lo avesse motivato all’approccio psicologico e alla gestione del rischio, aspetti rispetto ai quali e’ sempre stato carente con riferimento ai top player di riferimento.

              Altri grandissimi talenti che ho visto analizzare partite e che mi hanno impressionato piu’ di ogni altro e che riporto alla spicciolata senza pretesa di esaustività sono stati Dreev, Komarov, Kozul, Godena, un autentico talento inespresso fin dai tempi giovanili, il cui rimpianto per non essere arrivato ad essere un top player mondiale è probabilmente dovuto alla scarsa considerazione del gioco in Italia, con il conseguente mancato reperimento di un allenatore estero ambizioso che lo avesse motivato da giovane all’allargamento del proprio bagaglio di aperture.

              Sotto questa prospettiva accomuno Godena ad Andersson: entrambi non hanno avuto una figura di riferimento come ad esempio Botvinnik




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                alfredo 21 agosto 2017 at 08:53

                Questa fu la mia impressione anche a Milano 75 . Ulf vinse una meravigliosa partita ( l’unica peraltro ! ) contro Karpov con un sacrificio di qualità a lunga gittata .
                Spesso i giocatori si riunivano nelle panchine del Leonardo da Vinci ad analizzare e io guardavo . Si’ Andersson era già un punto di riferimento sopratutto per i finali .
                Ed era una persona squisita , molto gentile sorridente . E un buon giocatore di tennis .
                Giocatore che ho sempre stimato e che abbiamo piu’ volte modo di vedere in Italia ( ad esempio anche in un match perso di misura contro lo stesso Karpov a Marostica) .
                Ma ad esempio il torneo da lui vinto a Roma ( il classico torneo del Banco di Roma )fu un esempio di classe ed eleganza in tutte le partite . E’ un peccato che un giocatore come lui non sia mai stato candidato ma era un giocatore piu’ da torneo . Memorabili alcune sue battaglie contro Ljubo .
                Per quanto riguarda Godena penso che il suo piu’ grande difetto sia stata la pessima gestione del tempo . Certo se in età giovanile avesse avuto un maestro ( penso a Giulio Borgo per Luca Moroni) . Lui mi parlo’ di un giocatore di cui ora non ricordo il nome che lo ” introdusse” ma è chiaro che non poteva essere una guida per molto tempo .




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                Doroteo Arango 2 settembre 2017 at 10:59

                Sì, il vecchio Ulf sarà stato anche un grande analista e un ottimo giocatore, ma contro William Hartston, ad Hastings nel 1973, pare essersi dimenticato sia dell’una che dell’altra cosa.
                Il Nero ha appena giocato 35…Ce8-f6 e lui?!?

                Ecco là che gli si sveglia un certo languorino allo stomaco e ti va a piazzare la sventurata 36.Dxc7
                In base a quale analisi a lui rivelarcelo… =))




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      Franco Trabattoni 12 agosto 2017 at 19:34

      Sono d’accordo. Anzi, Bettalli ha un po’ riassunto quello che volevo dire. Io non sono mai stato un gran lavoratore (o secchione, come coloritamente si dice), né a scacchi nè altrove. Ma non ho mai pensato che questo un sia un pregio, opppure un difetto da sfoggiare con studiato snobismo. E’ un difetto come un altro, che non si cura affatto con la forza di volontà. Quando insegnavo al liceo dicevo spesso ai miei studenti: non credete a quelli che dicono di avere un talento incompreso, che se si fossero impegnati avrebbero ottenuto successi strepitosi, ecc. ecc. Se non si sono impegnati è perché non erano in grado di farlo. E dunque il loro talento non era poi un granché (vale anche per me; tempo fa qualcuno mi chiese che cosa sarei potuto diventare, se, se, se; beh non sarei potuto diventare niente di più di quello che sono stato: il mio talento, “all included”, era quello).




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    alfredo 10 agosto 2017 at 13:07

    L’ ammirazione per Ivanchuck secondo me è anche dovuta alla sua dimensione ” umana” . Non solo scacchistica




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      Franco 20 agosto 2017 at 20:21

      Il quarto in foto è il dottor Filipovic.

      La foto rappresenta i campioni d’Italia 1967




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        Franco 27 agosto 2017 at 11:41

        >Giancarlo: Da quanto hai scritto sembra che tra i maestri di allora esistesse un
        >vero e proprio terrore delle novità teoriche e a me questo proprio non sembra. >Le mosse sulla scacchiera non hanno un cartellino con su scritto “novità
        > teorica”, sia che siano giocate dopo lunga riflessione o all’istante. Io non mi > sono mai preoccupato quando in una posizione che conoscevo l’avversario ha
        > giocato una mossa imprevista, anzi la mia prima ipotesi è che sia un errore.
        > Poi ci sono novità teoriche buone e novità teoriche cattive e credo che
        > statisticamente siano state giocate più novità cattive che buone.
        > Se questa era la mia reazione, maestri molto più esperti di me dovevano essere > ancora più tranquilli.
        > Più che nelle novità teoriche il problema stava nella conoscenza delle
        > aperture, che allora era anche più difficile studiare.

        ==================

        Grazie dell’intervento.

        Nella replica vorrei focalizzarmi su un paio di aspetti relativi alla teoria delle aperture e presenti negli anni 50 – 60 – 70 (l’era che io ho definito in precedenza “preinformatica”, che tu allarghi anche agli anni 80) applicata allora da diversi e numerosi maestri italiani e categorie inferiori.

        A) la pratica di gruppo attraverso il lampo
        B) la fisiognomica

        Come scrivevo in precedenza, scarne erano le fonti informative a disposizione prima dell’arrivo degli informatori, tranne, come si è detto, i giocatori di confine come Filipovic e (il mio caro amico personale) Carlo Micheli.

        Tra le più rilevanti, gli articoli settimanali di Tatai su Epoca, i contributi di Monticelli (non ricordo se apparissero sul Corriere) e gli articoli di penultima pagina de il Giornale di Montanelli negli anni 70 e di Antonio Rosino su il Gazzettino di Mestre, dove in entrambi i casi le partite non erano commentate, ma erano sempre di altissima qualita’ (grandi maestri al top contro un campione del mondo).

        La pratica di gruppo avveniva attraverso il raduno di volontari disposti ad osservare la riproduzione e riproposizione sulla scacchiera della partita di tendenza della settimana. Ognuno nel capannello di scacchisti raccolto attorno alla scacchiera si sentiva autorizzato a commentare in modo men che disciplinato, oppure, nello scenario piu’ indesiderato, appariva un affastellarsi di mani disordinato sulla scacchiera ed iniziava purtroppo a regnare l’anarchia interpretativa più completa. Poichè raramente si perveniva ad un giudizio definitivo ed unanime su alcune fasi della partita analizzata ad un certo punto si iniziava a giocare a lampo. Per un tacito accordo non sottoscritto, tra le varie partite giocate si cercava di giocare a lampo qualcuna avente come tema proprio la partita poc’anzi analizzata, che fungeva da tema ispiratore per i vari lampo della seduta.

        Spero che concorderai questa volta sull’affermazione che negli anni 60 a livello magistrale ed inferiore si possedeva un’ìnfarinatura di tutto, ma poco profonda analiticamente, maturata sulla scorta delle partite lampo, il cui esito, depurato dalla consapevolezza degli effetti di asimmetria dovuto alle inevitabili differenze di forza tra i giocatori, costituiva l’humus per la costituzione del proprio repertorio personale di base delle aperture.

        Mi sembra pleonastico rimarcare il dilettantismo di tale impostazione, che Franco all’inizio ha ben tratteggiato e che era presente, in alcuni casi, anche tra i maestri Fide

        “non ho mai studiato seriamente le aperture: mi sembrava una cosa terribilmente noiosa; poi quando mi è venuta voglia di farlo non avevo tempo; e ora che fra poco oltre alla voglia potrei avere anche il tempo, mi chiedo a che scopo… “.




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          Giancarlo Castiglioni 27 agosto 2017 at 15:43

          Ti assicuro che i maestri di allora studiavano seriamente le aperture, ma lo facevano a casa loro da soli o al massimo con un collaboratore, non nella bolgia del circolo.




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            alfredo 28 agosto 2017 at 08:12

            Si’ . io ho un esempio concreto .
            La vittoria con Il N. di Toth contro Kavalek ad Haifa nel 76 con la sua amata russa .
            Kavalek allora uno dei primi 10 giocatori al mondo fu surclassato da Toth per una maggiore conoscenza delle aperture .
            Le ” fonti ” di Toth erano ovviamente l’informatore , una rivista ( penso New in chess) e il suo duro lavoro .
            Kavalek ovviamente non aveva supporti informatici ma essendo uno dei TOP al mondo suppongo che godesse delle conoscenze e delle analisi che potevano derivargli dalle analisi con gli altri Top nei grandi tornei in cui giocava regolarmente . vero è che la ” russa” era allora poco giocata mentre adesso la si vede con buona frequenza .
            Toth ai tempi contro la Nimzo giocava Dc2 allora rara . Diventata poi molto frequente negli anni 90 e in poi




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              Jas Fasola 28 agosto 2017 at 18:59

              http://www.chessgames.com/perl/chessgame?gid=1314051

              il commento che si legge sotto è molto interessante, Kavalek dice che dopo 22 mosse aveva un vantagio piccolo ma duraturo e che poi dopo sprecò tutto.




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                Giancarlo Castiglioni 31 agosto 2017 at 22:06

                Kavalek ha ragione; aveva coppia degli alfieri in posizione aperta senza alcun compenso per il nero. Toth non ha vinto questa partita per il miglior studio delle aperture.




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              Franco 31 agosto 2017 at 20:14

              Beh, quello di Toth non mi sembra pertinente all’esempio prodotto da Giancarlo: Toth non era un “maestro di allora”, la categoria a cui faceva riferimento Giancarlo, ma ben di piu’. Toth era un forte grande maestro secondo gli standard odierni, esattamente come Stefano Tatai.

              In merito alla preparazione sulle aperture dei maestri di allora avrei da avanzare l’obiezione relativa alla preparazione minimale di un maestro italiano a tavolino, purtroppo scomparso per una brutta malattia nel 2011, che arrivo’ secondo in un campionato italiano per corrispondenza.

              La caratteristica saliente di questo maestro fu la sua simpatia, gentilezza e bontà d’animo. Caratteristica secondaria di Giorgio Gàsser fu l’assoluta mancanza di qualche interesse o motivazione a studiare le aperture, esattamente come Franco Trabattoni ci ha raccontato.
              E questo suo disinteresse duro’ tutta la vita, dagli esordi (credo nel 1967, ma non so se a Caramanico oppure a Recoaro in qualche campionato dei giovani di allora) fino agli ultimi tornei che giocò da abituale frequentatore dei festival italiani.

              Eppure, pur improvvisando le aperture per corrispondenza dopo averle sottoposte ai “lampisti” del bar :) , Giorgio era capace di giocare al livello competitivo dell’ingegner Adinolfi (si sa se e’ vivo o scomparso anch’egli ?) oppure del famoso teorico romano Gino Celli (anche di lui non ho piu’ avuto notizie).

              Certo, in quegli anni non si poteva arrivare per corrispondenza al livello di un Napolitano o di un Porreca senza conoscere e studiare le aperture, ma si poteva ugualmente giocare scacchi di vertice per corrispondenza negli anni 50, 60 e 70, prima dell’introduzione degli Informatori e questo accesso competetivo era ancora possibile senza conoscere o studiare le aperture.

              Un caro saluto




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                Giancarlo Castiglioni 31 agosto 2017 at 22:18

                Così vengo a sapere che un altro mio vecchio avversario ci ha lasciati!
                Giocai una semifinale di quel campionato italiano e arrivai terzo (non qualificato), credo per mezzo punto dopo Adinolfi e Gasser.
                Un paio di anni dopo Adinolfi mi scrisse che potevo dirmi terzo nel Campionato Italiano perché erano arrivati primo e secondo anche in finale!




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                  Filologo 1 settembre 2017 at 12:01

                  Anche Renato Adinolfi se n’è andato nel 2007.




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                  Franco 1 settembre 2017 at 16:36

                  Allora abbiamo giocato assieme nella semifinale. Io ero “Sione”, che era un medico con cui analizzavo le partite assieme.
                  Ad un certo punto arrivo’ l’influenza stagionale, una vera ecatombe, e dovetti continuare io alcune partite per conto suo.

                  Non ho purtroppo traccia di quella partita tra di noi: chissà come era finita.

                  Per raccontare il livello approssimativo delle aperture di quegli anni, si giocava spesso il Dragone e come nel film di Scott Ridley “I duellanti” era obbligo morale da parte del bianco arroccare lungo, del nero arroccare corto e poi vedere chi arrivava primo con il suo attacco.

                  Stufo di buscarle a lampo nel dragone (dalla parte del nero, 8 partite su 10 vinceva sempre il bianco perché il suo piano era piu’ semplice e chiaro) con la sortita di donna in “a5” – come raccomandava la teoria – portai la donna in “b8”, con l’idea, chissa’, di spingere in “b5” il pedone nella speranza di essere più veloce del bianco nell’attacco al fianco della scacchiera che avevo preso di mira.

                  Ad un certo momento della partita, dopo la tradizionale …h4….h5…Cavallo mangia h5 …g4! anziché ritornare in f6 giocai (per corrispondenza !) il cavallo in “g3”, attaccando la torre “h1” e con l’idea di sostenerlo con la donna in “b8” aprendo la diagonale con “d5”

                  Con questa idea strampalata ma perfettamente accettabile per i tempi con l’intento di creare scalpore (peraltro mai più vista nella storia secolare del dragone) riuscii a pattare o forse addirittura vincere una partita di quella famosa semifinale del campionato.

                  A raccontarla oggi, non mi crederebbe più nessuno :)




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    Franco 27 agosto 2017 at 12:33

    Tratteggio brevemente il secondo punto (La fisiognomica come sostituto, in passato, dello studio serio e metodico delle aperture)

    Il mio maestro di pensiero, grande intellettuale italiano scomparso oramai da trent’anni, che e’ sempre stato per me un faro di riferimento per le sue lucide analisi sulla natura umana anche se era poco piu’ di uno scacchista dilettante, scriveva circa negli anni ’50 del Novecento riguardo la fisiognomica, materia di cui non era nemmeno un tecnico, delle note che ripropongo:
    (NDR Confesso di non sapere se c’e’ qualche copyright di qualche tipo sui testi scritti prima del compimento dei 70 anni, quindi spero mi sia concesso di evitare di dare dei riferimenti sulla fonte per evitare problemi da parte mia nella riproduzione non autorizzata)
    =======

    Tutti gli uomini, si sa, sono convinti di essere più o meno buoni psicologi, in grado cioè di giudicare i propri simili in base all’aspetto, al comportamento abituale, all’espressione dei loro sentimenti e delle loro emozioni. Ed in realtà una tale convinzione non manca di un certo fondamento. Senza un minimo di capacità di comprensione allopsichica o di intuito psicologico non sarebbe pensabile una vita di relazione; e non sarebbe possibile il costituirsi di complessi rapporti sociali se non esistesse la possibilità di quella reciproca comprensione su cui si fondono le scelte, le valutazioni, le previsioni del comportamento altrui e l’adattamento del proprio comportamento alle caratteristiche ed alle esigenze, anche inespresse, degli altri. Certo, esistono gradi molto diversi di questa capacità ed una completa sicurezza di giudizio nessuno la possiede: ad ognuno infatti è avvenuto di essersi sbagliato nel giudicare la personalità ed i moventi della condotta altrui, di veder smentite dai fatti le proprie impressioni e di dover correggere talvolta profondamente le proprie valutazioni.

    Comunque è incontestabile che i sentimenti, le preferenze, le preoccupazioni, il carattere degli altri ci sono in qualche modo accessibili ed è un dato di fatto che gli uomini hanno sempre atteggiato la propria condotta nei confronti di coloro che li circondano facendosi guidare da una supposta loro conoscenza, più o meno perfetta, più o meno sicura. Si può anche dire che in complesso il comportamento e le reazioni dei propri simili costituiscono per la maggior parte degli uomini piuttosto conferme che non smentite ai propri giudizi ed alle proprie previsioni.

    Del resto anche gli argomenti per sostenere una pretesa inconoscibilità della personalità interiore altrui hanno soltanto una validità astratta di principio, ma vengono smentiti dal quotidiano comportamento pratico di coloro stessi che una tale tesi sostengono, i quali non appena si distolgono dai loro ragionamenti in apparenza inconfutabili e si trovano nuovamente di fronte ai loro parenti, colleghi e conoscenti, esplicitamente od implicitamente li giudicano e li classificano come buoni, pazienti, testardi, malevoli, invidiosi, generosi e così via, e differenziano il proprio modo d’agire nei loro riguardi proprio in base a questa conoscenza: che in teoria negano ma di cui in pratica si servono e della cui esattezza nella maggior parte dei casi non dubitano.

    ============

    Contestualizzando agli scacchi, una nozione empirica della personalità altrui durante le partite si fonda sull’osservazione attenta di una quantità di segni esteriori: che vanno dall’aspetto generale al modo di muoversi, di parlare, di gestire, al tono della voce, al sorriso, allo sguardo, alla mimica facciale in genere, alla scrittura del formulario, al posizionamento della penna, al fatto se uno scriva prima la mossa e poi l’esegua oppure viceversa, alle tecniche di imbustamento delle partite sospese, e via dicendo.

    Anand parlava recentemente in un’intervista dell’importanza che ha per lui l’auscultazione del ritmo di respiro altrui, nell’intento di cogliere delle evidenti accelerazioni in caso di difficolta’ sulla scacchiera in talune fasi della partita, nell’intento di eventualmente approfittarne.

    In passato, l’interpretazione di questi vari lineamenti esteriori avveniva in base alla esperienza individuale dello scacchista e ad una specie di lettura diretta per cui determinate caratteristiche del comportamento suggerivano date qualità introspettive; così un gesticolare animato come quello di Kasparov che ad ogni partita si toglieva e poi si reimmetteva l’orologio al polso, il suo digrignare in tono di sfida, etc. sembravano testimoniare una natura esuberante, vivace ed eccitabile, mentre il tono della voce sicuro, lo sguardo vivacissimo, il sorriso amichevole di Ulf Andersson gia’ citato possono esprimere direttamente la sicurezza di sé di un giocatore robot, di solito uno contro cui non hai alcuna speranza di fare risultato utile.

    Indubbiamente tutti questi aspetti del comportamento umano manifesto possiedono una qualche significatività, immediata od acquisita ed in passato costituivano molto piu’ di oggi un elemento di valutazione per le proprie decisioni da assumere sulla scacchiera. Nell’era preinformatica in cui le conoscenze sulle aperture in generale e dell’avversario erano limitatissime, questi aspetti richiamati indicano molto cosa stia dietro ad essi e possono quindi servire a suggerire scelte di aperture o di mosse consoni all’analisi fisiognomica dell’avversario, corretta o errata essa sia stata. Ricordo che quando fungevo da assistente e consigliere alle aperture del giocatore già citato sopra nel video Youtube mi meravigliavo del suo imbarazzo, da giocatore ateorico, nella difficolta’ di dover scegliere un’apertura adeguata nella partita che si sarebbe tenuta di li’ a poco contro Federico Braumberger: il milanese dava l’impressione di un aspetto fisiognomico di una persona che appariva molto seria, disciplinata, dallo sguardo attento, si divincolava poco sulla scacchiera e stazionava spesso seduto durante le partite in cui a muovere era l’avversario. In mancanza di altre informazioni come la conoscenza delle sue partite (non c’era Chessbase ai tempi di Federico… :) l’aspetto suggeriva l’ipotesi di un profondo conoscitore delle aperture scacchistiche, che era l’esatto prototipo contro cui un giocatore ateorico ,fantasioso e creativo come Franco avrebbe voluto confrontarsi per una partita che volesse essere stimolante.

    Preparare cio’ che oggi nell’era informatica si chiama un binar, e che allora durante i tornei era abituale, cioe’ una sessione mattutina preparatoria dopo aver appreso da Gino Piccinini l’accoppiamento in corso, in caso di un avversario come il valentissimo Carlo Rossi o Sergio Mariotti richiedeva senz’altro uno studio preparatorio ben piu’ agevole: l’agitazione e l’eccitabilita’, la soddisfazione che entrambi non riuscivano a trattenere dopo aver giocato una mossa ecceellente, suggerivano che la deviazione dalle linee teoriche in una eventuale partita contro costoro sarebbe iniziata subito fin dalle prime battute e che non ci sarebbe stato bisogno di un binar mattutino preparatorio.

    Dal racconto dei tempi passati per coloro che sono giovani e non li hanno vissuti, o dalla rilettura per coloro che come Giancarlo e Alfredo li conoscevano, la questione finale che oggi interesserebbe valutare e’: le cause di errori e di false interpretazioni dell’analisi fisiognomica scacchistica non possono che essere state molto numerose. Cio’ non basta tuttavia a delegittimare l’approccio allora largamente utilizzato, perche’ in ogni analisi empirica seria che si intenda condurre o anche semplicemente la forma di ricordo come ho tentato qui di fare e’ necessario contestualizzare i fatti che accadevano ai tempi e non sorridere ad essi perche’ appartengono ad “ere geologiche” arretrate degli scacchi in cui mancava quasi totalmente l’informazione.

    Cordialmente




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    Franco 1 settembre 2017 at 16:59

    Del maestro Gino Celli un bel ricordo con foto.

    http://scuolascacchistica.wixsite.com/viterbo/attenti-a-quei-due

    Un giocatore dalla comprensione strategica straordinaria: il vero Petrosian italiano, che nessuno piu’ ricorda (a differenza di Cillo, che con gli scacchi agonistici oggettivamente c’entrava come il due di coppe quando a briscola è danari)




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      Giancarlo Castiglioni 1 settembre 2017 at 17:37

      Povero Cillo bistrattato da tutti!
      Era ed è un onesto prima nazionale.
      Ho rischiato di incontrarlo l’anno scorso nel Campionato Italiano a Squadre serie ennesima.




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      La Redazione di SoloScacchi 1 settembre 2017 at 21:20

      Franco, avremmo piacere che ti mettessi in contatto con la nostra redazione. Scrivici, per favore, a soloscacchi@gmail.com Grazie :p




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    Giancarlo Castiglioni 1 settembre 2017 at 17:29

    Franco
    Sono quasi certo di aver vinto con Sione.
    Ho sicuramente la partita che recupererò quando passo da Milano.
    Ho vinto parecchie partite contro il dragone con l’arrocco lungo, ma l’unica volta che lo ho giocato a livello magistrale, su consiglio di Natalucci, ho preferito l’arrocco corto. Anche Paoli giocava l’arrocco corto.
    Probabilmente ti conosco. Getta la maschera!




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      Franco 4 settembre 2017 at 16:52

      Non solo Paoli e Natalucci giocavano l’arrocco corto: praticamente tutti giocavano l’arrocco corto in Italia fino al 1972.

      Dal 1973 in poi molti maestri iniziarono a giocare l’arrocco lungo.

      Non casualmente, l’anno del cambio di strategia coincide con la prima edizione del libro da parte della Mursia “60 partite da ricordare”, nel quale si consigliava l’arrocco lungo per la facilità di attacco suggerita nel libro. C’e’ da obiettare che il sacrificio standard di pedone “h4..h5” era già giocato negli anni 50 e diffusissimo all’estero negli anni 60 (la famosa partita del match Geller-Kortcnoi, ad esempio), ma divenne molto noto e procedura standard d’attacco in Italia solo dagli anni 70 con la scoperta della famosa partita del 1959 di Portorose con il titolo: “Demolendo il dragone”.

      Ciò che oggi può apparire ovvio e scontato, un banale sacrificio di pedone per aprire la linea “h” per l’attacco, era una modalità non convenzionale ma non solo nel dragone: anche in altre aperture. Ricordo che lo stesso Bobby Fischer che nel 1959 giocò il sacrificio “h5” nel dragone contro Larsen perse contro lo stesso avversario nel 1970, in un impianto simile, per non aver giocato la stessa mossa “h5” ed aver preferito un piano d’attacco piu’ lento di quello praticato 11 anni prima.

      Kasparov stesso commenta: “Oggi il sacrificio di pedone h4-h5 per aprire una linea d’attacco è patrimonio di conoscenza di qualsiasi giocatore amatoriale di club e non sorprende che Fischer – al massimo della forza nel triennio 1970-1972 – non sia stato capace di giocare la stessa banalissima mossa”

      Confermo il giudizio di Kasparov perché neppure i più forti software scacchistici di metà anni ’90 (Genius Mchess e Fritz) erano ancora capaci di forzare il sacrificio “h4-h5” nell’apertura Dragone della siciliana. Occorrerà arrivare agli israeliani di Junior per iniziare a veder comparire simili sacrifici tematici di pedone per sgombero delle linee, appannaggio oggi di tutti i piu’ forti software di gioco.

      Ciao




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        Giancarlo Castiglioni 4 settembre 2017 at 21:34

        Sul dragone ti smentisco completamente. Io stesso ho vinto parecchie partite contro in dragone nella seconda metà degli anni ’60 arroccando lungo e giocando h4-h5, ma non ero il solo, nella maggioranza dei casi si giocava così.
        Però non era una passeggiata, il nero aveva le sue carte.
        La mia preparazione sull’apertura non era buona e giocando nel campionato italiano a squadre ritenemmo più prudente scegliere l’arrocco corto; comunque persi.




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      Franco 4 settembre 2017 at 18:18

      > Franco
      > Ho sicuramente la partita che recupererò quando passo da Milano.
      =============

      Grazie Giancarlo, sarei curioso di rivederla per capire se ci sia stata partnership da parte mia con il dottore. Probabilmente l’avrò analizzata in qualche sua parte, a meno che non sia stata una miniatura. All’epoca i giudizi univoci sulle posizioni non erano condivisi come invece lo sono oggi, scanditi dal segno algebrico dei computer. Abitualmente il giocatore per corrispondenza nell’era preinformatica giocava da solo fino al punto in cui percepiva che la partita poteva iniziare a mettersi male. A quel punto invocava aiuto agli amici collaboratori, affinché lo aiutassero a cercare di raddrizzare in qualche modo la partita compromessa. Era un po’ come andare a Lourdes o a Medjugorie, con gli stessi risultati pratici :)

      Per quanto riguarda la conoscenza reciproca, abito in un’area geografica diversa dalla tua, il Nord-Est (ora campo San Luca a Venezia). Sicuramente non ci conosciamo perché non ho mai giocato tornei in cui tu eri presente, salvo – appunto- i tornei per corrispondenza. Anzi, non ho quasi mai giocato tornei in Italia perchè mi piacevano i semilampo e non la prospettiva di passare una settimana lontano da casa per giocare un festival. Poi, molti anni fa presi una scoppola in un torneo ad Arco e mi passò definitivamente lo stimolo di giocare ancora a scacchi a pensata.

      Per chiudere le divagazioni sul 3D, che oramai e’ troppo OT, volevo ancora raccontare quell’episodio relativo al dottor Filipovic che avevo annunciato e che mi è rimasto impresso in modo indelebile. Preciso che ho sempre avuto in passato la massima stima del dottor Filipovic, e come giocatore e come persona umana.

      Certe volte la mancanza di diplomazia e di tatto non aiutano nello sviluppo dei rapporti umani ed in particolar modo i giudizi “tranchant”, ancorchè irreprensibili e corretti, non aiutano lo sviluppo creativo dei bambini.

      Fu in un inverno di molti anni fa che ebbi la prima conoscenza diretta di un torneo di scacchi agonistico, il famoso torneo gastronomico che si teneva tradizionalmente in un caffè a Trieste, il caffè Firenze. Ero accompagnato dai miei genitori, i quali divennero immediatamente tesi, in uno stato di apprensione e di ansia per vedermi giocare con tante persone “vecchie” che compulsivamente davano pesanti manate ad un orologio, rituale di cui non capivano nemmeno il senso. Entrambi i miei giocatori non conoscevano il gioco ed iniziarono ad avversarlo proprio dalla conoscenza di quell’ambiente traumatizzante, da loro considerato del tutto insano per lo sviluppo di un giovane, in particolare di un bambino come era il mio caso che e’ costretto a giocare a lampo con giocatori che non sono bambini simili, ma vecchi puzzolenti con la sigaretta o il sigaro in bocca. Ricordo bene che il caffè Firenze era completamente avvolto in una nuvola di fumo, con la gente accalcata in spazi ristretti che tossiva continuamente per possibili bronchiti e tubercolosi.

      Ad un certo punto mio padre spazientito da quel quadro angosciante ebbe la pessima idea di chiedere a qualcuno informazioni sulle mie capacità e lo indirizzarono proprio sul giocatore che veniva considerato unanimamente il più forte di tutti. Il dottor Filipovic su invito di mio padre guardò qualche mia partita di soppiatto e, nella sua grande onestà intellettuale e fermezza di giudizio, caratteristiche sulle quali anch’io mi riconosco ed apprezzo, sentenziò che non vi era nulla di speciale nel mio gioco che potesse lasciar intravedere del futuro talento scacchistico.

      Quel giudizio dato in grande onestà intellettuale da parte del dottor Filipovic segnò definitivamente il rapporto tra me e mio padre con gli scacchi. Per anni mio padre ripeterà spesso quel giudizio sconsolante sul mio talento potenziale, e lo farà per tutto il corso della mia adolescenza, addirittura ampliandolo in negativo quando invece i miei primi successi negli scacchi avrebbero dovuto farlo ravvedere sulle mie capacita’ potenziali.

      Se mi vedeva intento a leggere dei libri sugli scacchi mi sgridava e l’unico escamotage era portare i libri di scacchi in bagno. A suo giudizio avrei dovuto studiare di più, alla ricerca di un ottimo sbocco professionale, e non perdere tempo nello studio di un gioco nel quale ero stato stroncato dal giudizio del piu’ forte giocatore italiano di allora (*)

      Delle volte la mia riflessione è proprio indirizzata al più classico degli interrogativi che ci poniamo un pò tutti: “ho realizzato davvero tanto negli scacchi, impegnandomi così poco, oppure ho fatto davvero poco rispetto alle potenzialità che secondo il mio sindacabile giudizio possedevo, e che venivano così osteggiate da quel quadro di contorno negativo degli scacchi come apparivano quando non erano considerati uno sport come oggi? ”

      Non avrò mai la risposta.

      Ciao

      (* Filipovic più forte giocatore italiano era un giudizio condiviso da molti, la cui primogenitura apparteneva a Guido Cappello….In realtà poi ho scoperto in anni successivi che noi abbiamo avuto in quegli anni un giocatore estero con nome e cognome italianissimi molto più forte di Filipovic che andrebbe considerato il piu’ forte giocatore italiano di tutti i tempi e quando l’ho incontrato di persona comprendeva l’italiano, anche perche’ suo nonno era nato a Trieste. Vediamo se qualcuno l’indovina…;).

      Ciao




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        fabrizio 4 settembre 2017 at 20:51

        Bruno Parma, i suppose.




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        Giancarlo Castiglioni 4 settembre 2017 at 21:47

        Ho incrociato Filipovic in qualche campionato italiano a squadre, era considerato un forte maestro, ma considerarlo il più forte giocatore italiano è decisamente esagerato.
        Credo abbia fortemente sbagliato a dare un giudizio del genere su un giocatore che ha iniziato da poco. Si potrà già escludere che diventerà campione del mondo, ma non prevedere dove possa arrivare.




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          Franco 4 settembre 2017 at 22:50

          > Ho incrociato Filipovic in qualche campionato italiano a squadre, era
          > considerato un forte maestro, ma considerarlo il più forte giocatore
          > italiano è decisamente esagerato.

          La considerazione sopra espressa di Guido Cappello si riferisce al 1960, quando vinse il campionato italiano dopo aver sostenuto un match di allenamento contro Filipovic, che – seppur uscito largamente vincitore dal match stesso – non potè partecipare in quanto considerato apolide.

          Non credo che nel 1960 Tatai fosse già cosi’ forte: il piu’ forte giocatore italiano all’epoca era a mio avviso Enrico Paoli, dietro al quale potevano considerarsi equivalenti un buon drappello di giocatori tra i quali Filipovic. Se invece ci riferiamo agli anni successivi in cui noi lo abbiamo conosciuto, allora possiamo considerare Filipovic tra i piu’ forti giocatori italiani nel gioco lampo.

          Ciao




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            Giancarlo Castiglioni 5 settembre 2017 at 08:51

            Franco, come si chiamava di nome il Filipovic di cui stiamo parlando? Sui data base ce ne sono tanti, ma nessuno sembra essere lui. Esistono sue partite da qualche parte?
            Io mi riferivo agli anni ’65 – ’80; per il 1960 l’affermazione che fosse il più forte giocatore italiano è più giustificata, ma comunque eccessiva.
            Oltre a Tatai, campione italiano 1962 c’erano Giustolisi, Paoli, Castaldi campione italiano 1959, appena più indietro Nestler, Calapso oltre ai quasi inattivi Monticelli e Scafarelli.
            Mi interessarebbe vedere qualche partita di Filipovic.




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              Franco 5 settembre 2017 at 09:49

              Qui un ricordo.

              http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2013/06/15/NZ_30_02.html

              Oltre al libro che contiene sue partite, ha giocato anche a Milano con cui vinse il campionato italiano a squadre e quindi penso che potrai reperire facilmente sue partite del periodo di Milano.

              Giustamente, mi hai fatto osservare come mi fossi dimenticato di Giustolisi e di Castaldi.

              Pur con tutto il rispetto che nutro per Nestler, ti assicuro che non ci sarebbe stato match pari con Filipovic ad inizio anni 60. Considero in quegli anni Nestler al pari livello di Cherubino Staldi, contro il quale si confrontava Filipovic con esiti che è facile immaginare.

              Se l’attribuzione di Guido Cappello può essere considerata eccessiva, non lo è di certo chi pone Filipovic al livello dei migliori 4-5 giocatori di Italia ad inizio anni ’60.
              In ogni caso e a prescindere dalla rispettive valutazioni personali, il suo gioco esprimeva dinamismo e ricerca continua dell’iniziativa anche attraverso sbilanci di materiale, all’insegna di una modernità di stile che in Italia si sarebbe affermata più tardi rispetto agli inizi degli anni ’60. A me ricordava molto lo stile di Geller, con gli stessi problemi a giocare le partite di gioco chiuso oppure le partite senza l’iniziativa. Quando riusciva ad entrare nelle posizioni che gli erano confacenti, diventava chirurgico ed efficiente come una macchina. Gia’ nella seconda metà degli anni ’70 aveva ridotto di molto la sua partecipazione ai tornei, pur conservando intatte quelle qualità tecniche che in passato lo avevano contraddistinto.

              Ciao




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  21. avatar
    Franco 4 settembre 2017 at 22:23

    Preciso fin d’ora che non intendo avanzare alcun intento provocatorio: solo applicare un fantasioso giochino innocente, senza alcuna pretesa di sovvertimento di realta’ storiche consolidate ed acquisite.

    Se ci basassimo sullo ius soli per stabilire la nazionalita’ di una persona, e sapendo che l’attuale provincia della Slovenia di Lubiana venne annessa al Regno d’Italia dal maggio 1941, in base a tale attribuzione chi fosse nato da quella data in avanti, per un buon paio d’anni fino al 1943, avrebbe a rigor di logica potuto essere considerato cittadino nato in una provincia italiana. Ovviamente non serve aggiunga che le cose non stanno affatto in questo modo semplicistico cosi’ rappresentato, e ci mancherebbe altro che ci mettessimo a rivendicare questioni ampiamente definite dalla Storia, che ci condanna senza appello per quanto abbiamo fatto in passato in Jugoslavia.

    Tuttavia penso che a qualunque scacchista piacerebbe sognare che il quarto più forte giocatore yugoslavo degli anni 60 e 70 abbia avuto nelle vene un filo di italianità, a partire dal nonno grandissimo musicista, di “lontana discendenza italiana”, dice Wikipedia

    https://it.wikipedia.org/wiki/Viktor_Parma

    In realtà non condivido in tutto la perifrasi di Wikipedia che non e’ per nulla chiara.
    Peraltro la controversia sulle nazionalità di appartenenza è un tema difficile nelle zone di confine e sembra basarsi soprattutto sui censimenti austriaci (almeno un paio a cavallo del 900) che portarono alla stesura di carte etniche basate esclusivamente sulle lingue dichiarate nei questionari. Sembra del tutto trascurato nei censimenti austriaci il ruolo del cosmopolitismo culturale, per cui – faccio un unico esempio che potrebbe essere applicato nel caso del compositore – diversi italiani di nascita nel Lombardo Veneto si recavano a studiare nelle prestigiose università di Graz e di Vienna e poi risiedevano stabilmente nel centro dell’impero per il resto della loro esistenza o si spostavano tra le varie regioni dell’impero senza piu’ fare ritorno in Italia.

    Risolto l’indovinello (bravo Fabrizio !), ricordo che andai a trovare Bruno qualche anno fa quando aveva aperto un negozio a Lubiana dove vendeva del materiale scacchistico. Mi meravigliai che riuscissimo a capirci ed intenderci cosi’ bene senza che dovessimo ricorrere all’inglese come forma terza e neutrale di comunicazione.

    Lo stimolo di quell’incontro mi incuriosì sul passato di un giocatore che era stato il terzo giocatore per Elo (ancora nel 1978 !) in Jugoslavia. Dopo qualche approfondimento capii che come stile di gioco non era assolutamente il pacifico “Re delle Patte”, come scherzosamente veniva chiamato a quei tempi. Era un giocatore che invece prediligeva il gioco aperto, da gran tattico, senza timore alcuno di sfidare Fischer sul suo campo nella variante del pedone avvelenato. Fu uno dei pochissimi peraltro a mettere alla frusta Bobby, contro il quale di solito gli altri yugoslavi venivano tutti letteralmente “macinati”. Solo una banale inversione di mosse dovuta ad una trascuratezza non gli permise in una circostanza di fare il colpaccio e battere finalmente il genio americano in una bellissima partita d’attacco. Nell’intento di battere finalmente Fischer ci riuscira’ qualche anno dopo, unico tra tutti, il solo ingegner Kovacevic, ma in circostanze ancora oggi non ben chiarite e che probabilmente avrebbero richiesto l’attento vaglio del caso da parte della commissione arbitrale.

    Comunque la pensiate, per me nonno semiitaliano, nome e cognome italianissimi, persona simpaticissima, capace di riuscire quasi a battere Bobby Fischer, a me piace considerarlo semplicemente come Gens una sumus :)

    Su questo sarete facilmente d’accordo tutti !

    Cordialmente
    Franco




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