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Chess envelopes

Scritto da:  | 1 novembre 2017 | 46 Commenti | Categoria: Partite commentate

Nel mio ritorno al passato alla ricerca agli scacchi perduti, mancava qualcosa sugli scacchi per corrispondenza.
Il gioco per corrispondenza non mi attirava allora e ancor meno adesso, ma anche io ho un passato di giocatore per corrispondenza.
Anche qui è cambiato tutto: adesso si scrivono e-mail, e mi hanno detto che il gioco consiste essenzialmente nell’analizzare la posizione con svariati motori e scegliere la migliore quando ci sono diverse proposte. Non mi appassiona, magari sarà interessante anche così.
Una volta si scrivevano faticosamente cartoline postali e al massimo si chiedeva consiglio a qualche amico. I tempi postali erano spesso lunghi e la durata delle partite estenuante; vi erano limiti di tempo per cui si doveva annotare pazientemente le date di arrivo delle cartoline e se la risposta tardava, si doveva mandare un sollecito raccomandato.
Dopo 15 mesi la partita andava spedita all’arbitro completa di analisi per l’aggiudicazione e se era ancora incerta l’arbitro poteva decidere la prosecuzione per altri 3 mesi.
Nel mio caso una sola partita andò all’aggiudicazione, quella con Gasser, decisiva per la qualificazione al Campionato Italiano; fu fatta proseguire e la persi sul campo.
Nel marzo 1972 mi sono finalmente laureato e all’inizio di aprile dovevo partire per il servizio militare a Foligno 67° corso AUC (Allievo Ufficiali di Complemento); possibilità di giocare a scacchi praticamente nulle, prospettive di libera uscita serale molto scarse (almeno per i primi mesi del corso), per cui mi sembrò una buona idea cercare di mantenermi in allenamento e passare il tempo giocando un torneo per corrispondenza.
Un mese prima era uscito il bando per il torneo “Coppa Ferruccio Castiglioni”; vi erano 7 semifinali di 12 giocatori, con i primi due qualificati per la finale.
Mi inscrissi e le partite iniziarono giusto al momento della partenza
Naturalmente non potevo contare sull’aiuto di nessuno e non potevo portarmi dietro libri di aperture, ma non fu assolutamente un problema; in molte partite andai presto in netto vantaggio e inventai il sistema di usare le mosse condizionate per abbreviare i tempi.
Inviavo sequenze di mosse con le migliori per l’avversario, così se accettava la partita proseguiva velocemente, se rifiutava giocava una mossa inferiore e in mio vantaggio aumentava.
Il torneo finì in dicembre 1973 e mi qualificai per la finale arrivando 2° con 10 su 11; persi una sola partita in modo abbastanza banale con il maestro per corrispondenza Lucidi di Imperia.
Apro una parentesi sulla gara soluzione studi.
In quegli anni sull’Italia Scacchistica c’era una sezione problemi e studi con annessa gara di soluzione; i problemi mi sembrano troppo artificiosi, non mi sono mai piaciuti, mentre negli studi trovo una connessione molto più stretta con la partita e penso che risolverli possa essere un buon allenamento.
Quindi da gennaio iniziai a mandare le soluzioni solo per gli studi e rimasi in testa alla gara fino a dicembre, quando fui superato da Mezzetti per un punto ed arrivai secondo.
Credo che partecipare mi sia stato molto utile per imparare a fare analisi precise e approfondire lo studio dei finali, ma era impegnativo e l’anno dopo lasciai perdere.
Dopo qualche mese dall’inizio del torneo mi resi conto che, data la relativa forza dei miei avversari, sarei rimasto senza partite interessanti da giocare prima della fine dei 15 mesi di servizio militare. Avevo bisogno di un altro torneo, così mi iscrissi al Campionato Italiano, che si svolgeva con la stessa formula 7 semifinali, nel mio caso di 13 giocatori, i primi due qualificati per la finale.
Il torneo iniziò in ottobre 1972 e terminò nei primi mesi 1974, quando il servizio militare era finito da un pezzo.
Questa volta fu decisamente più difficile e terminai a 9 su 12, due partite perse con Sione e con Gasser e due patte con Adinolfi e Caroprese; arrivai vicinissimo a qualificarmi, terzo a mezzo punto dal secondo.
Due anni dopo, nel 1976, Adinolfi mi scrisse che potevo considerarmi terzo nel Campionato Italiano! Infatti i due qualificati nella mia semifinale, lui e Gasser, erano arrivati primo e secondo nel 26° Campionato italiano!
A questo punto ne avevo abbastanza del gioco per corrispondenza, portava via un sacco di tempo anche solo per le operazioni burocratiche, avevo cominciato a lavorare e l’impegno era pesante.
Però nell’aprile 1974 stava cominciando la finale della Coppa Castiglioni; mi ero qualificato, non mi piace lasciare le cose a metà, così dopo qualche incertezza decisi di partecipare.
Il torneo andò avanti fino al giugno 1976, feci a tempo a sposarmi, cambiare casa, cambiare lavoro. Finii 5° a 8 punti e mezzo su 13, tre partite perse con Vittoni, Luciano e Occhipinti e due patte con Roberto Primavera e Cecchi.
Complessivamente un risultato molto buono, ma bisogna tener presente che in tutti e tre i tornei ho vinto due partite per abbandono dell’avversario. Gli abbandoni erano frequenti, credo che quelli a mio favore fossero nella media e molti giocatori, quando vedevano che il torneo andava male, continuavano per onor di firma, senza impegnarsi troppo, magari qualche volta mandando la risposta alla cieca, senza neanche prendere la scacchiera.
Un episodio paradossale accadde nella partita di semifinale CI con Dell’Accio: alla ventesima mossa la mia posizione era senza speranza e inviai l’abbandono.
Non ricevendo risposta dall’avversario, mi vennero dei dubbi e trascorso il tempo canonico inviai la partita all’arbitro, omettendo ovviamente il mio abbandono.
Ebbi partita vinta, il mio avversario si era ritirato.
Mi raccontarono che alcuni giocatori giocavano deliberatamente con grande lentezza sfruttando tutto il tempo di riflessione a disposizione; in tal modo qualche avversario abbandonava, qualche altro riduceva il suo impegno nel torneo o stremato accettava la patta, le partite in aggiudicazione magari erano ancora alla quindicesima mossa e venivano giudicate patte.
Non era il modo di vincere un torneo, ma si potevano ottenere risultati migliori dell’effettivo valore del giocatore.
Moltissimi allora giocavano per corrispondenza, magari come me solo per brevi periodi, forse perché c’erano pochi tornei a tavolino. Nei tornei dell’Italia Scacchistica ci sono giocatori che non mi sarei mai aspettato di trovare, per esempio Cangiotti Campione Italiano 1974; pochi sanno che Toth è stato Campione Europeo gioco per corrispondenza, credo prima di venire in Italia dall’Ungheria.
Naturalmente giocando per corrispondenza non si può mai sapere chi ci si trovi realmente di fronte.
Per esempio Ester Vittoni, vincitrice della Coppa Castiglioni, era moglie del maestro per corrispondenza Gino Celli ed è impossibile sapere quanto nelle sue partite ci fosse di suo o del marito.
Io non mi sono mai fatto aiutare da nessuno, anche quando ero a Milano e sarebbe stato possibile; non perché lo ritenessi scorretto, semplicemente perché non me avevo il tempo e non lo ritenevo necessario.
In fondo alle mie chiacchierate è mia abitudine mettere una partita commentata e in questo caso mi sono trovato un po’ in difficoltà perché tra le mie nessuna mi sembrava particolarmente meritevole.
Alla fine ho deciso per quella con Laco l’avversario più forte con cui ho vinto per corrispondenza.

Giancarlo Castiglioni vs. Giuseppe Laco, 1-0
Finale Coppa Castiglioni per corrispondenza 1975-76

1.e4 c5 2.Cf3 Cc6 3.d4 cxd4 4.Cxd4 Cf6 5.Cc3 a6?!

Posizione dopo 5…a5?!

Una mossa chiaramente cattiva; se non è stata una inversione di mosse, Laco accetta di stare un po’ peggio per uscire dalle vie battute.

6.Cxc6 bxc6

Forse 6…dxc6 è meno peggio, ma dopo il cambio delle donne porta ad una posizione inferiore senza prospettive.

7.e5 Cg8 8.Ac4 d5

Posizione dopo 8…d5

Stockfish consiglia la più prudente 8…e6

9.Cxd5!?
Il sacrificio porta a Torre e due pedoni contro due pezzi minori, vantaggio materiale 7 contro 6 secondo i sacri testi. Però non è così chiaro, con le migliori secondo Stockfish il nero finisce addirittura in vantaggio. Più semplice era 9.exd6 e.p. Dxd6 10.Ae3 Cf6 11.Dd4 e6 12.Dxd6 Axd6 13.0-0-0 dove il bianco sta indubbiamente meglio, ma non c’è niente di concreto. Bene o male la mia è la mossa che ha fatto vincere la partita.

9…e6?!
La variante critica era 9…cxd5 10.Axd5 Ae6 11.Axa8 Dxa8 12.0-0 Ad5 13.f3 e6 14.Ae3 dove il bianco non è in vantaggio come pensavo, oggi direi posizione complicata con pari possibilità. Evidentemente Laco ha dato fiducia al mio sacrificio ed ha ritenuto meglio rimanere con un pedone in meno a pezzi pari. In realtà il bianco è in vantaggio decisivo.

10.Cc3 Dc7 11.f4 Ab7 12.0-0 Ch6 13.Ad3 Cf5 14 Axf5

Posizione dopo 14.Axf5

Nessun timore di lasciare all’avversario la coppia degli alfieri perché il pedone “c” intralcia uno dei due alfieri da c6 o c5.

14…Ac5+ 15.Rh1 exf5 16.Dd3 g6 17.Dc4 De7 18.Ca4 Aa7 19.Ad2 c5 20.Ae3 Tc8 21.Tad1

Posizione dopo 21.Tad1

Sono riuscito a mettere i tutti i miei pezzi in posizioni attive, a bloccare il pedone debole nero “c” e ad impedire qualsiasi contro gioco. Giocando per corrispondenza il seguito è facile.

21…Tc6 22 Td2 0-0 23.Tfd1 Tc7 24.Cc3 De6 25.Cd5

Posizione dopo 25.Cd5

Il classico modo di realizzare il vantaggio; non cambiare i pezzi, costringere l’avversario a cambiarli.

25…Axd5 26.Txd5 Td7 27.b3 Tc7 28.Da4 Dc8 29.Td6 c4 30.Axa7 Txa7 31.b4

Posizione dopo 31.b4

Un altro passo avanti: adesso posso facilmente crearmi un pedone libero sul lato di donna.

31…Da8 32.Dc6 Tc8 33.Dxa8 Taxa8 34.c3 Rf8 35.a4 Re7 36.Rg1 Tc7 37.Rf2 h5 38.h4 abbandona

38.h4 e il nero abbandona

Il nero è paralizzato e dopo T1d5, Re3, Re4 cade anche il pedone c4.
Conoscendo Laco sono stato attento a non lasciargli la minima possibilità di contro gioco e mi sono preso la rivincita dopo la sconfitta nella nostra unica partita a tavolino.

Concludendo questo ritorno al passato non ci trovo nulla da rimpiangere.

avatar Scritto da: Giancarlo Castiglioni (Qui gli altri suoi articoli)


46 Commenti a Chess envelopes

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    Uomo delle valli 1 novembre 2017 at 09:04

    Un tuffo nel passato di quelli che piacciono a me. Bellissimo!




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    The dark side of the moon 1 novembre 2017 at 11:28

    Oggi il gioco per corrispondenza si svolge prevalentemente attraverso server di gioco dove i tempi d’attesa sono notevolissimamente ridotti, inoltre i giocatori non devono preoccuparsi di tenere il conteggio dei giorni: pensa a tutto il server.
    Si possono inoltre scegliere i tempi di attesa: da 3 giorni a 14 giorni per mossa riguardo la corrispondenza classica, poi c’è il gioco rapid che va da 1 minuto fino ai 15 minuti.
    C’è l’imbarazzo della scelta per chi si vuole divertire senza annoiarsi troppo.
    Esiste comunque anche il gioco via e-mail, i contendenti devono tenere il tempo ma in pratica e non di rado si verificano delle incomprensioni: avendo avuto delle esperienze in tal senso non lo raccomanderei visto che ognuno tende ad interpretare il regolamento a modo suo.
    Il gioco postale invece è quasi sparito per molti motivi evidenti.
    Immagino che l’unica cosa che forse lo faccia rimpiangere sono le cartoline che ci si poteva scambiare con altri giocatori provenienti da altre località.
    Consiglio a tutti coloro che non hanno la possibilità o la voglia di fare tornei a tavolino di giocare attraverso i vari server che ci sono sul web, ci si può abbonare ma ci sono anche account free che vanno benissimo.
    L’uso dei motori di gioco è bandito, se li si utilizzano c’è un sistema che in sostanza permette di bloccare l’account del truffatore.
    Questo particolare potrebbe riportare al gioco parecchi giocatori che hanno abbandonato la pratica per colpa dei motori.
    Se siete interessati a giocare qualche partita su uno di questi server mi presto volentieri a darvi qualche consiglio, attualmente sto giocando su “chess.com” con lo stesso nick che utilizzo qui.
    Forza, provare non costa nulla, l’iscrizione richiede pochi minuti ed è gratuita!
    Sui problemi e sugli studi la penso esattamente come Giancarlo, trovo molto più istruttivi gli studi e a proposito di essi mi piacerebbe saperne qualcosa in più.
    Come vengono interpretati per esempio i numeri che ci sono sulla classica dei solutori?
    Cosa significa: Castiglioni 3+62=65 70% ?
    C’è possibilità di iscriversi a qualche concorso?




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      Giancarlo Castiglioni 1 novembre 2017 at 14:38

      Posso rispondere sulla classifica studi.
      Ad ogni studio era associato un punteggio in base alla difficoltà.
      L’arbitro a suo insindacabile giudizio assegnava il punteggio pieno per la soluzione completa o un punteggio ridotto per soluzione parziale, per esempio se mancava o era errata qualche variante significativa.
      Per cui 3 erano i punti nel mese, 62 i punti nei mesi precedenti, 65 il totale e 70% la percentuale dei punti fatti su quelli possibili.
      Non credo esistano attualmente gare di soluzioni studi.
      Come è possibile verificare in divieto all’uso dei motori?
      Capisco sia possibile se un giocatore usa costantemente la prima scelta di uno dei motori più noti, ma si potrebbe inserire nella sequenza di mosse alcune seconde o terze scelte di poco inferiori o alternare motori diversi.
      Comunque nei tornei per corrispondenza veri e propri (non gioco on line) l’uso dei motori è ammesso.




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    Mario 1 novembre 2017 at 12:56

    Interessantissimo,grazie. Diversi anni addietro qualcuno mi aveva parlato di un server che si chiamava IECG. Ho provato a cercarlo ma mi pare non esista più.
    Con cosa posso provare? Preciso che non mi piace giocare lampo e non ho modo di fare tornei classici a tavolino. Grazie.
    Mario




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    The dark side of the moon 1 novembre 2017 at 18:57

    Non so come è possibile scovare i giocatori disonesti che fanno uso di motori, so soltanto che i server usano dei programmi che permettono ciò.
    Bisognerebbe chiedere a qualche esperto.
    Hai ragione, nel gioco per corrispondenza classico, tornei ICCF o ASIGC per intenderci, l’uso dei motori è consentito.
    Questa caratteristica ha di fatto allontanato la grande maggioranza di giocatori abituati a giocare senza pc.
    Personalmente credo che anche con l’utilizzo dei motori il contributo umano sia ancora in minima parte determinante ma bisogna ammettere che ora anche un modestissimo giocatore può ottenere dei buoni risultati, le patte sono infatti aumentate a dismisura.
    Nel mio precedente post ho scritto che per il gioco per corrispondenza sui server si potevano scegliere tempi che vanno da 3 a 14 giorni: c’è la possibilità di optare anche per 1 o 2 giorni riguardo il tempo di gioco.

    Mario, puoi provare, come ho scritto sopra, con “chess.com” ma ce ne sono altri e dipende dai gusti personali.
    Chess.com è sicuramente uno dei più importanti server, sono iscritti praticamente quasi tutti i top player mondiali.
    Pensa che mi è capitato di giocare a 3 giorni contro Nakamura!
    Non pensare che sia facile però poter sfidare i campioni, di solito giocano tra loro o con giocatori molto forti.
    Non so come ho avuto questo onore ma è stata una bella esperienza.
    Se hai qualche difficoltà ad iscriverti fammi sapere.
    Mi piacerebbe che altri amici di “SoloScacchi” si iscrivessero cosi da poter fare qualche partitina amichevole senza impegno.
    Forza gente, non siate timidi! :)




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    fabrizio 1 novembre 2017 at 22:20

    Non ho mai giocato per corrispondenza, ma penso proprio che in passato avesse (e forse ha ancora oggi) un elevato valore didattico.




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    Fabio Lotti 2 novembre 2017 at 08:59

    Ah, il gioco per corrispondenza senza altri aggeggi disumani! Come mi sono divertito e come ho imparato ad analizzare le posizioni! (naturalmente il gioco da vivo è un’altra storia). Ma ogni epoca ha le sue caratteristiche ed è inutile rimpiangere il tempo che fu che coincide, guarda caso, con un periodo più giovanile della nostra vita. Anche se…




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    Alessandro Patelli 2 novembre 2017 at 15:50

    Il gioco per corrispondenza, come metro di misura dell’abilità scacchistica, non ha oggi molto senso. Ciò che si può misurare con esso sono altri tipi di abilità, che personalmente non trovo interessanti.
    Ma anche su quello che era nel passato ci sarebbe da discutere.
    L’aiuto di “qualche amico”, citando l’articolo, non è affatto cosa da poco.
    Chi e quanto forte è l’“amico”? Quanto il tempo passato ad analizzare con lui? E l’avversario, ce l’aveva un “amico” altrettanto forte?
    Da buon ex-matematico, sarò senz’altro manicheo, ma per me il gioco per corrispondenza, e i suoi derivati, avrebbero senso solo fra detenuti in regime di isolamento.




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      Giancarlo Castiglioni 2 novembre 2017 at 20:34

      Non sono d’accordo; è sicuramente scorretto qualsiasi aiuto esterno ne gioco a tavolino, ma per il gioco per corrispondenza è diverso.
      Iniziando una partita per corrispondenza non si sottoscrive un impegno anche implicito a non ricevere aiuti.
      Si gioca contro le mosse firmate dall’avversario, non necessariamente pensate da lui.
      Può non piacere, ma le regole sono queste.




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        Alessandro Patelli 8 novembre 2017 at 12:23

        Giancarlo, credo che la tua risposta sia eloquente. E chi premiamo per un torneo vinto? A chi diamo delle categorie? Ad una … penna? :)




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          Giancarlo Castiglioni 8 novembre 2017 at 14:07

          Premiamo l’allenatore della squadra, o il regista del film, o l’architetto che firma il progetto, o il capo del governo.
          In fondo è sempre così.




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    massimiliano 2 novembre 2017 at 20:16

    Penso che l’inclinazione a prediligere il gioco a tavolino piuttosto che quello per corrispondenza dipenda dal proprio carattere. Si tratta infatti di cose affatto diverse.
    complimenti per l’articolo.




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    Roberto Messa 2 novembre 2017 at 21:40

    Non ho verificato, ma credo che Toth abbia cominciato a giocare per corrispondenza quando viveva a Milano (e in seguito a Basilea, dove credo abiti ancora oggi).




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      Giancarlo Castiglioni 2 novembre 2017 at 22:47

      Mi sembra di ricordare che quando mi aveva detto di essere diventato Campione Europeo era a Milano da poco.
      Data la durata dei tornei per corrispondenza e la necessità di qualificarsi mi sembra molto probabile abbia cominciato prima.
      Poi con tutti i tornei che faceva non credo avesse il tempo e la testa per giocare anche per corrispondenza.
      L’ultima volta che ho visto Toth, almeno 20 anni fa, viveva appunto a Basilea.
      A quando risalgono gli ultimi contatti che hai avuto con lui?




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        Roberto Messa 3 novembre 2017 at 09:19

        E’ davvero tanto che non lo sento, ma dal sito della Fide (Fide ratings) vedo che sta giocando tornei in Ungheria, per esempio in ottobre ha pattato in un incontro a squadre contro il GM Czebe Attila (2467), mentre in giugno ha fatto 6,5 su 9 al campionato ungherese seniores, ma gli avversari erano modesti.
        Nel 2014 o 2015 fece tremare qualche grande maestro forte e noto in un open in Svizzera.




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    paolo bagnoli 2 novembre 2017 at 22:39

    Ho giocato per corrispondenza quando la cosa aveva ancora un senso e dovevi PENSARE al da farsi. Sono stato invitato diverse volte a riprendere ma, visto che non possiedo un programma scacchistico, mi sentirei battuto in partenza dai programmi dei miei avversari. Pessimista? No, realista.




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      Alessandro Patelli 3 novembre 2017 at 13:09

      Tu giustamente pensavi, e come te sicuramente molti altri.
      Ma dall’altra parte della scacchiera, anche prima, non sapevi proprio chi ci fosse. In teoria (e in alcuni casi anche in pratica), poteva esserci addirittura… una cooperativa, senza che ciò fosse noto. E’ questo che secondo me toglie da sempre ogni interesse al gioco per corrispondenza come pratica AGONISTICA. Ma se ad una partita di scacchi si toglie l’aspetto agonistico, cosa resta?




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        fabrizio 3 novembre 2017 at 14:28

        “Ma se ad una partita di scacchi si toglie l’aspetto agonistico, cosa resta?”
        Mi sembra che tu sia focalizzato solo sull’aspetto “competitivo” degli scacchi (ovviamente non c’è nulla di male!) e trascuri gli altri aspetti che tradizionalmente vengono riconosciuti al nostro “gioco” (anche di quello per corrispondenza), ovvero degli scacchi visti come scienza e come arte. Da una partita ben giocata e persa, contro un programma o un avversario più forte, c’è molto da imparare; al contrario vincere una “brutta” partita credo dia (almeno a me succede così) scarsa soddisfazione e scarso insegnamento.
        Io credo che il fascino degli scacchi stia, oltre che nella competizione, soprattutto nella possibilità praticamente senza limiti (se non quelli strettamente personali) di miglioramento delle proprie capacità di “comprensione” del gioco.
        PS: Un saluto e un arrivederci al prossimo seniores!




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          Alessandro Patelli 3 novembre 2017 at 19:10

          “Intendiamoci…” come amava dire il mio amico e mentore Roberto Magari; quello che dici è sacrosanto, ed è quanto mi sforzo di trasmettere ai giovani quando ne ho occasione. E’ sciocco, per quanto umano, gioire per una partita vinta, ma giocata male e una sconfitta è spesso una miniera di spunti preziosi, se affrontata nel modo giusto.
          Ma, proprio affinchè ciò funzioni, abbiamo bisogno di metterci davvero alla prova, affrontando e, dunque, scoprendo i nostri limiti. Solo così possiamo davvero crescere. Oh, quanto impresse mi restano le aperture, dopo le prime, inevitabili batoste. E quanto mi scorrerebbero indifferenti davanti, se nel giocarle potessi sbirciare un libro di teoria o, peggio, i trespolanti implacabili del mio “Komodo 10″… Al prossimo seniores, amico mio!




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          Doroteo Arango 12 novembre 2017 at 17:36

          Fabrizio, trovo interessanti e rispettabilissime le tue considerazioni ma permettimi di ribadire la mia opinione, personale e pertanto opinabilissima: gli scacchi non sono né un’arte né una scienza. E, detto per inciso, me ne dolgo grandemente considerato l’amore che nutro per questo gioco unico e meraviglioso.

          Non sono un’arte (pur racchiudendo degli aspetti estetici di indubbio valore) perché forniscono soddisfazione spirituale esclusivamente per lo scacchista. Esempio: l’uomo della strada, l’ignorante per eccellenza (il sottoscritto se volete) può provar qualcosa, emozione e gioia interiore di fronte ad un grande dipinto, ad una scultura o per un motivo musicale, difficilmente, senza conoscere almeno i rudimenti del gioco, per una grande partita di un Tal o di un Kasparov.

          Non sono una scienza (pur costituendo nella sua essenza un problema di logica) perché la scienza produce beneficio per l’umanità (almeno idealmente). Matematica, fisica, medicina, diritto, filosofia e la scienza tutta è fatta di applicazioni volte a migliorare la vita umana, misurandone il progresso in termini di conquiste tecnologiche che, almeno idealmente, ripeto, purtroppo spesso solo idealmente, ci migliorano la vita, di tutti e non solo di coloro che ne coltivano la disciplina (per il nostro gioco tale presunto ‘progresso’ sarebbe limitato esclusivamente a noi scacchisti).

          Fatte quindi le suddette premesse, gli scacchi sono a mio modestissimo modo di vedere solo e semplicemente un gioco, stupendo, meraviglioso e probabilmente uno dei più belli mai inventati dall’uomo, ma solo un gioco… con tutti i connotati positivi che il concetto di ludus rappresenta per l’uomo: gioia, soddisfazione, svago e aspirazione. Purtroppo non sono né scienza né arte, pur condividendone marginalmente alcuni aspetti.




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            fabrizio 12 novembre 2017 at 20:14

            Perdona Doroteo, ma non sono affatto d’accordo con la tua analisi, che trovo piuttosto limitata e limitante. Tu affermi che gli scacchi non sono arte (prescindiamo dal fatto che è piuttosto difficile evidenziare in maniera univoca e chiara le caratteristiche di quelle che riconosciamo come opere d’arte) perché gli aspetti estetici sono apprezzati soltanto dagli specialisti, ma non dai profani. In sostanza stai dicendo che l’arte deve essere essenzialmente “popolare” (ovvero capita da tutti, o quasi) o non è. Non ti sembra così che stai limitando moltissimo il campo dell’arte?
            Molta poesia e molta letteratura non sono di facile comprensione, la musica cosiddetta “colta” (classica, dodecafonica, sperimentale, … ) è ostica per molti, molte correnti pittoriche moderne non sono capite, ecc. ecc.
            E inoltre pensa a questo fatto: tu riesci ad apprezzare la bellezza di “Guerra e pace” nell’edizione originale russa, senza conoscere una parola della lingua russa? Penso proprio di no! E gli scacchi, se vuoi, possono essere ben paragonati ad una lingua!
            In generale: un minimo di competenza e conoscenza del settore è necessario per godere al meglio dei molti aspetti estetici che contraddistinguono le opere d’arte; io penso che solo in rari casi l’arte è veramente “popolare” e accessibile a tutti, senza bisogno di un minimo di “cultura specifica” (e non credo affatto di essere o pensare come un elitario).
            E passiamo all’altro aspetto: gli scacchi come scienza; tu affermi che non sono tali, perché vedi la scienza come produttrice di benefici per l’umanità. Io invece sono del parere che il vero scopo della scienza sia la produzione di conoscenza: solo a partire da essa si potranno, in qualche caso, trovare le applicazioni che produrranno benefici. E tali benefici, assai spesso, sono molto distanti temporalmente dal momento che la “ricerca scientifica” ha individuato le conoscenze utili.
            Lo studio delle galassie lontane non è scienza perché non ci dà benefici a breve scadenza? La matematica astratta non è scientifica? L’algebra di Boole, nata a metà ‘800 e senza applicazioni pratiche per quasi un secolo, è stata una perdita di tempo? Come vedi la tua definizione di scienza non mi sembra convincente.
            Gli scacchi, per le loro caratteristiche, sono un banco di prova particolarmente significativo per l’informatica e lo sviluppo della cosiddetta “intelligenza artificiale”; considerarli scientifici non mi sembra un’eresia.
            Come vedi le nostre opinioni sugli scacchi sono piuttosto diverse: siamo però certamente d’accordo sul fatto che gli scacchi siano un bellissimo “gioco”. E questo aspetto non mi sembra poco importante. Ciao




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              Giancarlo Castiglioni 13 novembre 2017 at 10:11

              Francesco De Maria, buon giocatore e poi bravissimo organizzatore dei tornei di Lugano, allora studente in matematica, mi diceva che gli dava molto fastidio che la matematica avesse delle applicazioni pratiche.
              Nella matematica apprezzava solo l’aspetto estetico – artistico della costruzione logica.




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                fabrizio 13 novembre 2017 at 14:26

                La conoscenza, di per sé, serve a far capire meglio il mondo nel quale si vive e quindi ad operarvi nel modo più adeguato. Che possa dare fastidio l’applicazione concreta e positiva di qualche conoscenza, come se questo “macchiasse” la purezza di una disciplina (qualunque essa sia), mi pare un tantino esagerato!
                Altro discorso se le conoscenze sono utilizzate per scopi eticamente discutibili, a vantaggio di pochi e non di tutti (o magari a svantaggio di molti).




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              Doroteo Arango 13 novembre 2017 at 21:16

              Fabrizio, qual è stato o qual è il campione di scacchi più grande di tutti i tempi per te? Fammi anche solo un nome tra i tanti, ti prego.




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                fabrizio 13 novembre 2017 at 23:37

                Risposta tremendamente difficile, perché è quasi impossibile paragonare giocatori di epoche diverse e perché quasi tutti i grandi campioni si sono distinti per qualche caratteristica specifica, che magari gli altri non possedevano allo stesso livello; per questo motivo la scelta è sostanzialmente questione di gusti personali. Limitando il confronto ai giocatori dal ‘900 in poi: se si ama lo spirito combattivo, la scelta potrebbe essere tra Lasker e Kasparov, se si amano gli scacchi brillanti e le combinazioni profonde tra Alekhine, Tal e Bronstein, se si amano gli scacchi logici e posizionali tra Capablanca, Fischer, Karpov e così via.
                Forse, ma dico forse, il giocatore che più ha riunito le diverse caratterisiche e che ritengo quindi il più forte (ma tutto è ovviamente opinabile!) è Kasparov. Unico neo che gli attribuisco: il suo caratteraccio!
                PS: e il tuo preferito?




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                  Doroteo Arango 14 novembre 2017 at 03:36

                  Benissimo, ti ringrazio Fabrizio. Allora scegli la partita più bella di questi grandi campioni che hai citato e dimmi, in tutta franchezza, per favore se la sua visione sortirebbe in questa scena lo stesso effetto…




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                    fabrizio 14 novembre 2017 at 10:49

                    Perdonami Doroteo, ma non riesco a capire dove vuoi arrivare; forse intendi dire che ci sono emozioni “più belle” e “più giuste” di altre? Che questa scena (bellissima!) “vale di più” dell’emozione data da una grande partita di scacchi?
                    Se io ti chiedessi chi è stato il più grande ciclista, tu potresti (con grande difficoltà!), rispondere Binda, Coppi, Bartali, Mercks, …
                    Ma se io ti chiedessi chi è stato il più grande tra Pelè, Borg, Beethoven, Caravaggio, Dante? Mi risponderesti, credo, che non sono confrontabili.
                    Concludo: a mio parere le emozioni relative al mondo dell’arte, gli aspetti estetici, sono diversi tra i diversi settori e intrinsecamente poco o affatto paragonabili tra loro. Accontentiamoci di gustarli, nell’ambito della nostra sensibilità personale e cultura, senza tentare di fare impossibili graduatorie di merito.




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                      Caligiuri 14 novembre 2017 at 13:03

                      @Fabrizio: penso che Arango volesse semplicemente alludere al fatto che sr il missionario avesse estratto dal fagotto la scacchierina di legno e si fosse messo a riprodurre la celebre partita di Kasparov con Topalov avrebbe sicuramente preso una freccia in fronte ben prima di arrivare a 24.Txd4!!




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    alfredo 3 novembre 2017 at 01:46

    Toth divenne campione europeo per corrispondenza quando già viveva in Italia.
    Un suo interessante documento si trova sulle pagine dell’ASIGC dell amico Pasquale Colucci (cfr. qui).
    Dice che la passione per il gioco per corrispondenza nacque quando fu recluso a casa per anni per motivi politici.
    Giocò anche altri tornei.
    Ricordo una partita molto bella persa però con il Nero (una francese) pubblicata sul Venerdì di Repubblica. Il bianco doveva essere Pantaleoni o Brancaleoni, un cognome del genere.
    Un attacco veramente molto bello e la partita venne elogiata anche da Karpov. Non vorrei anche qui sbagliarmi ma pubblicata forse anche dall’Informatore.
    Quanto darei per una delle cartoline con l’autografo di Bobby!




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    Michele 3 novembre 2017 at 08:48

    Premesso che non ho mai giocato per corrispondenza o sui server che ne “espletano” oggigiorno le funzioni, avrei una domanda che mi pongo: che soddisfazioni si può trarre a vincere una partita con l’aiuto di un motore, di un libro di teoria da cui “copio” le prime venti mosse o giù di lì?
    Se gli scacchi sono un gioco, perché allora non adoperare esclusivamente le proprie capacità?
    Vincere o in sostanza perdere ma con la propria testa? Davvero faccio fatica ad afferrare codeste elucubrazioni circa i vari “aiuti”.
    Saluti, Michele.




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      Andrea Mori 19 novembre 2017 at 19:25

      E’ un fatto assodato sperimentalmente (ad esempio da me :) ) che giocando per corrispondenza col solo ausilio di un motore, inserendo cioè nella macchina la posizione e giocando la mossa scelta dal motore dopo un tot di ore, non permette di vincere un torneo. Il punto ovviamente è che anche l’avversario ha un motore e quindi c’è comunque una parità di armamenti.

      Per poter vincere bisogna abbinare alla potenza di calcolo del motore la propria sapienza (e pazienza) scacchistica. Se è vero, infatti, che i motori sono di fatto imbattibili nel gioco a tavolino questo accade perché nessun essere umano, dal Campione del Mondo in giù, è in grado di analizzare completamente a mente le successive 10-12 mosse e pertanto la macchina ha un vantaggio statistico che, alla lunga, è sempre fatale al giocatore umano.

      Il giocatore per corrispondenza, invece, ha la possibilità usando la propria intuizione, la propria capacità analitica e la stessa macchina di andare oltre quella soglia e di scorgere cose che la macchina non è in grado di vedere a partire dalla posizione iniziale.

      Certo, non è facile (gli scacchi non lo sono!) e faticoso ed è un modus operandi totalmente diverso da quello che era anni fa, ma non c’è da stupirsi che qualcuno possa ritenerla un’attività interessante.

      Riguardo al “che soddisfazione c’è nell’avere un aiuto” il giocatore per corrispondenza l’aiuto l’ha avuto sempre. Non mi riferisco qui all’amico Maestro con cui analizzare le partite al circolo, ma ad altri tipi di aiuto.

      Ricordo, ad esempio, che verso la metà degli anni ’80 (ai bei tempi quando una Seconda Nazionale prendeva a schiaffoni i computer scacchistici) persi una partita in cui il mio avversario giocò in modo molto brillante un Gambetto Marshall. Alla fine della partita mi confessò di non aver dovuto analizzare neanche una mossa: tutta la nostra partita era inclusa in un’analisi della variante pubblicata poco prima da Europe Echecs: lui era abbonato, io no. Ero riuscito due volte a trovare l’unica mossa che teneva in gioco il Bianco, la terza è stata fatale.

      Ma allora che facciamo? Proibiamo ai giocatori per corrispondenza l’acquisto di libri e riviste?




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    Franco 3 novembre 2017 at 15:51

    Leggo con estremo piacere questo articolo di Giancarlo che riporta la memoria ad antichi ricordi.

    Sull’Italia scacchistica non è scritto per comprensibili motivi, ma la vincitrice citata altri non era che la moglie del maestro Gino Celli, uno dei più forti giocatori italiani di corrispondenza di tutti i tempi.

    Per quanto riguarda invece il dottor Sione (1924-2000), persona di rare qualita’ umane che e’ stato il mio formatore e mi ha seguito lungo gran parte della crescita del mio percorso scacchistico, da inclassificato alla seconda nazionale passando per tutti i gradi delle categorie sociali, ero suo contributore nel gioco per corrispondenza e addirittura suo sostituto durante i periodi invernali di influenza, quando Sione era costretto ad aprire l’ambulatorio gia’ alle 7 del mattino, per permettere ai lavoratori di recarsi da lui prima di andare al lavoro, e spesso lo chiudeva nel tardo pomeriggio. Con le visite a domicilio stimo che lavorasse dalle 50 alle 60 ore settimanali, per la sola passione che profondeva nel suo lavoro e senza essere retribuito. Si recava con l’auto, la propria auto, nel pomeriggio a rendere visite agli ammalati nelle campagne fino a 20 chilometri di distanza, che era il limite del bacino di pazienti che tipicamente i medici di provincia di allora dovevano sorvegliare.

    Con i medici di base attuali che presenziano solo 20 ore nel loro ambulatorio mi pareva giusto ricordare i sacrifici lavorativi dei medici “condotti” di un tempo.

    Per quanto concerne il citato maestro a tavolino Gasser (1945-2011) la sua forza nel gioco per corrispondenza risiedeva in buona parte per le sue doti attitudinali, costituite principalmente dalla sua pazienza e carattere pacato e riflessivo, ma era in buona derivata dalle analisi di terzi condotte nel circolo di scacchi locale.

    Con tutta probabilità e per almeno un ventennio, è stato il più forte circolo scacchistico d’Italia di provincia (comune non capoluogo di provincia)

    E’ il comune friulano di Monfalcone, che ha avuto tra i suoi campioni negli anni 50 e 60 il maestro internazionale Enrico Paoli, il maestro Giuseppe Laco che compare nell’articolo, i vicecampioni d’Italia per corrispondenza Gilberto Contento e Giorgio Gasser.

    Un saluto




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    Franco 3 novembre 2017 at 16:35

    Permettetemi una divagazione.

    Il ricordo del medico condotto scacchista mi ha fatto ripercorrere antichi pensieri.

    In passato i paesi di provincia detenevano un record molto triste: quello di un’altissima mortalita’ stradale in incidenti ad alta velocita’ di allora, dai 70 ai 100 km orari, anche se probabilmente uno schianto a 50 km orari era piu’ che sufficiente a far detonare la struttura di una Citroen Dyane.

    Le ragioni erano spiegabili ovviamente nelle scarse qualità costruttive della automobili di allora, ma anche nella scarsa alfabetizzazione dei giovani, che all’età di 14-15 anni iniziavano a lavorare in fabbrica e a 18 anni avevano accumulato adeguati risparmi per potersi permettere la patente, contrariamente ai loro coetanei cittadini che ancora studiavano e non erano altrettanto “capitalizzati per avere accesso all’automobile.

    Le piu’ ricorrenti giornate mortuarie erano i venerdì ed i sabato sera, quando finiva la settimana in fabbrica e i giovani scorrazzavano la notte in cerca di bar, alla continua e perenne ricerca di alimentare il proprio tasso alcoolico.

    Di sabato mattina la mamma mi portò in un paese vicino in aperta campagna ad osservare le conseguenze di uno schianto stradale di una Fiat 850 berlina contro un platano. Avevano perso la vita due giovani militari, che evidentemente non conoscevano la strada e la pericolosità di una curva molto stretta che invece i locali conoscevano bene per la sua fama sinistra. Va anche ricordato che negli anni 60 le curve stradali non venivano rialzate per contenere la forza centrifuga e nei punti pericolosi veniva tranquillamente omessa la segnalazione ed invece permessa l’alberazione con dei massicci platani, senza nemmeno l’installazione di un guard-rail.

    A distanza di molti anni da quei giorni ho compreso il motivo di quel mio “pellegrinaggio” sul luogo del sinistro, che colpì emotivamente la mia sensibilità infantile per lungo tempo, a causa della visione del sangue sui sedili e di quel contakm lungo ed elittico, sbalzato leggermente dal cruscotto con l’indicazione della lancetta di 85 km orari, la tremenda velocità al momento dell’impatto (non avevo ancora visto un’autostrada….. e la prima che vidi, così deserta in una Italia lontana dalla motorizzazione di massa mi sembrò la California :) )

    A quei tempi, l’organizzazione dei soccorsi e la procedura logistica in caso di incidente stradale erano ben diversi da oggi. Oggi arrivano simultaneamente o poco distanti l’uno dall’altro Croce Rossa, Polizia Stradale per i referti, infine i pompieri che immediatamente sgombrano la sede e carro attrezzi.

    All’epoca arrivava per primo il medico condotto di campagna, avvisato a viva voce e svegliato nel corso della notte dai testimoni. Poi, grazie all’uso del telefono installato nei bar, arrivavano i pompieri che, estratti i corpi, immancabilmente spingevano a mano il relitto nel fosso o nei campi. Il carro attrezzi non aveva urgenza o, se non era stato ancora inventato, veniva sostituito dal trattore agricolo che qualche tempo dopo caricava sul rimorchio il relitto.

    Perchè questo ritardo ? Solo anni dopo compresi che lasciar trascorrere la notte e anche buona parte del giorno era un deterrente per permettere il pellegrinaggio dei giovani trascinati dai genitori, affinchè venissero ammoniti di non correre troppo con l’auto con la vista del sangue copioso riversato sui sedili, episodio di cui anch’io sono stato inconsapevole testimone nella mia infanzia.

    Le auto schiantate sui platani e rovesciate nel fosso dai pompieri sono l’equivalente delle scritte che appaiono oggi sui pacchetti di sigarette.




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    Uomo delle valli 3 novembre 2017 at 18:51

    Leggo di un “intuitivo” Mezzetti e di un “analitico” Castiglioni, per non parlare di un “metodico” Rimondi.
    Chiederei al buon Giancarlo gli opportuni lumi su queste pittoresche definizioni. :p




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      Giancarlo Castiglioni 3 novembre 2017 at 21:30

      Non lo so, non vedevo le analisi degli altri, si dovrebbe chiedere lumi al Prof. Ravarini che presumo non sia più tra noi.
      Nella definizione “analitico” mi riconosco abbastanza, “metodico” mi sembra pressapoco la stessa cosa.
      Immagino che Mezzetti troncasse spesso le analisi scrivendo “la posizione è vinta” senza andare troppo in dettaglio.




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    Franco 8 novembre 2017 at 14:55

    OOps…..

    Avevo scritto

    “E’ il comune friulano di Monfalcone, che ha avuto tra i suoi campioni negli anni 50 e 60 il maestro internazionale Enrico Paoli”
    ===========

    In precedenza avevo commesso un lapsus imperdonabile, di cui mi dolgo ed ora cerco di rettificare.

    Mi ero confuso tra il maestro (di scacchi) Enrico Paoli ed il maestro (di musica) Gino Paoli.
    E’ il solo Gino Paoli ad essere originario di Monfalcone.
    Il maestro Enrico Paoli e’ di Trieste, comune distante qualche decina di chilometri da Monfalcone. In realta’ anche Enrico Paoli scambiava con me a Reggio Emilia qualche parola nel dialetto locale di Monfalcone, il cosiddetto “bisiaco” che conosceva bene, ma non si può affatto considerare Enrico Paoli di Monfalcone, bensi’ triestino di nascita e scacchisticamente emiliano-romagnolo.




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    Doroteo Arango 14 novembre 2017 at 11:31

    Non voglio ne’ debbo arrivare da nessuna parte, anzi ho l’impressione che sia tu a spostare in continuazione l’oggetto della discussione. Io semplicemente desideravo definire con un minimo di precisione la differenza per esempio tra arte, scienza e gioco e tu invece prima sposti l’enfasi sugli aspetti ‘popolari’ dell’una e ora sulle emozioni che possiamo provare a seguito dell’una piuttosto che dell’altra.
    Scusami ma non era proprio questo il punto.
    Poi il riferimento a Tolstoj in lingua originale appare davvero fuori luogo, come se qualcuno avesse mai sostenuto che per apprezzare una sinfonia di Handel occorre saper tutto sul solfeggio e la teoria dell’armonia musicale. Ripeto: non era questo il punto. O vogliamo sempre mischiare tutto?
    Saluti.
    Doroteo




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      fabrizio 14 novembre 2017 at 14:47

      Evidentemente non ho capito qualcosa (o forse molto) riguardo l’oggetto della discussione. Tu hai affermato che gli scacchi non sono né arte, né scienza; io ho opinione contraria e ho cercato di chiarire perché.
      Mi hai invitato a dirti qual era, secondo me, lo scacchista più grande: con molti distinguo ho fatto il nome (opinabilissimo) di Kasparov. Tu mi hai invitato a confrontare gli effetti (intendevi emozioni, appagamento estetico?) di una bellissima scena di un film con quelle di una partita di Kasparov (o forse intendevi dire altro, che io non ho afferrato?). Ti ho risposto che, a mio parere, non è possibile fare graduatorie di merito, soprattutto tra campi non omogenei.
      Ti chiedo ora, non per spirito polemico ma proprio per capire e rendere fruttuoso lo scambio di idee, qual era per te l’oggetto della discussione? Qual è il punto che io non ho capito? Che cosa ho mescolato o spostato?




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        Luigi O. 14 novembre 2017 at 15:24

        Fabrizio, se posso intromettermi nell’interessante discussione, mi pare che le sfugga un aspetto importante: è vero che l’arte suscita emozioni. Viceversa non tutto quello che suscita emozioni è effettivamente arte.
        Conosco infatti moltissime persone (peraltro degnissime) che si “emozionano” di fronte a un bel piatto di pastasciutta, ragazzini che si “emozionano” per un videogioco e altri ancora che si “emozionano” per cose ben più materiali.
        Arte ed emozioni non sono dunque reciproci sinonimi. Tutto qua, ne conviene?




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          Doroteo Arango 14 novembre 2017 at 15:52

          Appunto, gli scacchi sono semplicemente un gioco (meraviglioso), ispirano emozioni forti e intense ma questo non implica che siano di conseguenza anche arte.




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            fabrizio 14 novembre 2017 at 17:19

            @ Luigi e Doroteo. Non credo di aver mai affermato che emozione significa arte.




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        Doroteo Arango 14 novembre 2017 at 16:45

        Fammi capire caro Fabrizio, tu sostieni che gli scacchi sono e arte e scienza e che al contempo non è dato far classifiche, quindi per te anche la morra cinese è arte e scienza. Giusto o mi sfugge qualcosa?




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          fabrizio 14 novembre 2017 at 19:20

          Caro Doroteo, finalmente ho capito cosa non avevo capito prima: a te piace tanto giocare e scherzare, bravo! Un saluto giocoso.




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            Doroteo Arango 14 novembre 2017 at 20:20

            Un saluto a te, con simpatia e apprezzamento per i tuoi eccellenti articoli.




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    fabrizio 14 novembre 2017 at 14:53

    @ Caligiuri: probabilmente hai ragione! Grazie della precisazione.




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    Andrea Mori 19 novembre 2017 at 19:00

    Scusate se sembra che vada a cercare il pelo nell’uovo (ma non è ciò che amano fare gli scacchisti?) ma se è vero che “envelope” in inglese significa “busta” è però anche vero che le buste filateliche (quelle che vengono confezionate appositamente per essere collezionate e che portano francobolli e timbrature particolari) in inglese si chiamano “covers”




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