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Elogio della cappella

Scritto da:  | 10 marzo 2018 | 5 Commenti | Categoria: Zibaldone

Ripropongo un pezzo scritto secoli fa. Così, tanto per ricordarci di una delle mosse più sensazionali degli scacchi.
Intanto la cappella è democratica, non si rinchiude in se stessa in un luogo e in un tempo ben definito e circoscritto. Appartiene a tutti e, ieri come oggi, la si può trovare nelle bettole più infime e nei più nobili castelli, sorge spontanea dalle mani del pirlone come da quelle del Grande Maestro. Ci unisce, ci accomuna, ci affratella, ci democratizza, appunto.
La cappella si può intuire sia sulla scacchiera se, come spettatori, siamo bravi a riconoscerla, che sulla faccia del cappellante (scusate il neologismo). Quando il cappellante se ne accorge, subito dopo averla creata, o appena l’avversario gliela sbatte sotto il muso. Le sue reazioni possono essere molteplici: vampate e rossori improvvisi sul volto, tremori, sguardi rivolti al cielo, stropicciamento assurdo delle mani, tossicchiamenti ripetuti e insistenti, oppure tentativi disperati di rimanere impassibili con i nervi tesi che schioccano da tutte le parti ecc…Quando questi sintomi si presentano tutti insieme il quadro non si discosta di molto da quello dell’ infarto.
Reazioni ben visibili provengono anche dal cappellato (mi è venuta così), ovvero da chi riceve, come dono piovuto dal cielo, la cappella: sorrisetti a stento trattenuti, sorrisetti maligni, occhietti spalancati per la meraviglia, sospiro profondo di soddisfazione. Dopo l’abituale stretta di mano troverete, però, nel cappellato tutta quella comprensione e quell’affetto che non avete mai ricevuto in vita vostra, nemmeno dalla madre e dal padre più teneri e amorosi: altra stretta, questa volta contrita, di mano, pacche sulle spalle e tutta una serie standardizzata di pelose bugie che infilo una dietro l’altra senza punteggiatura e insomma su via non te la prendere una svista succede a tutti certo che sarebbe stata una bella partita anche io sai quante cappelle e partite perse andiamo a berci qualcosa gli scacchi sono così che ci vuoi fare una volta a me l’altra a te…A questo punto il cappellante fa di solito buon viso a cattivo gioco (vedete come il modo di dire ci stia qui a fagiolo), sfodera una corazza di impassibilità di fronte al suo dolore e viva gli scacchi che fanno tutti amici. Lo sfogo arriva quasi sempre al chiuso del gabinetto dove il cappellante fa una visitina non troppo educata e gentile a tutti i santi del paradiso.
La cappella appare talvolta come il classico dono sceso dal cielo per terminare una partita indecente da ogni punto di vista, forse addirittura come la mossa più bella che fa tirare un sospiro di sollievo agli stessi pezzi incazzati neri, che un Dio ce lo devono avere pure loro.
La cappella è spesso una formidabile ragione di difesa della nostra incapacità scacchistica, ci soccorre, ci viene in aiuto, ci ripara da sicure critiche sul nostro gioco. In fondo, voglio dire, abbiamo buttato giù una cappella, altrimenti te lo avremmo fatta vedere!

La cappella ha una sua dignità, una sua gradualità artistica. Insomma esistono cappelle e cappelle. C’è quella banaluccia e scontata che fa perdere un pedone o un pezzo in situazione difficile e c’è quella fantastica, il cappellone michelangiolesco in una posizione vinta e stravinta dove alla mossa successiva si prende tranquillamente matto. Tra l’altro un matto banale, semplice che vedrebbe pure un bambino. Allora lo scoramento del cappellante e la gioia repressa del cappellato si uniscono in un formidabile abbraccio. Le due facce sono lì ad immortalare il fatidico evento circondate dallo stupore delle facce degli spettatori. Un quadretto da fotografare e appendere sulla parete più luminosa della vostra casa a dimostrazione delle molteplici e variegate espressioni dell’animo umano.
La cappella fa parte del gioco. Anzi, è parte fondamentale del gioco stesso. Serve a ricordarci che non siamo computer, che siamo uomini con le nostre capacità e le nostre debolezze. Serve anche, dopo avere mugugnato di brutto, a strapparci un sorriso. Se poi è forzato, pazienza.
La cappella serve, infine, a tirarci fuori diversi libri come ha fatto il nostro bravo Paolo Bagnoli.

E allora W la cappella!

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


5 Commenti a Elogio della cappella

  1. avatar
    paolo bagnoli 10 marzo 2018 at 12:37

    D’accordo su tutta la linea e ripeto: “La cappella è l’anima degli scacchi”

  2. avatar
    Patrizia 11 marzo 2018 at 22:03

    Confermo.In genere sono io quella che edifica cappelle degne di Brunelleschi ma QUANTO è
    bello quando se ne riceve una! Una volta un mio avversario non voleva pattare una partita
    sfacciatamente patta ( IL MITICO ” VOGLIO GIOCARE ANCORA UN PO’ ) e cosa va a succedere? Preso
    dall’entusiasmo, mi ha lasciato un pezzo in presa! Non l’ho mangiato,l’ho CANNIBALIZZATO.
    Che bel momento!

  3. avatar
    Fabio Lotti 12 marzo 2018 at 10:17

    Scrissi il pezzetto pensando proprio alle mie cappelle…

  4. avatar
    paolo bagnoli 12 marzo 2018 at 18:08

    Sapessi, caro Fabio, quanto ho pensato alle mie !

  5. avatar
    Fabio Lotti 15 marzo 2018 at 09:41

    Per gli amici scacchisti-giallisti sono uscite le mie lunghine http://theblogaroundthecorner.it/
    Un caro saluto a tutti

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