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Delitti incrociati

Scritto da:  | 10 Febbraio 2019 | 20 Commenti | Categoria: Racconti

Questo è un libro davvero singolare. Il commissario Marco Tanzini di Siena ha novant’anni con un “piede e tre quarti nella tomba”. Prima di tirare il calzino vuole raccontare una storia di casi raccapriccianti che gli sono capitati nella sua lunga carriera di piedipiatti. Una serie di morti assassinati nella sua città e dintorni che non sembrano collegati da nessun filo logico. Hanno, però, due aspetti in comune: tutti in qualche modo se ne sono volati via dalla terra per colpa di qualche pianta velenosa dal nome piuttosto eccentrico ed hanno stretti in una mano, sinistra e destra alternate, alcuni pezzi degli scacchi: un pedone nero, uno bianco, un Cavallo, un Alfiere e così via. Un mistero che verrà scoperto con una di quelle felici intuizioni che capitano ogni tanto nella vita. Il vecchietto, tuttavia, non si limita solo a raccontare (con un certo sforzo e lacune temporali) la sua storia, ma svela anche qualche aspetto peculiare della nostra società e della vita di tutti i giorni. Un lungo racconto arguto, ironico, divertente (spero) che non manca di prendere in giro anche la realtà politica ed i suoi principali rappresentanti. Come conclusione una intervista all’autore sulla sua passione per il giallo, dalla quale viene fuori una breve storia del romanzo poliziesco, una carrellata di autori e protagonisti intessuta di ricordi e giudizi personali e stimolanti.

Un cadavere ad Ampugnano

Quando si ha novanta anni e un piede e tre quarti nella tomba non si tengono peli sulla lingua. Da giovani si sta più attenti a esprimere le nostre idee, a formulare certi giudizi, si hanno certi timori, certe remore che tendono a scomparire con l’età. Ho deciso di dire tutto, ma proprio tutto su quegli stramaledetti casi che mi sono capitati precisamente…precisamente…tanti anni fa e sulle persone che in essi furono coinvolte. L’anno preciso non lo ricordo, non ricordo nemmeno se in questo momento siamo nel duemila venti o trenta, ma ho bene in mente che era un’estate bestiale, un caldo da far paura agli africani. Nonostante tutto nessuno si sarebbe immaginato la caterva di morti piombata in rapida successione nella mia città e nelle sue vicinanze. Senza che c’entrasse un fico secco il solleone che, a dir la verità, mandò all’altro mondo un buon numero di vecchietti del nostro paese. Vi racconto quello che mi è successo, così, secondo i ricordi che si affollano nella mia mente, senza far tanto caso alla cronologia né ad un filo logico preciso, che tanto a questa età non ne sarei capace. La mia città è Siena ed io ne ero, allora, il suo commissario di polizia. Marco Tanzini, per essere più precisi, se la memoria non mi inganna…La memoria è una brutta bestia, ti fa fare delle figure cacine soprattutto coi figli e coi nipoti. Per fortuna, o per sfortuna, io non ho moglie, né figli, né nipoti e quindi le figure le faccio solo con me stesso. E riesco anche a prendermi in giro. Però gli avvenimenti di quella rovente estate sono qui nella mia testa. Almeno mi sembra. Tutto cominciò…cominciò con una telefonata nel mio ufficio, mentre ero intento a sbrigare le solite pratiche burocratiche che incitavano allo sbadiglio.
“Pronto, commissà, pronto…”
“Pronto, chi fu?”. Mi piace scherzare, è uno dei miei pochi lati positivi. Avevo riconosciuto dal taglio del sostantivo e dal timbro di voce l’appuntato Esposito Scarchili di pura, anzi purissima razza siciliana. Un giovane sveglio ma refrattario alla lingua patria.
“Sogno…”
“O son desto?”.
“Non mi sfotta, commissà. Cà simo in uno brutto affare…”
“Che ti è successo, ti ha lasciato la fidanzata?”
“No…no…non ci sta da scherzare. Io e Lorenzo…”
“Il Betti?”.
“Sì, sì, io e Lorenzo eravamo di pattuglia, quando…”
“Non me la fare lunga Esposito”.
“Le passo il Betti, lui è più…è più…”.
“Passamelo”.
“Commissario, siamo qui in un bosco vicino all’aereoporto di Ampugnano. C’è una ragazza morta, e a me mi pare assassinata”.
“Accidenti!”.
Una esclamazione che voleva dire due cose: un accidenti per la fine della povera ragazza e uno per le ferie che se ne andavano a farsi fottere. In ogni fatto umano c’è sempre qualcosa di umano, appunto, e qualcosa di egoistico che fa sempre capolino. Alla vista del cadavere rimase il primo e se ne volò via il secondo. La ragazza era veramente una bella ragazza sui venti anni, dai capelli scuri e dal corpo ben proporzionato, tutta distesa sull’erba come se dormisse. Nulla lasciava trapelare il suo tragico destino, se non una riga bluastra intorno al collo. Per il resto aveva una espressione quasi serena. Le braccia erano ripiegate accuratamente sul petto, la mano destra aperta e l’altra chiusa.
“Allora Betti, raccontami questa scoperta”.
“Niente, commissario, eravamo di pattuglia da queste parti quando a Esposito scappa un bisognino. Ci fermiamo sulla strada e lui prende questo viottolo che porta nel bosco. Io aspetto un po’ quando lui mi ritorna di corsa con il viso sbiancato da far paura. Che fai, gli dico, hai visto uno con la lupara? E lui senza rispondere mi prende per un braccio e mi porta qui. Sembrava dormire, ma poi mi sono avvicinato, ho visto il collo e…”.
“Che ne pensi, Manganelli?”. Manganelli è stato il mio braccio destro per molti anni, un tipo più o meno sveglio, voglio dire che ora ci dava e ora non ci dava, con il quale mi piaceva scherzare e con il quale ho avuto anche qualche battibecco, sempre, però, con reciproco rispetto. Tra l’altro lui accettava che gli dessi del tu, mentre a me ha dato sempre del lei. Con il passare del tempo aveva messo su una bella pancetta che spesso cercava di nascondere trattenendo il respiro, soprattutto quando era in presenza di una bella figliola, il che causava un rossore sempre più acceso alle guance. Era nello stesso tempo buffo e simpatico di natura.
“Penso che è una brutta fine per questa povera ragazza”.
“Ma a parte questa riflessione del tutto originale…”.
“Non sarà originale ma sincera e doverosa”.
“…ma anche sincera e doverosa, dico cosa ne pensi così d’impatto di questo che pare proprio un omicidio”.
“C’è qualcosa di strano”.
“Butta fuori”.
“Primo punto:un omicidio così vicino alla strada principale non ce lo vedo”.
“Continua che mi piaci”.
“Punto due:la posizione della ragazza”.
“Che ha di speciale questa posizione?”
“Ma commissario, via, lo vedrebbe anche un cieco. Tutta bella distesa con le gambe unite, i capelli composti, le braccia conserte…Nessun segno di lotta, di difesa, eppure la ragazza non pare fragilina…”.
“E dunque?”
“Dunque, cosa?”
“Cosa ne deduce il mio fine argomentatore da tutto questo?”.
“Questa volta non mi è andata male”.
“E che c’entra?”.
“No, mi riferivo al fine…a quello lì, insomma…”. Gli lanciai la solita occhiata.
“Cosa ne deduco, cosa ne deduco, che l’assassino era il suo amichetto con il quale stavano coccolandosi, lei era tranquillamente sdraiata, lui era pronto a baciarla quando un raptus omicida…”
“Un raptus omicida prende a me se tiri fuori certe corbellerie. Per terra si vedono chiare delle impronte di gomme e sullo spiazzo erboso dove è la ragazza non vedo segni di lotte amorose. Ai lati del corpo l’erba è bella ritta, o sbaglio?”.
“Direi che non sbaglia. Ma allora, commissario, qualcuno l’ha portata qui bell’e morta”.
“Lo vedi che se ti impegni ci arrivi? E l’ha trascinata dalla macchina fino a questo punto, come dimostra la scia sull’erba”.
“E’ vero”.
E allora cosa devi fare?”.
“Come al solito cerco di sapere chi è, anzi chi era questa ragazza…”
“Bene”.
“Poi faccio venire il medico legale e quelli della scientifica per studiare accuratamente la scena del crimine”.
“Perfetto. Ma prima…”.
“Ma prima, ma prima…commissario un aiutino…”.
“Ma prima diamo un’occhiata a quella mano sinistra…”.
“…a quella mano sinistra che, a differenza della destra, è chiusa”.
“Ottimo spirito di osservazione”.
“Lo faccio io, commissario. Ecco fatto. Guardi un po’ che cosa aveva nella mano”.
“Che cosa?”.
“Una pedina bianca degli scacchi”.
“Vorrai dire un pedone…”.
“Una pedina o un pedone fa lo stesso…”.
“Ancora???”.
Per spiegare il senso di questa mia esternazione occorre ricordare che gli scacchi erano già entrati di prepotenza in due storie criminali precedenti che mi avevano tormentato non poco, che anche il sottoscritto conosce sia questo giuoco e anche diversi suoi più o meno abili praticanti che sogliono ritrovarsi presso il CRAL del Monte dei Paschi di Siena. Un’altra brutta vicenda che avesse un rapporto con il cosiddetto nobile giuoco mi avrebbe ingrugnito e incarognito.
“Così sembra”.
“E che c’entra questo stramaledetto pedone con questa storia ancor più stramaledetta! Dimmelo un po’ tu, Manganelli!” gridai con gli occhi che da celesti dovettero diventare verdi come il mare in tempesta.
“Commissario non se la prenda con me. Può essere una specie di firma dell’assassino come lo è stato in quel caso…si ricorda?”.
“Lasciamo in pace i ricordi del passato, Manganelli, che il presente ci basta e avanza!”.
“Lo lascio in pace. Dico che la pedina…”.
“Il pedone”.
“Insomma quello lì può significare una specie di sfida, come per dire ora che vi ho lasciato un segnale trovatemi, se ci riuscite”.
“Mmmmm…ci sta. Dunque è quasi mezzogiorno. Facciamo così. Scatta alcune foto della ragazza, un paio da vicino che si veda bene il volto, me le dai, andiamo a mangiare, poi io faccio una giratina nel ritrovo dei miei amici scacchisti, mentre tu cerchi di sapere chi è la ragazza e in serata, dico in serata, mi ascolti?”.
“A tutto campo”.
“A tutto che?”.
“La ascolto”.
“Dico, in serata fai venire nel mio ufficio sia il medico legale che il capo della scientifica. Voglio sapere tutto, ma proprio tutto di quello che hanno scoperto”.
“Ma…in una sola serata…come faranno a…”.
“Che si sbrighino, Manganelli, e che si arrangino”.
“Allora riferisco che…”
“Si sbrighino”.
“…che si sbrighino e che…”
“Si arrangino”.
“…si arrangino”.
“Un posto nella polizia non è un posto da fannulloni. Sarò lì ad aspettarli. Ora andiamocene a casa”.

Giulia, Silvestri e i giocatori di scacchi

Come ho detto, e se non l’ho detto lo dico ora, in quel momento non avevo, perché non l’ho mai avuta, moglie né figli, che potevo anche avere senza bisogno di sposarmi, e neppure mamma e papà che se ne erano andati da un pezzo. Ma avevo Giulia che riempiva lo stesso la mia vita. Giulia era una gioviale signora matura dall’aspetto rotondo che mi metteva a posto la casa e mi teneva perfettamente al corrente di tutti gli eventi della sua prolifica famiglia e, quando questi non bastavano, sapeva ampliare il discorso anche a quelli dei vicini e via via ad altri di interesse nazionale e talora anche internazionale. Una fonte inesauribile di fresche notizie che mi arrivavano tutte insieme da una cannella perennemente aperta. In più c’era in lei quel senso materno che la induceva a trattarmi come un bambino. Con gentilezza e rispetto perché io ero pur sempre un dottore, anche se non mi ero mai laureato. Ma questa è un’altra faccenda.
“Buongiorno, dottore, come va?”.
“Come va, come va Giulia, andava meglio ieri”.
“O che è successo da turbarla in questo modo? Ora che la guardo più da vicino ha una faccia che gli casca il mento per terra”.
“Sa che non voglio parlare di lavoro a casa, ma è successo un altro caso particolare…”.
“Un attentato”.
“Ma no”.
“Meno male, sembra che ora vadano di moda. Io mi ammazzo, ma ammazzo pure te. Che gente!”.
“Ma no, ma no, lasciamo perdere. Vado a lavarmi le mani”.
“Come vuole. Ma sì, parliamo d’altro. Vuole sapere che cosa le ho preparato?”.
“Preferisco la sorpresa”.
“E’ già in tavola. Venga che si fredda”.
“Accidenti! Questa sì che mi rimette al mondo! Dal profumo direi che sono spaghetti ai funghi porcini”.
“Si vede che ha buon naso. Mangi che si sentirà meglio, mentre io lo tengo aggiornato sulle mie storie che le stanno tanto a cuore”.
“Che mi stanno?”.
“Che le stanno a cuore, dottore, me l’ha detto lei qualche giorno fa, quando le ho parlato di mia cognata Luigina, ma poi non ho finito…se la ricorda?”.
“In questo momento ho come un vuoto di memoria, lei mi capisce…”.
“La capisco, la capisco ma il vuoto di memoria glielo riempio io. Dunque mia cognata Luigina, come le dicevo…quella morettina vispa…una volta è venuta a trovarmi anche qui, se la ricorda?”.
”Aridagliela. Le ho già detto che ho come un vuoto…”.
“Due occhioni neri, anche troppo grandi per il mio gusto, un faccino malizioso…”.
“…di memoria”.
“Insomma quella lì che sa fare tutto e vuole tutto e cìcìcì e ciàciàcià…”.
“Cosa?”.
“Suvvia, dottore, non mi caschi dalle nuvole. Lei che ha studiato non mi vorrà dire che non sa cosa significhi cìcìcì e ciàciàcià”.
“No, almeno che non sia il nome di un nuovo ballo sudamericano”.
“E cicìcì e ciàciàcià, una che si dà le arie, che parla, parla e parla solo per il gusto di sentire la sua voce. Insomma vuole prendere la patente quando non sa guidare nemmeno i carrelli della spesa. Se la immagina, lei, a guidare una macchina!”.
“Le ho già detto…”.
“Uffà, però, con lei non c’è da farci un discorso. Dove ero rimasta…”.
“Ai carrelli, questo me lo ricordo”.
“Ah, sì…dunque il marito, conoscendola bene, si oppone ma lei la spunta, indovini come?”.
“O sora Giulia, ora glielo dico alla toscana…”.
“Con uno sciopero”.
“Con uno sciopero? Questa è bellina. Che ha smesso di fargli la pappa?”.
“No, ha smesso di fare all’amore”.
“Porc… Non me l’aspettavo. Credevo che questo tipo di sciopero colpisse solo quelli che non lavorano, come ci ha insegnato Celentano”.
“Aspetti, non è mica finita qui…”.
Giulia era una brava donna, una esperta cuoca e aveva tanti altri pregi, per carità, ma quando incominciava a parlare non la finiva più e allora io di tanto in tanto accennavo di sì con la testa come se la stessi ad ascoltare fino a quando il pranzo era terminato e lei finiva le sue straordinarie avventure con un “Allora, come le è sembrato?” a cui rispondevo immancabilmente con un istintivo“Eccellente!” che poteva andar bene sia per il pranzo che per l’interminabile racconto. Dopodiché me ne scivolavo nel mio studio, mi prendevo un buon caffè all’uopo preparato, mi accendevo un sigarello di quelli stretti e lunghi che avevano sempre colpito la mia fantasia di ragazzo e mi mettevo a gironzolare intorno alla mia biblioteca che era ben fornita e che mi era di molta compagnia. Qui, però, bisogna tirar fuori un tarlo che mi rode da un bel po’ di tempo e che mette in causa i mi babbo detta alla toscana, l’avrò già detto mille volte ma lo ridico, un testone di quelli…Insomma io ho avuto sempre una predisposizione per la letteratura, mi piaceva leggere e scrivere, ho fatto le superiori, mi sono iscritto all’Università. Quello era il mio sogno…ma c’era anche bisogno di lavorare e questo benedetto genitore, la mamma no perché era sempre dalla mia parte, mi ha costretto a lasciare gli studi e ad entrare nella polizia. Lui era già brigadiere a Poggibonsi, aveva delle conoscenze e batti e ribatti mi convinse, oggi direi forzò, a prendere quella decisione. Ma l’amore verso i libri è rimasto e piano piano mi sono costruito una discreta biblioteca, tutta bene organizzata con i libri catalogati uno per uno che è un piacere vederli. La mia prima passione sono stati i gialli, non tanto quelli tutto scazzottate, violenze, inseguimenti, all’americana, insomma per intenderci, o i noir patologici dove chi è più sano ha una demenza senile conclamata, ma quelli dove conta il lavorio delle cellule grigie, dove la scena si svolge in un piccolo paese lindo e pulito e il massimo evento di crudeltà è schiacciare le formiche mentre si cammina. Insieme ai gialli sono poi venuti i testi umoristici perché il riso fa sempre bene e via via tutti gli altri, tra i quali anche quelli di scacchi da quando avevo imparato questo stramaledetto gioco durante il primo caso del cavalier Pelosi trovato una sera morto stecchito proprio al circolo di scacchi. E dire che agli inizi, quando sono arrivato a Siena, mi lamentavo che lì non succedeva mai niente di particolarmente eccitante! Ma sulla mia biblioteca non la faccio lunga ora, perché ci ritorno di sicuro. Dunque, dicevo, stavo puntando qualche libro come un cane da tartufo, quando ti arriva la telefonata. Non una telefonata, badate bene, ma la telefonata che io immediatamente capivo dal momento sbagliato in cui veniva fatta e dal trillo nervoso del telefono.
“Pronto, commissario?”.
“Insomma…”.
“Pronto, commissario, mi riconosce?”.
“Mi faccia pensare. Lei dovrebbe essere il procuratore Silvestri. Ci ho azzeccato, come direbbe il buon Di Pietro?”.
“Ah, bene, non capivo quell’insomma, ma penso che sia una delle sue solite battute”.
Due parole sul procuratore Silvestri bisogna che ve le dica. Ho già detto che ho novanta anni ed un piede nella tomba. Dunque sarò sincero. Mi servo di due o tre metafore per fare più presto. Una piattola, una rogna, un gatto attaccato ai coglioni che veniva a stuzzicarmi nei momenti più inopportuni. Sempre al telefono. Mai che l’abbia visto, che so, nel mio ufficio o nel suo, o meglio ancora sul luogo del delitto. Per una ragione o l’altra non poteva venire e mi perseguitava con questo aggeggio diabolico e mi spingeva a fare presto, a risolvere il caso alla svelta per il buon nome di Siena, della città del Palio che tutti ci invidiavano. E immancabilmente finiva l’intervento buttando giù il ricevitore senza nemmeno un saluto o un semplice arrivederci.
“Dunque, commissario, ho saputo di questo nuovo caso increscioso, incresciosissimo, che ha colpito ancora una volta la nostra stupenda città…”.
“Purtroppo…”.
“E lei mi sa dire solo purtroppo?”.
“Ma, vede, in questo momento, con il pranzo sullo stomaco…”.
“Ma lasci stare le sue egoistiche situazioni personali e metta subito in moto il cervello!”.
“Senza avere digerito il cervello non ha poi tanta voglia di mettersi in moto e non mi pare che l’avere mangiato rientri nella categoria delle situazioni egoistiche personali”.
“Oh, non me la faccia lunga con i soliti distinguo, via quel purtroppo che mi fa orrore e si metta subito al lavoro. Intanto, chi è la ragazza uccisa? Perché mi hanno detto che si tratta di una ragazza”.
“Procuratore, la ragazza è stata ritrovata solo qualche ora fa. Stasera inizieremo le indagini e vedremo…”.
“Ma che stasera e stasera, si butti fuori dal letto…”.
“Sono solo nel mio studio…”.
“Insomma esca dal suo studio e mi cerchi questo nuovo assassino che, a quanto pare, ha ancora a che fare con la combriccola degli scacchisti di cui, non lo neghi, anche lei fa parte”.
“Non ho nulla da negare e niente da nascondere”.
“Quella è una setta…”.
“Ma no, guardi, lasciamo stare le sette che mi ricordano un altro caso, quello di Rosia…”.
“Già, anche quella volta…Insomma, le ripeto, si dia una mossa e mi faccia pervenire al più presto nel mio ufficio un resoconto dettagliato delle indagini”. E come al solito buttò giù il ricevitore senza aspettare risposta e salutare. Naturalmente non pensai nemmeno per un momento a darmi una mossa come aveva ordinato il nostro caro Silvestri, ma mi spaparacchiai sulla poltrona vellutata a farmi una pennichella. I problemi nella vita vanno affrontati con calma. Mai di fretta. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi diceva la mia povera nonna, che non aveva mai messo piede in una scuola ma aveva più cervello di tante diplomate del giorno d’oggi. La pennichella ebbe il suo bell’effetto. Al risveglio mi sentii più in forma. Si fa per dire perché, lo ripeto, era un caldo asfissiante. Nonostante questo, o forse proprio per questo, ero piuttosto agitato, sia per quell’accidente di caso cadutomi fra capo e collo, sia perché…perché mi dovevo lavare, cioè farmi una doccia, vestire, o meglio rivestire di nuovo. E qui viene in ballo la mia povera mamma che il Signore l’abbia in gloria. Una donna meravigliosa, si sa, era la mia mamma, ma con un piccolo, devastante difetto. Teneva in modo ferreo, intransigente alla forma. In poche parole fin da piccolo, quando arrivai all’età giusta, mi abituò a vestire in tutte le sante stagioni, con giacca e cravatta. All’inizio recalcitrai ma poi dovetti dargliela vinta e finii per diventare io stesso schiavo di questa funesta tradizione. Però nel male c’è sempre un piccolo spazio per il bene. Comprando cravatte incominciai a conoscere le differenze di qualità, a valutarne il tessuto e i colori. Ne divenni un esperto e finii per farne collezione. Ne avevo un armadio tutto pieno e alcune me le ritrovavo perfino nei cassetti, tanto che mi era sorto il dubbio che potessero prolificare. Di ogni tipo, tutte sfavillanti che sembravano farfalle. Dunque anche quella sera dovetti sceglierne una che era pur bella ma che non favoriva certo la traspirazione. Tuttavia faceva talmente caldo che, quando uscii in strada per avviarmi verso il CRAL del Monte dei Paschi, dove era ubicato il circolo degli scacchi, dovetti togliermi la giacca e allentare il nodo della cravatta, lanciando uno sguardo tra l’implorante e l’insofferente verso il cielo come per dire “Ovvia, mamma…”.
Al CRAL mi sentii un po’ sollevato, dato che c’era l’aria condizionata e potei rimettermi la giacca.
“Qual buon vento la porta, commissario…” iniziò il barista appena mi vide.
“A dir la verità di vento ne vedo poco in giro. E poi anche se ci fosse non sarebbe un buon vento”.
“Perché, che cosa è successo?”
“Ci risiamo “.
“Non mi dica, commissario, che…che… ancora una volta c’è stato qualche brutto affare a Siena”.
“Non proprio, ma vicino”.
“Un omicidio?”.
“Così pare”.
“L’ho sempre detto io. Da quando sono arrivati da noi albanesi, rumeni e ora cinesi e giapponesi…”.
“E russi, polacchi, sloveni, marocchini, egiziani…”.
“Anche lei la pensa come me?”.
“A Lorè che dai i numeri? Non ti ricordi di quando noi dovevamo andare in giro per il mondo con le valigie di cartone tenute insieme con lo spago?”.
“Beh, questo è vero, però…”.
“Però, però…lasciamo stare. L’hai mai vista questa? Voglio dire l’hai mai vista entrare al circolo?” e gli misi sotto gli occhi le foto della povera ragazza. Lorenzo le guardò con attenzione.
“Non mi pare, commissario. Direi di no, proprio di no”.
“Allora dammi una Tassoni che mi rinfresco. C’è nessuno nella stanza dei fissati?”.
“Vuole dire dei giocatori di scacchi?”.
“Quelli lì”.
“Eccome se ci sono. E se le stanno dando di santa ragione”.
“Sono arrivati a questo punto?”.
“No, volevo dire che stanno giocando con una certa, come dire, passione”.
I giocatori di scacchi sono sempre passionali….soprattutto quando giocano a blitz. Trattasi di un incontro veloce, di cinque minuti a disposizione per ogni giocatore. Uno muove i pedoni o i pezzi sulla scacchiera e dopo ogni mossa con un semplice colpetto sull’orologio dell’avversario fa scattare il suo tempo a disposizione e viceversa. All’inizio i movimenti sono leggeri e vellutati ma piano piano diventano frenetici e incontrollati. Alla fine i poveri segnatempo si devono sorbire delle vere e proprie mazzate da esseri che hanno ben poco di umano. Inevitabili le diatribe anche se durante il gioco non si dovrebbe aprire bocca. Hai toccato prima il Cavallo, lo devi muovere…Ma che dici, non l’ho neppure sfiorato. Tu, invece, tocchi sempre qualche pezzo e poi non lo muovi…Non puoi mangiarmi il Re! Non esiste…Sì che posso! A blitz c’è questa regola, se non la sai, studiala.…E’ vero, ragazzi?…Ti è cascata la bandierina…No, prima a te…A me? Ma se te l’ho detto prima io che ti è cascata…Ma che c’entra…Ho vinto per il tempo…Un fico secco, ho vinto io…Ma falla finita. Non giochi un c….! Quando perdi cominci ad offendere…Perché te sei carino! E’ in una atmosfera simile inframezzata da simili discorsi che misi piede nella stanza riservata agli eletti, si fa per dire, di Caissa. La mia entrata non fece alcuna impressione tanto erano presi a muovere freneticamente Pedoni, Re, Regine, Torri, Alfieri e Cavalli. Alla fine della partita, però, tutti si voltarono verso di me.
”Commissario, qual buon vento…”.
“Anche voi! Non mi porta nessun vento, massimamente buono. Magari ci fosse un po’ di vento! Con questa afa beato chi respira”.
“Poi, lei, via…in giacca e cravatta!”.
“Non mi rammentate questa autoflagellazione. Ognuno ha i suoi problemi…Ma veniamo a noi…”.
“Commissario…dalla faccia… non ci dica che ce n’è una nuova perché non ci crediamo”.
“Allora, vorrei che uno per uno veniste qui a questo tavolo che vi devo far vedere una fotografia. Uno per uno, ripeto. La cosa è seria e quindi rispondetemi dopo avere guardato attentamente”.
Tutti guardarono attentamente ma nessuno riconobbe la poveretta.

Prime scoperte

Avere insieme tre persone riunite nel mio ufficio come Manganelli, Serbelloni e Rinesi era da comica. Due che non parlavano e dovevano parlare e uno che parlava anche troppo quando, magari, doveva stare zitto.
“Bene, bene, bene eccoci ancora una volta riuniti per cercare di risolvere anche questo caso…”.
“E lei che si lamentava che a Siena e dintorni non succedeva mai nulla di eclatante!”
“Manganelli, non è il momento di sottolineare…Non credo che il Signore, o chi per lui, abbia fatto uccidere alcune persone per farmi contento”.
“No, però…”
“A Manganè, diamoci un taglio”.
“Diamocelo”.
“Anche perché questa povera ragazza merita un discorso serio. A proposito, hai saputo chi è?”.
Manganelli fece il solito sorrisetto furbastro seguito da una spallucciata come per dire “E c’è bisogno di chiederlo?”.
“Commissario, lei mi sottovaluta”.
“No, no io ti considero proprio quello che sei, stai tranquillo. Tira fuori il rospo e falla meno lunga”.
“La povera ragazza è, anzi era, Maria Esposito di ventidue anni, abitante a Siena in via Petrucci 4”.
“Bel colpo. E come hai fatto…”.
“Mi permetta di mantenere il segreto. Ho i miei mezzi di ricerca personali che vorrei tenere ben custoditi”.
“Non è che per caso questi mezzi di ricerca personali si siano avvalsi di una telefonata che i genitori della ragazza in questione hanno fatto alla polizia non vedendola tornare a casa? La butto lì, tanto per indovinare”. Il volto di Manganelli si cosparse di un omogeneo rossore.
“Beh, non è proprio così..ma, insomma…andiamo al sodo, commissario”.
“Andiamoci”.
“La ragazza è figlia unica di genitori provenienti da Napoli, aveva diciotto anni e frequentava l’Università di Siena. Una brava ragazza, studiosa, senza grilli per la testa, aveva il suo moroso come hanno tutte le ragazze di quella età ma senza nulla di serio. Almeno per il momento”.
“Hai parlato con i genitori?”.
“Solo con la madre per telefono. Pensavo che ci volesse parlare di persona”.
“Hai fatto bene. Ci andremo dopo avere fatto quattro chiacchiere anche con i miei devoti esperti della scientifica”. A sentire quattro chiacchiere i due incominciarono ad agitarsi, perché per loro erano già tante due parole. Non ho mai trovato nella mia lunga vita persone così diverse nel fisico ma spiccicate identiche nell’essere restie a tirar fuori il fiato di bocca per esternare le loro idee. Per carità brave persone, seri professionisti, il Serbelloni medico legale e il Rinesi esperto, espertissimo della scientifica. Studiosi e sinceramente attaccati al lavoro. Niente da dire sui loro rapporti estremamente dettagliati, precisi e scritti, tra l’altro, in buon italiano. Il che non guasta. Il guaio veniva durante il passaggio dalla parola scritta a quella orale, e per tirargli fuori una sola frase c’era da sudare come i dentisti. Mi guardarono con sospetto.

“Calma, ragazzi, non c’è nulla da temere. Dovete solo farmi edotto delle vostre scoperte. Chi per primo vuole incominciare?”. Mai domanda ebbe effetto più negativo.
“Visto che tutti e due non vedete l’ora di aprire bocca decido io chi incomincia per primo. La parola al nostro medico legale Serbelloni”. Il quale Serbelloni, si asciugò il volto con le sue manine paffute , si sistemò meglio sulla sedia che conteneva a malapena una parte del suo posteriore, sbuffò due o tre volte e alla fine incominciò, mentre tutti eravamo fissati su di lui come fosse la Sibilla Cumana “Non ho avuto molto tempo per esaminare accuratamente il cadavere, ma posso dire con una certa dose di certezza che la ragazza è morta per strangolamento tra le dieci e le undici di questa mattina”. Detto questo sbuffò di nuovo e smise di parlare.
“La ringrazio per lo sforzo che ha fatto, ma, dico io, qualche altra notizia non guasterebbe. Per esempio, si sono notati altri segni di violenza sul corpo?”.
“No, ma c’è un altro particolare”.
“E che aspetta a dircelo!”.
“Ecco, prima di morire strangolata, con una certa difficoltà, tra l’altro…”.
“Come sarebbe a dire?”.
“Sarebbe a dire che l’assassino ha dovuto stringere ripetutamente il collo per ottenere il suo scopo. I segni lo dimostrano in maniera inequivocabile”.
“Passiamo al particolare di prima”.
“Bene, prima di essere strangolata la ragazza deve avere preso qualcosa che l’ha fatta addormentare”. A questo punto Serbelloni tirò fuori un fazzolettone bianco con il quale incominciò a tergersi la fronte che incominciava a colare. Siccome la cosa andava per le lunghe…
“Per caso vuole farsi anche una doccia, Serbelloni?” ringhiò Manganelli.
“Dai primi accertamenti, che controlleremo ancora, sembra che abbia fumato una buona dose di Rutella-cannabis, un oppiaceo che serve a rilassare il sistema nervoso. Se preso a dosi massicce porta ad un sonno profondo”.
“Uno spinello, insomma…”
“Più che uno spinello. La Rutella non scherza. Ti addormenta in un batter d’occhio”.
Accidenti! Non vi è altra traccia lasciata dall’assassino, maschio o femmina che sia?”.
“Nessuna”.
“Quindi si presume che portasse dei guanti”.
“Esatto”.
Non c’era nulla da fare. Il Serbelloni era così. O prendere o lasciare. L’unica cosa ragionevole era lasciarlo libero e leggere attentamente il suo referto.
“Allora, Serbelloni, se non c’è altro…” Il Serbelloni strinse la bocca e scosse le guance paffute.
“…può andare”. Il Serbelloni si alzò a fatica emettendo un gemito soffocato che voleva essere di liberazione, fece una specie di sorriso e se ne andò traballando così come era venuto.
“Bene, ora tocca a lei, Rinesi”.
“Non credo di poter aggiungere molto”.
“Chissà perché, ma questo quasi me lo immaginavo”.
“Nel senso che le cose più importanti le ha riferite il mio collega…”.
“Mi dica quelle più frivole, che ci divertiamo”.
“Le impronte delle gomme appartengono ad una Punto…”.
“Bene…”.
“Male, invece, ce ne sono troppe in giro. Difficile da trovare, anche se le gomme sembrano parecchio consumate. Abbiamo trovato anche delle impronte di scarpe”.
“Questa, almeno, sarà una buona notizia”.
“Non direi”.
“Oltre che parco di parole anche pessimista, eh?”.
“Non è colpa mia se le scarpe erano avvolte da una robusta fascia di nailon”.
“Altro?”.
“Il pedone”.
“Quale pedone?”.
“Il pedone degli scacchi”.
“Già, me ne ero dimenticato. Bravo Rinesi, la mia memoria incomincia a fare cilecca”.
“E’ un pedone in legno di buona fattura”.
“Si può risalire al venditore?”.
“Sarà difficile, è stato fatto a mano”.
“Allora basta fare il giro degli artigiani…”.
“Ho l’impressione che non basti”.
“Un piccolo segno di ottimismo mai, eh!”.
“A naso direi, data qualche imperfezione, che l’assassino se l’è fatto da solo”.
“Allora, purtroppo, viste le dimensioni, ci azzecchi senz’altro. Altro ancora?”.
“Altro”.
E così si concluse il colloquio con Rinesi.
“Che ne pensi, Manganelli?”.
“Un tipo particolare”.
“Non intendevo cosa ne pensi di Rinesi, che ormai conosco a memoria, ma del delitto”.
“Ci sono due cose che mi hanno colpito: la Rutella cannabis e il fatto dei segni alla gola”.
“Spiegati meglio”.
“Questa Rutella cannabis non l’avevo mai sentita nominare”.
“Nemmeno io”.
“Deve essere un nuovo oppiaceo”.
“Mi era venuta voglia di chiederlo a Serbelloni, ma poi ho desistito…”.
“La capisco, lei in fondo ha un cuore tenero. Dicevo questa benedetta Rutella e quei segni alla gola dimostrerebbero che l’assassino o si è divertito a strozzarla più volte così tanto per soddisfazione, oppure non aveva forza. Tutta l’energia l’ha spesa per il trasporto a mano del cadavere dalla macchina al luogo dove lo abbiamo trovato”.
“Mmmm…può essere”.
“Oppure…”.
“Oppure?”.
“Forse si è lasciato prendere dall’emozione…”.
“Dopo una buona una delle tue. Se prima l’ha stordita, o addormentata con uno spinello di quella roba lì, si è messo i guanti alle mani ed ha coperto le scarpe con il nailon, mi sa che non sia un tipo facilmente emozionabile. A me dà l’idea di uno piuttosto freddino”.
“Scherzavo, commissario, scherzavo…Le pare che io possa tirar fuori una congettura di tal genere?”.
“Non mi pare proprio, Manganelli”.
“Appunto”.
“Ne sono convinto”.

Il secondo ed il terzo delitto

Le prime scoperte sulla morte della povera Maria furono anche le ultime. Non riuscimmo a trovare nulla di nulla che ci potesse essere di aiuto per le indagini. La ragazza non aveva nemici e il suo fidanzato, l’unico che in qualche modo assai remoto potesse essere sospettato aveva, invece, un alibi di ferro. Come se non bastasse a questo se ne aggiunsero altri due a quindici giorni di distanza l’uno dall’altro. Una vera mazzata. Ve li racconto in maniera succinta, perché se mi ci soffermo troppo, di sicuro mi scoppia un’ ulcera.
Ero in ufficio insieme a Manganelli, mi pare di venerdì del mese di…di…non ricordo bene.., ad interrogare un gruppo di ragazzacci dai quindici ai vent’anni che erano stati sorpresi a bruciare le macchine nella zona di San Prospero della mia città. Un passatempo, come quello di gettare i sassi dai cavalcavia, che allora andava tanto di moda nel nostro paese.
“Chi di voi è il capobanda?”. I delinquentelli si guardarono fra loro accennando ad un tipo dai capelli a spazzola basso e tarchiato che si alzò dalla sedia con un sorrisetto ironico.
“Mi sembra che non abbiate capito dal vostro atteggiamento la gravità della situazione. Tu dunque, saresti il capo di questa combriccola?”. Il ganzetto aprì le mani in segno di assenso facendolo seguire da una sfrontata biascicatura di cilingomma.
“Bene, bene vedo che sei un osso duro. Intanto butta via nel cestino codesta robaccia che hai in bocca”. Il tono non ammetteva repliche. Il capobanda sorrise, dette uno sguardo ai suoi affiliati, poi tolse di bocca la gomma, la mise tra l’indice e il pollice e la scagliò direttamente nel cestino centrandolo in pieno. Poi si dondolò spavaldo sulle anche.

“Bel colpo. Come bello è stato quello di bruciare le macchine. Solo che il primo non vi costa nulla, mentre il secondo vi costa qualche annetto di galera”. Qualche ragazzaccio incominciò a sbiancare, mentre il capello a spazzola sorrise ancora, anche se in maniera meno convincente.
“Tuttavia prima di sbattervi tra le sbarre mi piacerebbe conoscere il motivo di questa bravata. Tu come ti chiami?”.
“Franco”.
“Allora Franco, perché avete bruciato quelle macchine?”.
“Ma…non saprei, per passatempo, la sera ci si annoia, la solita vita, le solite cose. E poi lo avevano già fatto a Roma e a Parigi…”
“Certo, non era bello rimanere indietro. Siena non doveva essere da meno…”.
“Insomma, commissario, per provare qualche emozione”.
“Come sono cambiati i tempi!” intervenne Manganelli che li stava osservando con gli occhi torvi. “Io, quando ero giovane, per avere una sferzata di adrenalina, andavo a rubare le ciliegie. Una volta il contadino mi acciuffò e mi dette una di quelle scariche di legnate…”.
“Manganelli! Ti pare il momento di raccontare le tue bravate? Qui siamo di fronte ad un fatto grave, gravissimo…”.
“E’ vero, commissario. Ma dico, ragazzi, non ve ne rendete conto?”. La frase del mio braccio destro cadde nel vuoto perché proprio in quel momento bussarono con insistenza alla porta.
“Avanti!”.
“Commissario, mi scusi se la interrompo, ma nei giardini di Vico Alto è stato trovato un cadavere”.
La notizia mi colpì come un pugno di Tyson al basso ventre. Non svenni per volontà degli dei e per la prontezza dei riflessi di Manganelli che, nonostante la pinguedine, fu pronto a sorreggermi. Ci recammo nel luogo indicato lasciando la banda dei teppisti sotto la custodia del Pasquini. Arrivammo nella zona suddetta a sirene spiegate come aveva voluto il mio salvatore. D’altra parte ogni tanto bisognava che gli dessi soddisfazione. E l’occasione forse se la meritava. Ad attenderci c’era già un bel capannello di gente curiosa che circondava una panchina vicino alla quale stava per terra un signore. Al nostro arrivo tutti si voltarono verso di noi.
“Largo, largo! Lasciate passare la polizia!” gridò Manganelli con volto accalorato. Poi, rivolgendosi ad altri tre sottoposti che erano venuti con noi, “Tenete lontana la gente, mandatela via. Non vogliamo nessuno intorno”.
“Chi ha scoperto il cadavere?”.
“Manganelli, ti vedo vispo e pimpante e ciò ti fa onore. Ricordati, però che ci sono anche io”.
“Mi scusi, commissario, mi ero lasciato prendere…”.
“Non lasciarti prendere. Calma e sangue freddo. Dunque chi ha scoperto il cadavere?”. Si fece avanti un signore anziano con gli occhiali e dal viso spiccicato a quello di una tartaruga delle Galapagos.
“Io” rispose debolmente, diventando un po’ rosso dall’emozione. “Mi sono avvicinato a questa panchina dove era seduto…era seduto quel signore…Mi scusi…”
“Sono il commissario Marco Tanzini, non si preoccupi, capisco la sua agitazione. Parli con calma. Si prenda tutto il tempo che vuole”.
“Sa, sono vecchio e…”.
“Il commissario ha detto che la capisce, signor…?” chiese Manganelli.
“Mi chiamo Quinto Carlesi”.
“Bene, vada avanti”.
“Dunque…mi sono avvicinato alla panchina dove quel signore sembrava che dormisse ripiegato su se stesso. Mi sono messo a sedere vicino a lui. Poi, appena l’ho toccato con il braccio, è caduto disteso in avanti. Ho come avuto un tuffo al cuore, commissario. Mi è venuta una paura…”.
“La capisco, la capisco…”.
“Il cuore ha incominciato a battermi forte, commissario, lei mi capisce…a questa età…”.
“Il commissario ha già detto che la capisce!” intervenne Manganelli con un tono un po’ alterato.
“Manganelli, lascia stare…”.
“Lascio stare, ma questo insiste…”.
“E’ un povero vecchio. Un po’ di comprensione, via. Senta, signor Quinto, per caso ha visto qualcuno prima di lei seduto su questa panchina, o comunque qualcuno che parlasse con il…insomma con quello che è poi caduto?”.
“No, non mi pare”.
“Ci pensi bene”.
“Il commissario le ha chiesto se ha visto qualcuno prima e non dopo che si è messo a sedere!” urlò quasi Manganelli.
“Via, ora stai esagerando”.
“Commissario, ma questo non capisce…”.
“Vorrei vedere te alla sua età”.
“Intanto ci devo arrivare”.
“Anch’io. Grazie, signor Quinto. Prima di andare via lasci le sue generalità…”.
“Che cosa?”.
“Pensaci te, Manganelli”.
Il cadavere dell’uomo che dai documenti si rivelò essere quello di Luigi Ermini, di anni settanta, abitante in via Sant’Angelo numero 5, era disteso davanti alla panchina con la faccia tesa verso terra. Il commissario lo rivoltò e mise a nudo il volto stropicciato dall’erba con un rigagnolo rosso che partiva dal naso. Evidentemente il colpo dovuto alla caduta aveva aperto qualche piccola ferita. All’infuori di questo particolare niente segni di violenza.
“La morte lo ha colto all’improvviso. Da una parte beato lui…” disse Manganelli
“Dall’altra beato te che giungi subito a conclusioni affrettate. Raccogli quel foglio che sembra l’involucro di una caramella e…e…”.
“Che cosa le prende, commissario?”.
“E…apri la sua mano destra che…”.
“Ha paura che contenga qualcosa?”.
“Lo temo proprio”.
“Ecco fatto. Diciamo che lei è un buon veggente. Glielo dico?”.
“Dimmelo”.
“Nella sua mano destra ho trovato una pedina, o meglio, un pedone nero degli scacchi, commissario”.
Non riferisco i miei commenti per pudore nei vostri confronti. Dico solo che feci arrossire perfino Manganelli. Dall’esame dell’involucro i miei esperti della scientifica arrivarono alla conclusione che esso contenesse una caramella la quale, a sua volta, conteneva un estratto della terribile Infida-mastellaria.
“Infida-mastellaria? Ma che roba è?” chiesi questa volta al nostro stimato Serbelloni.
“E’ una pianta velenosa che si coltiva soprattutto a sud del nostro paese. Essa colpisce la parte destra o sinistra del cuore”.
“Così, a suo piacimento?”.
“Come le torna meglio. La morte è quasi istantanea”.
“Non l’ho mai sentita nominare”.
“Sono piante nuove, moderne, ma terribilmente letali”.
E questo fu tutto, nel senso che non riuscimmo nemmeno questa volta a cavare un ragno dal buco. Ma non era finita lì. Passati più o meno quindici giorni, ecco un’altra tegola in testa. Questa volta non mi trovavo nel mio ufficio, me lo ricordo bene, ma a casa perché era domenica. Tra l’altro mi ero proposto di leggere qualcosa di divertente che mi tirasse un po’ su il morale, ma la mia ricerca si stava facendo vana. Nel senso che nessuna opera umoristica riusciva ad essere ad un livello più alto del mio tragico umore. La telefonata di Manganelli accentuò ancora di più il dislivello.
“Capo…”.
“Quante volte ti ho detto di non chiamarmi capo. E poi ti ricordo che di domenica…”.
“Mi scusi, commissario, ma…ma…”.
“Non mi dire che oltre al cervello ti si è incantata pure la lingua, anche se a pensarci bene non sarebbe un gran danno”.
“Capisco il suo umore e proprio per questo cerco in tutti i modi di essere garbato”.
“A Manganè, se fai così il tuo garbo è peggio di un vaffan….”.
“Ho capito, commissario”.
“Bravo”.
“E’ stato trovato un morto”.
“Un altro?”.
“Un altro”.
“E dove, se è lecito?”.
“Al cinema”.
“Anche i morti hanno diritto al loro passatempo”.
“Vedo che l’ha presa bene”.
“Benissimo. Se fossero stati due l’avrei presa anche meglio”.
“Allora la sua non è lieve ironia ma un duro, feroce sarcasmo…”.
“Dì pure una discreta incazzatura, se il termine non ti fa effetto”.
“Nel modo più as…”.
“Mangané!”.
“Il morto è stato trovato al cinema Luxor”.
“Sarò lì tra un minuto e sarà bene che ci sia anche te”.
Arrivai al cinema che non c’era quasi nessuno. La cosa mi parve strana, ma poco dopo ne capii la ragione dal tipo di film che stavano proiettando. Trovai Manganelli già sul posto.
“Sono già arrivato, come vede”.
“Ti vedo, ti vedo. Allora, sai già cosa è successo?”.
“Credo di sì, mi sono dato subito da fare. Alla fine del primo tempo del film. Vuole sapere il titolo?”.
“Cosa vuoi che mi interessi il titolo, Manganelli. Vai al sodo, non tergiversare”.
“Alla fine del primo tempo del film…”.
“Lo hai già detto”.
“…all’accendersi delle luci in sala un signore di una certa età ha lanciato un urlo. I pochi habitue…”. Gli lanciai un’occhiata decisa.
“…Insomma quelli che di solito vengono a vedere questo genere di film…”.
“Non fare il razzista. Oggi tutti vengono al cinema”.
“Magari con le mogli ed i bambini”.
“Con le mogli ed i bambini”.
“Magari a vedere…a vedere…”.
“A vedere che cosa, Manganelli. Oggi me la fai più lunga di Serbelloni e Rinesi messi insieme. A vedere che cosa?”.
“…A vedere “Il randello dell’avvocato 2””. Rimasi di sasso, il randello mi aveva effettivamente colpito, ma non volli dargliela vinta.
“Ma figurati, con quello che c’è in giro oggigiorno che cosa vuoi che sia il…
“Il ran…”.
“…quello lì…In ogni modo lasciamo perdere…De gustibus…”.
“De che?”.
“Fa niente Manganelli,…Piuttosto c’è ancora chi ha scoperto il cadavere?”. Il mio braccio destro fece un cenno di assenso con la testa.
“Bene, sentiamo che cosa ha da dirci”. Lo “scopritore” era un tipo strano dagli occhiali spessi e dalla faccia mal rasata. Emanava anche un odore particolare che faceva a pugni con il profumo.
“E’ lei quello che si è accorto del cadavere?”.
“Sì, sono io”.
“Ci dica quello che è successo”.
“Era da poco finito il primo tempo di un film che ad essere sincero…”.
“Lasci stare il film che già mi immagino come sia”.
“Dunque si erano accese le luci, quando io mi alzo un po’ per sgranchirmi e girandomi butto lo sguardo su una persona alle mie spalle. E incomincio a gridare”.
“E perché?”.
“Ma perché, perché…lo può vedere anche lei…”.
Vedendolo anche io riuscii a capire la ragione dell’urlo. Il disgraziato era un tal Ferdinando Falugi di sessanta anni, pensionato, abitante in via dei Pellai 3. Era seduto sulla poltrona con le braccia allargate e il viso leggermente rialzato verso l’alto. Quello che mi colpì era l’espressione terrorizzata ed i due occhi che quasi erano usciti dalle loro orbite.
“Un bella vista, non c’è male. Possibile che sia l’effetto del film?” commentò Manganelli. Non era l’effetto del film ma, come ci spiegò più tardi il solito Serbelloni, della Larussitia-horribilis, un’altra pianta velenosa, che aveva mandato il Falugi all’altro mondo tra le diciotto e trenta e le diciannove, per mezzo di una caramella il cui involucro era stato rinvenuto ai piedi del medesimo.
“Ancora una caramella?”.
“Purtroppo, ancora”.
“Ma siamo sicuri?”. Il Serbelloni non rispose, ma arrossì lievemente.
“Facevo così per dire. E questa volta qual è l’effetto di questa Larussa…?”.
“Larussitia”.
“Di quella lì”.
“Colpisce il nervo ottico e provoca un collasso nervoso”.
“Come se si vedesse il diavolo in persona?”.
“Più o meno, o forse più”.
Rutella, mastellaria, larussitia… ma…ma questi nomi latinizzati derivano dai nostri uomini politici. O sbaglio?”.
“Non sbaglia”.
“Ma perché questa scelta così inusuale?”.
“Perché questi nomi danno proprio l’idea degli effetti che possono provocare i veleni”.
“Porc…la spiegazione non fa una grinza”.
Nessuno degli habitue, come diceva il Manganelli, che erano presenti alla proiezione, riuscì a fornirci una pur misera indicazione sulla persona che, in qualche modo, si era avvicinata al povero Falugi. Il fatto, poi, che si fosse trovato un Cavallo bianco stretto nella sua mano sinistra, ad eccezione di una acuta diarrea al sottoscritto, non fornì nessun aiuto alle indagini. A questo punto decisi di andare dal dottore.

Dal dottore

In vita mia sarò andato dal dottore un paio di volte. La prima perché da ragazzo mi spaccai una gamba cascando da un albero di susine che aveva attirato fortemente la mia attenzione, la seconda quando dovettero farmi la visita per il servizio militare. Poi non ricordo facce di dottori. Ma in quel periodo feci ammenda di tutte le volte che non c’ero stato. Quei casi irrisolti mi avevano procurato tutte le malattie del corpo umano. In modo particolare quelle inerenti al sistema nervoso. Andare dal medico non sarebbe nulla se non ci fosse da aspettare. Da aspettare in un lungo corridoio affollato di pazienti che altro non fanno che parlare di malattie. Quelle loro, quelle di parenti e degli amici vicini e lontani. Un vero sollucchero.
“Come va Angiolina? E’ tanto che non ti vedevo”.
“Come va, come va…da vecchiarelli. Si tira avanti…”.
“O che hai?”.
“Che ho…che ho…Mi fa sempre male la testa, mi prendono i capogiri che non sto in piedi”.
“E che ti ha detto i dottore?”.
“Che mi ha detto…che mi ha detto…La voi sape una ‘osa”.
“E dimmela”.
“Anche loro in certe malattie, un ci capiscano nulla. Sarà la circolazione, sarà questo, sarà quest’altro. Intanto io mi tengo i mal di testa e casco per terra”.
“Ovvia, un ti buttà giù. Prova ad andà dal dottor Corradi, quello che ha l’ambulatorio alle Fornaci, vicino a Castellina. Pensa che ha guarito la cugina di mi zio Francesco che aveva i tuoi stessi sintomi. E’ tanto bravo, e poi una persona così carina, così gentile…”.
“Ma quanto piglia?”.
“Ma piglia poo e poi se si tratta della salute, via…”….
“Allora, Marcello, che ci fai qui da i dottore? Un ti c’ho ma visto”.
“Da qui in avanti mi ci vedrai”.
“O che t’è successo? Me lo po’ dì?”.
“La prostata”.
“Anche te?”.
“Anche io. A questa età s’ingrossa e qualche volta se non vo di corsa a i gabinetto me la fo addosso. Accidenti alla vecchiaia!”….
“O te, o chi ti c’ha portato?”.
“Vengo a prende le medicine per la mi socera”.
“O che ha?”.
“O che ha, piccinina, è vecchia e questa è di già una malattia. E poi ha un’ernia strozzata che un si po’ move, e piange e si dispera. Un tormento, e come se non bastasse…ma un mi ci fa pensà. Te piuttosto…”.
“Io, lo vedi, ho i bastone, un cammino più, ho un’artrosi che mi blocca tutta la gamba destra. E un dolore, soprattutto la notte, un dolore tu sapessi…”.
“Me lo immagino, piccinina”.
“…che qualche volta mi verrebbe la voglia di buttammi dalla finestra”.
“Ma un lo dì nemmeno per scherzo!”.
“Un lo dio ma quando siamo conciati così tutti ci scansano. Un siamo più boni a nulla”….
Qualche volta tra le malattie si insinua qualche piccante pettegolezzo che rende l’aspettativa meno pesante.
“La sai l’ultima?”.
“Che è successo?”.
“La Maddalena, che già i nome è tutto un programma…”.
“Un l’ho mica in mente”.
“Ma come un la conosci, l’avrai vista mille volte”.
“Unn’ho mia detto che un la conosco. Solo che ora un me la ricordo”.
“La sorella di Roberto, quello che lavora da Gino che fa i meccanico…”.
“Mah…”.
“…che una volta pe fa i bischero con la macchina mise sotto Ambrogio i postino…”.
“Ah sì, qui cretino, la su sorella Maddalena, quel gran pezzo di passera…”
“Quella”.
“E che ha fatto?”.
“Lo sai che era fidanzata con Marcello i macellaio”.
“Lo so, lo so”.
“Vedo che la memoria ti è ritornata”.
“E chi non la conosce Maddalena, fa girà la testa anche a finocchi”.
“Ma se prima…lasciamo perde. Insomma l’hanno vista girà di notte con Alfredo”.
“Con chi? No, un ci posso crede. Ma se è sposato e ha quattro figli!”.
“Insomma ce l’hanno vista e pare anche che l’abbino vista intrufolassi ni bosco di Carpineto con Giovanni, i figliolo di Giuseppe i benzinaio”.
“Ma se ha appena vent’anni e lei n’avra una quarantina anche se è sempre un tocco di passera…”.
“Questo s’era capito. Ma qui viene i bello. Avvicinati che se no ci sentano”.
“Perché finora…”.
“Tre giorni fa i fidanzato insospettito l’ha seguita”.
“Mi immagino i seguito”.
“Un ti immagini proprio nulla. L’ha seguita anche Alfredo, quello sposato”.
“E allora?”.
“E allora l’hanno scoperta insieme a Giovannino e se le sono date di santa ragione”.
“Tutti e tre’”.
“Tutti e tre. E sono finiti all’ospedale. Hai capito che roba? Un c’è niente da fa. Di donne ci sono quelle per bene e quelle che nascano maiale”. E così via.
Poi c’è il problema del turno, perché sono talmente tanti ad andare dal dottore che ogni paziente deve ricordarsi bene quando è il suo momento. Solo che chi va dal dottore è di solito gente anziana che non fa della memoria il suo punto di forza, per cui si assiste di solito a delle incredibili scenette.
“Ovvia, ora tocca a me”.
“Ma guarda, Gino, che io c’ero prima. L’ho chiesto a quella signora che è entrata da i dottore e mi ha detto che era l’ultima”.
“No, Cesira, un incomincià a volè passà per forza come fai sempre, perché…”.
“Ma sentilo! Questo lo dici te. Io un voglio mai passà per forza, ma quando mi tocca mi tocca. Te, semmai, vò fa sempre i prepotente anche colle signore!”.
“Guarda che ti sbagli. Prima di te c’ero io. T’ho anche visto arrivà insieme a Giuseppe. Vero, Giuseppe?”.
“Arrivà co’ Cesira sò arrivato, ma un ti saprè dì se te già c’eri. Voglio esse sincero. Io un t’ho visto”.
“Ma allora vi siete messi d’accordo! Anche te, poi, sé bono a raccontalle. E t’hanno messo anche i soprannome di Berlusconi da quanto le spari grosse”.
“Perché te, mira, s’è bravo. Lo sanno tutti che ti davi malato pe un’andà a lavorà e invece andavi a caccia. E una volta t’hanno anche pescato e ti s’è preso una bella multa!”.
“Se dovessi parlà delle tue starei qui fino a pasqua, caro il mio Berlusca, ma un ci casco…”.
A questo punto quasi inevitabilmente arriva la sorpresa.
“Signori, mi dispiace interrompervi, ma tocca a me. Sono un rappresentante di medicinali e ora è il mio turno perché passo tra un paziente e l’altro”.
Quando ti tocca il tuo di turni sono passate un paio d’orette. Perché il mio è un medico di vecchio stampo per nulla spicciativo. Occhiali, barba bianca, faccia bonaria, aria affabile, movimenti lenti, lentissimi. Se rinasce animale lo vedo bene come bradipo. Per un’unghia incarnita ti ci tiene un’ora, non come i medici d’oggi che in quattro e quattr’otto ti fanno una diagnosi completa di tutte le frattaglie.
“Allora, commissario, è un bel po’ di tempo che non la vedo. Anzi, quasi non la riconoscevo”.
“Anch’io, dottore”.
“Si accomodi. Che cosa l’ha fatta venire da me?”.
“Ha sentito parlare di questi ultimi casi avvenuti dalle nostre parti?”.
“Li ho letti sui giornali”.
“Ecco, quelli mi hanno fatto venire da lei”.
“In che senso?”.
“Da quando sono dietro a questi fattacci non sto bene. Mangio poco, non dormo, mi fa male lo stomaco, mi sembra di non respirare. Insomma sto male, dottore”.
“Sarà lo stress accumulato, un po’ di depressione, non si preoccupi. Ora lo visito e le prescrivo una bella cura che la tirerà sù”.
Mi prescrisse una bella cura a base di Zoloft e Xanax che ebbero l’effetto di rincitrullirmi ancora di più.

Un bel quartetto

Non ho fatto molte amicizie. Sono un tipo piuttosto schivo ma quelle che ho avuto mi sono bastate. Amici veri che ti aiutano, soprattutto nel momento del bisogno. Anche troppo. Come nel tempo in cui sono avvenuti questi stramaledetti casi. Un giorno sì ed un giorno no me li ritrovavo tra i piedi, in casa mia, per una ragione o l’altra. E non li potevo buttare fuori. Non occorre che li ricordi con il nome e cognome. Basta il nome: Luigi, Matteo, Franca e Rossella. Quattro single come il sottoscritto. Luigi dottore, Matteo piazzista o venditore di non so che cosa, Franca impiegata presso un avvocato e Rossella massaggiatrice professionista o visagista come lei preferiva essere definita. Non chiedetemi come abbia potuto essere amico di un quartetto così eterogeneo perché non lo saprei spiegare. Di solito i commissari di polizia tengono relazioni con gli alti papaveri del proprio mestiere o della politica. Niente di tutto questo. Misteri della vita. Forse perché avevamo in comune il fatto di essere soli. Comunque sia senza di loro stavo male e con loro stavo peggio, perché non c’era argomento in cui si andasse d’accordo. Chi la vedeva in un modo, chi in un altro. E allora fioccavano diatribe che non finivano più. Fu così che in uno di quei giorni funesti me li ritrovai a cena senza essere stati invitati.
L- ”Che bella sorpresa ti abbiamo fatto! Scommetto che non te l’aspettavi”.
“Deduzione ingegnosa. Da che cosa lo ha arguito il nostro onorevole salva-vite?”.
“Dalla tua faccia. Sembra che tu abbia visto un fantasma”.
“Un fantasma va bene, ma quattro tutti insieme sono un po’ troppi. E poi proprio in un frangente in cui sono dannatamente impegnato. Lo dovresti sapere…”.
“Ma proprio in tali frangenti si vedono gli amici veri! Sapevamo del tuo momento critico ed eccoci qui belli pimpanti a tirarti su il morale. E non siamo certo venuti con le mani in mano. Ecco un bel po’ di roba da cucinare e mettere sotto i denti. Hanno pensato a tutto le gentil donzelle…”.
F- “Eh, se non ci fossimo noi il mondo andrebbe in rovina, cari i nostri maschietti!”.
E allora avvenne che fu imbandita una cenetta niente male. Dopodiché ce ne andammo a prenderci un buon caffè nella biblioteca dove iniziò il solito tourbillon di chiacchiere su qualsiasi argomento dello scibile umano partendo, naturalmente, da quello che era sulla bocca di tutti.
M- “Tutti questi omicidi senza senso, morti che si ritrovano in una mano pezzi di dama…”.
“Di scacchi”.
“Di dama o di scacchi è la stessa cosa, sempre stronzata è”.
“Sarà pure una stronzata, come l’hai definita ma a me procura un sacco di guai. Vengo tartassato da tutte le parti ed il mio fisico sta cedendo. Sono andato perfino dal dottore e da quanto tempo non lo vedevo ho fatto fatica a riconoscerlo”.
“E che ti ha detto?”.
“Che mi ha detto, che mi ha detto. Che sono stressato, ecco che mi ha detto”.
“Lo vedi che abbiamo fatto bene a venire?”.
“Su questo ho qualche dubbio ma dato che siete venuti farò buon viso a cattiva sorte”.
R- “Non fare il perseguitato che sotto sotto sappiamo che sei contento!”.
“Ma proprio sotto sotto…”.
“Se non vuoi parlare del tuo lavoro…”.
“Lo desidero ardentemente”.
“…parleremo di altri argomenti. A noi non mancano di certo”.
“A te, poi…”.

“Non è colpa mia se le clienti si confidano con me. Le signore o signorine, vengono, si rilassano e si sfogano. Fidanzati che le trascurano, mariti che le tradiscono, coppie che si separano…”.
M- “Le solite cose che accadono alla televisione. Oggi la vera realtà sono i reality, la televisione, ragazzi. Alla televisione si fa tutto, anche la separazione e il divorzio. Avete visto la telenovela Albano-Lecciso?”.
L- “Bella roba mettere in piazza i propri sentimenti e le proprie situazioni familiari! Quella non è gente normale come noi…”.
“Sulla nostra normalità avrei qualche dubbio. Non siamo riusciti nemmeno a trovarci una compagna o un compagno di vita”.
“Beh, caro il mio Marco, questo lo chiamerei un bel colpo di fortuna. Insomma anche questi reality, via! Il ballerino che piange come un bambino e gli manca solo che gli goccioli il moccolo dal naso, a quell’altro gli viene la cacaiola, al principe muore il padre, due si bruciano una gamba. A me più che l’isola dei famosi mi è parsa l’isola degli sfigati. Certi programmi andrebbero cancellati al loro primo apparire”.
F- “Sarà stata pure l’isola degli sfigati ma intanto l’hanno vista milioni di spettatori, tra i quali, se non sbaglio, anche un certo dottor Luigi che pare bene informato”.
L- “Per forza, non è che ci sia di meglio in giro. Se cambi canale di ritrovi tra i pacchi di Pupo, tra le grinfie di Maria che ti fa venire i lucciconi anche se non ne hai voglia o tra quelli della talpa. Se tanto tanto sei delicato di stomaco rischi di vomitare. Avete visto quando hanno mangiato quegli occhi di…di…non so che cosa?”.
M- “Certo che lo abbiamo visto, un vero piatto succulento”.
L- “Per i tuoi gusti, magari, non per i miei. Non ci siamo, non so dove andremo a finire ma quel posto non mi piace”.
R- “Ma dove vuoi che andiamo! Tu hai sempre paura del nuovo, delle novità, per te il mondo starebbe sempre fermo”.
L- “Ma un limite ci vuole a tutto…”.
“Ma che limite e limite, il mondo cambia…”.
L- “In meglio o in peggio, questo è da vedersi”.
R- “Ho detto che cambia e basta. E noi ci dobbiamo adeguare. Vedrai che questi reality saranno la trasmissione base del futuro. D’altra parte, se ci pensate bene, la curiosità verso gli altri ed il pettegolezzo fa parte della nostra natura”.
L- “Soprattutto della natura delle donne”.
R- “Che fa parte, ricordatelo, della natura umana. Matteo, non dormire, dammi una mano che questo, come al solito, mi sta attaccando”.
M- “In verità ti darei più di una mano…”.
R- “Lo sapevo. La tua natura, te l’ho sempre detto, è più vicina a quella del maiale”.
M- “Volevi una mano o no?”.
R- “La volevo, ma non in questa maniera”.
M- “Quando si chiede qualcosa si prende come viene viene senza farla tanto lunga. Ma ti do ragione. Guardare gli altri attraverso il buco della serratura fa parte, anche questo, della nostra natura. Siamo curiosi, quasi morbosi di conoscere i particolari più intimi dell’altro. Me ne accorgo ogni giorno con il mio lavoro che mi mette a contatto con un sacco di gente. Dopo gli affari inizia sempre un discorso su quello o quell’altro, sulla sua persona, sulla sua vita privata. Soprattutto sulla sua vita privata”.
L- “Questo lo posso anche capire, ma spiattellare tutto davanti alla televisione non lo capirò mai”.
F- “Caro Luigi, condivido le tue critiche, però non c’è nulla da fare. Guarda, per esempio, il delitto di Cogne”.
L- “ Bellina anche questa! Una cosa vomitevole. Poi quel Taormina ha la stessa faccia di Previti. Da mettere lui in galera al posto della Franzoni”.
F- “Ma allora sei prevenuto. Se condanni gli altri solo dalla loro faccia…”.
L- “E ti par poco? Non è che Lombroso avesse tutti i torti. Dico bene, commissario?”.
C- “Non so se dici bene o male, ma a seguire te e Lombroso si dovrebbe mettere in galera un cospicuo numero di individui”.
L- “E già si starebbe meglio”.
C- “Vallo a dire alle guardie carcerarie”.
L-“E’ vero, ogni medaglia ha il suo rovescio”.
R- “Con questa banalità pensi di avere posto fine alla discussione. E Celentano dove lo metti?”.
L- “Ma che c’entra Celentano con quello che stiamo discutendo?”.
R- “ Celentano è come il prezzemolo, va bene dappertutto”.
L- “ Non lo paragono ai reality, ma insomma…”.
F- “Non ti è piaciuto nemmeno lui?”.
L- “ Ma via, tutte quelle pause, tutti quei discorsi senza né capo né coda. E poi quel falso panegirico sulla libertà, tutte fregnacce, via”.
F- “Non ci posso credere! Ma lo sentite? Fregnacce il fatto di avere fatto parlare Santoro, il fatto di avere dato via libera alla satira…”.
L- “ Le solite sparate di Benigni che ormai si conoscono a memoria. Non lasciatevi ingannare, tutto organizzato, tutto preparato per dare il solito colpo basso a Berlusconi”.
R- “Questa è buona, come se fosse possibile dargliene uno alto…”.
L- “E’ una battuta?”.
R- “Prendila come ti pare, ma non c’è dubbio che sia stato lui in persona a cacciare dalla RAI Biagi, Santoro e quell’altro di cui non ricordo il nome”.
M- “ Però, Luigi non ha tutti i torti”.
R- “Ora ti ci metti anche te. Alleanza di maschi?”.
M- “ No, voglio dire che usare in maniera così plateale la televisione pubblica contro una sola persona…”.
R- “ Guarda che in quel programma è stata presa in giro anche la cosiddetta “sinistra”, se non sbaglio”.
M- “ Sì, però, diciamola francamente, in maniera molto, ma molto più sfumata”.
F- “ E che stai a guardare al pelo dell’uovo! C’erano delle persone che erano state buttate fuori dalla televisione, dico buttate fuori con la prepotenza e l’arroganza del potere e Celentano ha fatto capire a tutti che così non si fa. Almeno in uno stato democratico. E poi a me un capo di governo che racconta le barzellette, fa le corna, si mette i tacchi alti, si fa tirare la pelle da tutte le parti, monta in testa un impianto di tubi capillari, ha la fissa dei comunisti che mangiano i bambini non è che attiri le mie simpatie. Se voleva fare l’attore che prendesse un’altra strada. Dico bene, Marco?’”.
C- “ Ragazzi, in questo momento ho altro per la testa a cui pensare….”.
R- “ Lasciamolo da parte il nostro commissario che ce la sbrighiamo tra noi”.
M- “ Anche perché a guardare bene in giro tra la fauna della politica ce ne sono di belle da raccontare! Non ditemi che la faccia di…di…di quello che ha preso il posto di Bossi che ormai…”.
C- “Vuoi dire di Calderoli?”.
M- “Bravo Marco, proprio lui. Ecco, intervieni quando vuoi che sei il benvenuto. Volevo dire che a vedere la faccia di Calderoni fa sempre una certa impressione”.
R- “ A me fa più impressione quello che dice. E quello che fa. O meglio ha fatto fare. Di questa riforma della Costituzione non mi fido per nulla”.
L- “ Ma cosa vuoi che sia un ritocco ad un pezzo di carta più vecchio del bacucco”.
R- “ E tu la Costituzione la definisci un pezzo di carta? Questa non me l’aspettavo. Da un dottore, poi, che ha studiato, mica da un extracomunitario che è costretto a lavare i vetri”.
L- “ La mia è stata una provocazione per dire che per te tutto quello che fa la Casa delle libertà è sbagliato”.
R- “ Ma hai visto che casino è venuto fuori? Follini, per avere cercato di contrastare l’unto del Signore, è stato costretto perfino a dimettersi”.
L- “ Quanto la fai lunga. Ha voluto tirare la corda e la corda si è rotta. Voleva la visibilità e ora l’ha avuta. Non ditemi, poi, che la faccia da pesce lesso di Prodi attiri simpatia”.
F- “A me il suo faccione lunare non è per nulla antipatico. Anche Bondi ce l’ha bello tondo ma non mi fido di quella sua vocina suadente e di quel gesticolare affettato. Se tanto tanto gli dai spago quello te lo mette di dietro. E lo ringrazi pure”.
L- “Quanto alla voce e al modo di parlare Prodi mi fa venire in mente certi preti che predicano bene e razzolano male”.
R- “E che ti fa venire in mente il faccione sgangherato e il vocione da orco di… di quello di Alleanza Nazionale…come si chiama?”.
C- “Di La Russa?”.
R- “Proprio quello”.
L- “Beh, insomma…Ma voi vi fidereste di Mastella?”.
R- “Quando non sai cosa rispondere cambi sempre argomento”.
L- “Non cambio proprio niente. Siamo sempre in politica. Vi fidereste, dico, di uno che saltella di qua e di là come un canguro?”.
F- “Su questo personalmente ti do ragione. Una qualche apprensione ce l’avrei…”
L- “Perché su Bertinotti no, che ha già pugnalato una volta il mortadellone alle spalle?”.
F- “Questa volta non gli conviene. Perderebbe definitivamente la faccia”.
L- “Io, poi, non mi sono mai fidato di uno con l’erre moscia che vuol difendere gli interessi dei lavoratori”.
R- “Bel metro di giudizio in perfetta sintonia con quello fisionomico. Non capisco, però, come tu faccia a difendere Berlusconi e non Taormina e Previti che in un modo o nell’altro ce l’hanno coi giudici”.
L- “Libertà di pensiero e di giudizio, mia cara. Non ho gli occhi foderati di prosciutto”.
M- “Questo ti fa onore, mio caro Luigi, ma ritorniamo alle facce che, a quanto si dice, sono lo specchio dell’anima. Che ne pensate di quella di Fassino?”.
L- “Che è un’anima in pena, perché sta sempre a digiuno”.
M- “Battuta scontata. A me dà l’idea di uno che nel bene o nel male dà tutto se stesso alla politica. E quella di Rutelli?”.
R- “Rispondo io. E’ la stessa faccia di Casini che sta nell’altro schieramento. Una maschera”.
M- “Una maschera? Spiegati meglio”.
R- “Ma sì, una maschera, anzi due maschere. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Facce d’angelo con anime di diavolo. Insomma non mi fido”.
M- “Ma via, Casini e Rutelli così gentili, così educati, così perbene…”.
R- “Ecco, bravo. Troppo gentili, troppo educati, troppo perbene”.
M-“A guardare le facce dei nostri politici non c’è da stare allegri”.
F “Su questo sono d’accordo. Ci rimane Ciampi. Speriamo bene”.

Tempi duri

In una situazione di alterno abbattimento-incazzamento arrivò la telefonata. Precisa, puntuale, prevedibile. D’altra parte dopo tre episodi di quel genere era anche ragionevole, sebbene a me paresse come il colpo finale dato ad un uomo morto. Il che mi fece venire alla mente un episodio storico successo a Gavinana. Per non dargli soddisfazione cercai di mantenere almeno un filo di quella ironia che mi aveva sempre contraddistinto.
“Pronto, commissario?”.
“Quasi vivo e quasi vegeto”.
“La capisco, tutti questi casi irrisolti avrebbero schiantato un bue”.
“Per fortuna non sono un ruminante”.
“E proprio per questo e per la sua completa e fattiva dedizione al suo lavoro durante tutti questi anni di servizio presso…”.
“Dov’è il trucco?”.
“Quale trucco?”.
“Sì, dico, tutta questa lisciata a cosa serve?”.
“Serve…serve…Intanto da parte mia c’è sempre stata un’alta considerazione, se ben si ricorda…”.
“Mmmmm….mi faccia pensare”.
“Via, non mi dica…vede…purtroppo…mi hanno incaricato…sono ordini dall’alto, mi creda, da molto in alto…”.
“Mi fa venire le vertigini”.
“Io non avrei voluto, lei lo sa bene…ma dopo tutti questi omicidi, commissario…a Siena poi…Insomma sono latore…”.
“Venga al sodo, signor procuratore”.
“Vengo al sodo, d’altra parte lei stesso mi incita…”
“Dunque?”. E qui venne fuori il solito Silvestri.
“Dunque il suo incarico è stato revocato. Si consideri congedato per tre mesi. Si curi e si riposi” e riagganciò senza tante storie. E così mi curai e riposai confortato, come ho già detto, dalle visite degli amici, da quelle di Manganelli che mi teneva al corrente degli eventi e dalle attenzioni della signora Giulia che si mostrava sempre più preoccupata del mio stato di salute. Allora si ingegnava a prepararmi dei manicaretti a base di non so che cosa che rinforzassero il sistema nervoso e tirassero su, diceva lei, il mio morale. Per distrarmi, inoltre, dalle mie preoccupazioni, era prodiga di racconti più o meno personali ancora più lunghi di quelli a cui era solita sottopormi, soprattutto durante l’ora dei pasti. Diceva di buttar via le medicine, di uscire fuori a prendere una boccata d’aria, per svagarmi e parlare con gli altri, che altrimenti sarei finito male. Come era successo alla cognata di suo nipote, no…non quello che abita a Colle Val d’Elsa un fannullone che Dio ci scampi e liberi che non c’entrava niente, ma quello di Castellina in Chianti, un ragazzo sveglio che si sarebbe fatto strada nella vita, e insomma questa cognata era stata lasciata dal marito, farabutto che non era altro, per andare dietro alle sottane come gli pareva, ed era caduta in una brutta depressione e stava sempre sola e non voleva uscire di casa, tanto che alla fine, insomma era morta. La conclusione era che la sera mi ritrovavo con la testa ancor più confusa e la serotonina a livello zero. Cercai conforto nella mia fedele biblioteca e nelle visite d’arte che in precedenza mi avevano aiutato nei momenti difficili. Per non pensare alla mia situazione psicofisica, mi misi a leggere di tutto e di più. Ogni libro ha una sua caratteristica che lo distingue da tutti gli altri. Un po’ come noi esseri umani. Può essere pesante o leggero, di carta ruvida o patinata, può avere caratteri diversi, una copertina morbida o rigida, può contenere illustrazioni e così via. Ogni volta che lo si incontra è come ritrovare un amico, un conoscente, qualcuno con cui parlare, con cui confidarsi. O arrabbiarsi di brutto. Non è che con tutti i libri vai d’accordo. Talvolta ti ci incavoli e li mandi a quel paese. Per quello che dicono, per quello che vorrebbero che tu facessi o sentissi nel tuo animo. Talaltra addirittura ti verrebbe la voglia di scaraventarli fuori dalla finestra. Ma non lo fai, perché dal confronto e dallo scontro c’è sempre qualcosa da imparare. E così li tieni lì da una parte pronti ad essere usati quando hai voglia di prendertela con qualcuno. Quella era l’occasione buona. Mi aggrappai all’epica, ai grandi condottieri del passato per vedere se mi davano un po’ della loro forza e del loro coraggio. Rilessi interamente l’”Iliade” e l’”Odissea” ritrovando le gesta che mi avevano entusiasmato da giovane studente. Mi ritrovai a parteggiare ancora una volta per Ettore contro Achille che già partiva con il bel vantaggio di essere invulnerabile, e questo mi pareva un vero e proprio schiaffo alla giustizia. Ettore era il mio idolo, il mio eroe. Umano, e per questo vero. Contro il Fato non c’è nulla da fare. L’aveva detto a sua moglie Andromaca. Ilio sarebbe stata presa dai greci, lei fatta schiava, ma lui doveva combattere. In seguito fuori dalle mura ci sarà Achille piè veloce ad attenderlo. Invano il padre e la madre lo pregano di non combattere. Tutto scritto, tutto segnato. Ad Achille la gloria, ad Ettore onore di pianti finché il sole risplenderà sulle sciagure umane, secondo il noto verso del poeta. Così come è segnato il destino di Leonida e dei trecento spartani che devono fermare l’esercito persiano alle Termopili, così come è segnato quello di Vercingetorige sopraffatto dalla forza di Cesare. La storia è fatta di eventi ma, soprattutto, di uomini. Ed è per questo che mi sono appassionato alle biografie. Al liceo avevo letto come l’Alfieri si fosse innamorato de “Le vite parallele” di Plutarco. Questo fu uno dei miei primi acquisti significativi. Anche dal punto di vista pecuniario, perché si trattava di comprare diversi libri e il mio borsellino era desolatamente vuoto. Fui aiutato dagli amici che fecero una colletta. Li ringrazio ancora oggi. Mi misi dunque a rileggere alcune biografie del grande storico greco, per vedere se potevo in qualche modo carpire i segreti della loro grandezza ed elevarmi dallo stato di impotenza in cui mi trovavo. Come effetto delle letture, tanto per fare contento il Foscolo, piansi anch’io alla tragica morte di Ettore, e per non essere scortese nei confronti degli altri, mi commossi come un bimbo di fronte alla fine di Leonida e di Vercingetorige, anche se in quest’utimo caso un po’ meno perché, pur combattendo per la libertà del popolo gallo, comunque era sempre un nemico dei romani ed un po’ di nazionalismo ce l’avevo nel sangue. Tuttavia non riuscii a carpire nemmeno una briciola di forza e manco di sollievo da quelle vite famose. Con Ulisse andò meglio e le sue mirabolanti imprese lì per lì mi diedero una specie di sferzata positiva ma alla fine, al momento dell’incontro con Penelope, dopo aver fatto fuori tutti quei maledetti Proci, non seppi resistere e mi vennero i lucciconi. Ero troppo stressato per reggere pagine tragiche.
Decisi di buttarmi sull’umorismo. Un aspetto dell’umanità che mi aveva sempre interessato fin da ragazzo era quello relativo al sorriso nelle sue componenti essenziali:umorismo, ironia e satira. Tutto ciò che portava al buonumore e faceva sorridere e ridere anche amaramente mi attirava. I giornalini di Paperino, Paperone, Pippo, Pluto. Topolino ecc…mi facevano sbellicare. Stavo ore e ore a sfogliarli. Poi vennero i libri. Un sacco di libri. Perché mi prendevano delle vere e proprie fissazioni. Se ero attratto da qualcosa dovevo subito saperne il più possibile. Dovevo leggere, documentarmi. Il primo vero impatto avvenne con le “Satire”, e non tanto con quelle all’acqua di rose di Orazio, quanto con quelle micidiali di Giovenale. Che non risparmiava nessuno: i rozzi, gli sciocchi, il sottoproletariato dei circenses, il popolino, le insulae maleodoranti che finivano per cadere o bruciare, i lenoni, le prostitute, gli omosessuali, i nobili, i liberti arricchiti, i potenti. Tutto un mondo di depravazione che ritrovai, in parte, anche nel “Satyricon” di Petronio letto qualche tempo dopo con quella colossale, grottesca figura di Trimalcione rimasta intatta nei secoli. E poi Marziale ed i suoi “Epigrammi” con i quali aveva messo alla berlina tutti i difetti ed i tic della società di quel tempo. Dunque ripresi queste letture con l’intento di svagarmi ridendo degli altri. Solo che il mio inconscio era talmente messo male che riuscì a mettermi dalla parte degli sbeffeggiati e non da quella di chi prende in giro e sbeffeggia. Il risultato sorprendente fu che io stesso mi sentii preso per i fondelli e ciò non fece che accrescere la mia depressione.
.Pensai allora di fare il mio solito giretto artistico per la città. Ecco un altro particolare della mia personalità, una abitudine che ho sempre conservato in certi momenti della mia vita di commissario, nei momenti più difficili e decisivi. Come questi che vi sto raccontando. Allora me ne andavo a vedere o rivedere i tesori artistici di Siena. Sì, proprio i tesori artistici, le chiese, le pitture, le sculture e tutto quello che facevano e fanno di Siena una città unica al mondo. Non so cosa c’entrasse l’arte con i casi di cui mi stavo occupando ma era così. Dinanzi a quei capolavori l’animo si placava e forse predisponeva la mente ad analisi e congetture più chiare ed evidenti. Chissà…Qualche tempo prima, di fronte ad un fatto di sangue avvenuto proprio al circolo degli scacchi, me ne ero andato a visitare e ad ammirare, per esempio, le due Maestà di Duccio di Buoninsegna e di Simone Martini, un grandioso ritrovamento di un affresco nella cripta del Duomo , il pavimento restaurato dello stesso Duomo e la libreria Piccolomini. In seguito, durante il famoso episodio dell’omicidio del campione del mondo di scacchi all’hotel Majestic di Siena, rimasi una serata intera a rimirare gli affreschi del Palazzo Pubblico e …insomma altre belle cose come una mostra di Hugo Pratt su Corto Maltese lasciando di stucco i miei colleghi e, soprattutto, il procuratore Silvestri che non si capacitava che cavolo c’entrasse l’arte con il delitto. Io gli rispondevo che anche il delitto poteva essere considerata un’arte, gli rimbrodolavo delle scuse che finivano per farlo imbestialire ancora di più. Durante questi casi, che vi sto raccontando e che mi hanno rovinato la vita e la salute, mi sono costruito un vero e proprio itinerario artistico seguendo le indicazioni di una ottima guida. Solo che i grandi capolavori nascosti ora in una chiesa, ora in una abbazia, ora svelati al grande pubblico nella Pinacoteca invece di calmarmi e addolcirmi mi procuravano l’effetto opposto. I personaggi dei quadri, le madonne rilucenti, gli angeli, i santi, i diavoli sembravano che mi guardassero con un ghigno beffardo di presa in giro o di aperta condanna per la mia palese incapacità. Smisi di andare per arte e rimasi chiuso in casa.
Cercai conforto nella televisione. Mi misi ad aggeggiare con il telecomando da un canale all’altro come fanno i bambini, per scaricare un po’ della tensione che mi stava opprimendo e per vedere programmi e volti nuovi, dato che era già un bel po’ di tempo che l’avevo trascurata. Il fatto era che ,zippando come un matto, mi ritrovavo immancabilmente davanti la solita faccia agguerrita del Berlusca che ce l’aveva con la sinistra, con i comunisti e tutti quelli che non gli davano retta. Oppure passavo di botto dalle braccia lacrimose della De Filippi alle grinfie di Biscardi dove era tutto un mandare accidenti e insulti agli arbitri e alla Federazione gioco-calcio. E a proposito degli insulti te li ritrovavi dappertutto, sia negli incontri dei politici che nei vari reality e perfino nei pacchi di Pupo che erano essi stessi un insulto alla decenza. Se invece mi spostavo su Canale 3 Toscana allora mi imbattevo regolarmente nel Masoni, vero e proprio insulto all’uso del congiuntivo.
Lasciai in pace la televisione e mi buttai sui giornali ritrovandomi circondato da calamità naturali, siccità, incendi, maremoti, inquinamenti, alluvioni, valanghe, smottamenti, epidemie, il colera, l’Aids, l’aviaria e così via. Se la natura si dava una calmata c’era l’uomo a mettere le cose a posto mediante rapine, rapimenti, omicidi, stupri, guerre, bombardamenti, attentati, tradimenti, falsi in bilancio, leggi ad personam. Decisi allora di trascurare la cronaca di qualsiasi genere dove avrei trovato immancabilmente di che dolermi e di soffermarmi solo sulle pagine della cultura, che qui non sarei certo incappato in episodi di scorrettezza e cattiveria. Fui attratto subito da un articolo dello scrittore Alessandro Baricco che se la prendeva con i critici letterari Citati e Ferroni perché nel corpo dei loro interventi lo avevano punzecchiato con supponenza per il suo rifacimento nazional-popolare de L’ “Iliade”, senza farne una critica seria e approfondita, senza averlo letto, insomma. Ferroni rispose a bomba che, semmai, era Baricco stesso a non avere letto gli interventi di lui medesimo sulla sua “Iliade” pubblicati in altre occasioni. Che stesse un momentino più attento, il pivello. Nella polemica si inserì Edmondo Berselli chiarendo che al giorno d’oggi (cioè di allora) non c’erano più santoni letterari capaci di far vendere o meno con le loro critiche. E allora perché mai a quel bischero di Baricco interessava un loro intervento? A favore di Baricco si schierò il giallista Carlo Lucarelli che in quel contesto non c’entrava niente ma anche lui era stufo di essere sfruculiato dai soliti mandarini letterari. Che se ne andassero a farsi fottere. A ciò si aggiunse la lamentela di Pietrangolo Buttafuoco, altro scrittore, però meno noto, nei confronti di Carla Benedetti la quale, intervenuta per disprezzare il metodo di Citati di buttar giù righe allusive sui lavori altrui senza averli letti, era lei stessa a praticare il suo metodo infangando con una riga e mezzo il suo lavoro. Infine Stefano Bartezzaghi si chiedeva il perché di tutto questo casino, quando la sintassi di molti degli interventi non si distingueva da quella dei leader elettorali, dai telecronisti da stadio e dai ragazzi nel confessionale del Grande Fratello.
Decisi smetterla anche con i giornali e di fare come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano.

A pesca!

In quel periodo di merda ero talmente ridotto male che Manganelli cercò in tutti i modi di darmi una mano.
“Commissario, non può andare avanti così. E’ proprio a terra. Qui ci vuole aria aperta, movimento, bisogna avere interesse per qualcosa. Non può rinchiudersi in se stesso. Via, non la posso vedere in questo stato!”.
“Non mi guardare”.
“E invece la guardo e più la guardo e più mi fa pena”.
“Ecco, le tue parole sono come un balsamo sulle mie ferite”.
“Come che?”.
“Dico che mi stai tirando parecchio su di morale”.
“No…volevo dire…insomma deve venire con me”.
“Questa è la cura giusta. Non ci avevo pensato”.
“Anche in fase di crisi la battuta non manca. Buon segno. Insomma domani, essendo domenica, ce ne andremo a pescare insieme”.
“Che ne dice?”.
“Che ne dico? Mi pare una bella str…”.
“Vede che avevo ragione? Una bella strigliata al fisico, una bella girata di buona mattina, una buona colazione all’aria aperta, una bella pescata, perché lei lo sa che sono un provetto pescatore. Si ricorda quando venne a casa mia per quell’incontro…”.
“Quale incontro?”.
“Ah, ma allora è messo male davvero. Eva e Maria, commissario!”. Manganelli si riferiva al fatto di quando mi aveva invitato a casa sua in compagnia di due ragazze, molto carine e molto allegre, soprattutto molto allegre. Ed io avevo fatto vedere ad una di esse, non ricordo se ad Eva o a Maria, ma mi pare proprio a Maria, come il postino suonasse due volte. Il ricordo di quell’incontro mi strappò un lieve sorriso.
“Vede che se lo ricorda? Eh, vecchio drago…”.
“Manganelli, non ti permetto…”.
“Mi scusi, commissario, mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo nel vederla rifiorire a nuova vita. Dunque in quell’occasione ebbe modo di osservare anche alcune mie fotografie di eccelso pescatore”.
“Ho visto che tenevi in mano un pesce, non so se pescato o comprato…”.
“Pescato, commissario, pescato con le mie mani, anzi con la mia lenza. Domani di buona mattina andremo a pescare. Una pesca facile facile con i bachini. Non prenderemo pesci grossi ma almeno ci divertiremo a tirarne su parecchi. Verrò io a prenderla”.
Il concetto di buona mattina di Manganelli si rivelò essere del tutto particolare, o meglio molto ma molto personale. Mi aspettavo il suo arrivo, che ne so, verso le sette o le otto e invece il campanello incominciò a trillare, anzi a strillare, che erano appena le cinque.
“Chi dorme non prende i pesci, commissario!”. La mia risposta dovette colpirlo perché sbiancò di colpo e non aprì bocca fino alla partenza con la macchina verso un torrente di cui non ricordo il nome.
“Questa è la nostra giornata, commissario. Avanti Savoia!”. E fu così che andammo avanti per parecchio tempo attraverso strade e stradine di campagna piene di buche e di cunette fino ad arrivare al punto stabilito in cui dovevamo lasciare la macchina e proseguire a piedi. Scesi dalla macchina con lo stomaco in subbuglio e una pressante voglia di vomitare.
“Accidenti come è bianco, commissario. Non mi dirà che le ha fatto male la macchina”.
“Non credo. Il viaggio è stato liscio come l’olio” farfugliai con un certo affanno.
“Bene, ora prendiamo tutto l’occorrente e ci avviamo verso un posticino che conosco solo io. Arriveremo in quattro e quattr’otto e vedrà che non ci sarà nessuno a romperci le tasche”. Il concetto di quattro e quattr’otto si rivelò simile al concetto di buona mattina. Credo che una qualsiasi persona normale intenda quattro e quattr’otto all’incirca cinque minuti o dieci. Al massimo un quarto d’ora tanto per scialare. Non di più altrimenti si usa un’ altra espressione, tipo “Ci metteremo un po’ ma ne vale la pena”, oppure “C’è da fare parecchia strada”, o ancora “Ci faremo una lunga passeggiata”. Anche per dare un’idea a chi ti segue di quello che lo aspetta. Ebbene il quattro e quattr’otto di Manganelli coincise in maniera spiccicata con un’ora di duro cammino tra viottoli, sterpaglie, macchioni, arbusti spinosi e buche improvvise a dimostrazione che quel posto lo conosceva veramente solo lui. Nemmeno i cani ci sarebbero arrivati.
“Che ne dice, commissario?”. Non risposi ma ripresi fiato e incominciai a pulirmi il sangue che colava da una guancia per colpa di certi pruni maledetti.
“Bene, ci sistemiamo qui. Tanto per cominciare ci mangiamo un bel panino al formaggio e al prosciutto innaffiato con un buon vinello”. In altre occasioni mi ci sarei buttato a capofitto ma in quel momento di tutto avrei fatto piuttosto che mangiare. Risposi scuotendo malinconicamente la testa.
“Davvero non ne vuole, commissario? Mi dispiace che si senta male ma vedrà che si riprende in un battibaleno. D’altra parte dovrà essere in forma se vuole almeno tentare di non soccombere contro un pescatore provetto come il sottoscritto”. Me ne andai di corsa a vomitare dietro un cespuglio lì vicino. Come prevedevo il battibaleno del mio vice comprese quasi tutto l’arco della mattinata punteggiato da conati di vomiti che non producevano nessun effetto concreto dato che lo stomaco era assolutamente vuoto. Comunque sia cominciammo a pescare. Volevo fargliela vedere al Manganelli di che pasta fossi fatto come pescatore. Anche se in condizioni fisiche e morali disastrose era mio dovere batterlo per togliergli dalla faccia quell’aria di sufficienza con la quale mi aveva sfidato. Dopotutto da ragazzo c’era stato un periodo in cui mi ero dedicato alla pesca nel torrente Staggia. Mi alzavo presto la mattina, cercavo un luogo appartato, anche se non tanto appartato come quello scelto da Manganelli, buttavo nell’acqua il pasto che avevo preparato per i pesci che poteva consistere in chicchi di uva o di granturco, ci ritornavo per tre giorni di fila e poi incominciavo a pescare. In questo modo i pesci si erano abituati al servizio culinario ed abboccavano come pesci, appunto. Mi feci forza, presi la canna con la lenza, infilai con un po’ di sforzo il bachino bianco nell’amo e mi apprestai a lanciare la lenza nell’acqua in un posto abbastanza lontano dove mi era parso di vedere luccicare qualcosa. Il lancio si sarebbe rivelato di una perfezione millimetrica se non fosse stato interrotto nella sua azione da un ramo di un albero che ciondolava stupidamente sulla sponda del torrente. Le mie urla disperate attirarono Manganelli che si era appostato più avanti.
“Che succede, commissario?”.
“Che succede, che succede…lo vedrebbe anche un cieco. Questa maledetta fronda si è abbassata all’improvviso…”.
“Ma se non tira un alito di vento?”.
“Ma come non tira? Ma se ti dico che si è abbassata si è abbassata. Non ti ci mettere anche te por…”.
“Non mi ci metto. Tutto è rimediabile nella vita ad eccezione della morte”. La nuda e cruda verità del proverbio mi bloccò per un istante.
“Ecco qui. Ora taglio la lenza, ne rifaccio un’altra e tutto ritorna come prima”. E tutto ritornò come prima ad eccezione del mio sistema nervoso che si era vieppiù intorcinato. Incominciai a pescare, o meglio a lanciare nell’acqua con più circospezione l’amo con il bachino bianco che scodinzolava disperato senza tirar su nemmeno l’ombra di un pesce, tanto che mi venne il dubbio che lo scodinzolamento del suddetto bachino fosse solo di soddisfazione. Mentre dall’altra parte“Eccone un altro, commissario! Lo dicevo che si sarebbe divertito!”. Ad un certo punto notai che il mio sughero veniva portato di qua e di là.
“Appena ti butti sotto ti sistemo io” ringhiai sottovoce. E appena fu portato sotto tirai con tutte le forze che avevo. Le forze che avevo erano poche ma bastarono a spedire il tutto sulla solita maledetta e stupida fronda d’albero che si era abbassata di colpo come riferii a voce piuttosto alterata a Manganelli. Il quale Manganelli risolse il problema con la solita calma e con il solito proverbio sulla morte che questa volta mi procurò un leggero brivido lungo la schiena. Decisi di cambiare il posto. Io sarei andato in quello di Manganelli e lui sarebbe venuto nel mio. Ero talmente furioso che non stetti nemmeno ad ascoltare ciò che diceva il mio vice con un’aria piuttosto preoccupata. Venni comunque a saperlo poco dopo quando, durante il trasloco, inciampai in un piccolo masso sporgente e mi ritrovai insieme alla canna da pesca dentro l’acqua. Le mie grida dovettero atterrire tutti i pesci dei dintorni perché da allora fino alla fine della pesca anche Manganelli non riuscì a tirar su nemmeno una scarpa, mentre io cercavo di asciugarmi ai raggi del sole che filtravano a malapena in quel posto da lupi. Ad un certo punto, passatomi i conati di vomito, mi venne voglia di mettere qualcosa sotto i denti. Ne feci edotto il mio braccio destro“Manganelli, mi è venuta voglia di azzannare il panino che hai preparato per me”. Evidentemente Manganelli stava perdendo in acustica perché non rispose e mi ci vollero tre o quattro chiamate per farmi rispondere.

“Allora, hai capito?”.
“Ho capito che lei vorrebbe…”.
“Non che io vorrei, Manganelli, ma che voglio. Voglio, presente indicativo, prima persona singolare”.
“Io, mi scusi, ma insisto nel vorrei, sono d’accordo sulla prima persona ma non sul modo. Adoprerei il condizionale. Insomma, commissario, lei mi deve scusare ma pensavo…”.
“E che cosa hai pensato di grazia?”.
“Quando non poteva mangiare ho pensato che sarebbe stato brutto lasciare andare a male un tale panino e così, per non sciuparlo…”.
“Non mi dire che te lo sei mangiato!”.
“Non lo dico, commissario, ma l’ho fatto”.
Quella mattina non mangiai, non presi un pesce, cascai nell’acqua e vomitai. Ma a tutto c’è rimedio eccetto che alla morte.

Il sergente dai capelli rossi

Dopo i tre casi disgraziati ne arrivarono altri cinque, ma i miei successori non ebbero miglior fortuna. Vi sembrerà strano ma è così. Nonostante i mezzi messi loro a disposizione fecero fiasco completo. Da una parte mi dispiaceva per la mia città, dall’altra ne ero quasi contento. Anzi, siccome ho detto di dire tutto senza mezzi termini, ero contento senza il quasi. Fui richiamato a furor di popolo all’ottavo delitto. In effetti l’opinione pubblica mi era stata sempre vicina, ed anche la stampa, ad essere sincero. Questo fatto provocò come una frustata di adrenalina che mi permise di portare a termine il mio compito. Non ve ne parlo ora perché ho una rabbia dentro che mi fa scoppiare le budella. Durante l’ultimo caso arrivò anche un sergente in gonnella (si fa per dire perché portava sempre i calzoni) dai capelli rossi. Una specie di Milva in miniatura dalla bocca meno pomposa, con lo sguardo furbetto e lo scilinguagnolo sciolto. Portamento eretto con movimenti rapidi che mettevano in subbuglio le rotondità sporgenti. Mani di normale lunghezza sempre in fermento, pelle bianco-farina che faceva risaltare ancora di più la massa capillare rosso-rame. Una scossa, una scarica di vitalità dirompente. Trentacinque anni ben portati, laureata in psicologia. Secondo il procuratore Silvestri, che si dolse di avermi tolto l’inchiesta per un certo periodo ma gli ordini superiori non si discutono, doveva darmi solo un supporto psicologico alle indagini. Un intuito femminile coniugato con una ferrea preparazione psicologica mi sarebbe stato di un certo aiuto. Non che ne avessi bisogno e non si fidasse delle mie capacità, ci mancherebbe. Anzi si fidava proprio della mia intelligenza per capire che non la dovevo prendere come una offesa. Tanto più che la signorina in questione, perché di signorina si trattava e non di donna maritata, non era proprio bella bella bella ma carina sì, con tutte le sue cosine al punto giusto, un tipo, insomma, da come aveva potuto rendersi conto di persona, e il commissario, se la memoria non gli faceva cilecca, era ancora “signorino”. E il commissario, cioè il sottoscritto, avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole…Due piccioni con una fava.. Ringraziai di cuore il procuratore Silvestri, sia per i piccioni che per la fava, e mi apprestai, obtorto collo, a ricevere il prezioso aiuto del sergente elettrico. All’inizio non la presi bene. Durante la mia carriera non avevo mai avuto bisogno dell’aiuto di nessuno, se non delle battute di Manganelli e me l’ero sempre cavata egregiamente. E ora arrivava questa…questa sgrillante piedipiatti a volermi insegnare il mio mestiere. Per di più rossa, quando le ragazze rosse non mi erano mai piaciute nemmeno da ragazzo. Nel paese in cui ero nato si diceva che le rosse erano delle teste calde (vedi il colore), un po’ matte, poco fidate e che portavano perfino sfiga tanto che qualcuno, se aveva la ventura di incrociarle, andava subito a toccarsi nelle parti basse. E così mi era rimasto questo imprinting. Ma dopo un po’ che la frequentavo per i noti motivi professionali incominciò a nascere tra noi una certa amicizia, una certa confidenza che mi portò a cambiare opinione, se non sulle rosse in generale, almeno su di lei. Intanto si chiamava Sally Britti, un nome strano adatto proprio a una rossa. Era italiana pura, toscana come il sottoscritto, nata a Castelfiorentino ma il babbo, anche lui di capelli rossi, era un fissato del cinema americano e gli aveva voluto appioppare un nome di un personaggio di un film che l’aveva completamente ammaliato. La mamma si era opposta, ma lei aveva i capelli castani e si era dovuta arrendere. Così fu chiamata Sally, o più precisamente Sally la Rossa dalle amiche e dagli amici di quartiere. Questa Sally la Rossa aveva avuto una vita abbastanza movimentata in tutti i sensi a partire dai tempi della scuola, sia perché non stava ferma un attimo, sia perché non le andava bene nulla e non faceva altro che protestare. Era intelligente, curiosa di tutto e di tutti, preparata, dotata di una esposizione chiara e scorrevole, come ammettevano i suoi insegnanti, ma…ma…Ma era terribilmente cocciuta e non si adattava al tran tran della vita scolastica. Risultato: voti accettabili non aderenti alle sue capacità. Crescendo si era fatta più furba e aveva in qualche modo attutito gli spigoli del suo carattere soprattutto nei momenti cruciali, come quelli degli esami, per esempio. E così era andata avanti negli studi laureandosi in psicologia, una materia che l’aveva sempre interessata, per capire meglio gli altri e anche se stessa. Che non era una cosa semplice. Aveva partecipato ad un concorso per entrare nella polizia, perché era terribilmente attratta dai fatti di cronaca nera, dagli enigmi, dal mistero. Le piaceva scuriosare, ricercare, indagare, ficcare il naso dappertutto. Ed era riuscita nell’impresa di vincere il concorso con la sua volontà, la sua bravura e la sua cocciutaggine. Di giovanotti gliene erano girati intorno parecchi ma pochi venivano scelti e nessuno aveva resistito alla sua personalità imprevedibile e dirompente per più di due settimane. Per cui era rimasta single e non se ne dava troppa pena. Le bastava il suo lavoro ed i suoi numerosi interessi. La ragazza, infatti, non si interessava solo di psicologia ma anche di cinema, di letteratura, di romanzi polizieschi e perfino di scacchi. Sì, proprio di scacchi. Ne fui edotto la prima sera che accettò l’invito di venire a casa mia per fare il punto sulle indagini di quei bastardi di casi che mi stavano rovinando la vita. Solo per questo motivo e non per altro. Ero talmente preso dall’ultimo caso che non mi avrebbe tirato su dal punto di vista ormonale nemmeno una rediviva Marilin Monroe. Le discussioni non mancarono. Era puntigliosa e difendeva il suo punto di vista a spada tratta. Sempre con il dovuto rispetto ma solo quel tanto, o meglio quel minimo per non apparire scortese. Non avendo cavato un ragno dal buco per quanto riguardava il misterioso serial-killer che imperversava nella mia città, tirai fuori la scacchiera con i relativi pezzi e mi misi ad osservarli, come a cercare di scoprire il loro terribile segreto.
“Anche lei appassionato del gioco degli scacchi?” mi chiese ad un certo punto della mia muta riflessione con gli occhietti spiritati.
“Perché…non mi dica che anche lei conosce o si interessa a questo gioco!”
“Beh, non dico di essere una campionessa ma me la cavo”.
“E da quanto tempo si dedica a Re e Regine?”.
“Da poco, prima di essere mandata qui come…come…”.
“Come?”.
“Come supporto psicologico…”
“Guardi che io non ho bisogno di un bel supporto di nulla” risposi lievemente alterato se un qualsiasi tipo di alterazione è possibile in uno stato di completo torpore psicofisico.
“Allora diciamo che sono stata mandata da lei solo per farle compagnia”.
“Questa è già meglio anche se…”.
“Lasciamo da parte il motivo per cui mi hanno spedito al suo commissariato. Saputo che qui gira un maniaco che, dopo avere ucciso, mette nelle mani delle sue vittime pezzi di scacchi, ho voluto saperne di più su questo gioco. Pensavo che mi poteva essere di aiuto per le indagini”.
“Da un punto di vista professionale le fa onore. E così è da poco tempo che…” ritornai alla carica perché mi era venuto in mente di sfidarla, per vedere la sua reazione di fronte ad una debacle scacchistica segnata dal destino. Erano anni e anni che mi dedicavo agli scacchi. Sarebbe stata una passeggiata. Sally la Rossa avrebbe trovato pane per i suoi denti. Una vittoria completa e sicura su un tipetto come quello, che mi aveva tenuto testa poco prima, mi avrebbe tirato su di morale.
“Eh, sì, da poco tempo”.
“Facciamo una partitina, così tanto per rilassarci?” proposi con l’aria più innocua di questo mondo.
“Come vuole, commissario. Io sono pronta” rispose senza tentennamenti. Iniziai la partita con un ghigno di maligna superiorità che andava dagli angoli della bocca fino ai lobi degli orecchi. Tra l’altro avevo il Bianco e potevo impiantare il sistema di gioco che più mi era naturale. Entrai in una Tromposky che conoscevo a menadito, dato che me l’aveva insegnata il professor Bafio Tolti, un vecchio amico, vero esperto in proposito. Purtroppo anche lui se ne era andato da questo mondo e forse stava giocando con qualche angelo in paradiso o diavolo dell’inferno. In Purgatorio non ce lo vedevo. Pace all’anima sua. Entrai dunque nella Tromposky con la felicità di un bimbo che apre la porta di una pasticceria. Come previsto cambiai il mio Alfiere camposcuro con il suo Cavallo piazzato in f6 e mi apprestai a giocare macchinalmente almeno una quindicina di mosse che sapevo a memoria. Tutto facile, tutto liscio come l’olio anche perché Sally, da perfetta ingenua, non seguiva per nulla le sacre mosse previste dalla teoria, ma muoveva evidentemente i pedoni e i pezzi a casaccio senza un filo logico, come succede spesso ai neofiti. Mi sentii quasi in colpa per una vittoria troppo facile e così schiacciante. Senso di colpa che se ne andò presto a farsi friggere, perché le venne in soccorso una fortuna, ma una fortuna così sfacciata da ribaltare l’esito scontato della partita.
“Se devo essere sincero ho giocato con un po’ di sufficienza” dissi soffiandomi deliberatamente il naso senza che ce ne fosse bisogno per nascondere un lieve rossore.
“Me lo aspettavo. Da un cavaliere come lei…” rispose sbattendo più volte le palpebre di quei due occhietti neri che pungevano come spilli. Nella seconda partita ebbi il Nero e riuscii a impiantare, senza che Sally se ne rendesse conto, naturalmente, un Dragone della Siciliana sul quale ero ferratissimo. Tra l’altro, sempre il mio vecchio amico Bafio Tolti, pace all’anima sua, mi aveva regalato un libro da lui scritto proprio su questo antico mostro e non vedevo l’ora di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Sapevo tutto sul sacrificio di qualità nella casa c3 ed in altre case della scacchiera, sul sacrificio del Cavallo o dell’Alfiere nella casa g4, sul sacrificio del Cavallo in e4 e b2 e su altri strabilianti sacrifici del Nero in questa altrettanto strabiliante apertura. Tra l’altro era completamente sparito quel senso di colpa di qualche minuto prima, per cui me ne stavo curvo sulla scacchiera come un falco pronto a ghermire la preda. Andando avanti nel gioco mi venne in mente che anche il Bianco aveva le sue belle frecce da scoccare, i suoi bei sacrifici di pezzi. Mi ricordai di un pedone che si immolava in e5, di un Cavallo che si offriva in olocausto in f5, di una Torre che si schiantava su un Cavallo in h5, di un’altra Torre che si avventava in h7 ecc…Bene, bene avevo tutto sotto controllo. Solo che in quella partita non successe nulla di tutto questo. Non un sacrificio neppure piccolo piccolo, ma un tric e trac di una noia mortale che finì per portarmi in una situazione desolatamente persa con un pedone bianco che se andava beato in ottava traversa, per trasformarsi nella più fulgida delle Regine. Senza che nessuno dei miei pezzi potesse raggiungerlo.
“Uggiosa questa partita” dissi con un filo di voce.
“Non le do torto, ma non tutte le partite possono essere alla Kasparov” replicò secca.
“Ah, perché lei conosce…”.
“Chi non conosce le partite del campione del mondo?”.
“Certo. Chi non le conosce…Però, pensavo, che con il poco tempo a disposizione…”
“Il tempo è stato quello necessario” sentenziò scotendo la massa rossa che mandò bagliori di fuoco.
Dopo queste risposte, a dir la verità anche un po’ strafottenti, decisi di farla finita. La guardai fissa negli occhi, aggrottai le sopracciglia, aggiustai il posteriore sulla sedia e con il Bianco misi in atto la mia arma letale: un Gambetto di Re con il quale una volta avevo strapazzato anche un forte giocatore del circolo. Un Gambetto di Re è un’arma terribile nelle mani di un esperto, tanto più che mi ero preparato su un articolo scritto, sempre da Bafio Tolti, pace all’anima sua, su una rivista di indiscutibile prestigio. Al momento giusto avrei sacrificato il mio Alfiere campochiaro in f7 con un attacco devastante che avrebbe portato ad un sicuro abbandono del Nero. Così era scritto in quell’articolo. E così accadde. Solo per quanto riguarda la prima parte, però. Ci fu, è vero, il sacrificio dell’Alfiere in f7 ma senza essere seguito di lì a qualche mossa dall’abbandono del sergente che mi stava di fronte. Anzi, quella impertinente di una poliziotta in pantaloni continuò ancora per diverse mosse fino a rifilarmi un devastante matto affogato di Regina e Cavallo.
Non la faccio lunga. Negli altri incontri che proseguirono fino a tarda notte impiantai invano una variante di cambio della Spagnola o una difesa Tarrasch o…vattelapesca . Ad un certo punto decisi di non seguire più i consigli di quel mio vecchio trombone di un Bafio Tolti, che il diavolo se lo porti, lampante causa dei miei insuccessi, ma di giocare seguendo il mio naturale istinto scacchistico. Quello, di sicuro, non mi avrebbe tradito. Il fatto è che Sally la rossa non si accorse minimamente di questo profondo cambiamento di strategia e continuò a giocare nello stesso modo di prima, rifilandomi una sventola dopo l’altra, tanto che ad un certo punto, vedendomi sbiancare in faccia come un cencio lavato, mise in atto uno dei suoi artifici psicologici, per togliermi dall’impaccio. Dato che stavamo giocando nello studio “Che magnifica biblioteca, commissario!” esclamò alzandosi di scatto e incominciando a scuriosare tra i libri.
“Posso dare uno sguardo, così ci prendiamo un po’ di riposo da questo gioco che all’apparenza non pare, ma è molto stancante”.
“E’ vero” risposi, ringraziandola in cuor mio per quell’atto di infinita bontà.
“Non credevo che un commissario di polizia avesse una biblioteca così fornita!”. Accennai ad un timido sorriso di ringraziamento.

Cellule grigie al lavoro

Una sera decisi di riunire nello studio di casa mia, dopo avere cenato, Manganelli e Sally per vedere di tirare fuori qualcosa da quei fottutissimi omicidi. Da questo incontro potete capire anche quello che era successo dopo il terzo.
“Dunque, sentite un po’. O stasera ci capiamo qualcosa, o questa volta decido io di dare le dimissioni, o me ne vado direttamente al manicomio”.
E’ fortunato, commissario” rispose Manganelli con gli occhi che gli luccicavano per il Brunello di Montalcino.
“E perché?”.
“Perché i manicomi non esistono più”.
“Lo so, ma il mio era solo un modo di dire. Non ti ci mettere anche te perché…”.
“Okey. Zitto e mosca”.
“Bravo, così mi piaci”.
“Dunque, dicevo…sì, tu Manganelli fai un bel resoconto degli eventi tenendo presente le relazioni di Serbelloni e Rinesi…”.
“La parte più semplice…”.
“La parte più semplice e interessante. Mentre tu, Sally, cercherai di fornire una maledetta pezza psicologica a tutto quanto.”
“Offrirò la mia piccola pezza”.
“Mi scusi, commissario, ma il suo apporto in che cosa consiste, se mi è lecito…”
“Il mio apporto sarà decisivo come al solito. Tu fai quello che ti ho detto che io…che io…lo vedrai”.
“Bene, inizio dai morti”.
“Vedi un po’ tu. Se iniziare dai vivi ti è più facile…”
“Inizio dai morti. Dunque sono nell’ordine:
1) Amelia Esposito di 22 anni, abitante in via Petrucci 4, trovata strangolata di lunedì, sembra con difficoltà, all’aeroporto di Ampugnano. Addormentata con la Rutella-cannabis. Ora della morte tra le dieci e le undici. Teneva un pedone degli scacchi stretto nella mano sinistra. Un pedone bianco ad essere precisi. Ragazza seria, studiosa, stava per finire l’Università. Aveva un fidanzato con l’alibi di ferro. A quanto pare nessun nemico o nemica.
2) Luigi Ermini di 70 anni , abitante in via Sant’Angelo 5, pensionato, ucciso dalla Infida-mastellaria sotto forma di caramella, di venerdì, nei giardini dell’Acqua calda. Ora della morte tra le diciassette e le diciotto. Un pedone nero nella mano destra. Brava persona.
3) Ferdinando Falugi, di 60 anni, abitante in via dei Pellai 3, pensionato, ucciso dalla Larussitia horribilis, sempre in forma di caramella, di domenica, tra le diciotto e le diciannove, trovato al cinema Smeraldo. Un Cavallo bianco nella mano sinistra. Ancora brava persona.
4)Silvana Cauccioli di 75 anni, abitante in via Reatina 6, pensionata, uccisa dalla Calderola-Trivialis con caramella, di giovedì, tra le nove e le dieci presso i giardini del vecchio manicomio. Un Cavallo nero nella mano destra. Niente da dire su di lei.
5) Cosimo Biondi di 18 anni, abitante in Piazza del Sale 5, studente, ucciso dalla Rubella-bertinialis con sigaretta, di sabato, tra le ventuno e le ventidue nella discoteca “Il Paguro”. Un Alfiere bianco nella mano sinistra. Un po’ esuberante ma niente di più.
6) Carlo Aldobrandi di 80 anni, abitante in via Sant’Orsola 6, pensionato, ucciso dalla Berlusca-insatiabilis con caramella, di lunedì, tra le quindici e le sedici presso lo stadio di calcio. Un pedone nero nella mano destra. Tifoso del Siena senza nemici.
7) Roberto Corsi, di 67 anni, abitante in via Romana 6, pensionato, ucciso dalla Virida-pecoraria con caramella, di mercoledì, tra le diciannove e le venti presso le scale della sua abitazione. Un Alfiere bianco ed un Cavallo nero nella mano sinistra. Persona dedita al lavoro e alla famiglia.
8) Marino Donati di 72 anni, abitante in via Pratesi 6, pensionato, ucciso dalla Mortadella perniciosa con sigaretta, di venerdì, tra le diciotto e le diciannove in Piazza del Campo. Un Alfiere bianco ed un pedone nero nella mano destra. Stimato da tutti.
“Bravo. Lo vedi che se ti impegni riesci bene?”.
“La ringrazio. A voi la parola”.
“Gentile da parte tua, ma ancora non hai finito”.
“Come?…”.
“Le piante velenose…”.
“Ah, già, le piante velenose. Dunque ecco qui la lista fornitaci dai nostri esperti:
1) Rutella-cannabis agisce sul sistema nervoso centrale, in poche parole fa addormentare. Se presa a dosi massicce può portare alla morte.
2) Infida-mastellaria può colpire indifferentemente la parte destra o sinistra del cuore fermando la sua attività.
3) Larussitia horribilis colpisce il nervo ottico provocando un collasso nervoso.
4) Calderola-trivialis colpisce lo stomaco e l’intestino, fa vomitare e provoca una letale diarrea.
5) Rubella-bertinialis colpisce i linfociti del sangue che da bianchi diventano rossi e non svolgono più la loro attività di difesa.
6) Berlusca-insatiabilis colpisce qualsiasi organo partendo dalla voce che viene a mancare.
7) Virida-pecoraria colpisce le vie biliari e aumenta in modo eccessivo la produzione della bile che pervade tutto il corpo facendolo diventare verde.
8) Mortadella-perniciosa colpisce l’esofago che restringe le sue pareti e fa morire soffocati.
La loro azione è repentina. E questo è tutto.”
“Una bella pappardella. Cerchiamo di tirare fuori qualcosa di logico da questo Caos primordiale. Incomincia tu per primo, Manganelli”.
“Sempre a me?”.
“Sempre a te”.
“Va bene se questo è il prezzo da pagare per essere inferiore di grado”.
“E’ un prezzo stracciato”.
“Intanto mi pare che non ci sia nessun filo logico che lega questi benedetti omicidi. Nel senso che i morti non hanno alcun rapporto tra loro e non hanno nemmeno nemici. Sono tutte persone perbene e rispettabili”.
“Così sembra”.
“Un filo logico, però, ce l’hanno queste piante velenose nel senso che si ritrovano in tutti gli omicidi. L’assassino, maschio o femmina che sia, deve essere un vero esperto. Non escludo che lavori in campo farmaceutico o sia addirittura un medico. E’ in grado di fabbricare sigarette e caramelle mortifere come fossero noccioline. Deve avere un laboratorio tutto suo”.
“Ottima e abbondante”.
“Che cosa?”.
“La deduzione”.
“La ringrazio”.
“Ma le pare.”
“Queste piante velenose, poi, a stare ai nostri esperti, sono nate da poco nel nostro paese, pare quasi per un capriccio di madre natura. Le si possono coltivare praticamente nei nostri orti”.
“Questa degli orti me la segno”.
“Ma non è una battuta”.
“Appunto, mi sembra proprio una buona idea. Una girata tra gli orti di Siena non sarebbe tempo perso”.
“Un altro filo che lega le vittime sono gli scacchi. Alcuni li hanno nella mano destra, altri nella mano sinistra. E qui mi fermo perché con gli scacchi non ci ho mai capito niente. Figuriamo se li metto insieme a dei cadaveri”.
“Peccato, andavi così bene. A dir la verità anche io mi areno di fronte agli scacchi. E’ chiaro che si tratta di un segnale. Ma quale? Andiamo avanti. Intanto fra queste vittime molte sono persone anziane. Perché?”.
“L’assassino è uno assoldato dall’INPS per pagare meno pensioni”.
“Non c’è male. Io direi che i vecchi sono in generale, fatte le dovute eccezioni, più deboli e più facilmente addomesticabili…”.
“Commissario, non sono mica degli animali!”.
“Volevo solo dire che si possono più facilmente convincere, che so, a succhiare una caramella o a fumare una sigaretta”.
“Ah, ho capito, una specie di circonvoluzione…”.
“…della tangenziale. Di circonvenzione, Manganelli! Insomma gli anziani sono in genere più creduloni…”.
“Però ci sono anche due giovani tra le salme”.
“E’ vero. Un caso troppo complicato. Anche i giorni e gli orari delle morti non ci dicono nulla. Anzi, a pensarci bene, qualcosa ci dicono”.
“Vedo dai suoi occhi che si è accesa una lampadina”.
“Diciamo un fiammifero. Già il giorno e l’ora dei decessi può essere importante. Praticamente ci sono morti in tutti i giorni e le ore del giorno. Che ne pensa il mio nobile braccio destro?”.
“Mi scusi ma l’idea è venuta a lei, non a me”.
“Sì, ma la conclusione vorrei che sgorgasse limpida dalle tue labbra”.
“A me francamente pare che l’assassino non abbia niente da fare”.
“Ergo?”.
“Ergo che?”.
“Dunque?”.
“Dunque, non avendo nulla da fare, o è un disoccupato o un pensionato”.
“Mai sillogismo fu più perfetto. Ecco il nostro piccolo passo in avanti. Un altro particolare che balza agli occhi è che gli omicidi si susseguono al ritmo di circa quindici giorni ciascuno, come se vi fosse un tempo preciso, quasi stabilito, per commetterli”.
“Già, non ci avevo fatto caso”.
“Forse è il tempo necessario per prepararli. Mah, direi di passare ora la parola alla nostra psicologa. Vediamo quale sarà il suo apporto. A lei la parola, sergente Sally”.
Il quale Sergente Sally se ne era stata zitta fino a quel momento ad ascoltare, tutta presa ed impettita, le elucubrazioni dei due maschietti.
“Intanto qualcosa di buono è stato detto”.
“Bontà sua, collega” rispose Manganelli con gli occhioni dolci.
“Dovere mio. Che sia un esperto di piante velenose è assodato, che abbia tutto il tempo a disposizione che vuole assodato anche questo. Idem per quanto riguarda il possibile laboratorio e la sua preferenza per vecchietti e vecchiette. Il fatto che vi siano anche persone più giovani tra le vittime può darsi sia dovuto alla necessità che non ne può fare a meno…”.
“Vuole dire che il suo obiettivo sono le persone anziane, ma che, per un motivo o l’altro in certi casi non gli è stato possibile attuarlo?”. “Più o meno. A me pare che l’omicida sia una persona debole che vuole farci credere di essere forte. Lo dimostra il delitto di Ampugnano, la difficoltà nello strangolamento è apparsa evidente. Molto probabilmente si tratta di una persona anziana lucida e determinata. Infatti non ha lasciato segni tangibili della sua presenza nel portare avanti il suo scopo criminale. Una persona affabile, gentile e accattivante…”. Manganelli si scosse dalla esplorazione corporale di Sally e, con un sorrisetto ironico, ” Certo, essere uccisi da una personcina così perbene fa sempre piacere”. Sally gli lanciò un’occhiata commiserevole. “E’ evidente che l’assassino deve avere un certo garbo, un certo fascino, un certo modo accattivante per convincere le vittime a fumare o a gustarsi una caramella. O no?”. Il sorrisetto ironico di Manganelli si trasformò in un sorrisetto deficiente. “Può essere” balbettò. Sally continuò scuotendo per un attimo quella criniera pazzesca. “ Per una ragione o l’altra si serve degli scacchi come un segnale, o meglio come un messaggio da far arrivare ad un’altra persona”.
“Una specie di codice cifrato?”.
“Esatto”.
“Ma verso chi, e perché, e perché ora nella mano destra e ora nella mano sinistra e perché bianchi e neri?”.
“E perché e perché e perché…Ora mi chiede troppo, commissario. Forse inconsciamente vuole aiutarci e quei pedoni e quei pezzi costituiscono degli indizi per arrivare a lui”.
“Cerco di riassumere. Il Nostro è persona anziana, gentile e accattivante, probabilmente in pensione e probabilmente ex medico o ex farmacista, conosce gli scacchi, è debole ma lucido e tenace, preferisce vittime anziane ma se l’occasione non si presenta in quel determinato giorno fa fuori chi gli capita a tiro, si serve degli scacchi per mandare segnali non si sa bene a chi o addirittura per fornirci degli indizi per essere scoperto. Una specie di gioco con la polizia. Non male, ragazzi, penso di avere abbastanza materiale per una bella ponzata. Vi ringrazio della magnifica serata e buonanotte”.

La dea bendata

Usciti i colleghi rimasi solo con me stesso. Quella fu la notte più lunga della mia vita. Ormai ero deciso. O trovavo qualcosa di concreto o avrei dato io stesso le dimissioni. Non c’erano alternative, non potevo vivere più in quello stato di ansia continua. Prima di tutto mi feci un bel caffè forte, accesi uno dei miei sigarelli lunghi, mi stravaccai come al solito sulla poltrona preferita gustando il caffè e aspirando profondamente il fumo. Poi chiusi gli occhi riassumendo mentalmente tutti gli avvenimenti e le osservazioni che erano state fatte. Ogni tanto avevo un piccolo sussulto, mi pareva di avere capito qualcosa, mi sembrava di avere scoperto il perverso meccanismo di quei crimini, ma erano solo falsi allarmi. Eppure, eppure spesso il mio pensiero si fermava inconsciamente a quei benedetti pedoni, ai Cavalli e all’Alfiere tenuti fra le mani di quei poveri morti e altrettanto inconsciamente mi appariva il volto di Sally incorniciato da una massa di fuoco. Che ne fossi innamorato? La ragazza era un tipo, aperta, sveglia, attiva, piena di energia…Ecco l’energia. Ne avevo appena per stare in piedi, figuriamoci per innamorarmi. Scartai l’idea dell’innamoramento. Allora perché i pezzi degli scacchi e la sua figura si presentavano insieme? Che nesso logico poteva scattare in quel mio cervellaccio mezzo addormentato? Ad un tratto la luce, come se fossi abbagliato da un faro nella notte. Con Sally avevo giocato diverse partite, tutte perse tra l’altro, maledizione…ma tra le tante ce n’era una che poteva…ma sì… Mi alzai istintivamente, presi la scacchiera, la stesi sul tavolo, vi misi sopra i pezzi e cercai di ricostruire, con il cuore che incominciò a battere più forte, le prime mosse della variante di cambio della Spagnola: 1.e4 e5 2.Cf3 Cc6 3.Ab5 a6 4.Axc6+ dxc6…Mentre muovevo elencavo meccanicamente i pedoni e i pezzi che venivano spostati: un pedone bianco, un pedone nero, un Cavallo bianco, un Cavallo nero, un Alfiere bianco, un pedone nero, un Alfiere bianco che cattura un Cavallo nero, un pedone nero che cattura un Alfiere bianco…Rimasi come fulminato. Le restanti forze residue del mio fisico e del mio cervello riuscirono a compattarsi. I pedoni e i pezzi erano gli stessi di quelli trovati nelle mani di quei poveri disgraziati! Dunque un collegamento c’era. Si trattava di una partita a scacchi! E se di partita a scacchi si trattava due dovevano essere i giocatori e due, non uno, gli assassini! Sentivo di essere vicino alla soluzione ma mancava un dato importante. Come faceva uno dei due giocatori, ammesso che la mia idea fosse giusta, a capire che il primo pedone bianco era proprio quello di Re e che era stato mosso dalla casa e2 di partenza alla casa e4 di arrivo? Ed il ragionamento valeva anche per gli altri pedoni e i pezzi. Mi concentrai di nuovo. Non dovevo abbattermi. Bevvi un altro caffè e fumai un altro sigarello. Poi andai al bagno e mi lavai la faccia che stava perdendo qualsiasi connotato di specie umana. Forse fu proprio in quel momento che la dea bendata ebbe compassione di me. Ritornai nello studio e mi ritrovai tra le mani la lista dei morti che avevo scritto tempo fa con i nomi, i cognomi e l’indirizzo della loro abitazione:
1) Amelia Esposito, via Petrucci 4
2) Luigi Ermini, via Sant’Angelo 5
3) Ferdinando Falugi, via Pellai 3
4) Silvana Cauccioli, via Reatina 6
5) Cosimo Biondi, piazza del Sale 5
6) Carlo Aldobrandi, via Sant’Orsola 6
7) Roberto Corsi, via Romana 6
8) Marino Donati, via Pratesi 6
La lessi e la rilessi fino a quando…Incredibile, impossibile, ma forse…Allora fui preso dalla stanchezza e caddi sulla poltrona come corpo morto cade.

Un adorabile vecchietto

La mattina seguente, cioè qualche ora dopo, mi svegliai perché durante il sonno, evidentemente agitato, mi ero mosso ed ero scivolato lungo la poltrona per finire steso sul pavimento. Ero stordito, ma ritornai alla realtà mettendo letteralmente il capo sotto il rubinetto del lavandino. Il primo pensiero fu quello di telefonare alla persona che pensavo fosse utile a cercare di chiudere il cerchio. Almeno così speravo. La telefonata fu lunga e molto, molto interessante. Uscii così come mi trovavo, dopo avere ingurgitato due budini di riso che tenevo al fresco nel frigorifero. Quelli non mancavano mai. Non mi feci neppure la barba e mi avviai a incontrare Erminio Gazzarri in via Lombardia 28. Ci arrivai con la mia punto verdolina che erano all’incirca le dieci. Abitava in una palazzina isolata in un quartiere residenziale dell’Acqua Calda formato da alcune villette a schiera contornate da splendidi giardini. Quello di Erminio Gazzarri era decisamente bello ed ordinato, vi erano fiori ed una serie di piante bene allineate che non avevo mai visto. Al suono del campanello si affacciò un signore anziano dalla barba e dai capelli bianchissimi, vestito in maniera elegante che mi accolse con un aperto sorriso.
“Mi dica”.
“Il signor Erminio Gazzarri?”.
“Per servirla”.
Sono il commissario Marco Tanzini di Siena. Se lei permette vorrei porle qualche domanda. Sono da queste parti per svolgere delle indagini su questi misteriosi omi…”. Non mi fece neppure finire il discorso che “Ma, prego, si accomodi” disse con una voce estremamente cortese e nello stesso tempo mi condusse verso una poltrona in un piccolo salotto agghindato con molta cura.
“ Gradisce un caffè? Stavo giusto preparandolo per me”.
“Grazie, ma…”.
“Commissario, è un onore riceverla nella mia casa. La vedo, come dire, un po’ addormentata. Mi lasci preparare un buon caffè”.
“Se proprio ci tiene”.
“Faccio in un momento”.
Mentre il signor Gazzarri se ne stava in cucina a preparare il caffè mi misi ad osservare il salotto. Piccolo ma pulito e ordinato con alcuni graziosi quadri alle pareti, una piccola libreria ed un tavolo in stile che mi ricordava il settecento. Sul tavolo una bella scacchiera in legno con i pezzi degli scacchi collocati sopra di essa. Già la scacchi…
“Ecco il caffè, commissario. Quanto zucchero?”.
“Lo preferisco amaro, grazie”.
“Come vuole. Allora qual buon vento la porta da me?”.
Mi aggiustai gli occhiali per guardarlo meglio. Aveva un viso dall’aspetto dolce e rassicurante, una bocca ben disegnata e due occhi celesti vivi e penetranti. Sembrava che il tempo avesse lavorato con delicatezza su quel corpo che dimostrava ancora segni di una certa vitalità. Lo accostai istintivamente ad uno di quei filosofi antichi che al liceo mi avevano incusso una certa soggezione.
“Ho settantacinque anni, commissario”.
“Beh, io non volevo…non li dimostra e non porta nemmeno gli occhiali”.
“Per grazia di Dio ho ancora una vista acuta. Ma mi dica la ragione della sua visita. Dopo avere bevuto il caffè”. Sorseggiai il caffè che mi pare avesse un gusto del tutto particolare.
“Le piace?”. Il vecchietto sembrava leggere nella mia mente.
“Sì…volevo dire che ha un sapore diverso dal solito, diciamo un gusto originale”.
Mi rispose con un sorriso inquietante che assomigliò vagamente ad un sogghigno.
“Sono venuto per porle alcune domande. Anche se dall’aspetto sembra un giovanotto, presumo che sia in pensione”.
“La ringrazio per il complimento. In effetti sono in pensione da molti anni”.
“Che lavoro ha svolto, se mi permette, nella sua vita?”.
“Sono stato un farmacista”.
“E anche un appassionato giocatore di scacchi”.
“Ah, la scacchiera sul tavolo…Si è vero. Ho giocato per molti anni”.
“Ma non a tavolino”.
“No…non a tavolino…ma come fa a sapere certe cose su di me. Sembra che si sia informato”.
“Niente di particolare. Abitudine del mestiere”.
“Sì, ho giocato per corrispondenza fino a quando è spuntato il computer che ha sciupato tutto”.
“Per corrispondenza, cosa significa?”.
“Vedo che è interessato agli scacchi. Anche lei conosce questo giuoco?”.
“Abbastanza, ma non tanto da essere bravo. Almeno come lo è stato lei. Un campione italiano…”
“Mi sta lusingando. Il gioco per corrispondenza è semplice. Io spedivo una cartolina all’avversario con le mosse segnate secondo il sistema vigente. Se volevo muovere il pedone di Re di due case allora scrivevo 1.e4 che rappresenta lo spostamento del pedone dalla casa e2, sottintesa, alla casa e4. Semplice”.
“E se l’avversario rispondeva, che so, con 1…e5 , lei come rispondeva a sua volta?”.
“Beh, rispondevo immancabilmente portando il Cavallo bianco da g1 in f3 con 2.Cf3 per controllare il centro, come è nella regola generale”.
“Capisco. E se le avessero risposto 2…Cc6?”.
“Commissario, lei mi vuole provocare. Guardi che sono stato anche un buon giocatore alla cieca”.
“Accetto la sfida e rispondo con 2…Cc6”.
“Bene, allora 3.Ab5”.
“Vedo che le piace la Spagnola”.
“E’ solida e sicura”. A questo punto qualcosa incominciò a non funzionare nel mio cervello.
“ Io…io…gioco 3…a6”.
“Ed io le catturo il Cavallo in c6 con 4.Axc6+, la mia variante preferita”.
“La…la…la variante di cambio”.
“Bravo commissario, ma lei si sente male. Sta sudando…”.
“Lei…lei…”. Stavo in effetti sudando e sentivo che ero lì lì per perdere i sensi. Mi aggrappai alle ultime forze rimaste. “Lei…lei è l’assassino, o meglio…uno degli assassini di questi… tremendi delitti…”.
“Immaginavo che mi avrebbe scoperto prima o poi. Lei è un bravo commissario, anche se per poco” rispose con una voce che si era fatta all’improvviso fredda e tagliente.
“Tra un minuto la Berlusca-insatiabilis che ho messo nel caffè farà il suo effetto. Prima di perdere conoscenza vorrà, però, saperne il motivo, non è vero?”. Tentai di gridare, ma la lingua era come bloccata. Potevo solo parlare a bassa voce.
“Non può gridare E’ uno degli effetti di questa pianta graziosa dai fiori celesti. Può solo emettere qualche parola che in poco tempo scomparirà”.
“Brutto figlio di…” riuscii a sillabare.
“Ma può ascoltare. Sono stato il più forte giocatore italiano per corrispondenza, il migliore! Nessuno poteva resistermi!”. Il gentile vecchietto incominciò a gridare e a strabuzzare gli occhi.
“Poi ho smesso con l’avvento del computer. Non c’era più gusto a far giocare questi maledetti cervelli di silicio. Ma la passione mi è rimasta dentro, forte, prepotente”. Aveva abbassato il tono della voce che era diventato un sibilo come quello di un serpente.
“E allora dopo tanti anni ho pensato di giocare di nuovo, ma in maniera diversa, meno scontata, più eccitante. Mi sente, commissario?”. Cercai ancora una volta di gridare, ma non ci riuscii.
“Un gioco dove prendessero parte anche altre persone, seppure inconsapevolmente. Come messaggeri di morte. Un’idea straordinaria. Una mossa ogni quindici giorni per prepararla bene, lei mi capisce…”.
“Ma la scel…ta…del…le…vit…time?”.
“Prese dall’elenco telefonico. La prima è stata Amelia Esposito, abitante in via Petrucci 4. Vuole sapere perché, ma credo che lo sappia. Vero? Lei è una persona così intelligente…”. Feci uno sforzo tremendo per rispondere. La testa mi girava e stava calando una fitta nebbia.
“Per…per… gio…care e4 che…che… si otti…ene dal…la pri…ma let…tera del co…co…gno…me e dal nu…me…ro …dell…la… abi…ta…zio…ne”.
“Ma bravo, il mio commissario! Anche nei suoi ultimi istanti di vita il suo cervello funziona che è una meraviglia. Dovendo muovere un pedone ecco che l’ho messo nella mano della giovane Amelia, che il signore l’abbia in pace. Nella mano sinistra come se segnassi la mossa su un formulario. Alla sinistra va il Bianco e alla destra il Nero. Non le pare? L’avevo seguita all’Università e convinta a fumare una sigaretta insieme ad un povero vecchio che cercava il nipote tra tutti quegli studenti. E’ stata brava, mi ha fatto compagnia, ma si è sentita male ed io le ho offerto un passaggio per riportarla a casa, solo che ho preso la strada per l’aeroporto di Ampugnano. Avevo già in mente l’idea di depistare le indagini portando il corpo lontano. L’ho trascinata per terra mettendo dei sacchetti di plastica alle scarpe, l’ho ricomposta e le ho stretto la gola con queste mani, dopo avere messo opportuni guanti di gomma. Anche se non è stato facile. Sa a questa età le forze incominciano a mancare”.”.
“E il…ve..le…no?”.
“Se potesse visitare la mia casa vedrebbe che sono fornito di piante straordinarie in giardino e di un bel laboratorio”.
“Con…chi…gio…ca…va?”.
Si avvicinò verso di me con una risata sgangherata.
A questo punto fui avvolto da un incubo. Ora mi sembrava di essere Napoleone alla testa della Grande Armata, ora Gesù Cristo che predicava ad una folla immensa. Poi un nero assoluto.
Fui riportato alla luce da una fiamma rossa che si agitava intorno al mio viso.
“Sveglia, commissario, sveglia!”. Aprii gli occhi con un certo sforzo. Era Sally che mi scuoteva “Finalmente! Ce n’è voluta per fargli riprendere i sensi!”.
“Ma…ma il vecchietto?”.
“In gattabuia. L’abbiamo messo in gattabuia”.
“Come hai fatto a sapere dove ero e a salvarmi da quell’infame Berlusca-insatiabilis?”.
“Come ci è arrivato lei alla soluzione,ci sono arrivata anch’io, commissario, ripensando a tutto quando sono arrivata a casa ed ho sfruttato internet dove si trova l’associazione che organizza il gioco per corrispondenza. Ho dato una occhiata all’archivio ed ho trovato quello che cercavo. Mentre lei?”.
“Ho telefonato al Presidente del circolo che è praticamente un archivio vivente”.
“Bene, così di vecchi giocatori per corrispondenza a Siena ce n’era rimasto praticamente uno”.
“Non erano due?”.
“Uno è deceduto da tempo. Questo è un vero pazzo, anche se all’aspetto non sembra. Me lo ha confidato il suo psichiatra che ho rintracciato…”.
“Lasci stare i particolari…Ma come ha fatto a salvarmi? Mi sento svuotato e a pezzi”.
“Con l’unico antidoto efficace che mi sono procurata dal nostro Serbelloni”.
“Quale antidoto?”.
“La Ciampitia-costitutionalis”.
“Accidenti! Benedetta questa Ciampitia, allora”.
“Lo può gridare forte”.
“Scusi Sally, non riesco a capire. Forse è colpa del Berlusca…ma se era solo con chi giocava questo stramaledetto signor Gazzarri?”.
“ Giocava contro se stesso. Ha detto che non aveva avversari degni del suo nome”.
Rimasi a bocca spalancata come uno stoccafisso.

Epilogo

“Capite! Tutto questo macello per una partita a scacchi di un vecchio pazzo! Brutti, maledetti fannulloni che non sanno come passare il tempo, ma glielo troverei io il modo di passare il tempo a legnate sul groppone, mascalzoni che non sono altro e poi si credono intelligenti perché stanno ore e ore piegati sulle scacchiere a muovere quei pezzetti di legno, mi hanno rovinato la vita con le loro storie maledette, eh se li avessi ora qui tra le mani…oddio…aiuto… mi manca il respiro…”
“Mirella, ci risiamo”.
“Un altro attacco?”.
“Mi pare di sì. Come al solito quando entra qualcuno nella stanza incomincia a raccontare questa storia, si agita e il cuore non regge. Fagli una puntura che si calmi”.
“Ora lo sistemo io”.

Intervista all’autore
Una conversazione sul romanzo poliziesco

Allora Fabio, dopo “Partita a scacchi con il morto”, “Chi ha ucciso il campione del mondo?” e “La diabolica setta di Caissa” eccoti ancora di nuovo al lavoro con “Delitti incrociati”, un altro breve giallo “sui generis”, come ami definirlo. Questa volta gli omicidi sono più di uno.

Sì, ho voluto strafare e ci ho rimesso le penne.

Nel senso?

Nel senso che mi sono stancato e non ne posso più. Capisco la fatica dei giallisti di professione.

Il legame tra il tuo giallo e la ricerca di Mario è la politica e l’idea delle piante velenose moderne mi è sembrata simpatica. Come ti è venuta in mente?

In effetti il primo pensiero era quello di sfruttare le piante velenose vere e proprie, tipo la cicuta o la digitale, e così sono andato in internet per documentarmi. Poi una sera ho collegato istintivamente le piante velenose a certe caratteristiche di uomini politici ed è nata la nuova idea che è in perfetta sintonia con il mio obiettivo.

Quale?

L’ho già detto più volte e lo ripeto. Quello di sfruttare la struttura del giallo classico per scrivere (lo spero) qualcosa di piacevole e divertente.

Vedo che, oltre ai soliti personaggi, hai aggiunto anche un sergente in gonnella.

Sì, ho pensato di mettere alla prova per la prima volta le capacità scacchistiche del nostro commissario con una giovane collega che, a quanto pare, ne sa più di lui.

Hai messo alla berlina anche un certo Bafio Tolti…

E’ vero, l’ho fatto anche nei libri precedenti. Mi piace prendermi in giro, anche perché così posso prendere in giro gli altri senza diventare antipatico ed essere tacciato di supponenza.

Come è nata la passione per il giallo?

Mi pare di averlo già detto una volta ma lo ripeto. Questa passione è nata quando all’età di circa dieci anni mi ritrovai a curiosare nella cantina di un mio cugino. E lì, tra gli altri libri, trovai un giallo della Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto dell’attore Raymond Burr che impersonava, in quel tempo, il famoso avvocato Perry Mason. Non so perché, ma mi misi subito a leggerlo. E, come si sa, una ciliegia tira l’altra…

E l’altra ciliegia quale fu?

Ora pretendi troppo dalla mia memoria. Posso solo dirti che tale interesse mi ha portato spesso a compiere delle cattive azioni.

Non avrai ucciso qualcuno, spero!

No, ma mi sono dato a qualche furtarello. Non avendo in tasca una lira andavo spesso dal giornalaio del mio paese Staggia Senese che teneva, oltre i giornali, anche riviste e gialli di varia natura. E se devo essere sincero la tentazione era più forte della paura del peccato. Poi con qualche “fioretto”, come allora venivano chiamate le buone azioni, sistemavo la mia coscienza. E così ho cominciato a conoscere i grandi autori della letteratura gialla, anche se a quel tempo scrivere romanzi polizieschi era considerata un’arte minore. Almeno qui da noi in Italia, tanto che ce n’è voluto del tempo e dell’opera di alcuni intellettuali-penso, per esempio ad Oreste Del buono- per far cambiare parere.

E dunque gli autori erano quasi tutti stranieri?

Esatto. Erano quasi tutti stranieri della scuola inglese o americana. Almeno quelli che contavano e venivano osannati. Con alcune eccezioni per qualche autore francese.

Spiegati meglio per i non addetti ai lavori.

Per farla semplice direi che gli scrittori inglesi preferivano storie basate soprattutto sull’analisi deduttiva con poco movimento alla Sherlock Holmes, mentre quelli americani (ma non tutti naturalmente) preferivano storie basate in larga parte sull’azione violenta alla Hammett o alla Chandler, tanto per intenderci. Come ha ben scritto Lia Volpatti “Mentre il giallo classico è teatro, il giallo d’azione è cinema”. Poi c’erano, naturalmente, le vie di mezzo.

E tu quale dei due generi preferivi e preferisci?

Preferivo e preferisco ancora oggi quello classico. Per dirla alla Tanzini le scazzottate, gli inseguimenti, le macchine ribaltate, la sparatorie anche all’ora di pranzo e di cena mi buttano all’aria l’appetito. La mia prima raccolta completa dei gialli di un autore fu quella di Agatha Christie con i due personaggi indimenticabili di Hercule Poirot e Miss Marple. Agatha è stata lei stessa la protagonista di un bel mistero.

Davvero?

Per un certo periodo sparisce dalla circolazione. La mattina di venerdì 3 dicembre 1926 se ne va via di casa lasciando un appunto. Non il solito “Vado a comprare le sigarette”, più adatto ad un uomo, ma “Esco a fare la spesa” maggiormente in linea con le caratteristiche femminili di un tempo. La mattina successiva la sua macchina viene trovata abbandonata presso uno stagno d’acqua. Non si esclude il suicidio e nemmeno il delitto. Solo il grande giallista Edgar Wallace insinua l’ipotesi che dietro alla sua scomparsa ci sia uno scopo di vendetta, quello di “farla pagare” a qualcuno.

A chi?

Non essere frettoloso. Dopo qualche giorno viene trovata all’Hydropatic Hotel di Harrogate sotto falso cognome di una certa signora Neele, guarda caso uguale a quello della signorina Nancy di cui suo marito Archie si sta interessando un po’ troppo da vicino. Viene data colpa alla sua amnesia, ma suo marito avrà certamente capito l’antifona…

Certo una regina del giallo non poteva farglielo capire che in un modo così sottile. Ma ritorniamo a noi. Dopo la Christie chi viene?

Chi viene…chi viene. Fammi pensare. Viene, naturalmente, Arthur Conan Doyle, l’uomo che ha creato l’investigatore più famoso del mondo:Sherlock Holmes. Era un medico che scriveva per passatempo. La sua prima avventura “Uno studio in rosso” fu un mezzo fiasco. Poi, come succede talvolta nella vita, la Fortuna ci mette lo zampino. Un editore americano si innamorò del personaggio e chiese al dottore un romanzo per la sua rivista. “Il segno dei quattro” fu subito un grande successo.

Qualche volta succede.

Ma sì, è capitato e capiterà ancora. Mi ricordo, per esempio, che anche “L’Affare Lerouge” di Emile Gaboriau, praticamente il padre del romanzo poliziesco francese, pubblicato a puntate nel 1865 sul giornale “Le Pays” passa del tutto inosservato. Ma Moise Miland, grande finanziere, compra i diritti d’autore per trecento franchi e ne assicura il successo su uno dei suoi giornali. E a proposito di successo, ritornando al nostro A.C.Doyle, devo dire che gli procurò anche una certa paranoia…

In che senso?

Nel senso che questo pover’uomo non ne poteva più di trovarsi tra i piedi (leggi cervello) il nostro Holmes. Come personaggio letterario, s’intende. Cercò perfino di crearne un altro, un certo Etienne Gerard, un brigadiere un po’ fanfarone dell’armata napoleonica, ma non ci fu verso. Tentò di farlo morire nelle cascate di Reichenbach ma fu costretto a “resuscitarlo” tanto i lettori erano affezionati al dinoccolato investigatore. Il quale dinoccolato investigatore rivivrà nelle mani di una marea di fans che verranno dopo. Ho sotto gli occhi, per esempio, una recensione del libro di Mitch Cullin “Un impercettibile trucco della mente”, pubblicato dalle edizioni Giano nel 2005, in cui il Nostro si ritrova “umanizzato”, vecchio e solo, pieno di tristi ricordi. Lo stesso succederà ad Agatha Christie con Poirot e ad altri illustri scrittori che non ne possono più delle loro creazioni. Però, ritornando alla tua precedente domanda, ora che ci penso meglio, mi ricordo che prima del citato Conan Doyle ebbi l’occasione di leggere “I delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe e ne rimasi, da ragazzo, semplicemente sbalordito. Un libro che ha dato la stura ai tanti successivi esempi di “delitti della camera chiusa” nei quali qualcuno viene ucciso in una stanza completamente sbarrata dall’interno. Un altro classico, per esempio, è “Il mistero della camera gialla” di Gaston Leroux pubblicato nel 1907 ed ebbe un tale successo che il filone venne anche definito, appunto, “della camera gialla”. A proposito di questo scrittore si può dire che fosse veramente eccentrico. Quando doveva scrivere si chiudeva nello studio e non voleva sentire volare una mosca. Tutti in casa rimanevano in religioso silenzio. Al termine dell’opera spalancava la finestra e scaricava nell’aria un intero caricatore di pistola. A quel punto moglie e figli si precipitavano sui piatti della dispensa e li facevano volare in aria.

Un bel tipo, non c’è che dire.

E non è il solo…ma dove eravamo rimasti?

Al mistero della camera chiusa o gialla che dir si voglia.

Volevo dire che la corona di questo genere credo vada assegnata a John Dickson Carr che ha addirittura scritto una “Classificazione dei delitti in una camera chiusa”. Faccio notare, tra l’altro, che il vincitore del concorso letterario “Scacchi e crimine” organizzato da Mario e dal sottoscritto si è cimentato con successo proprio in questo genere particolare a dimostrazione che ancora oggi gli appassionati non mancano.

A proposito di Edgar Allan Poe mi pare che la sua stessa morte sia stata un mistero. Se la memoria non m’inganna. Anche io, ogni tanto, leggo qualche giallo.

La tua memoria è ben viva e vegeta. Il 27 settembre 1849 Edgar Allan Poe parte alla volta di New York, per sbrigare alcune faccende e ritornare velocemente a Richmond, in Virginia, dove vuole sposare la vedova Sarah Elmira Royster, un vecchio amore di gioventù. Ma fra il 28 settembre e il 3 ottobre sparisce. Viene ritrovato in un bar completamente fuori di testa con altri vestiti addosso e privo di soldi. Ricoverato d’urgenza in ospedale alterna momenti di delirio ad altri di una certa lucidità, ma non sa spiegare quello che gli è successo. Muore il 7 ottobre, e da allora inizia una ridda di insinuazioni e calunnie, dato che la vita dello scrittore era stata quella che possiamo definire “tutta genio e sregolatezza”. Vi è stata più di una teoria, ma nulla di certo e documentato. Lasciamolo in pace.

Quale è stato, secondo te, il periodo più bello della letteratura poliziesca?

Bella domanda. Di periodi belli ce ne sono stati parecchi. Intanto il periodo della nascita non è di poco conto. Se pensiamo ad Edgar Allan Poe, a Emile Gaboriau, a Wilkie Collins, ad Anna Katharine Green, a Sir Arthur Conan Doyle, ad Austin Freeman e via discorrendo possiamo affermare tranquillamente che questo periodo sta alla pari, se non supera, altri periodi altrettanto felici. Verso il 1907 e il 1908 c’è, però, una svolta con Mary Roberts Rinehart.

Chi era costei? Si chiederebbe il nostro Don Abbondio.

Era una scrittrice americana nata a Pittsburg nel 1876 da una famiglia molto povera il cui padre, tra l’altro, muore suicida e la madre rimane paralizzata in conseguenza di una grave ustione. Una vita piuttosto tribolata fino a quando riesce a pubblicare, proprio negli anni sopra citati, due romanzi polizieschi “Lo sconosciuto del vagone letto” e “La scala a chiocciola” che cambiano, almeno in parte, il corso tradizionale del giallo.

Interessante.

Interessante davvero. Fino ad allora il giallo era stato scritto praticamente dalla parte del detective. Il delitto, pur essendo un momento tragico, si prestava ad esaltare le doti razionali, molto spesso stupefacenti, dell’investigatore. Come è scritto nella prefazione ai suoi due libri “Con Mary Roberts Ryneart si volta paginaal romanzo della ragione si passa al romanzo dell’emozione. E lo si fa operando un decisivo cambio del punto di vista che non è quello del detective (o del suo narratore) bensì quello della vittima”. Una bella idea. Un altro anno importante è, a mio parere, il 1929.

Perché?

Ma perché esce “Il caso dei cioccolatini avvelenati” di Anthony Berkley, una pietra miliare della “detection” con sei, dico sei elucubrazioni deduttive e sei diversi colpevoli. Ma qui fammi fermare un momento.

E chi te lo vieta?

Fammi fermare un momento perché questo libro è stato pubblicato di recente nella “Mystery Collector’s Edition” dalla splendente copertina rossa ed è uno dei più ammirati. In breve:un pacchetto viene recapitato al “Rainbow Club” di Londra. E’ indirizzato a Sir Eustace Pennefather, uno dei soci, e contiene una scatola di cioccolatini, omaggio di una famosa ditta. Siccome Eustace li detesta, ne fa omaggio ad un altro membro del club, Graham Bendix il quale a casa ne assaggia e ne fa assaggiare alla moglie. Poche ore dopo la donna muore avvelenata. Poiché la polizia di Scotland Yard non riesce a cavare un ragno da un buco, Roger Sheringham, fondatore del club, propone ai sei membri di provare a scoprire il colpevole. E così vengono fuori quelle sei soluzioni di cui ho detto prima. Da far girare la testa! E infatti ho perso il filo del discorso…

Siamo fermi al 1929.

In questo anno viene pubblicato anche “Crime at Black Dudley” di Margery Allingham dove compare per la prima volta Albert Campion, un personaggio singolare che esce dalla vita criminosa per diventare addirittura consulente di Scotland Yard! Quando si dice l’esperienza… Inoltre, dopo tanti lustri di egemonia inglese, ecco che spuntano anche scrittori americani importanti come Ellery Queen, che danno una mano al già affermato Van Dine nel solco della tradizione del mystery. Ed è l’anno di “Piombo e sangue” e de “Il bacio della violenza” di Dashiell Hammett, che inaugura la cosiddetta scuola dell’hard-boiled, la dura scuola degli investigatori americani.

Al di là delle scuole e della validità del racconto in se stesso, non pensi che il successo di un giallo dipenda in larga misura dalla buona riuscita del protagonista?

E’ quello che pensava e sosteneva Alfred Mason, nato a Londra nel 1865 e autore del suo capolavoro “Le quattro piume”. Ecco che cosa scriveva “Tutti i romanzi polizieschi sono famosi e vivono grazie ai loro investigatori…L’investigatore deve essere persona eccezionale, reale, pittoresca, divertente, creatura dotata di fascino e singolarità. Senza un personaggio così, il romanzo poliziesco, per quanto geniale, resterebbe a impolverarsi sugli scaffali”. E qui devo citare correttamente “C’era una volta il giallo- L’età d’oro del mystery” di Gian Franco Orsi e Lia Volpatti, Alacran edizioni, 2005, dal quale ho tratto questa ed altre notizie.

Puoi parlarci di qualche personaggio in particolare?

Ben volentieri. Partiamo dai più famosi: Holmes, Poirot e Miss Marple. Holmes nasce con “Uno studio in rosso” di cui ho già accennato, scritto nel 1886 e pubblicato l’anno successivo sul “Beeton’s Christmas Annual”. Il cognome fu suggerito al suo autore dal poeta americano Oliver Wendell Holmes del quale aveva grande stima. Il primo nome che gli venne in testa fu Sherrinford, cambiato in Sherlock un po’ per caso, perché il primo gli sembrava troppo lungo. L’investigatore per antonomasia lo conosciamo tutti:alto, slanciato, occhi acuti, naso un po’ aquilino, fuma la pipa, suona il violino, porta sempre con sé una lente di ingrandimento, indossa un soprabito scozzese con relativa mantellina e un cappello da cacciatore. E’ metodico e preciso nelle indagini, acuto osservatore, mirabile nelle deduzioni come e più del Dupin di Poe. Così come è disordinato nella vita comune. Quando la sua mente non è in fermento si annoia, e per risvegliarla ricorre alla cocaina.

Questo non me lo ricordavo.

Non la sniffa con il naso, ma se la inietta con una soluzione anche tre volte al giorno. Le donne gli interessano poco, aborre il matrimonio. Ed ecco creato un piccolo capolavoro di detective.

Certo, detta così sembra facile.

Hai detto bene, sembra. Ne sa qualcosa il sottoscritto che per creare il commissario Marco Tanzini di Siena (che non ha nulla a che fare con i personaggi di cui stiamo trattando) è stato sveglio per intere nottate. Continuiamo con Poirot. Questi è ancor più particolare. Intanto è belga e non inglese. Non è grande e grosso, né tanto meno alto. E’ un omettino piccolo, non arriva ad un metro e sessanta, piccolo ma dal portamento eretto e dignitoso, la testa a forma di uovo , un bel paio di baffi rigidi, vestito inappuntabile, passettini corti e veloci. Parla un francese scolastico con brevi frasi intercalate nella sua lingua di origine, ha sempre freddo e non si separa mai dalle sue lucidissime scarpe di vernice nera. Il suo motto è “Ordine e simmetria”. E’ vanesio che più vanesio non si può, presuntuoso e perfino arrogante. Un po’ come Holmes, ma la differenza è che l’arroganza e la presunzione di Poirot fa sorridere.

Perché questa differenza?

Perché la Christie sparge sul personaggio una vera e propria cascata di ironia. E poi a questa sua altezzosa arroganza non corrisponde una benché minima carica di violenza naturale. Poirot non porta armi, non sa sparare, non si batte con nessuno. Un piccolo, grande personaggio. Così come ben riuscito, riuscitissimo è Miss Marple, un tipo di vecchietta che l’autrice aveva visto nella casa di una zia. Vive a St. Mary Mead, un villaggio della campagna inglese dove tutti si conoscono, si parlano, si salutano. Ha tante amiche con le quali passa il tempo a bere il tè, a sferruzzare, a mangiare pasticcini, a “pettegolare” degli altri. Dal suo giardino, vede, osserva, ascolta, cataloga le persone secondo il loro comportamento. E’ alta, snella, occhi azzurri, capelli bianchi, il viso arrossato segnato da molte rughe. Ha una espressione piuttosto dolce con la quale riesce a carpire i segreti degli altri. Un altro, splendido capolavoro della Regina del giallo.

E ora a chi tocca?

Continuiamo questa breve carrellata con un personaggio creato dalla penna del medico inglese Richard Austin Freeman, nato a Londra nel 1862:il dottor Thorndyke che appare per la prima volta nel romanzo “L’impronta scarlatta” del 1907, un anno d’oro a quanto pare, più volte citato. Questo medico legale non ha nulla a che vedere con gli investigatori “da tartufo” che seguono il loro intuito ma si occupa, direi quasi esclusivamente, degli oggetti e solo da loro trae quegli indizi che possono essergli utili a smascherare il colpevole. Ha una cultura molto vasta e approfondita che spazia dall’anatomia alla archeologia, dalla botanica alla egittologia alla oftalmologia ecc…Insomma una vera e propria enciclopedia vivente.

E il suo aspetto fisico?

Bello che più bello non si può. Alto, slanciato, atletico, profilo greco, un dio sceso sulla terra. Tiene sempre a portata di mano una valigetta verde in cui ci sono tutti gli strumenti e le sostanze chimiche che gli servono per i suoi esperimenti scientifici. Ecco la parola giusta scientifico. Freeman dà vita al romanzo poliziesco scientifico che oggi va così di moda. Per questo scrittore non importa tanto la scoperta del colpevole ma come, in che modo, con quali mezzi scientifici viene scoperto.

Poi?

Poi…poi potrei ricordare due personaggi creati dalla penna di John Dickson Carr …

Addirittura due!

Non è una novità. Gli scrittori prolifici come Carr te ne sformano anche molti di più. Dopo un po’ si annoiano e cercano di creare qualcosa di nuovo. Dunque le sue creature sono Gideon Fell e Henry Merrivale. Anzi, a dir la verità, il primo parto fu il giudice istruttore della polizia parigina Henri Bencolin, un personaggio bizzarro dal sorriso ambiguo e crudele che non ebbe il successo degli altri . Il dottor Gideon Fell fa la sua comparsa nel 1933 con “Il cantuccio della strega” e Henri Merrivale l’anno successivo con “La casa stregata”. Il primo è un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma. Un bandito scoordinato e disordinato. Inciampa, impreca, tossisce rumorosamente, parla a voce alta, geme, si intenerisce.

Un personaggio istintivo.

Più che istintivo. Un concentrato di istintività esterna e un concentrato di razionalità interna. Un genio nello scoprire i colpevoli. Ed anche ben istruito. Insomma un personaggio “particolare”, molto “particolare”…Anche Henri Merrivale è dotato di una discreta stazza, ma ha un caratterino che te lo raccomando! Arcigno, scontroso, irritabile per un nonnulla, mastica tabacco, è calvo, porta occhiali dalla montatura di tartaruga. E’ un avvocato sposato con una ex ballerina. La sua specialità è il delitto della camera chiusa di cui ho già parlato. Sembra proprio che Carr avesse un debole per lui.

Bene, bene, bene…E poi?

E poi, e poi…Non sai chiedere altro? Poi…poi…poi…Vediamo. Ecco, c’è l’ispettore francese Gabriel Hanaud di Parigi del già citato Alfred Mason: di mezza età, dal fisico un po’ strabordante (Mason affermava che le caratteristiche fisiche di un grande investigatore dovessero essere del tutto opposte a quelle di Sherlock Holmes e, come abbiamo visto, il suo consiglio fu seguito…) , capelli folti e scuri, occhi chiari, dal temperamento sanguigno ma nello stesso tempo dai modi dolci e suadenti che quasi invitavano i rei a confessarsi. Come dichiara una giovane dama che appare nel romanzo “Delitto a villa Rose” del 1910 avere vicino il suddetto ispettore è come avere accanto “un grosso, caldo Terranova”. Questo personaggio, tuttavia, non avrebbe a mio parere, molto rilievo senza la presenza della “spalla” Julius Ricardo, un omiciattolo segaligno con il pince nez sul naso, sofisticato e pignolo all’inverosimile.

Beh, si sa che il giallo si basa non solo sul personaggio principale in sé e per sé ma, soprattutto, sulla coppia. Un po’ come succede per i comici che hanno bisogno di una buona “spalla” per dare il meglio di loro stessi. O sbaglio?

In molti casi non sbagli. Sono famose le coppie Holmes-Watson, Poirot-Hastings, Wolfe-Goodwin e via dicendo. Esse tendono sia a divaricarsi che a completarsi. Da soli non avrebbero consistenza. Ci vuole il chiaroscuro per far risaltare il volume. Il Dottor Watson è già l’opposto di Holmes nel fisico: media statura, tarchiato, collo massiccio, forte mascella, folti baffi. Non ha paura di nulla, fedele e leale, riesce a stimolare il genio dell’investigatore. Il capitano Hastings è un inglese tutto d’un pezzo, elegante, corretto, dallo sguardo onesto, di nobili sentimenti ma, come dire, un po’ lento di comprendonio, un po’ “imbecille” stando a quel che dice lo stesso Poirot. Mentre Nero Wolfe è grosso, lento, impacciato nei movimenti (se ne sta sempre rinchiuso in casa) Goodwin è atletico, snello, veloce. Tutti e tre i “capi” refrattari alle grazie femminili (basti pensare a cosa afferma in proposito Holmes ne “Il segno dei quattro” e cioè “Mai fidarsi completamente delle donne, neppure delle migliori”) quanto invece interessati (soprattutto Hastings e Goodwin) i loro sottoposti. Un altro tipo interessante della letteratura gialla che in qualche modo fa presagire il più famoso Sherlock Holmes è il sergente Cuff di Wilkie Collins. Lo conosci?

Mai sentiti nominare, né il personaggio né l’autore.

Wilkie Collins nasce a Londra nel 1824 figlio di un noto pittore di paesaggio. Sarebbe forse rimasto nell’anonimato se non avesse incontrato nel 1851 Charles Dickens con il quale fa subito amicizia collaborando spesso insieme con articoli e racconti ad un periodico londinese. Nel 1860 scrive il suo primo romanzo “La signora in bianco” che ha un notevole successo. Solo otto anni dopo scrive “La pietra di luna” pubblicato a puntate su “All the Year Round” diretto proprio da Dickens. E qui nasce il sergente Cuffiuttosto anziano, dai capelli brizzolati, magro da far paura, vestito di nero con una fascia bianca intorno al collo, la faccia affilata, gli occhi di un grigio d’acciaio, passo silenzioso, voce malinconica, dita lunghe e ossute. Insomma un tipo da brivido ma molto sagace, capace di sfruttare osservazioni e azioni all’occhio comune del tutto enigmatiche. Capace, anche, di una certa autocritica, il che lo rende più umano e in un certo senso più simpatico del grande Holmes. Ha un debole per le rose rosse che coltiva con passione e questo può essere stato lo spunto per Rex Stout quando ha creato Nero Wolfe, l’enorme investigatore privato americano del quale abbiamo già parlato, innamorato pazzo sia della buona cucina che delle sue orchidee. Ogni tanto gli scrittori pescano l’uno nella borsa dell’altro.

Mi sembra umano. Hai trovato qualche altra analogia tra i vari personaggi della narrativa poliziesca?

Molti, ma ne cito solo due per non appesantire la risposta:Lord Peter Wimsey e Philo Vance. Il primo è una creatura della scrittrice inglese Dorothy Leigh Sayers nata ad Oxford nel 1893. Donna di profondi studi e di grande cultura- ha perfino tradotto in inglese buona parte della “Divina commedia”- porterà nel romanzo poliziesco tutta quella abilità letteraria che le era quasi connaturata. Nel 1923 scrive “Peter Wimsey e il cadavere sconosciuto” il primo di una lunga, lunghissima serie di romanzi e racconti polizieschi che hanno per protagonista questo celebre personaggio. Personaggio aristocratico che vanta illustri discendenti nobiliari, raffinatissimo, snob come quasi tutti i nobili e i raffinati, colleziona incunaboli e libri rari (dei quali la Sayers se ne intende, eccome), esperto cavallerizzo, adora la musica, la storia, ma soprattutto la criminologia. Porta un monocolo, in realtà una lente molto potente, un classico bastone da passeggio un po’ particolare, perché dentro contiene una lama di spada e il pomo una bussola. Tiene sempre con sé una scatola portafiammiferi che altro non è se non una pila.

Una simile “attrezzatura” oggi farebbe ridere!

Oggi farebbe ridere ma a quel tempo destò nei lettori molta curiosità. Bene, se andiamo a vedere Philo Vance creato da S.S.Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright, possiamo notare diversi lati in comune. Anche lui è uno snob con la puzza sotto il naso (anche se manca di un titolo nobiliare) e discretamente cinico, ricercato nel vestire, porta anch’egli un monocolo (vero, però), appassionato collezionista di opere d’arte, di stampe cinesi, di tesori egizi. Non ricordo che ami cavalcare ma sono sicuro che si diletta di scherma ed è un eccezionale giocatore di poker, ha una cultura vasta ed enciclopedica. Insomma ce n’è tanto da far venire il sospetto…

Che uno dei due avesse “rubato” qualche idea all’altro?

Non so dirtelo per certo. Come ho detto Peter Wimsey nasce nel 1923 in Inghilterra mentre Philo Vance tre anni dopo nel 1926 con “La strana morte del signor Benson”. Ora l’autore, che di mestiere faceva il giornalista, si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio. Un po’ di sospetto viene ma forse non ce l’ha fatta a reperire il romanzo della Sayers, ed allora trattasi di pura coincidenza. Parlando di coincidenze me ne viene in mente un’altra.

Tira fuori il rospo.

Ricordo che anche l’irlandese Freeman Wills Crofts, meno noto al grande pubblico di S.S.Van Dine, ad un certo punto della sua vita ha un esaurimento nervoso e durante la lunga convalescenza indovina che fa?

Non mi dire che si mette a scrivere un giallo!

Elementare. Non solo scrive un giallo, “I tre segugi” , siamo intorno al 1920, ma dopo qualche anno si dedica esclusivamente a questa attività lasciando il suo lavoro di ingegnere. Con “Il grande mistero” del 1924 crea l’ispettore French che si pone in netta antitesi alle “teste d’uovo” che avevano imperversato, fatte rare eccezioni, fino a quel momento. Joseph French è l’ispettore di Scotland Yard privo di particolari eccentrici:media altezza, aspetto pulito e dignitoso, occhi azzurri, sguardo mite. Fuma il sigaro ed è felicemente sposato con una moglie prodiga di consigli per il suo lavoro. Una specie di signora Maigret. Nel lavoro è tenace come un mastino e segue una linea di condotta ben definita. Via le intuizioni eccezionali, le “trovate” cervellotiche, spazio a ragionamenti e soluzioni più naturali, più chiari e plausibili. Un uomo ordinario, di tutti i giorni , non un “personaggio” che talora finiva per diventare troppo astratto e poco credibile.

Mi ricordo, vagamente, di un detective prete e di uno cinese o giapponese che devo avere visto da qualche parte.

Mi sa che tu li abbia visti tutti e due al cinema o alla televisione. Si tratta di Charlie Chan e di Padre Brown. Il primo fu creato da Earl Derr Biggers, romanziere e commediografo americano, il secondo da Gilbert Keith Chesterton, scrittore inglese molto versatile.

Sì, ora che mi ci fai pensare credo di averli visti entrambi alla televisione. Padre Brown mi pare fosse interpretato dal nostro indimenticabile Renato Rascel.

Perfetto. E fu interpretato anche dal famoso attore Alec Guinness. Nasce nel 1911 con una raccolta di undici racconti “L’innocenza di Padre Brown” ed è subito un personaggio singolare dall’aspetto un po’ tonto e dal modo di fare imbranato (quando ha l’ombrello in mano gli casca sempre). Una specie di anti-investigatore che segue il cuore e l’istinto e si basa soprattutto sulla sua esperienza di vita. Charlie Chan è un detective cinese che vede la luce ne “La casa senza chiavi” del 1925 ed ebbe un successo strepitoso. Da quello che ne so sono stati sfornati addirittura 49 (quarantanove) film con questo personaggio! Un piccoletto molto in carne, diciamo pure grasso, dalla pelle liscia e levigata e dal passo leggero come una piuma. Cordiale, amichevole, rispettoso (famosi i suoi inchini), con una famiglia sterminata alle spalle. Earl Derr Biggers riuscì a conquistare il pubblico americano attraverso il grimaldello dell’umorismo e le citazioni di saggezza orientale. E non è poco, visto come imperversavano allora le discriminazioni razziali in quel paese.

In seguito a quale autore ti sei avvicinato?

L’ho citato poco fa quando ne ho ricordato la moglie. A Maigret, e per un fatto singolare.

Faccene partecipi.

Anche questa volta la televisione ci mette lo zampino. Avevo visto la bella interpretazione che il nostro Gino Cervi aveva fatto del commissario transalpino e così cominciai a fare incetta di gialli del suo autore George Simenon. Di Maigret non c’è nulla da dire tanto è conosciuto. Mi piaceva quella sua aria solida, quel suo fare da buon padre di famiglia, quella sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone inerenti al delitto. Quel suo modo di essere semplice che lo riconduceva alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra.

Questo è vero.

Comunque il nostro Simenon non avrebbe potuto creare il nostro Maigret se non lo avesse conosciuto di persona.

Simenon non avrebbe potuto…Ma cosa dici?

Dico che nella realtà di quei tempi in cui Simenon scriveva le storie di Maigret c’era già nella polizia francese il commissario Marcel Guillame che per la sua bravura era stato soprannominato lo “Sherlock Holmes” francese. Simenon si mette sulle sue tracce, riesce a conoscerlo e fra i due nasce una lunga amicizia. Questo Guillame era alto, slanciato, dai lunghi baffi arricciati, con il caratteristico cappello a bombetta sempre sulla testa, testardo e profondamente onesto nei confronti degli indagati. E’ quello, tanto per capirci, che riesce a smascherare Henri Landru che ammazzava donne come fossero moscerini e poi le bruciava nel caminetto della sua villa.

Un bel risparmio sulla legna…Scusa la battuta.

Insomma lo Sherlock Holmes francese insegna a Simenon molti trucchi del mestiere, soprattutto dal punto di vista psicologico, che poi lui riversa sul commissario Maigret. E poi c’è il ritmo…

Che c’entra il ritmo?

Ma sì, il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che lo scrittore belga riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto ai ritmi massacranti di certi giallastri moderni.

Ma non c’è un autore-cardine che abbia portato una vera e propria novità, una sorta di rivoluzione nel romanzo poliziesco?

Ogni scrittore, a suo modo, ha portato qualcosa di nuovo e diverso dai precedenti. Lo abbiamo già visto parlando di alcuni autori e dei loro personaggi. Uno però, in particolare, mi è rimasto impresso. Colui che in pratica ha dichiarato la morte del giallo.

Non è possibile, il giallo vive e vegeta tutt’ora.

Sì, ma lui in un certo senso l’ha fatto morire. Trattasi di Friedrich Dürrenmatt, scrittore svizzero nato nel 1921 e morto nel 1990. Nel 1958 scrive “La promessa”, divenuto poi un bel film nel 2001 con la regia di Sean Penn che stravolge tutte le certezze del giallo classico. Il commissario Mattai del cantone di Zurigo indaga per conto proprio su un omicidio di un quattordicenne, dato che non crede che il colpevole sia quello indicato da tutti gli abitanti del paese. Ebbene, non solo non troverà la verità, ma questa verrà trovata dal narratore, un suo collega, solo per puro accidente, solo per caso. Ecco, per Durrenmatt è proprio il Caso che governa il mondo, non c’è un ordine né una logica. Il romanzo poliziesco non è, quindi, lo specchio fedele della realtà ma una debole, monca e artificiosa costruzione. E’, in pratica, la fine del giallo.

In questo senso lo capisco. Ora mi piacerebbe sapere quando nasce il romanzo poliziesco in Italia e quali sono stati i suoi sviluppi.

Domandina semplice semplice, per rispondere alla quale ci vorrebbe un libro intero. Mi limito,naturalmente, a qualche sparuto accenno seguendo un po’ il filo del discorso che abbiamo sin qui tenuto, teso a presentare, soprattutto, i personaggi principali. Se qualcuno volesse saperne di più suggerisco la lettura di “Un secolo in giallo-Storia del poliziesco italiano” di Maurizio Pistelli, editore Donzelli, Roma 2006, un libro ben costruito e documentato. Nel 1929 ( faccio un bel salto trascurando gli inizi del giallo nostrano che partono da Cletto Arrighi e da Emilio De Marchi, influenzati, peraltro, dal feuilleton francese. Questo 1929, però, è proprio un anno particolare!) nascono i libri gialli della Mondadori con “La strana morte del signor Benson” citato poco fa. Ma prima una osservazione la devo fare. In Italia, come ti ho già detto all’inizio, è stata dura. Ce n’è voluto del bello e del buono per far capire a certi intellettuali retrogradi che anche il romanzo poliziesco poteva avere tutti i crismi dell’arte e che era un modo, come qualsiasi altro romanzo, per mettere a nudo certi aspetti maligni della nostra società. Augusto De Angelis è uno di quelli che si è battuto con maggiore energia, insieme ad Alessandro Varaldo, su questo versante creando il commissario De Vincenzi. Poi aggiungerei, lasciando in pace Gadda, Sciascia e altri scrittori tout court, Jelling e il Duca Lamberti di Scerbanenco, il commissario Ambrosio di Renato Olivieri, il sergente Antonio Sarti di Loriano Macchiavelli e il noto Montalbano di Camilleri.

Un bel gruppetto, non c’è che dire.

De Vincenzi è il prototipo di tutti i commissari italiani. Ecco che cosa scrisse lo stesso De Angelis “Ho voluto fare un poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policemen e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare non manchino i delitti. Non si dimentichi che questa è la terra dei Borgia, di Ezzelino da Romano, dei Pai e della Regina Giovanna”.

Non c’è da dargli torto.

Aveva ragione e il tempo gliel’ha data. Dunque, dicevo, il commissario De Vincenzi. Non sappiamo con esattezza come sia in carne ed ossa ma il suo volto è giovanile (se non ricordo male ha circa 35 anni) e veste in maniera piuttosto semplice e con una certa eleganza. Lavora soprattutto a Milano, buon lettore di opere letterarie e filosofiche, fine conoscitore e indagatore dell’animo umano, pensoso sulla sorte degli uomini. Deluso e amareggiato dall’ambiente che lo circonda, è problematico e pessimista. Come sottolineato da Carlo Oliva nel bel libro “Storia sociale del giallo”, Todaro editore, Lugano 2003, la sua tecnica di indagine ricorda un po’ quella di Maigret e di Philo Vance. Per lui il delitto è addirittura un’opera artistica, “perversamente artistica”.

Anche se interessante, non sembra molto simpatico.

Non lo fu, almeno per il regime fascista che non amava mettere a nudo i lati più brutti della società e detestava i personaggi indecisi e dubbiosi. Ne seppe qualcosa lo stesso De Angelis che dopo l’8 settembre venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Como. Per uno strano scherzo del destino la sua vita finì come in un giallo.

Sono curioso.

Uscito di carcere incontrò per caso la donna che l’aveva denunciato. Lui nemmeno l’aveva riconosciuta ma lei cercò in qualche modo di giustificarsi. I due non si intesero. Fatto sta che la donna incominciò ad urlare ed un suo amico balordo massacrò di botte il povero De Angelis che morì poco dopo nel luglio del 1944. Fu rivalutato negli anni settanta e ne ricordo una superba interpretazione alla televisione di Paolo Stoppa. E veniamo a Jelling e al Duca Lamberti di Scerbanenco, due personaggi che più diversi di così non si può.

Intanto diciamo chi è Scerbanenco.

Nasce a Kiev nel 1911 da padre ucraino e da madre italiana. In realtà si chiamava Scerbanenko, ma poi il suo nome si è italianizzato con la c al posto del k. La sua vita è complessa. Una personalità burrascosa, mille mestieri, si becca pure la TBC, talvolta anche licenziato, lavora soprattutto a Milano. Il fatto più eclatante della sua vita è che scriveva, scriveva e scriveva. Se ci fosse stata la possibilità di reincarnarsi in un oggetto sono sicuro che sarebbe diventato una macchina da scrivere. Dal 1933 al 1969 non ha fatto altro che picchiettare sui tasti sciorinando centinaia e centinaia di libri e di racconti da far venire i brividi solo a vederli.
Arthur Jelling nasce in “Sei giorni di preavviso” del 1940 ed è un archivista della direzione generale della polizia di Boston…

Di Boston? E che c’entra Boston con il giallo italiano?

Domanda giusta ma c’entra, eccome. Il regime fascista negli ultimi anni della sua sopravvivenza sta operando una forte censura contro tutte le pubblicazioni che in qualche modo mettono in risalto le zone d’ombra del nostro paese. Gli scrittori sono dunque costretti ad ambientare le loro storie all’estero. Come in questo caso.

Capisco.

Arthur Jelling, dicevo, è un archivista di quaranta anni, timido, riservato, tutto preciso e ordinato, ha pochi amici, ama la solitudine, se ne sta come un ragno tra la polvere degli archivi, risolve i suoi casi e ritorna tranquillo tranquillo, pacioso pacioso, tra le mura domestiche insieme alla moglie e al figlio.

Personaggio singolare.

Personaggio singolare e a me anche simpatico.

Non sembra, almeno da quello che hai detto.

Ogni tanto gioca a scacchi.

Beh, allora…

A lui si contrappone l’altro personaggio, altrettanto singolare, del Duca Lamberti che nasce molto tempo dopo nel 1966 con “Venere privata”. E’ un ex medico che è stato radiato dall’ordine perché accusato di avere aiutato a morire una vecchia malata terminale.

Eutanasia.

Esatto, bastava una parola sola. Per questo si becca tre anni di galera ed è in conflitto con se stesso, sia per la morte del padre, agente di polizia, colpito da infarto dopo avere saputo della sentenza inflitta al figlio, sia nei confronti della sorella sedotta e abbandonata.

Un tipo patologico.

Direi. Che vive in una Milano da brivido e se si sommano tutti questi ingredienti non può che venirne fuori insofferenza, rivolta e violenza. Il Duca Lamberti è tutto questo. E anche di più. Perché, come scrive il già citato Carlo Oliva “In fondo, come la maggior parte dei duri, anche lui è un buono”.

Mi pare che, almeno in questo , il giallo sia cambiato.

Siamo, in effetti, nel cosiddetto noir dove non contano soluzioni precise e determinate, se vuoi anche rassicuranti, del giallo classico, ma sono presenti contraddizioni interne, problematiche sociali ed una giustizia che spesso è solo il simulacro della giustizia. E non vi è nemmeno uno distacco netto tra il Bene e il Male. Comunque sia una certa commistione tra i due generi è spesso presente nei romanzi polizieschi.
Passiamo ora al commissario Ambrosio di Renato Olivieri che ci viene presentato nel 1978 con “Il caso Kodra”. Siamo sempre a Milano, ma in una Milano del tutto diversa. Signorile, elegante, raffinata, perbene. Troppo perbene, perché dietro a questa patina di vita comoda e onesta si nascondono, come è già stato detto, “passioni morbose e criminali”. Ritorna, con il commissario Giulio Ambrogio, l’esteta che abbiamo già ritrovato in altri personaggi.

L’ho notato anche io. Perché?

Ma perché chi scrive queste storie è spesso un uomo di cultura e di vasti interessi, come lo era Renato Olivieri, che riversa nelle sue creature. Appassionato di arte e di tutte le cose belle che può offrire la vita. Spesso lo ritroviamo tra le bancarelle ed i negozi di antiquariato a curiosare, osservare, a gustare le bellezze di oggetti rari e anche comuni che possono sempre svelare qualche traccia dell’animo delle persone che li hanno posseduti. Anche se è stato lasciato dalla moglie (o forse proprio per questo) è un uomo sereno e felice che si trova a dipanare oscuri delitti con una delicatezza che raramente si riscontra in altri uomini di polizia.
Il sergente Antonio Sarti di Loriano Macchiavelli mi è rimasto impresso anche per un paio di disturbi fisiologici particolari.

Quali?

L’ulcera e la colite. Il suo sogno più ambito è quello di avere a portata di mano un gabinetto. Si muove nella Bologna degli anni settanta con la concretezza del contadino affidandosi al suo intuito giorno per giorno senza stare dietro alle speculazioni filosofico-marxiste del suo assistente e amico Rosas. Un bel personaggio, una bella coppia che mi fa tornare a mente l’ispettore Marco Coliandro e Nikita di Carlo Lucarelli, altro giallista di vaglia. Così ben riuscito che il suo autore dovette riproporlo dopo un periodo in cui l’aveva trascurato e fu perfino interpretato da Gianni Cavina alla televisione. E veniamo al Montalbano di Camilleri.

Questo lo conosco.

E vorrei vedere. Ne parlo, anzi ne devo parlare, perché ha ottenuto un successo straordinario, di dimensioni gigantesche. Pensa che i suoi racconti sono stati pubblicati perfino nei “Meridiani” della Mondadori che raccolgono le opere dei super-scrittori. In genere più morti che vivi. Insomma di quelli che hanno fatto o fanno il botto.

Accidenti!

Prima di tutto è siciliano, puro siciliano di Catania. Svolge le sue indagini di commissario a Vigàta, un paese inventato che si trova, ci dice Camilleri, tra Porto Empedocle e Agrigento. L’unico rapporto con il continente è rappresentato dalla sua fidanzata genovese. Come ci fa sapere Luca Crovi nel suo ottimo “Tutti i colori del giallo”, Marsilio, Venezia 2002, il nostro ha tre grandi passioni:il mangiare, il bere e la letteratura. Un uomo tutto d’un pezzo che non conosce collusioni di sorta (vedi mafia), che non si lascia asservire dai superiori e rifiuta persino la promozione a vice questore per mantenere intatta la sua libertà. Sincero e istintivo cerca il colpevole senza per questo volerlo perdonare o condannare e senza entrare nei meandri del suo inconscio. Semplice e risolutivo. Nel corso delle storie che si sono succedute vi è stato anche uno sviluppo del personaggio che appare sempre più stanco e disgustato dal mondo che lo circonda. Una mano al grande successo Camilleri l’ha avuta dalla splendida interpretazione che l’attore Luca Zingaretti ha fatto di Montalbano (anche se ora si è un po’ scocciato) negli sceneggiati televisivi, e dalla sua bravura nel rappresentare con mano felice i colori e gli odori di una terra aspra e forte come la Sicilia.

Mi hai fatto venire la voglia di leggerlo, anzi di rileggerlo.

Vedi che a qualcosa sono utile.

Sin qui abbiamo parlato quasi esclusivamente di detective, poliziotti, ispettori, commissari ecc…di sesso maschile. Ad eccezione di Miss Marple, se non sbaglio. Ma non esistono altri segugi del gentil sesso nella letteratura poliziesca?

Esistono, eccome, anche se in numero inferiore ai maschietti, perché il ruolo del poliziotto è stato, fino a qualche tempo fa, dominio esclusivo dell’uomo. Fare la poliziotta o l’investigatore era riservato a chi portava i calzoni lunghi. Gli esempi non mancano, anche se sono conosciuti soprattutto dai cultori del genere e non dal grande pubblico. Basta fare un viaggetto in internet per trovare: Loveday Brooke ne “Il delitto di Troete’s Hill” di Catherine Louise Pirks lavora per un’agenzia privata di investigazione; Florence Cusack ne “L’arresto del capitano Vandaleur” di Lillie Thomasine Meade è una signora dell’alta società londinese che collabora con Scotland Yard; Robertson Kirk ne “Il mistero del castello di Fordwych” della baronessa Emmuska Orczy dirige la sezione femminile di Scotland Yard; Violet Strange ne “Gli inseparabili” della statunitense Anna Katherine Green è una giovane ereditiera dell’alta società newyorchese che collabora con la polizia; Sarah Fairbanks ne “Il lungo braccio” di Mary Wilkins Freeman, anch’essa degli Stati Uniti, è una maestra di campagna, investigatrice dilettante. Per quanto riguarda l’età vittoriana. In seguito avremo Miss Pinkerton della già conosciuta Mary Roberts Rinehart, Sarah Keate di Mignon.G.Eberhart, Miss Maud Silver di Patricia Wentworth e Harriet Vane della citata Dorothy Sayers e tante altre ancora.

Non c’è anche una certa Carolina Invernizio che ha dato luogo alle cosiddette detective in gonnella?

E’ vero ma non l’ho citata perché fa parte di quella schiera dei primi scrittori non completamente “giallisti” nel senso che erano soprattutto autori di feuilleton.

Non mi pare di vedere un autore maschile. O sbaglio?

Non sbagli. Come hai notato tutti questi personaggi femminili sono nati da mani femminili. E tutti ormai scomparsi dalla circolazione come le loro autrici che sono in genere vissute a cavallo tra l’Otto e il Novecento. Una delle più famose è senz’altro Kay Scarpetta di Patricia Cornwell che lavora nell’Istituto legale di Richmond in Virginia, ma anche Petra Delicado della spagnola Alicia Bartlett non scherza. Ed entrambe le autrici sono ben vive e vegete. Ultimamente, però, anche qualche maschietto ha incominciato a creare detective in gonnella. Cito, per esempio, Alexander McCall Smith che con “Il club dei filosofi dilettanti” ha tirato fuori Isabelle Dalhousie che vive in Scozia, a Edimburgo…

Edimburgo…Edimburgo…Non sono un esperto di gialli ma mi pare che questa città sia diventata il luogo ideale per ambientarci dei bei romanzi polizieschi.

E’ vero. Proprio in questi giorni è uscito il libro di Allan Guthrie “La spaccatura” pubblicato dalla Einaudi Stile Libero nel quale Edimburgo non è proprio la città gradevole e tranquilla che molti immaginano. E gli scrittori scozzesi, penso per esempio a Irvine Welsh, stanno venendo fuori con grande grinta. Ma ritorniamo alla nostra Isabelle. Lavora per una rivista di filosofia e riesce a risolvere i casi tra un cruciverba e l’altro. E questo autore, se ben ricordo, aveva già creato Precious Ramotswe, una detective africana diventata famosa per una serie televisiva.

Ma cosa portano di nuovo questi personaggi femminili?

Qualche volta la loro delicatezza, la loro dolcezza, il loro acume, la loro sottigliezza psicologica, la loro cultura, come nel caso citato di Isabelle Dalhousie. Tal’altra vengono semplicemente mascolinizzate fino a perdere quasi completamente i loro connotati naturali e spirituali. Se non mancano donne poliziotto, non mancano nemmeno donne assassine.

Che di solito uccidono con il veleno.

Mica sempre. Ho tra le mani “Donne pericolose”, una raccolta di racconti di Autori vari piuttosto famosi come Ed Macbain o Elmore Leonard, tanto per citarne un paio, pubblicato dalla Piemme Editore, dove i delitti da parte del gentil sesso avvengono con ogni mezzo. Nella Prefazione di Otto Penzler si ricordano i famosi misogini Holmes e Wolfe (per inciso già dal sottoscritto citati qualche pagina avanti) in quanto, trovandosi di fronte a donne così pericolose di questi racconti,“Ne sarebbero stati scioccati e sconvolti. Tuttavia, secondo il curatore “…ne sarebbero rimasti anche affascinati e disperatamente curiosi di scoprire quali intenzioni avessero, dove sarebbero arrivate, quali adorabili piccoli trucchi nascondessero nella manica”.

Meglio non conoscerle…

Sono d’accordo. In uno dei racconti, e più precisamente in “Cielo Azul” Di Michael Connolly, indovina che cosa trovo?

Domandina facile, facile…Dunque…mi arrendo.

Gli scacchi! Posti francamente in un luogo, diciamo, poco conveniente…

Non mi chiedere dove, perché non ti rispondo.

Riporto integralmente la frase”Seguin era seduto sul letto della cella e studiava una scacchiera posata sul water”.

A dimostrazione che gli scacchi si possono trovare dappertutto…Sbaglio o le raccolte dei racconti ti hanno sempre interessato?

Non sbagli. Avevo letto in precedenza “Crimini” pubblicato dalla Einaudi dove si trovano i migliori giallisti nostrani da Ammaniti a Camilleri, da De Cataldo a Faletti ecc…. Volevo fare un confronto.

E come è andato?

Piuttosto bene. Ormai i nostri stanno alla pari, con alcune eccezioni sulle quali non mi pare il caso di soffermarmi. Anche se…

Anche se?

Anche se qualcuno di loro per strafare, per far vedere di essere il più bravo inventa storie così arzigogolate da non essere credibili.

Un po’ come le tue…

Ben mi sta. Te l’ho offerta su un piatto d’argento.

Ritornando alle donne autrici di gialli vedo che ne hai citate molte. Chi è l’erede, se c’è, secondo te, di Agatha Christie?

Prima di rispondere alla tua domanda vorrei citare anche la canadese Margaret Doody, insegnante universitaria, che ha creato il detective Aristotele tanto per gradire.

Aristotele il grande filosofo?

Proprio lui. Con “Aristotele e i misteri di Eleusi” pubblicato dalla Sellerio è arrivata alla sua quinta avventura. Ed essendo ancora giovane mi sa che la saga continui per un bel pezzo. Quando si imbrocca il filone giusto è difficile fermarsi. Cito, per esempio la nostra giallista Danila Comastri Montanari che…

Meno male, almeno una scrittrice italiana tra tante straniere!

…che, dicevo, ambienta le sue storie nella Roma del primo secolo dopo Cristo. Il suo detective è Publio Aurelio Stazio, un senatore patrizio ricco da far paura amico addirittura dell’imperatore Claudio. A quanto ne so ha scritto ben dodici libri!
Per quanto riguarda l’erede di Agatha Christie non vorrei sbagliare ma mi pare proprio che la palma vada a Phyllis Dorothy James che ad 85 (ottantacinque!) anni continua a sfornare libri di successo come questo ultimo, nel momento in cui scrivo, “Brividi di morte per l’ispettore Dalgliesh” pubblicato dalla Mondadori nel quale il noto detective indaga sulla morte di un famoso scrittore su una piccola isola della Cornovaglia. Per essere più credibile si documenta in maniera maniacale. Come ha detto in una intervista rilasciata per il “Venerdì” di “Repubblica” se deve descrivere un adolescente chiede consiglio ai suoi nipoti, se deve descrivere un giardiniere parla con quelli del parco, e se deve costruire la figura di un assassino…

Non mi dire che…

…parla con un assassino.

E dove lo trova?

In galera, naturalmente.

Voglio farti una domanda che credo interessi molti scacchisti. Quale è il rapporto che lega gli scacchi alla letteratura poliziesca? Vi sono molti gialli in cui gli scacchi abbiano una certa rilevanza?

Direi che il rapporto è molto stretto e, comunque, come abbiamo visto, gli scacchi si ritrovano spesso nei racconti o romanzi polizieschi anche come semplice contorno. Diverse star del giallo li hanno inseriti nel contesto delle loro storie. Basti pensare alla stessa Agatha Christie per finire a S.S.Van Dine. Ma su questo argomento ha già scritto Mario Leoncini in “Chi ha ucciso il campione del Mondo? Scacchi e crimine” pubblicato dalla Prisma di Roma, per cui rimanderei gli interessati alla lettura del libro.

Mi pare giusto. Come è la situazione del giallo ai giorni nostri, insomma in questo momento?

Esplosiva, semplicemente esplosiva. Da quando Dan Brown con il “Codice da Vinci” ha praticamente sbancato le librerie del mondo (sembra che abbia venduto più di 50 milioni di copie!) tutti si sono gettati su questo genere letterario. Come ho già scritto in “Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e crimine” “Provatevi ad entrare in una libreria qualsiasi e ditemi se subito non vi arriva alle narici un tanfo di corpi sbudellati e alle orecchie un urlo disperato di bambine violentate”. Dovunque ci giriamo gialli, sempre gialli, fortissimamente gialli. Mi sono preso la briga di collezionare titoli di articoli di giornali e riviste su questo “fenomeno” attuale. Ne cito alcuni:”Anche al serial killer piacciono le bionde”-“Il detective di New Orleans sopravviverà all’uragano?-“Indagine sul set del “Mago di Otz””-“E se Sandro Veronesi fosse l’assassino?”-“Un ambiguo omicidio in Messico”-“Un Sessantotto in giallo”-“Il detective Dante Alighieri”-“Quegli intrighi dell’antica Roma”-“Il diabolico serial killer che si sentiva un dio”-“Omicidio a Dublino sulle orme di Joyce”-“Come fare a pezzi la mamma in un tranquillo borgo inglese”-“Montalbano e l’Italia sudicia”-“Scacchi e crimini al Cral del Monte”-“Kay Scarpetta fa parlare i morti”-“L’arbitro è morto, giallo allo stadio”-“Poliziotti ruvidi e donnaioli”-“Ispettore Delicato, il caso stupri è suo”-”L’assassino ha i minuti contati”- “Quando l’investigatore ha la tonaca nera”-“Come sopravvivere a una mamma serial-killer”- “E l’assassino si nasconde dietro Euripide”- “Un giallo capitolino tra Gadda e Fellini”-“Quando il carteggio tradisce l’assassino”-“Detective per caso nella Ville Lumière” ecc…ecc…eccc…Dal che si evince che il giallo tratta di tutto e di tutti in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Tra poco ce lo ritroveremo stampato anche sulla carta igienica dei nostri privatissimi gabinetti.

Credo che sia giunto il momento di concludere.

Prima, però, vorrei informare i miei lettori…

Informali.

Bene, chi è interessato al giallo può seguirmi sui siti on line di “Sherlock Magazine” e “Thriller Magazine” dove tengo “L’angolo giallo di Fabio Lotti” e, aggiungo, su “The blog around the corner” dove ho “Letture al gabinetto” e “Detective lady”.

Complimenti.

Grazie.

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


20 Commenti a Delitti incrociati

  1. avatar
    Fabio Lotti 10 Febbraio 2019 at 13:03

    Accidenti! Un ringraziamento di cuore a Martin per aver pubblicato questo mio gialletto scherzoso scritto diversi anni fa. Per la eventuale pubblicazione come gli altri in libro avrei dovuto allungarlo molto di più, ma mi mancò la voglia. Spero che incuriosisca qualcuno dei lettori. Naturalmente pronto ad accettare qualsiasi osservazione.

  2. avatar
    patrizia debicke 10 Febbraio 2019 at 13:39

    Ancora una volta Fabio Lotti si diverte a prenderci in giro e a farci scervellare con un effervescente thriller giallo scacchistico che meriterebbe di diventare un romanzo vero.
    Intriganti e irresistibili i giochi incrociati tra veleni e politici, ormai quasi d’annata. Forse meriterebbe un rivisitazione. Auguri a Marco Tanzini di continuare così. La medicina va avanti, non esistono limiti di età per essere poliziotti e scacchisti E Sally la Rossa è una new-entry che convince, da sfruttare ancora. A presto spero su queste scene ;) ;) ;)

  3. avatar
    The dark side of the moon 11 Febbraio 2019 at 14:39

    I gialli classici rispetto a quelli stile americani sono indubbiamente preferibili, però come Lotti insegna, il romanzo giallo è distinto da una galassia di sottogeneri vastissima e a volte classificarli come degni di nota dipende semplicemente da una….questione di gusti.
    Personalmente il noir è lo stile che preferisco insieme a qualche buon thriller.
    Il primo romanzo giallo che lessi fu “Poirot sul Nilo”, un classico di Agatha Christie parecchi anni fa (andavo a scuola….), poi a distanza di molto tempo ripresi la lettura di genere con “Uomini che odiano le donne” di Larsson e tutta la trilogia “Millennium”; da quel momento in poi ho sempre avuto una predisposizione verso gli autori scandinavi ma quello al quale resto molto affezionato è Mankell che a mio parere è un grandissimo scrittore.
    Liza Marklund è una altra autrice che apprezzo molto, il personaggio che indaga sui delitti creato dalla Marklund non è uno sbirro ma una giornalista e per di più anche attraente….
    Vorrei, visto l’argomento e non avendo le competenze di Fabio, porre a lui (e a chiunque voglia rispondere) alcune domande.
    Come classificare lo stile di Mankell: trhiller, noir o altro genere?
    Che ne pensate della Lackberg? da diversi anni è l’autrice scandinava più letta.
    Brevemente, sapreste proporre un semplice schema di base per scrivere un romanzo giallo?

  4. avatar
    Fabio Lotti 11 Febbraio 2019 at 15:46

    Gli scrittori scandinavi, disprezzati da molti forse solo per invidia o perché hanno conquistato una bella fetta del mercato italiano, hanno avuto il merito di portare alla luce i lati oscuri di un mondo che sembrava immacolato come la neve su cui cadeva. Non sono solito fare distinzioni perché spesso i vari generi, giallo classico-thriller e noir, si intrecciano fra loro e quindi lascio ad altri la classificazione. Gli autori citati costituiscono degli ottimi esempi.

  5. avatar
    The dark side of the moon 11 Febbraio 2019 at 19:25

    Sono d’accordo riguardo i generi e nel sentirti dire che gli autori che mi piacciono di più costituiscono un ottimo esempio.
    In effetti è difficile classificare in modo netto i libri di Mankell per esempio, anche i critici più attenti discordano tra loro.
    Come hai detto bene te, ci sono dei romanzi dove la parte noir è prevalente, altri dove il trhiller recita un ruolo determinante e quasi sempre le due componenti si intrecciano.
    Mankell, tra l’altro, ha scritto un romanzo bellissimo “Comedia infantil” ambientato in Africa lo scrittore ha risieduto per parecchi anni; il libro non è ne un noir, ne un trhiller ma consiglio a tutti la sua lettura.
    Comunque ritornando in tema, l’aspetto che mi intriga di più di questi autori è la descrizione perfetta di una grande “disperazione esistenziale” che contrasta nel contesto che abbiamo sempre avuto di una società dipinta attraverso uno stereotipo preciso.
    Sapresti brevemente tracciare uno schema di base per scrivere un romanzo giallo?
    C’è un libro della Lackberg “A scuola di Giallo: guida in 7 passi per aspiranti scrittori di gialli” che si può scaricare gratuitamente ma non riesco a metterlo sul kindle; potrei leggerlo tramite il web ma non ne ho intenzione perché mi resta scomodo, però sarei curioso di scoprire i “segreti” che regolano un buon libro giallo.
    A te esperienza e competenza non mancano…

  6. avatar
    Fabio Lotti 11 Febbraio 2019 at 22:22

    Scusa, ma basta cliccare in internet “regole per scrivere un giallo” che te ne appaiono quante ne vuoi. Il problema è poi scrivere un giallo che abbia qualcosa di nuovo e diverso tra i millanta già in circolazione. Ormai sembra quasi sempre (ho detto “quasi” ) un copia-incolla.

    • avatar
      The dark side of the moon 12 Febbraio 2019 at 10:40

      Ok, allora proseguo con le mie ricerche.
      L’argomento mi interessa, magari ti terrò aggiornato quando capiterà di sentirci.
      Intanto finisco di leggere il tuo romanzo, a proposito: non era meglio farlo uscire a puntate?

  7. avatar
    chess 12 Febbraio 2019 at 15:01

    Il giallo, il noir, il post noir, il thriller, e via dicendo. Molti generi alcuni dei quali segnano una commercializzazione del libro come prodotto di “veloce” consumo. Si contano piu’ commissari sulle pagine stampate che nei commissariati reali. Il thriller , ad esempio: non esiste ramo della narrativa inflazionato come il thriller, settore nel quale si sbizzarriscono ogni genere di pseudo scrittori. E’ stupefacente il numero di uscite editoriali in questo genere che trova il suo giusto altare nei banconi del supermercato o, nella migliore delle ipotesi, nei banconi ” novita’ ” delle librerie o , per essere piu’ precisi, quelle che una volta erano librerie. Ora sono discount della pagina stampata, dei grandi bazar di fregnacce rilegati elegantemente. Pacchi regalo per lettori consumatori in poche parole.

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      The dark side of the moon 12 Febbraio 2019 at 17:32

      Stai snobbando il giallo e tutti i suoi sottogeneri, stai facendo quindi l’errore di chi si ostinava a snobbare il fumetto.
      Non esistono letture di serie A o di serie B, esistono buoni libri e pessimi libri, a prescindere dalle categorie.
      Poi ci sono libri inutili ma quello è un altro discorso che non rientra tra questi.
      Pensa che attualmente sto leggendo il “don Chisciotte”, finito quello magari torno ai gialli o addirittura deciderò di leggere alcuni romanzi distopici che secondo me hanno un potenziale ancora inespresso.
      L’importante è che siano buoni libri.
      Quello che dici sulle librerie è comunque vero, il consumismo tende a vendere immondizia illeggibile, l’obbiettivo è rivolgere i testi ad un pubblico più ampio possibile di medio bassa cultura.
      Ti faccio un esempio, anzi due.
      Esce un libro di Vespa e non c’è libreria che non occupi grande spazio sui propri scaffali, di quello che c’è scritto dentro già lo si capisce dalla figura in copertina.
      E’ uscito ultimamente il libro di Corona (si, quell’energumeno li) ed è subito salito al settimo posto dei libri più venduti in Italia (non l’avrà scritto nemmeno lui dato il soggetto).
      Quindi attenzione, la raccolta differenziata va fatta correttamente ;)

      • avatar
        Chess 12 Febbraio 2019 at 22:09

        So bene Dark che tra i generi da me citati non tutto è da buttare via.Quello che intendevo dire era che comunque sono proprio questi generi che più di ogni altri si prestano al consumismo dei libri perché non richiedono lettori esigenti,anzi. C’è eccome una letteratura di serie a ed una di b anche se risulta quasi antipatico dirlo. Ma questo vale per molte arti, non ultima la musica nella quale una volta si ascoltavano, ad esempio, i Pink Floyd, ora impazza un Fedez a caso. Non salta all’orecchio una grandissima differenza? Il problema del mondo moderno è questo: piuttosto di fare consumare spaccia qualsiasi spazzatura per arte,letteratura,musica,ecc ecc. Evviva il centro commerciale!!!

        • avatar
          The dark side of the moon 13 Febbraio 2019 at 11:42

          Siamo d’accordo se per letteratura di serie B non ti riferisci ad un genere in particolare ma semplicemente a libri brutti.
          Tendenzialmente è più impegnativo leggere un libro di filosofia che un giallo ma ci sono dei libri “impegnati” orribili e tendenziosi…
          Oggettivamente paragonare Fedez ai Pink Floyd è come bestemmiare in un luogo di culto ma per la qualità della musica, non di genere.
          Poi è chiaro che non puoi paragonare il miglior giallo ai classici della letteratura ma sono cose diverse, ciò che importa è la qualità.

          • avatar
            chess 13 Febbraio 2019 at 16:56

            Dark per letteratura di serie b intendo tutta quella narrativa di puro intrattenimento consumistico atta soltanto a far passare del tempo con un libro in mano. Molti thriller, per rimanere in questo genere, un mese solo dopo che li hai letti te li dimentichi completamente o comunque con il tempo sfumano del tutto dalla memoria. Cosi’ non succede con un Delitto e castigo , per citare un titolo a caso tra i classici. Un libro deve lasciarti irrimediabilmente qualcosa che ti appartenga , che si trasmuti nella tua vita, che si identifichi con alcune delle tue emozioni.
            Ci sono grandi libri misconosciuti al grande pubblico che parlano del quotidiano, della vita comune, quella ordinaria che tutti noi affrontiamo giorno dopo giorno. Ne raccontano il corso che a noi pare quasi noioso facendoci riscoprire quella profondita’ delle cose semplici che noi avevamo oramai trascurato e mai compreso fino in fondo. Prendi per fare un nome, L’ultima stagione di Don Robertson o Una vita di Maupassant. Un libro deve ” aprire”, deve scoprire, deve accompagnarci. Ed accompagnarci ad ossa sepolte, cadaveri putrescenti, serial killer allucinati, significa , in moneta spicciola, accompagnarci ad un bel nulla di cui ci scorderemo un secondo dopo. Gialli, noir italiani? Pessimi, piu’ che pessimi, tutti uguali, stereotipi scritti per la spiaggia o per i banconi dal parrucchiere mentre sei in attesa. Non conosco l’ultimo suggerimento di Fabio Lotti ma dato la sua grande conoscenza del genere, posso credere che sia una piacevole lettura. Anni fa scopersi quasi per caso Valerio Varesi e il suo commissario Soneri: li’ per li’ mi sembrava che si distinguesse dalla media e che i suoi libri, oltre ad un canovaccio tipicamente da giallo/noir, avessero anche una piacevole panoramica introspettiva, di psicologica, sociale. Poi pero’…ho avuto l’impressione, magari sbagliata, che non sia piu’ riuscito a rinnovarsi. Mi piace molto la Fred Vargas , un tocco di classe quell’Adamsberg, ed adoro R.Chandler.
            Infine, cosa intendo per un vero scrittore contemporaneo: un Cormac MacCarthy senza dubbio e quelli come lui.

            • avatar
              The dark side of the moon 13 Febbraio 2019 at 19:19

              Mi sembra che più o meno diciamo la stesa cosa in modo differente.
              Non mi fraintendere, non metto sullo stesso piano i classici con altre opere minori, semplicemente non definirei di serie B alcuni gialli o parte della letteratura di “intrattenimento”.
              Non sono un critico di letteratura ma nei romanzi di Mankell (che conosco) si ritrova anche “quella profondità delle cose semplici che trascuriamo” (come affermi) nel rapporto che Wallandr (l’ispettore) ha con il padre e con le relazioni personali in genere.
              E’ questo che mi interessa particolarmente perché poi a distanza di tempo capita di non ricordare qualche finale ma allo stesso tempo si ricorda un particolare capitolo del libro che tratta magari di una riflessione personale di un personaggio.
              La qualità dei romanzi la trovi in alcune peculiarità che ti possono arricchire culturalmente al di là della trama.
              Nel Don Chisciotte l’aspetto meno importante del romanzo è proprio la trama…il diavolo è nei dettagli 😉

              • avatar
                Chess 13 Febbraio 2019 at 23:17

                Ho letto qualcosa di Mankell e l’ho trovato leggibilissimo,uno di quegli autori che definisco di respiro tra letture più impegnative.Alcuni generi possiamo benissimo definirli in questo modo:generi di pura narrazione senza grosse pretese. È la storia che ci tiene avvinti alla lettura e non chiediamo altro a differenza di altre letture nelle quali s’impone la riflessione e se vuoi lo stupore. Purtroppo autori che almeno una storia la raccontano ve ne sono sempre meno. I più ripetono gli steteopiti del momento, le tendenze commerciali, i falsi clamori della ” novità”. Poi li leggi, quasi curioso, e ti ritrovi l’ennesimo trito è ritrito canovaccio. Oh!proprio una novità!

  8. avatar
    Fabio Lotti 12 Febbraio 2019 at 15:05

    Ho lasciato a Martin completa mano libera.

  9. avatar
    Fabio Lotti 13 Febbraio 2019 at 09:15

    Scusate se mi intrometto nella discussione ma ci sono anche “gialli” di alto spessore che coinvolgono, commuovono e fanno pensare, riflette sulla vita. Come in genere quelli di Maurizio De Giovanni, per esempio. E non è il solo.

    1
  10. avatar
    Fabio Lotti 13 Febbraio 2019 at 09:16

    Era “riflettere”.

  11. avatar
    Fabio Lotti 15 Febbraio 2019 at 09:30

    Tra i gialli da leggere (alta qualità a ottimo prezzo) aggiungo gli “Speciali” di Mondadori che cito proprio oggi http://theblogaroundthecorner.it/

  12. avatar
    Mongo 17 Febbraio 2019 at 01:54

    Sempre bello leggerti caro Fabio.

  13. avatar
    Fabio Lotti 15 Marzo 2019 at 21:35

    Per i giallisti che vogliono sorridere con il sottoscritto qui http://theblogaroundthecorner.it/

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