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Dal mystery all’hard boiled

Scritto da:  | 19 Maggio 2019 | 10 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Libri, Recensioni, Scacchi e cinema

Excursus giallistico con breve spunto scacchistico

Prima il mystery e poi l’hard boiled con quel che segue. Strano, proprio strano. Che un ragazzaccio di strada, un monellaccio strafottente (tutta apparenza eh…), un lettore appassionato di Tex Willer, e dunque di spazi aperti, cavalcate, cazzotti e sparatorie, di frenetico movimento, insomma, si fosse lasciato irretire e conquistare in seguito da spazi angusti, spesso chiusi, da vecchiette sferruzzanti e omettini grigi il cui unico movimento era dato dalle indaffarate cellule grigie. Strano, ma forse spiegabile, che già il movimento lo avevo fatto di mio a correr per strade, boschi, campagne e torrenti, sudato fradicio e con le scarpe rotte. Mi ci voleva un po’ di pace, di tranquillità, di restare fermo a riflettere, a ragionare, a dare spazio al pensiero e seguire gli eventi con ferma e incrollabile logica. Sì, deve essere stato così che sono caduto esausto tra le braccia di Agatha e degli altri creatori del mystery misterioso e indecifrabile. E anche (forse) per un desiderio inconscio di ordine, di pulizia, di riscattare almeno nella pagina, con l’arresto del malfattore di turno, qualche marachella bricconcella che mi portavo dietro con un certo senso di colpa (così la coscienza era a posto).
Dopo (non tanto come fatto temporale ma come vero interesse) venne l’hard boiled con tutto l’armamentario che si portava appresso: squarci di città tumultuose, uffici scalcinati puzzolenti di fumo, facce grifagne, pupe rotonde e femmine fatali, inseguimenti, fughe, sparatorie da tutte le parti, whisky a go-go…Già whisky a go-go, e se non era whisky sarà stato bourbon e comunque un qualcosa diverso, magari nel nome, ma uguale nell’effetto: un bruciabudella da tracannare in un colpo solo senza farla tanto lunga. E poi giù a scrivere, a creare, con lo scrittore e il personaggio un tutt’uno, l’alito infuocato dall’alcol e dalla sigaretta che restava miracolosamente appesa di sghimbescio e penzolante tra le labbra (non cadeva mai, figlia d’un cane!).

L’alcol, il maledetto alcol, che ritrovavo in ugual misura tra Re, Regine, Torri, Alfieri, Cavalli e pedoni. Questa volta come carburante (forse) per fantasticare tra le sessantaquattro caselle, per escogitare un trucco, una trappola, un Matto spietato. Talvolta per distruggersi, per portarsi fuori dal mondo…
E se da una parte c’erano i vari Poe, Chandler, Hammett, Bunker, Ellroy, Burke, Himes, King, Lovecraft, Thompson, Rice e via discorrendo dall’altra esistevano i vari Tal, Alekhine, Bogoljubow, Blackburne, Marshall, Marco, Stahlberg, Kholmov, Lutikov, Vujovic e ancora via discorrendo. Grandi giocatori, grandi sbornie. Grandi sbornie, grandi giocatori (perché non mi sono mai ubriacato?). Gli aneddoti non mancano, ce ne sarebbero da raccontare per serate intere… Alekhine, campione del mondo dal 1927 al 1935 e dal 1937 al 1946, perde un titolo per via delle sbevazzatone alcoliche. Più precisamente contro Max Euwe che non era un fulmine di guerra. Sembra che espletasse perfino qualche bisogno impellente sul pavimento del tavolo da gioco. Però con grande sforzo di volontà si disintossica e ritorna in forma come prima. Tal, invece, campione del mondo nel 1960, riesce a vincere, completamente sbronzo, un torneo in Canada. Si dice che venisse sorretto da due aiutanti, per arrivare a sedersi davanti alla scacchiera. Insuperabile giocatore d’attacco ebbe una salute travagliata per il fumo e la vodka. E due occhi che fulminavano. Ci fu addirittura un giocatore, Pál Benko, che all’inizio di una partita contro Tal si mise un paio di occhiali neri “per neutralizzare quello che, secondo lui, era il potere ipnotico del campione del mondo (“Aneddoti di scacchi” di Mario Leoncini, Messaggerie Scacchistiche 2003, pag. 62. Sempre dello stesso autore, per quanto riguarda curiosità varie sul mondo scacchistico, “A ladro!”, Caissa Italia 2005).
Culo e camicia furono la bottiglia di whisky e Blackburne, forte giocatore inglese dell’Ottocento, soprannominato “La morte nera” per il suo stile aggressivo e combinativo, tale da “uccidere” in poco tempo avversari di caratura inferiore. Se vedeva qualcosa di alcolico in giro non aveva scampo, fosse pure sul tavolo da gioco di un avversario. Una volta, persa una partita con Steinitz, altro grande Re degli scacchi, lo buttò giù dalla finestra. Fortuna che si era al pian terreno…E già che ci sono cito pure il mio “Partita a scacchi con il morto”, scritto in collaborazione con il sopracitato Mario Leoncini, Prisma 2004, nel quale, oltre al gialletto con il commissario Marco Tanzini, di mia produzione, e “Meraviglie sulla scacchiera” dell’amico, potete trovare “Un giretto tra i Grandi del presente e del passato” che dovrebbe recarvi piacevole compagnia (e così ho fatto contento anche l’editore).
Ritorno all’hard boiled. Da studentello più o meno sbarbato ero come una spugna. Assorbivo, pur facendo finta di sbattermene, per non finire nella spregevole schiera dei secchioni, qualsiasi cosa dicessero i miei professori. Quelli in cui avevo fiducia, naturalmente (ergo, in pochi). Alle superiori ce n’era uno che mi colpì con una specie di profezia rivelatasi, almeno nel mio caso, fondata. Egli asseriva, allora con corale scetticismo e risatine varie che, andando avanti lungo il cammino della vita, il gusto dei lettori, in genere, cambia. Mentre in tenera età siamo presi dalla lettura nuda e cruda del testo, infischiandocene di qualsiasi apparato critico poi, seppur lentamente, avviene quasi il contrario e le note, le introduzioni ed i commenti risaltano in primo piano. Questo mi è capitato più volte, specialmente con i libri di storia. Diverso tempo fa la profezia si è di nuovo avverata. Sfogliando il bel libro “Chandler-Romanzi e racconti 1933-1942”, pubblicato dalla Mondadori nella splendida (e costosetta) collana de “I Meridiani” nel 2005, mi sono imbattuto nel saggio introduttivo di Stefano Tani e lì sono rimasto per un tempo all’incirca eguale (si fa per dire) a quello dedicato alla lettura dell’intero “corpus”. Segno inequivocabile che sto invecchiando o che sono già invecchiato. Almeno come lettore, secondo il noto vaticinio (pia illusione quella di essere invecchiato solo come lettore…).

Le vite di Chandler e di Poe mi hanno sempre appassionato, come tutte le vite parecchio “sbandate” di tanti grandi scrittori ed artisti. Forse per una specie di contrasto con il grigio tran tran della mia. Inutile farne il riassunto. La conoscono tutti (quella di Chandler). Ciò che colpisce di più sono l’educazione vittoriana, la buona scuola, il matrimonio con una “mamma” più vecchia di lui e l’alcool. Da questo miscuglio (e da altro ancora) nasce lo scrittore. E dallo scrittore nasce il suo Doppio: quel Philip Marlowe che rappresenta il rovescio della medaglia dell’uomo, con il suo senso di giustizia e di “pulizia” morale. Nell’arte, (secondo quanto si apprende da “La semplice arte del delitto”), ci deve essere sempre un principio di redenzione che viene incarnato, quando si tratti del giallo realistico, dall’investigatore. Egli allora diventa l’”eroe” senza macchia e senza paura, il “tutto”. Ma questo eroe chandleriano, Philip Marlowe, appunto, si sdoppia nelle sue manifestazioni esterne brutali e ciniche perché “per una metà risponde a un codice dell’onore tutto britannico” e per l’altra metà “ostenta la crudezza colloquiale e il pratico individualismo dell’uomo americano”.
Anche la vita di Poe non è stata da meno nel colpire la mia fantasia. Soprattutto la sua fine. Il 27 settembre 1849 parte alla volta di New York, per sbrigare alcune faccende e ritornare velocemente a Richmond, in Virginia, dove vuole sposare la vedova Sarah Elmira Royster, un vecchio amore di gioventù. Ma fra il 28 settembre e il 3 ottobre sparisce. Viene ritrovato in un bar completamente fuori di testa con altri vestiti addosso e privo di soldi. Ricoverato d’urgenza in ospedale alterna momenti di delirio ad altri di una certa lucidità, ma non sa spiegare quello che gli è successo. Muore il 7 ottobre, e da allora inizia una ridda di insinuazioni e calunnie. Vi è più di una teoria, ma nulla di certo e documentato.
Questa “strana” morte ha attirato l’attenzione di Matthew Pearl. Con “L’ombra di Edgar” pubblicato dalla Rizzoli nel 2006, immagina che un riccone ammiratore di Poe voglia dipanare tale mistero, servendosi dell’investigatore francese Auguste Dupont , evidente riferimento al Dupin di Poe. Su di lui si è lanciato come un falco pure Andrew Taylor con “Il ragazzo americano”, Editrice Nord 2006, dove il ragazzo americano è proprio il nostro giovane Poe che se ne va in Inghilterra. Francamente infilato un po’ a forza in una vicenda che poteva farne anche a meno.
Il primo impatto con Poe lo ebbi attraverso il camioncino (così lo chiamavamo noi ragazzi) della cultura popolare che veniva ogni tanto nel mio paese a portare dei libri da leggere in prestito. Una specie di piccola biblioteca ambulante. Lì trovai “I delitti della Rue Morgue”, pubblicati nella Universale BUR (se ricordo bene avvolti in una deprimente copertina grigiognola) che mi lasciò letteralmente di stucco.
Dunque anche la vita di Poe mi ha colpito non poco ( da ricordare “Nel cuore del buio”, una raccolta dei più famosi racconti curati amorevolmente da Michael Connolly, Piemme 2009, con l’apporto di venti autori di thriller “che celebrano qui il bicentenario della nascita del genio americano riconoscendo il loro debito nei suoi confronti”). Vi troviamo un intermezzo inglese, buoni studi, un matrimonio con una cugina tredicenne il cui aspetto fragile ed etereo gli ricorda la madre morta di tisi e, ancora una volta, l’alcool. Una vita tutta genio e sregolatezza dove è difficile assegnare la palma all’uno o all’altra.
Il Doppio di Poe è Dupin che razionalizza una realtà interna a dir poco incasinata e tutta sconvolta ma che diventa l’altro, l’opposto, quando entra in uno stato di trance prima della risoluzione del mistero. Come se la razionalità dipendesse, dopotutto, da una specie di forza irrazionale.

Si tratta, per dirla con Tani, di “Due autori a disagio con se stessi che proiettano creativamente il proprio conflitto su personaggi ugualmente doppi, ma in cui quel conflitto si compone e si armonizza sotto l’egida dell’attività investigativa”. Appunto. Di due Doppi che si sdoppiano.
Su Marlowe scacchista (non c’entra nulla con quello detto sinora ma ce lo infilo lo stesso) Chandler è piuttosto vago. In una lettera a Ibberson (un lettore che vuole sapere tutto su Marlowe) del 19 aprile 1951 scrive testualmente “A scacchi non direi che arrivi agli standard dei giocatori di torneo. Non so dove abbia trovato il libriccino in brossura sulle partite di vari tornei pubblicato a Lipsia, ma gli piace perché per designare le caselle sulla scacchiera preferisce il metodo continentale” (in “Raymond Chandler-Romanzi e racconti 1943-1959” Mondadori-I Meridiani 2006).
In una delle mie scorribande nelle librerie di Siena mi sono ritrovato fra le mani “Non piangete per chi ha ucciso” di Ross Macdonald pubblicato da Hobby and Work, 2006. Ho cominciato a sfogliarlo quando, alzando la testa per una pseudo riflessione sull’autore, sono stato colpito da un altro Macdonald che mi faceva l’occhiolino più in alto da una smagliante copertina rossa. Si trattava di Philip Macdonald autore, in questo caso, de “La strana fine di Mr. Benedik” della Polillo editore. Poi un improvviso lampo mi ha riportato alla mente che avevo conosciuto, forse, nei tempi “antichi”, un altro autore con questo non del tutto originale cognome. Un certo John D. Macdonald. Ed ecco formato il trio Macdonald (mi ricorda il trio Lescano).
A casa ho cercato di mettere a posto le cose per non entrare in crisi cognitiva. Sono partito dal più vecchio: Philip Macdonal (1899-1981) che è poi quello che conosco meglio. O almeno penso di conoscere meglio. Il problema è la materia prima e anche quando c’è è sempre un problema. Mi spiego. Sono un asmatico che combatte quotidianamente con i maledetti dermatofagoidi, acari ributtanti che si trovano dappertutto. Soprattutto tra le pagine dei libri. E che sono causa prima di questa malattia. Ogni anno sono costretto a sfoltire la mia biblioteca di un numero imprecisato di volumi, tra cui anche i gialli, per non tirare il calzino tra fischi sibilanti (il loro posto, però, viene preso da altri libri che acquisto e quindi siamo punto e daccapo…). E dunque spesso faccio affidamento sulla memoria quando voglio parlare di qualche personaggio o autore. Ma anche se riesco a scovare i testi che mi interessano devo stare attento, molto attento. Per esempio a non sfogliarli subito e al chiuso. Insomma occorre seguire certe regole per “fregare” gli acari maledetti. Un amore rischioso il mio, un po’ come quello della mantide religiosa maschio che se non scappa in fretta dall’amplesso amoroso con la compagna rischia di perderci, letteralmente, la testa.
Ma tant’è. Ritorniamo a noi. Dicevo di Philip Macdonald, uno dei primi inglesi a trasferirsi ad Hollywood, scrittore di sceneggiature per il film della serie Mr.Moto e Charlie Chan. Il suo primo successo arriva con “The rasp” (“Campana a morto”) nel 1925 dove compare il colonnello militare Anthony Gethryrn, che gli assomiglia (anche l’autore ebbe una discreta esperienza militare), protagonista di una serie di romanzi. In genere il suo è il classico giallo di competizione con il lettore che ricorda quello di Ellery Queen. E si cimenta anche con il classico rompicapo della camera chiusa (vedi “The Choice”). Spettacolare “I nove volti dell’assassino” da cui fu tratto il film “I cinque volti dell’assassino” forse perché nove erano decisamente troppi. Per non venire a noia al pubblico dei suoi lettori usa diversi pseudonimi come Oliver Fleming, Anthony Lawless, Martin Porlock. E’ entrato nel guinness dei libri migliori selezionati da John Dickson Carr con “La morte è impazzita”. In “La strana fine di Mr. Benedik” tra gli altri, c’è Mr.Matsch, crudele e misterioso personaggio che tratta a pesci in faccia tutti quelli con cui ha a che fare (tenetelo d’occhio!) e la deliziosa Petronella Rickforth. Il libro ebbe un tale successo che fu portato sullo schermo nel 1931 dal regista inglese Michael Powell. Il quale Powell affermava che Philip “Era il migliore scrittore di gialli di quegli anni e, per quanto mi riguarda, uno dei migliori ancora oggi”.
Ross MacDonald, pseudonimo di Kenneth Millar (1915-1983), sembra essere nato per suscitare diatribe. Una l’ebbe con John D.MacDonald che lo aveva criticato per l’uso dello pseudonimo John Ross Macdonald negli anni cinquanta e perfino per il titolo del suo ultimo libro “Lew Archer e il brivido blu” che si rifaceva alla serie di Mc Gee caratterizzato anch’esso dalla presenza di un titolo “colorato” (Su “The blu Hammer” qui da Luca).
Anche Chandler, sempre negli anni cinquanta, lo aveva attaccato di brutto. In una lettera a James Sandoe del 14 maggio del 1959 massacra “Bersaglio mobile”, il cui stile era troppo ambizioso e troppo letterario. (A dir la verità Chandler ce l’aveva soprattutto con James Cain che scriveva, secondo lui, sconciamente di cose sconce. In una lettera al solito Sandoe, del 26 gennaio 1944, scrive “Mi ha sempre irritato essere paragonato a Cain. Il mio editore pensava fosse un’idea astuta perché lui aveva avuto un gran successo con The “Postman Always Rings Twice”, ma qualunque cosa io abbia o mi manchi come scrittore, non sono per niente come Cain. Cain è uno scrittore di quel tipo di faux naif che disprezzo in modo particolare”).
Questo Ross Macdonald ha colpito l’attenzione di altri scrittori-critici come Manchette che, invece, lo rivaluta. In “Le ombre inquiete”, pubblicato da Cargo edizioni nel 2006, dice “Ho cambiato opinione riguardo a Ross Macdonald. Lo lasciavo intendere la volta scorsa. Un certo intellettualismo e la piatta fedeltà al classicismo chandleriano, in particolare alla sua figura stilistica più debole-la comparazione immaginosa-, infine la monotonia dell’intreccio, risultano di primo acchito scoraggianti. Alla fin fine, però, è proprio questa monotonia che affascina- in quanto ripetizione. La ripetizione è la chiave di Ross Macdonald…”. Comunque sia, Ross Macdonald è l’ideatore del famoso detective Lew Archer che fa la sua comparsa nel 1949 in “The moving target” diventato un film nel 1966 con Paul Newman (Harper).
Sulle stesse strade di Santa Teresa (oggi Santa Barbara) lavora Kinsey Millhone, una investigatrice privata nata dalla penna di Sue Graft. Piccola, scura, si tinge i capelli in maniera vistosa, vive in un garage e si sposta su una decrepita Wolgswagen. Vita difficile, perde i genitori in un incidente stradale, abita con una zia. Entra come investigatrice nella California Fidelity ma poi si mette in proprio. Due matrimoni allo sbando. Temperamento forte, ribelle, indipendente. Da seguire con attenzione.
A proposito dello stile del Nostro ecco alcuni spunti che ho ricavato dalla lettura del citato “Non piangete per chi ha ucciso” definito dal noto critico Anthony Boucher “Il miglior romanzo nella tradizione della “scuola dei duri” che io abbia mai letto dopo “Addio mio amata” e “Il falcone maltese””. La signora che ingaggia Lew Archer per ritrovare la nipote Galley Lawrence “Era alta, sulla cinquantina, con occhi scuri e preoccupati in un viso lungo e preoccupato”. Parla “con una voce che di sicuro era la migliore delle sue caratteristiche”. La visione della stanza gli dà la sensazione di essere piombato nel passato e allora “Afferrai il presente per la coda e lo feci entrare a forza in quella stanza”. Per dire grassa “Se i fianchi della signora Tarantine fossero stati di qualche centimetro più larghi sarebbe stata costretta a passare per traverso”. Tocchi di un brutale realismo “Le vene varicose si delineavano sulle sue gambe, sotto le calze, come grassi vermi bluastri”. Paragoni ed espressioni imprevedibili “La carnagione era fresca e giovanile, ma gli occhi scuri e sporgenti parevano appena usciti da una pozzanghera e appesi su quella faccia ad asciugare”, “Le banconote sembrano prendere qualcosa dal modo di fare di chi le maneggia e quella mi si accartocciò in mano come un grosso verme verdognolo”. A proposito di un farabutto sanguinario “Gli occhi sporgenti e le mascelle ruminanti lo facevano assomigliare a un gigantesco criceto travestito da uomo”. Anche la natura non la scampa “La notte stava morendo lentamente, dissanguandosi in un’alba densa di parole”. Oppure “Quando uscii dalla macchina la notte mi sovrastò come un albero con i rami fioriti di stelle”. E così via. Può piacere o non piacere…

La bellezza di questo e di altri libri di Ross Macdonald (in generale) sta, non solo nella trama ma, soprattutto, nello stile. Inconfondibilmente suo. Ritmo serrato, prosa scintillante ricca di metafore che scoppiano all’improvviso, una ironia ora leggera, ora ferocemente sarcastica, che pervade il tessuto narrativo. Una capacità istintiva di far vivere con pochi tocchi una folla o un paesaggio che sia quello della natura o quello della città. Un inno alla gioia dello scrivere, tanto che restiamo quasi in ansiosa attesa di quali altre gemme ci potrà regalare lo scrittore. E se qualche volta eccede in esuberanza, in maestria pirotecnica, siamo pronti a perdonarlo.
E poi c’è questo Lew Archer “la terza incarnazione del Privato gentiluomo” come lo ha definito Oreste del Buono dopo Sam Spade e Philip Marlowe che ci prende, ci affascina. Il suo disincanto, l’ostentata amarezza e una buona dose di cinismo non gli impediscono d’essere romantico e generoso. Si aggiunga che, al pari di Marlowe, è onesto e scrupoloso per ciò che riguarda gli onorari e non è disposto neppure a chiudere un occhio, per diecimila dollari, su un caso che non lo riguarda direttamente (in un romanzo li strappa in mille pezzi). Così ne busca spesso dai cattivoni veri, incassa cazzotti (però li rifila pure) e non può nemmeno consolarsi con il whisky che non beve, né con il tabacco, per non dire di venere (quando le donne lo insidiano fa finta di niente, se non ricordo male). Va aggiunto che l’onestà e l’integrità professionale impediscono al bel Lew d’accettare inviti a pranzo, da facoltosi clienti e da formose clientesse, in ristoranti a quattro stelle. Né accetta argenteria ed orologi di marca e perfino un ramo di rarissime orchidee che una vedova gli aveva, incautamente, fatto recapitare da un fattorino della Casa Bianca. Corretto, dunque, e provvisto di senso etico. In “Il ghigno d’avorio”, Hobby and Work 2007, “Sono dalla parte della giustizia, quando mi riesce di ottenerla. E quando non mi riesce prendo le parti dei più deboli e derelitti”. (da baciargli le mani e portarlo direttamente ai giorni nostri).
John D.MacDonald (1916-1986), è famoso per la serie di Travil Mc Gee, un veterano della guerra di Corea, ex giocatore di football americano che vive recuperando beni sommersi. Ho fatto uno sforzo, ho rischiato un attacco di asma rovistando tra vecchi libri con un fazzoletto alla banditesca che mi tappava naso e bocca, ma non sono riuscito a trovarne uno scritto da questo Macdonald. Eppure mi sembrava di avere letto qualcosa di lui. Niente. Anche la memoria ha fatto cilecca. Ho trovato solo un giudizio del solito Manchette. “Nel suo piccolo, soprattutto grazie alla serie di Travis McGee, è uno scrittore celebre e conosciuto in tutto il mondo. Il che non c’impedirà di considerarlo un artigiano. Perché, a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro”. Poi…poi è venuta una specie di luce, un lampo nella memoria e mi è apparsa una scena indimenticabile, la resa dei conti in una palude della Florida tra un criminale uscito di galera e l’avvocato che lo aveva fatto condannare. Anni sessanta, “Il promontorio della paura” con Gregory Peck e Robert Mitchum, tratto da “The Executioners” del nostro John. Almeno questo…
A dir la verità i primi gialli della scuola dei duri a stelle e strisce che ebbi tra le mani furono quelli di Brett Halliday (pseudonimo di Davis Dresser) con il gigantesco rossiccio Michael Shayne che beveva Martell come una spugna e di Mickey Spillane con Mike Hammer che “martellava” di brutto. Non per oculata scelta personale ma per puro caso. Non avendo in tasca una lira che fosse una (desolata costante di tutta la mia “beata” gioventù) andavo talvolta dal giornalaio del mio paese Staggia Senese che teneva, oltre i giornali, anche riviste e gialli di varia natura. E…e sapete già il seguito perché raccontato più volte.
Anche la vita di Mike Spillane (1918-2006) mi ha attratto come tutte le vite movimentate. Studia legge, vende cravatte, fa il bagnino, il fumettista e perfino l’uomo proiettile in un circo. Quando ha bisogno di money per comprarsi una casa scrive un giallo. Il problema è risolto e il lavoro definitivo trovato. Da ammirare. Da ammirare meno, semmai, la sua fobia contro i “rossi”, il suo razzismo, la sua visione del femminile. Chandler lo definì “nulla più di una mistura di violenza e pornografia esplicita”. Per quei tempi, forse. Oggi farebbe il solletico. Ma ogni avvenimento umano va giustamente circoscritto nella storia. E la storia di quei tempi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è una storia dura e difficile. C’è il maccartismo, una corrente reazionaria bella robusta ed una istintiva paura ed avversione per il nuovo ed il diverso. Spillane non è Hammett e Hammer non è un paladino di giustizia. La giustizia se la fa da solo. A suon di botte e pistolettate. Senza guardare in faccia nessuno. Nemmeno le donne, tutte maiale eccetto la mamma e la segretaria (forse). D’altra parte nei suoi libri odio e amore, sesso e morte fanno un tutt’uno. Sono indistinguibili. Spillane ebbe fortuna, tanta fortuna. Come autore, pur avendo la critica contro. Ogni volta che usciva un suo libro immancabilmente c’era Anthony Boucher del New York Times a dirgliene quattro. E se non c’era lui, perché malato o in vacanza, c’erano gli altri. All’uscita di “Io ti ucciderò”, sempre un giornalista, lo seppellì con la parola “lurido”. Ma più le critiche aumentavano, più aumentava la tiratura dei suoi libri. Siamo arrivati a circa 140 milioni di copie. Non male.
Ho citato Hammett, uno dei padri fondatori della scuola dei duri americani e mi sovviene di lui “L’istinto della caccia”, ovvero dieci racconti straordinari, pubblicato dalla Mondadori e presentato proprio sul nostro blog. Inutile sprecare parole su Hammett che tutti lo conoscono e sarebbe solo un vano sbrodolare di cose dette e ridette, magari citando pure lo stracitato giudizio di Chandler. Veniamo al sodo, cioè ai suoi racconti. Personaggio principale il detective (non mi pare di avere trovato il suo nome ma dovrebbe essere Nich Charles che viene fuori da altri lavori) della “Continental Detective Agency” di San Francisco alle dirette dipendenze del “Vecchio”, un vecchietto (appunto) robusto con i baffi bianchi, faccione roseo, occhi azzurri dietro occhiali senza montatura, cordiale meno “di una corda da capestro”. Prendiamo il primo racconto “Attacco a Couffignal”, tanto per avere un’idea. Due parole: Couffignal è una piccola isola a forma di cuneo abitata da gente che non sta per niente male (eufemismo). In una delle belle case che la punteggiano il nostro detective deve tenere sott’occhio i regali di nozze di una coppia di sposi (avete capito bene). Compito facile se non ci fosse di mezzo, la pioggia, il vento, la luce che va via, scoppi di esplosivi, sparatorie e dunque la necessità di lasciare i regali sotto lo sguardo vigile di due persone e vedere cosa succede là fuori. Succede la rapina ad una banca e al ritorno due morti ammazzati ed i regali, quelli più importanti, spariti. Qui scatta lo Sherlock Holmes nascosto in lui e in quattro e quattr’otto ti becca il colpevole (deduzioni impeccabili).
A volte deve ritrovare una figlia scomparsa di qualche riccone, se non addirittura due e allora è corsa, movimento, lotta, botte da orbi, coltellate e spari da tutte le parti. A San Francisco, dicevo, magari nel quartiere cinese tanto per dare un tocco di esotico tra buio, infide fanciulle, corse sui tetti, contrabbando di armi, menzogne e tradimenti. Con il nostro a risolvere i problemi e salvare il salvabile, magari dopo qualche tirata di sigaretta, un sorso di gin al ginger (ma va bene anche altro) andando anche un po’ contro la legge. Nich fa questo lavoro sia per i soldi ma, soprattutto, perché gli piace “E’ l’unico sport che io conosca e non riesco ad immaginare avvenire più piacevole che un’altra ventina e più d’anni di questo sport. E non ho intenzione di privarmene!”. Un cacciatore (da qui il titolo della raccolta) che non si lascia sfuggire la preda ma che non spara per uccidere (solo se costretto). Gli basta mirare al polpaccio o al ginocchio tanto per fermare l’avversario di turno.
Talvolta ci si sposta in Muravia sotto i colpi della rivoluzione (incasinamento politico) o nel deserto dell’Arizona dove da sceriffo se la deve vedere con la banda di mascalzoni che pullulano anche lì e dove prospera un mercato di immigrazione clandestina. Tutto il mondo, anche nei tempi passati, è paese.
Movimento, forza, brutalità, tensione e paura, puntigliosa osservazione e deduzione (anche molto dettagliata ) che non si guardano in cagnesco ma vanno a braccetto come bravi scolaretti. Personaggi colti nella loro vera essenza esteriore ed intima, presentati uno per uno, a partire dai suoi collaboratori ed informatori ( come Dick Foley) fino al più bieco dei disgraziati maledetti, con la loro vita passata e la presente viva e pulsante. Orrori e tragedie, lievi speranze in un mondo che non lascia spazio ai deboli e agli onesti e l’ambiente esterno, cittadino e aperto, a fare da sponda a tutti i rimescolamenti dell’animo umano.
Stile secco e preciso come una stilettata, infiocchettato di pungente ironia che non risparmia nessuno. Le frecciate arrivano all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Ironia e auto ironia tanto da far esclamare al nostro detective alla fine di una frenetica avventura “Che vita!”. Non dico altro. E’ poco, è niente, ma di fronte a certi scrittori è meglio leggerli e stare zitti. Che ci si risparmia pure qualche brutta figura.
Solo una piccola aggiunta: “Piombo e sangue”, “Il bacio della violenza”, “Il falcone maltese”. Basta la parola. Per chi vuole un bel libro in omaggio a Hammett si becchi “Spade & Archer” di Joe Gores, Mondadori 2010, praticamente il prequel de “Il falcone Maltese”. E se qualcuno desidera conoscere un’altra vita “complicata” si butti sicuro su quella del citato Joe Gores che ha fatto mille mestieri, compreso l’investigatore privato come Hammett.

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


10 Commenti a Dal mystery all’hard boiled

  1. avatar
    Fabio Lotti 19 Maggio 2019 at 18:50

    Per gli amici scacchisti-giallisti. I soliti ringraziamenti a Martin per le belle icone.

  2. avatar
    patrizia debicke 19 Maggio 2019 at 19:50

    Complimenti quasi un’antologia e per di più non barbosa, ce ne vorrebbero ;) ;)

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    The dark side of the moon 19 Maggio 2019 at 20:16

    Attualmente sono impegnato a leggere “Don Chisciotte della Mancia”, ne avrò per un po ma nel frattempo prendo nota e ringrazio il Lotti per i suoi sempre preziosi “suggerimenti letterari” :D

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    Zenone 20 Maggio 2019 at 12:24

    I soliti, meritati, complimenti e ringraziamenti all’enciclopedico Lotti.

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    Fabio Lotti 20 Maggio 2019 at 22:00

    Chi si rivede, il nostro Zenone! Un grazie a tutti. Si fa quel che detta la passione.

    1
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      Zenone 21 Maggio 2019 at 21:56

      Caro Maestro (Professore),
      seguo sempre il blog e lei (non è una minaccia 🙂 ).

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    Fabio Lotti 23 Maggio 2019 at 10:56

    Cari ragazzi
    chiamatemi Fabio e diamoci del “tu”!

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    Fabio Lotti 1 Giugno 2019 at 09:37

    Per gli amici scacchisti-giallisti mio articolo qui http://theblogaroundthecorner.it/

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    Fabio Lotti 17 Luglio 2019 at 21:33

    Un saluto a Camilleri.
    Ciao, Maestro!

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      Mongo 18 Luglio 2019 at 12:12

      Non mi è mai piaciuto come scrittore, ma gli sarò in eterno riconoscente per il lavoro svolto per la serie televisiva del Maigret di Cervi/Landi.

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