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L’ultima sfida

Scritto da:  | 21 Maggio 2020 | 8 Commenti | Categoria: Racconti

– Perché vuoi sfidarmi?
– Sono il più forte. Non ci sei rimasto che tu. E nemmeno tu mi batterai.
– Ma qualcuno ti ha già battuto.
Quella voce profonda lo scosse. Un brivido. Un ricordo doloroso, lancinante. Qualcuno lo aveva battuto, un tipo mingherlino e baffuto che fumava sigari pestilenziali. Tutto era cominciato a New York il 15 marzo 1895 e poi l’incontro era proseguito a Filadelfia, per terminare a Montreal. Allora aveva cinquant’otto anni, forse troppo vecchio…
– Ricordi?
– Nnn…no, non ricordo.
– Eppure ti sei anche alzato in piedi ed hai salutato la sua vittoria con un triplice hurrah!
– Impossibile! Ho detto…ho detto che non ricordo. Sono sempre il più forte. Voglio sfidarti!
– Certo che sei cocciuto. Lo sei sempre stato. Hai avuto un bel temperamento. Ti sei fatto strada. Una famiglia numerosa…
Questo se lo ricordava bene. Nato a Praga il 14 maggio 1836 in una famiglia stracarica di figli aveva dovuto impegnarsi, studiare, andare a Vienna. Già, Vienna, il Politecnico e…e il Caffè Pernice. Un lieve sorriso increspò le sue labbra. Il Caffè Pernice, chissà che cosa sarebbe diventato, forse un ingegnere come tanti, se non ci fosse stato il Caffè Pernice, luogo di ritrovo dei giocatori di scacchi. Lui li conosceva avendo osservato giocare suo padre. Gli scacchi, il suo amore, la sua passione a cui aveva dedicato tutta la vita. Qualcuno gli aveva dato del temerario quando li aveva scelti come professione esclusiva. Un azzardo andato a buon fine. Era il più forte e voleva dimostrarlo anche contro…ma c’era troppa luce…c’era qualcosa di strano in quel luogo…tutto sembrava così irreale.
– Ripensi alla tua vita.
Un fremito. La sua vita. Da Vienna a Londra, i primi scontri, le sue meravigliose partite alla cieca. Le prime vittorie. Quelli sì che erano bei tempi! Battaglie romantiche, attacchi alla baionetta. Anderssen, Allgaier, Fallkbeer, Hampe. Che combattenti! E poi c’era stato Joseph Henry Blackburne, soprannominato la “Morte Nera“, una specie di Nosferatu che metteva paura solo a guardarlo. Ma gliele aveva suonate. E come gliele aveva suonate!
– Lo hai praticamente strapazzato.
– Ma tu…come…ma certo, l’ho strapazzato. E ora voglio strapazzare te.
– C’è tempo. Prima Anderssen.
Strinse le labbra e si accarezzò la barba rossiccia. Con Anderssen era stata dura. Un pezzo d’uomo che, a dare retta alla fisionomica di Cesare Lombroso, poteva essere benissimo un parente, non tanto alla lontana, di Jack lo Squartatore. Solo a ricordarlo gli metteva i brividi. Lotta tremenda con fasi drammatiche. Ma ce l’aveva fatta. L’aveva steso quanto era lungo. E poi…e poi c’erano stati altri, e altri ancora…
– Ho vinto tutti, te l’ho detto. Sciocchi, che non riuscivano a capire il mio gioco. Attaccavano senza senso, senza tenere conto delle possibilità della posizione, via giù all’arma bianca contro il Re! Io ho scoperto i segreti, le armi, le astuzie del gioco posizionale, l’accumulo dei piccoli vantaggi. Stupidi avventurosi!
– Ti sei fatto molti nemici. I tuoi giudizi su Morphy…
– Tutti lì ad osannarlo come un dio, mentre anche il suo gioco era irto di errori. Ho tolto il velo delle ipocrisie.
– E ti sei giocato le simpatie degli americani.
– Non me ne importa un fico secco! Voglio giocare. Nessuno mi ha battuto.
– Hai perso e poi hai rischiato di perdere ancora.
– Con chi?
– Non ricordi? Il russo…
Il russo…il russo. Prima c’era stato…c’era stato…ma sì… Zukertort che aveva già incontrato una volta a Londra e lo aveva sculacciato ben bene, poi negli Stati Uniti, addirittura in tre città…in tre città il cui nome ora gli sfuggiva, ma il risultato era stato lo stesso, una netta, schiacciante vittoria. Zukertort, discepolo di Anderssen, magro e pallido da far paura, laureato in medicina, poliglotta, anche lui dedicatosi a tempo pieno agli scacchi che lo aveva attaccato duramente dalla rivista Chess Montly, paralizzato dal suo nuovo modo di giocare che molti, troppi criticavano e non riuscivano a capire attaccati come erano ai vecchi principi! Certo all’inizio aveva patito, bisognava riconoscerlo, ma poi, prese le misure, lo aveva cucinato a dovere. Il sorriso si aprì come un ventaglio. Ma…ma… si sentiva diverso, più leggero.
– Il russo…
Il russo…il russo…domande, solo domande, il suo avversario, era chiaro, non voleva giocare, aveva paura, rimandava lo scontro con le domande…Lo sentiva parlare, una voce che sembrava venisse da tutte le parti ma non lo vedeva, non riusciva a vederlo. Troppa luce…
Il russo…
– Ho capito! Il russo…
Gonfiò le gote e batté il pugno sul tavolo dove era posta una splendida, immensa scacchiera senza avvertire alcun dolore alla mano. Strano quel posto…tutto silenzioso, ovattato…Certo il russo! Se lo ricordava Mikhail Cigorin, se lo ricordava bene. Un pezzo d’uomo, un Mangiafuoco terribile che ce l’aveva con tutti quelli che intendevano dare una qualsiasi forma di sistemazione agli scacchi attraverso leggi di valore universale. Largo alla fantasia, briglia sciolta all’estro e alla creatività! Soprattutto con lui che aveva proposto nuove idee e le aveva sostenute con le sue partite e i suoi articoli teorici. Due scontri fra due uomini e due ideologie diverse. Entrambi a l’Avana, il primo nel 1889 e il secondo l’anno successivo dopo che Cigorin aveva battuto il dottor Siegbert Tarrasch in uno scontro memorabile. Ed era stato proprio nel secondo che aveva rischiato…
– L’ultima partita.
Già, l’ultima partita. Un gambetto di Re, una posizione complicata, la possibilità di pareggiare il conto da parte del suo avversario per continuare la sfida. Un errore stupido, fatale che lo aveva portato a prendere matto.
Ha sbagliato perché era cotto, stressato. Ho schiantato tutti, anche Gunsberg prima di lui, un tipo coriaceo che si chiudeva a riccio. Nessuno mi ha battuto. Nessuno mi ha battuto!
– Ricordi male. Uno ti ha battuto. Due volte…
Maledizione! Sentì ribollire il sangue. Aveva aspettato per tanto tempo la rivincita con quello stramaledetto puzzolente fumatore! A Mosca nel 1896 era stato di nuovo sconfitto. Ad essere sincero aveva anche riconosciuto la sua superiorità ma… ma ora non voleva dare nessun vantaggio psicologico al nuovo avversario. Strinse i denti e chiuse i pugni…
– Basta! Non risponderò più alle tue domande. Fatti sotto. Giochiamo. Voglio solo giocare e batterti. Sono il più forte di tutti!
Il grande Wilhelm Steinitz morì a New York il 12 agosto 1900. Finì i suoi giorni povero in una clinica psichiatrica. Era sicuro di vincere tutti. Perfino Dio.

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


8 Commenti a L’ultima sfida

  1. avatar
    Uomo delle valli 21 Maggio 2020 at 08:48

    Bellissimo come sempre: grande Lotti!

    1
  2. avatar
    Paysandu 21 Maggio 2020 at 08:53

    To’, il distributore automatico e gratuito di giornali è ancora lì. :D

  3. avatar
    Alessandro Patelli 21 Maggio 2020 at 10:03

    Bellissimo, bravo come sempre, Fabio! L’ometto mingherlino e baffuto che fumava sigari pestilenziali… ah ah, perfetta la descrizione di come Steinitz doveva vedere Lasker! Eppure, nel 1895 nessuno di loro due era il più forte.
    In quell’anno si giocò il fortissimo torneo di Hastings e, a seguire, il quadrangolare di San Pietroburgo. Pillsbury dominò il primo e stava facendo altrettanto nel secondo, quando si ammalò ed ebbe un crollo.

  4. avatar
    patrizia debicke 21 Maggio 2020 at 11:44

    favolosa sfida western scacchistica evviva Fabio

    1
  5. avatar
    Mongo 21 Maggio 2020 at 19:51

    Grande Fabio.
    Anch’io in passato ho scritto su queste pagine della sfida, partita, di Steinitz con Dio.

    • avatar
      Fabio Lotti 21 Maggio 2020 at 21:39

      Allora cliccaci il link!

      • avatar
        Ramon 21 Maggio 2020 at 21:45

        Ecco qui ;)

        • avatar
          Fabio Lotti 21 Maggio 2020 at 21:56

          Grazie!

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