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Passione

Scritto da:  | 24 Maggio 2020 | 6 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Racconti

La vendetta di Sua Maestà… ovvero: i fichi del conte

Un grido di donna risuonò fortissimo, tranciando l’aria appesantita dall’umidore di quella prima mattinata d’agosto. Cosimo dei conti Roncati, che tutti chiamavano più semplicemente il conte, sobbalzò fra le coltri del suo letto a baldacchino primo impero, svegliandosi all’improvviso. Le imposte delle finestre, ermeticamente chiuse abbuiavano la grande camera padronale del primo piano. «Ma che succede?» chiese ad alta voce strizzando gli occhi. Per avere un po’ di luce, trovò a tentoni l’interruttore della lampada sul comodino e accese ma, nel farlo, disturbò il sonno di Maestà che dormiva allungato placidamente al suo fianco. Maestà, uno splendido persiano di sette anni, nel vigore delle forze, protestò miagolando iroso e, con un balzo felino, volò sul divano in fondo al letto. Quindi, per darsi un contegno, cominciò a leccarsi il lucido pelo grigio. Hubertus II von Lukas, detto Maestà, passava la sua vita a un’altezza media di un metro, un metro e mezzo dal pavimento, lasciando con degnazione la parte bassa della casa a Dog, un piccolo levriero nervoso e slanciato di quattro anni, gran cacciatore di gatti del rione. La sveglia segnava le otto e mezzo. Un’ora antelucana per le decennali abitudini da nottambulo del conte. «Non si può più dormire in pace» protestò ad alta voce, stiracchiandosi. Ma prima di aver avuto tempo di riprendersi, ci fu il rumoroso tempestare alla porta, seguito dalla voce affannosa di Teresa, nipote zitella e vice di Beppina, la vecchia donna di servizio che ingiungeva: «Signor conte, si svegli! Sapesse… Oh Madonnina mia che disgrazia». Cosimo Roncati decise di mettere le gambe giù dal letto e ordinò: «Fai meno chiasso, figliola!» prima di interrogare stizzito: «Ma che succede stamattina? Siete impazziti tutti? Quale Madonnina tua? E che disgrazia?» Poi, visto che portava solo la giacca del pigiama, infilò per decoro un paio di mutande e afferrò dall’attaccapanni una vestaglia di seta marezzata che aveva visto giorni migliori. E, mentre l’indossava, combattendo con la cintura per tenerla chiusa, Teresa rispose sgomenta: «Sapesse che disgrazia, ‘sor’ conte, il maggiore è cascato dal fico!» «Il maggiore? Cascato dal fico?» Andò ad aprire la porta, ravviandosi con le dita i capelli ancora folti che gli scendevano spettinati sulla fronte e intimò: «Vieni avanti ragazza e spiegati meglio!» «Il maggiore è laggiù, per terra, in giardino» mormorò lei, sconclusionatamente. «Per terra in giardino? È ferito? Si è rotto qualcosa? Chiamate l’ambulanza!» «Ma che ferito o rotto! Il maggiore è morto. ‘Unn’ respira, dice la ‘mi’ zia…» «Morto? E come ha fatto?» «Mah? E chi sa nulla? Lui è laggiù, freddo e stecchito, e la zia è di sotto che telefona a’carabinieri». «I carabinieri… certo, certo» mugugnò Cosimo Roncati, tormentandosi il pizzetto grigio, per qualche secondo. Quindi decise: «Vado a vestirmi!» La Casa di Cosimo Roncati, un vasto appartamento al terreno rialzato e al primo piano di un palazzotto in pietra nel centro di Monte Savino con il suo bel giardino terrazzato all’italiana che affacciava verso la vallata, era poco lontana dalla stazione dell’Arma. Saranno qui in pochi attimi immaginò il conte, fiondandosi in bagno. E infatti! Aveva appena cominciato a sciacquarsi, che squillò il campanello dell’ingresso. «Vengo, vengo» mormorò istintivamente ma senza affrettarsi. Sapeva che Beppina, nume tutelare della magione, aveva un debole per le autorità e gli uomini in divisa. Le lasciò dunque senza remore il compito di fare gli onori casa e la sentì aprire la porta, dicendo giuliva: «Buongiorno. Oh… ma e vi siete mossi in tre, il maresciallo Pazienza, il brigadiere De Lucia e lei?» Il tono interrogava stringente. «Carabiniere scelto Montone» si presentò quello educatamente. «Bravo, bravo. Venite, venite, ‘unn’ restate là, sulla porta, accomodatevi». Le sentì chiedere con garbo: «Mica avete paura del cane?» Dog doveva essere con lei e come sempre annusava i visitatori. «No» risposero all’unisono due voci tranquillamente mentre la terza chiedeva sospettosa: «Morde?» «No, e stia tranquillo brigadiere ‘unn’ morde» spiegò Peppina rassicurante poi, subito dopo ospitale, propose: «Vi faccio un caffè?» «Non le dico di no. Siamo in piedi dalle cinque, è una mattinataccia…» affermò stoico il brigadiere. «O poveretti e ora questa disgrazia… mah? Te, Teresa, accompagnali giù in giardino, dal povero maggiore… intanto io chiudo il cane, aspetto che arrivi il conte e faccio il caffè» tagliò corto Beppina, facendo loro strada in salotto e spalancando la portafinestra. Cinque minuti più tardi, lavato, vestito e profumato al sandalo, ostentando la magnificenza di un panciotto di raso di cotone color verde bottiglia, Cosimo Roncati scese la scala. Ma a pian terreno non c’era nessuno. «Peppina» chiamò ad alta voce. «Sono andati tutti giù» grugnì lei come spiegazione, mettendo fuori la testa. Attraversò anche lui il salotto ampio, luminoso ma intasato da consolle, cassettoni di noce con il piano di marmo accostati ai muri, due divani ottocento con le orecchie e quattro poltrone ovaleggianti, ricoperte di raso verde scuro che sfiorò nel passare. Superò la portafinestra vetrata che si apriva sul grandissimo giardino terrazzato costeggiato dal marciapiede di pietra serena e puntò a destra, verso il fondo della balconata incontro a un cancellino aperto, con una catena a ciondoloni che, tramite una scaletta, immetteva in un orto giardino più sotto. Scese lentamente i gradini… Il maresciallo in divisa, la cinquantina, l’espressione paciosa e un ventre pronunciato frutto di sana cucina casalinga, gli dava le spalle, fermo in fondo alle scale, ma si voltò al suono dei suoi passi e salutò con il debito rispetto. Dietro di lui, si impalarono sugli attenti il brigadiere, un biondino secco con le spalle a pioggia e un milite, che non doveva avere più di vent’anni e l’aria di un bambino che gioca alla guerra e: «Signor conte…» fecero anche loro in coro. «Buon giorno ragazzi» borbottò lui in risposta, stringendo una dopo l’altra compiacente, tre mani. «La Beppina ci ha chiamato… ecco… ehm per lui» mormorò il maresciallo e, quasi a scusare l’intrusione, indicò qualcosa a distanza, abbandonato sotto il fico, che Cosimo Roncati immaginò essere il maggiore morto stecchito ma visto così, da lontano, pareva un fagotto buttato via. «Sì, sì certo… Fate il vostro dovere. Io torno tra poco» annunciò, girando i tacchi. Rifece le scale, andò in cucina e dichiarò alla domestica: «Ho bisogno di un caffè». «L’ho messo su da poco. Se ‘unn’ lo vuole riscaldato, dovrà aspettare che esca» brontolò lei, passandosi le mani ruvide sulle tempie nel gesto consueto di lisciare i capelli grigi raccolti in una crocchia. «Intanto dammelo riscaldato e raccontami cos’è successo» inquisì il conte. «Oh che vuol che le dica? So solo che la Rosa, la cuoca del ristorante, ha trovato il maggiore poco fa». «Allora era lei che strillava come un’aquila?» «Proprio lei! Stamattina era venuta presto per preparare il sugo di nana (anatra)». «Lo fa bene?» domandò il conte. «Io meglio!» garantì Beppina con un sorrisino complice poi, dando fiato alle trombe: «Insomma come dicevo: la Rosa ha trovato la porta del ristorante che va in giardino accostata, ma sul tavolo di cucina c’era il borsello del signor maggiore e quindi doveva essere poco lontano perché, tirchio com’è, non lascia mai i soldi in giro. Ha dato un’occhiata fuori: il ripostiglio degli attrezzi era spalancato e allora…» e si bloccò, portandosi una mano alla bocca. «E allora?» ripeté il conte, curioso. «Il maggiore faceva un sacco di scene negli ultimi giorni. Ce l’aveva sempre con lei, signor conte. Rosa ha pensato che fosse in giro, a spiarci. Ha preparato un caffè, per sé e per lui, poi l’ha chiamato, ma non avendo avuto risposta, è uscita in giardino. Ha chiamato ancora poi ha infilato il viottolo che porta all’orto sotto di noi e l’ha trovato laggiù in fondo, per terra…» «Morto?» «Morto, morto! Io ‘unn’ ci ho avuto coraggio e ‘unn’ mi sono avvicinata, ma vedesse che roba… Ma lei, la Rosa, che ammazza sempre i polli e i conigli e c’ ha più confidenza con il sangue, ‘unn’ s’è tirata indietro. L’ha toccato e ha detto che era bell’e freddo… Ma s’immagina signor conte, il maggiore era salito sulla scala, voleva tagliare i rami del fico… Rosa ha detto che aveva una sega accanto. Mi sa che ci si è infilzato sopra. Mah, se è andata così, ha solo avuto quel che meritava, glielo dico io» concluse Beppina, scuotendo il capo. Il conte Cosimo Roncati aveva quasi settant’anni ed era il penultimo di una nidiata di sei figli, che la contessa Matilde aveva scodellato al marito in meno di un quarto di secolo. Cosimo era nato a dieci anni di distanza da Lucio che veniva prima di lui, bello, forte e prepotente, il suo idolo. Invece l’ultima, Eletta, la sorellina, se la ricordava appena, era gialla e malaticcia e, come diceva sempre la contessa Elvira, la nonna paterna, non contava perché era morta prima di essere svezzata. La nonna, alta e imponente, cullava Cosimo, stringendolo al seno vasto e morbido e teneva sempre nelle sue tasche, piene di sorprese misteriose, qualche caramella che allungava con generosità a lui, il più piccino di casa. Cosimo non riusciva a collegare la nonna con l’immagine del dagherrotipo esposto sul cassettone in salotto che raffigurava una giovanetta sorridente dai capelli chiari. Lui la ricordava solo come una vecchia signora, con lunghi capelli bianchi ondulati e setosi, raccolti in due larghe bande nivee sorrette dalle forcine. Peccato che avesse alcuni peli duri sul mento che pungevano chiunque tentasse di baciarla. Elvira Roncati nata Andreoli, aveva rappresentato la memoria storica della famiglia fino alla sua morte. Da bambino, i ricordi della nonna sulle serate all’opera di Siena e di Arezzo, lo facevano sognare a occhi aperti. Cominciavano sempre dalla carrozza che attendeva la famiglia nel cortile del palazzo grande dei Roncati, quello che nelle divisioni era toccato quasi tutto al fratello maggiore. «Ci si doveva muovere presto» raccontava nonna Elvira. «Si attaccavano quattro cavalli. E si partiva già a metà del pomeriggio per arrivare in tempo, prima dell’inizio dello spettacolo… Poi si tornava tardi la notte, sotto le stelle, con il cocchiere che faceva schioccare la frusta» aggiungeva con tono di malinconico rimpianto. La casa del conte, il palazzetto, come lo chiamavano in paese, veniva dell’eredità di nonna Elvira. Lei si era addormentata per l’ultima volta quasi a cent’anni e nel testamento aveva lasciato scritto che lasciava tutto a Cosimo. Ma, purtroppo per lui, i fratelli maggiori avevano fatto le bizze e invocato la legittima. Alla fine delle divisioni, lunghe e faticose, dopo anni di continue liti, al conte era rimasto parte della casa, la metà di quello che era stato il piano nobile con l’ala di destra guardando la facciata verso la strada, i due piani superiori e la fetta più grande del giardino. Tutto il resto, i tre quarti del palazzo, la fattoria e la vigna era stato diviso tra i fratelli e la sorella. E la sorella, Annina, aveva venduto la sua parte, una torretta a due piani e la limonaia a un maggiore in congedo, che ci aveva fatto un ristorante. E, dopo il ritorno a Monte Sansavino del mancato erede, erano cominciati i patimenti. Ma il vero conflitto di Cosimo dei conti Roncati con il maggiore, con le sue scaramucce e battaglie quasi quotidiane andava avanti dal 2001, senza contare né vinti, né vincitori tra dispetti, danni, maldicenze e una sequela di carte bollate. Il conte superò il cancellino e scese di nuovo la scala che conduceva all’orto giardino del ristorante. Due vicini, richiamati dalla confusione come api sul miele, e il carabiniere giovane stazionavano ai piedi del fico, vicino al corpo del maggiore che era già stato pietosamente ricoperto con due tovaglie a quadrettini, bianche e arancione. Qualcuno arrivava a piedi per il viottolo. «Ah è lei dottor Bianchi, siamo qui!» esclamò sollevato il maresciallo Pazienza, muovendogli incontro. Il dottore in questione, asciutto, di mezz’età, capelli prematuramente bianchi, era quasi un’istituzione nel quartiere. Il suo gabinetto medico, sempre intasato di pazienti in attesa, era a meno di cinquanta metri di distanza. «Fate un po’ di posto, qui non siamo alla fiera» chiese burbero, allontanando i curiosi e rubando la scena al conte. Poi aprì la borsa e spostò le tovaglie. «Ma quando è successo?» interrogò il geometra Franchi, impiegato al comune di Monte San Savino sporgendosi dalla finestra in canottiera, mentre altri abitanti delle case intorno guardavano di sotto e commentavano la disgrazia a modo loro. «Stanotte o stamattina presto, magari» azzardò impetuosamente il maresciallo, togliendosi il berretto per farsi vento, dato che il sole stava cominciando a picchiare e la divisa era troppo pesante per la stagione. «Sua moglie lo sa? Qualcuno l’ha avvertita?» indagò petulante sempre il geometra. «Lo sa, lo sa … La cuoca le ha telefonato. Sta tornando, era al mare, a Follonica…» Mentre erano ancora tutti intorno al cadavere, giunse anche il giudice da Arezzo, il dottor Sensini, un giovanotto magro, lungo e occhialuto, con il pomo d’Adamo sporgente, le spalle curve e l’aria affamata di un avvoltoio. Indossava una polo azzurro carico e un vestito grigio a righine povere con le spalle che calavano. Trafelato, si asciugò la fronte con un fazzoletto e, frugandosi freneticamente in tasca per trovare una caramella, confidò al maresciallo: «Sto cercando di smettere di fumare». Prestò orecchio attento al successivo rapporto dei militi e del dottore. Per tutti, arma e sanità, l’unica ipotesi plausibile sembrava un incidente. «Deve essere successo stanotte!» decretò il maresciallo, sintetizzando pragmatico a suo beneficio: «Parrebbe che il maggiore nel cadere dal fico abbia battuto la testa sul muretto perdendo i sensi, come pensa il dottor Bianchi che gli ha trovato un bel bozzo sulla tempia, poi… A occhio e croce doveva essere salito su per tagliare i rami con la sega che, nel ruzzolone, gli è sfuggita di mano e gli ha tranciato di netto l’arteria femorale, uccidendolo. C’è sangue intorno, sparso dappertutto. Ne ha perso a litri. Comunque ne sapremo di più dopo l’autopsia». «Parrebbe logico» convenne il magistrato, facendosi più sotto per studiare la scena. Il corpo del maggiore giaceva per terra nell’orto, sotto alla terrazza che rappresentava il confine naturale con la proprietà del conte. Una scala a pioli di legno era rovesciata accanto, una stesa di rami già tagliati gli facevano corona e il fico incriminato alto, bello e centenario, tendeva le sue braccia fronzute, cariche di frutti maturi verdi e succosi, verso il cielo azzurro. Un cancelletto di ferro chiudeva il passaggio tra le due proprietà. Un tempo molto usato, ormai chiuso da anni con una catena e un lucchetto, era stato riaperto dai carabinieri proprio quella mattina. Il giudice girò attorno al morto, alzò lo sguardo verso l’alto e vide da dove il maggiore aveva avviato la sua drastica potatura. «Ma perché il maggiore si era messo a fare questo lavoro di notte?» indagò perplesso. «Oh bella, signor giudice, e lo chiede? Ma per far dispetto a noi!» intervenne la Beppina che zitta, zitta li aveva raggiunti e si sentiva importante. E, davanti alla sua espressione sbalordita: «Non faceva che minacciare. Non voleva che si cogliessero i suoi fichi. Ma la legge, aveva detto l’avvocato del conte, era dalla parte nostra. Quelli che sporgono…» «Sì, sì…» la interruppe il conte: «Ma vai a ragionare con chi fa il sordo… Insomma era tutto un litigare!» «Proprio, l’ha detto! E se l’avesse fatto di giorno, un secchio d’acqua gli sarebbe arrivato in testa di sicuro. Invece ieri sera il ristorante era chiuso. Noi, con la festa del paese, s’era tutti in piazza e lui poteva fare il su’ comodo. ‘Unn’ lo disturbava nessuno» spiegò la donna con un risolino. Il maresciallo dovette fare uno sforzo per non ridere anche lui. Tutti sapevano delle battaglie del maggiore con la Beppina che non sempre si erano limitate all’acqua… «Oh Beppina, su via, non facciamo perder tempo al dottor Sensini» mormorò. «No, no. Ha ragione lei, ho capito! Ho capito quel che la signora vuol dire» esclamò il giudice convinto. «Vuole un caffè anche lei? Io l’ho fatto per tutti. O qualcosa da bere» propose lei. Ormai si era elevata a vivandiera della compagnia. «Eh già, perché no?» Era tentato, ma il suo cellulare squillò in quel preciso momento. «Sì si, va bene, va bene. No, non sono lontano, ci vado subito» rispose ad alta voce, poi: «Niente caffè purtroppo. Oggi si prepara una giornataccia! C’è stato un incidente in superstrada. Pare ci siano due morti» spiegò con tono lugubre, prima di salutare. «Devo declinare anch’io, ho un ambulatorio pieno di gente che mi aspetta» annunciò il dottor Bianchi, richiudendo la sua borsa. «Noi dobbiamo aspettare il furgone per far rimuovere il corpo» dichiarò il maresciallo di malavoglia. «Tutti? Lasci di guardia i suoi uomini. Se serve, la chiameranno» suggerì a quel punto il conte con elastica praticità. E, mentre si avviava verso la scala, propose: «Noi due saliamo di sopra a bere il caffè. Teresa lo porterà anche a loro». Il caldo d’agosto si faceva sentire e cominciava a sudare copiosamente nel suo panciotto verde bottiglia. Nella penombra del salotto a pianterreno invece faceva un freschino meraviglioso. Cosimo Roncati e il maresciallo Pazienza si accomodarono in uno dei divani con le orecchie. Un attimo dopo Beppina entrava nella stanza con brocche, caffettiere, tazze e bicchieri. «Dice che non si dovrebbe parlar male dei morti, ma ‘unn’ sarò certo io a piangere il maggiore» brontolò, appoggiando il vassoio sul tavolo da fumo. «E nemmeno sua moglie, credo» sostenne cattivo il conte. «Oh signor conte, per una scivolata quella volta… Pora donna ‘unn’ lo dica nemmeno. E poi che ne sa, come stavano le cose tra loro. Era lei a sopportarlo!» lo rimbeccò la Beppina. «Già però quella volta che dice lei a Rapolano…» intervenne partecipe il maresciallo. «Va bene ma … insomma faceva con il suo» la giustificò la domestica. «Ma si faceva pagare». Il maresciallo ridacchiava complice. «Ma che pagare e pagare! Magari qualche regalino, un anellino, una pelliccia… alle donne piacciono quelle cose». «Altro che regalini. Il giornale non faceva nomi, c’erano solo le iniziali, ma era molto esplicito» disse il conte. «Una donna appetitosa» commentò Pazienza, zuccherando generosamente il caffè. «Uhm, sì pienotta, non è tanto il mio genere, ma un pensierino magari… Qualche volta sa si metteva in costume sotto la terrazza…» mugugnò pensoso Cosimo Roncati. Il maresciallo annuì, ma sapeva che il nobiluomo amava più il genere indossatrice com’era stata sua moglie, l’inglese bella, tanto bella come dicevano tutti. Lui non l’aveva mai conosciuta dato che si erano sposati a Londra nel ‘60 e il matrimonio era durato poco. La donna l’aveva lasciato dopo tre anni ed era tornata a casa sua, a Kensington. Poi c’erano state le altre, le principesse, le attrici… Già, già le portava perfino al ristorante, passando dal cancellino. Allora con il maggiore si parlavano con educazione ed era tutto un salamelecco e un baciamano. Poi i rapporti s’erano guastati. La terrazza! Già! Quella era stato il pomo della discordia. «In costume? Sotto la terrazza?» indagò malizioso. «Sissignore. Vero Peppina?» impetrò conferma il conte. « ‘Unn’ pensi male, prendeva il sole!» si schierò lei, da femmina. «Non penso male» garantì Pazienza ma, mentre sorseggiava la seconda tazza di caffè, colse la palla al balzo e chiese sornione: «Come cominciò la storia della terrazza?» «Per me non sarebbe mai cominciata» spiegò il conte «È solo colpa di mia sorella che gli vendette la sua parte e di quelli che gli hanno dato il permesso di fare un ristorante, là sotto. Ma dica lei, le pare un posto giusto?» «Non saprei, non sono un esperto. Quando sono arrivato a Monte San Savino esisteva già. Che c’era prima?» gli dette corda il maresciallo, allungandosi nella poltrona. «La limonaia!» interferì la Beppina che era rimasta in salotto e faceva finta di rassettare. «Ah, ora capisco il perché di tutti quei vetri! Ma i problemi tra voi incominciarono dopo, con il tetto mi pare?» la buttò lì, tanto per dire, perché la storia si sapeva. «Che poi è la mia terrazza! Sì, nel 2001 il maggiore cominciò a fare mille storie. Che sotto c’era umidità, ci pioveva… Io rifeci tutto nuovo, m’è costato una tombola, ma non gli bastò. Non voleva nemmeno pagare… Se si stava a sentir lui… “Nemmeno una lira” disse. Ma l’avvocato glieli ha levati tutti, fino in fondo, uno per uno!» «E poi?» «Ho smesso d’andarci a mangiare e ho chiuso il cancellino». «Era suo diritto» commentò Pazienza con filosofia. «Ma poi c’è stato il camino, quello che è in mezzo al giardino». «Quello che appesta tutti. D’inverno ci fanno le salsiccie e i fegatelli alla brace, e d’estate la bistecca e la rosticciana. A noi di sopra l’odore c’entra persino nei capelli» protestò Beppina, storcendo il naso. «Ma certo e poi il nido. Il nido, me lo ricordo. Sì, sì. Il maggiore ha persino esposto denuncia…»commentò, bonariamente Pazienza. Era successo all’inizio dell’autunno precedente. Nella sala del ristorante avevano provato ad accendere il camino, ma la canna era otturata e il fumo aveva fatto scappare i clienti… «Cosa c’entriamo noi coi merli che ci avevano fatto il nido» dichiarò Cosimo Roncati, con l’aria più innocente del mondo. «Niente, niente, infatti, glielo dissi anch’io» replicò l’altro, che in cuor suo dubitava della storia dei merli. «E poi i gatti del maggiore» aggiunse la donna. «Eh sì, quelli li ha ammazzati Dog, non posso negarlo è vero» ammise il conte a malincuore. «Ma si sa, è l’istinto, son bestie…» “Non avevano a venire a passeggiare sul suo» tagliò corto la donna cominciando a radunare le stoviglie. «Sì, ma lui si è vendicato con Maestà e nessuno mi leva dalla testa…» insinuò Roncati. «Che sia stato lui? Chissà? Ma, per fortuna, poi il suo gatto è tornato» gli fece notare Pazienza. «Meno male, ma dopo più di dieci giorni. L’avesse visto. Era pelle e ossa» si lamentò Beppina e rivolta a Maestà, che stava dormendo morbidamente acciambellato sopra una consolle: «Ma tu lo sai “ch’ è stato!” Ah, e se tu potessi parlare…» Vendetta, vendetta, tremenda vendetta Tutto era successo la sera prima. Maestà, si era destato di soprassalto e aveva teso le orecchie con il pelo e la schiena rizzati minacciosamente in difesa. Cosimo Roncati, stava regolando la frequenza della radio mentre canticchiava tra sé le battute iniziali di Casta Diva.

Il breve concerto della divina soprano, Maria Callas, poche arie, venti minuti appena, programmato dalla “Rai tre” per le undici e un quarto, pur celato in poche righe nelle pieghe della Nazione, non era sfuggito al suo occhio di appassionato melomane. Roncati era rincasato apposta dalla festa del paese. Erano quasi le undici e dieci … La trasmissione stava per cominciare. Sedette in poltrona e tamburellando nervosamente sui braccioli, chiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale con il volto rapito, in attesa. Nell’eccitazione del momento, non si era nemmeno accorto del gatto che vegliava arrotolato sulla poltrona a scacchi scozzese. Maestà invece sentiva e riconosceva il nemico: il suo nemico era là fuori, minaccioso. Vinse la paura, scivolò giù dalla poltrona, allargò con la zampa la porta socchiusa e s’infilò valorosamente nello spiraglio. ‘Devi fare qualcosa’ gli ingiungeva la sua testa di gatto e: ‘Attento, pericolo!’ gli dicevano le sue antenne. La vicenda era iniziata due mesi prima, quando era stato colto di sorpresa mentre dormiva ignaro al tepore del sole del pomeriggio sulla tavola di marmo in giardino. No! Oh no! Aggredito a tradimento da quella presa, una stretta rapida, inattesa e implacabile. Con la paura che lo paralizzava e il terrore che gli gelava il sangue nelle vene si era ritrovato nel buio, nel nulla, nel sacco in compagnia di un mattone, chiuso senza via d’uscita. E quella voce gelida, crudele e spietata che conosceva anche troppo bene ordinava: «Sbrigatevi, portatelo via, andate verso Siena e buttatelo a fiume!» Poi l’attesa angosciante, lunga e insopportabile, mentre la macchina andava…, rallentava, il rumore della portiera che si apriva, il lancio, il volo, l’atterraggio sul terreno, il ruzzolare sul greto, il freddo dell’acqua, l’urto contro qualcosa e qualcuno, prima di ripartire, che diceva: «Fatto! Il nostro bel signorino è sistemato per sempre». Lui benché intontito, aveva pianto, urlato miagolando per ore e ore con la testa appena fuori dal fluire della corrente, ma nulla. Nessuno l’aveva sentito. Infine aveva dormito per un po’, stremato. Non sapeva e non sperava più finché una palla era rimbalzata, rotolando, sbattuta in fondo, dentro l’inferno di ortica che cresceva vicino all’acqua. E allora aveva gridato di nuovo aiuto. «La vedo, la vedo… è laggiù» spiegava strillando una voce giovanissima e argentina. Dei passi affrettati che si avvicinavano. Poi la stessa voce diceva: «Ehi ragazzi ma non sentite? Quel sacco là, quasi a riva, accanto a un sasso, miagola! Ci deve essere un gatto dentro». «Un gatto? Povera bestia, lo volevano affogare. Liberalo!» rispondeva qualcun altro. «No, lascia fare che ti bagni e poi magari quello ti graffia» minacciava una terza voce. «Te stai zitto, fifone! Dai Mario, non c’è bisogno di bagnarsi, se ti sporgi ce la fai a prenderlo con la mano». «Sì, certo, hai ragione. Ecco ce l’ho! Accidenti come pesa!» Ma… oh sollievo, tripudio. Il sacco si alzava miracolosamente, si riappoggiava all’asciutto. Sopra di lui, Maestà, qualcuno, Mario? S’ingegnava, armeggiava, poi ingiungeva: «Questi nodi sono troppo stretti, non riesco a scioglierli. Aiutatemi» Passi venivano di corsa a portare la libertà. Qualcun altro ordinava: «Taglia il sacco dai, ecco qui, usa il temperino!» Il crepitio di tela che si lacerava e all’improvviso la luce. Era schizzato fuori con il pelo fradicio, spiritato e, prima che i suoi salvatori spaventati avessero potuto fare un gesto per trattenerlo, era fuggito via, come un razzo. La via del ritorno, lunga, faticosa, spaventosa. La fame, la sete, i cani, il terreno insidioso. Ridotto a pelle e ossa, una povera larva felina che vagava sperduta nella campagna. Poi finalmente, come un sogno, era apparso il portone del palazzetto dei Roncati a Monte San Savino. Gli occhi di Maestà fatti per vedere nell’oscurità distinsero subito chiaramente la sagoma, l’alta figura dell’odiato maggiore. Camminava silenzioso al di là del muretto sormontato dalla siepe divisoria e teneva una scala in mano. Il ristorante di sotto era nascosto dall’ombra, come assopito, celato dalla notte fonda del giorno di chiusura settimanale. La luna in cielo, un’esile falce calante. Il vociare e la musica della festa del paese invece salivano vivaci, rumorosi fino a lassù nella scura notte agostana e si confondevano con le note del concerto. All’improvviso si udì uno stridio di freni, un urlio di gente mentre un carretto superava la curva e veniva spinto giù per la discesa. Gli equipaggi facevano le ultime prove prima della gara tra rioni dell’indomani. La trasmissione su Rai 3 stava cominciando, lo speaker annunciò il concerto, risuonarono le prime note di Casta Diva. Un attimo dopo la voce della divina Callas s’innalzò pura, limpida. Maestà non si lasciò distrarre e riprese a sorvegliare il suo nemico senza interessarsi a quei rumori. Il maggiore appoggiò la scala al fico centenario che sporgeva i suoi rami frondosi carichi di frutti zuccherini, succosi, di qualità sopraffina. Tutte le finestre che affacciavano verso il giardino erano buie. La luce della lampada accesa non riusciva a bucare i pesanti tendaggi bordeaux della stanza della musica. Le undici erano passate da poco, tutti erano ancora alla Festa. Aspettavano i fuochi… «Casta Diva che inargenti questa sacre, questa sacre antiche piante…» Il maggiore si fermò a mezz’aria. C’era qualcuno allora in casa, il conte? Doveva essere proprio lui. Ma quando il conte ascoltava l’opera, lo sapevano anche i morti, era perso al mondo. Scosse le spalle, infischiandosene, appoggiò la scala sul fico e cominciò ad arrampicarsi lentamente, con la sega in mano. Maestà rimase immobile sulla terrazza, in attesa. Il maggiore ora era arrivato dove voleva. Reggendosi al tronco si sporse di fianco e cominciò a segare. I primi rami più sottili si tranciarono facilmente e caddero, atterrando nell’orto. Si spostò più in fuori per poter lavorare meglio e attaccò un nuovo ramo. Ma questo, carico di frutta, era molto più grosso e robusto degli altri. La lama stentava. Si rese conto che doveva usare tutte e due le mani. Si bilanciò meglio, agganciandosi con le gambe alla scala. Il gatto inarcò la schiena tendendo i muscoli delle zampe. Ora il maggiore tagliava di buona lena. Si udiva un crepitare deciso. I denti della sega mordevano il legno, voracemente. La prima stella multicolore esplose rumorosa e altissima nell’aria. Il maggiore, colto di sorpresa, sussultò e alzò gli occhi al cielo. Il felino ne approfittò. Si tese tutto per cercare lo slancio e con un balzo ampio, maestoso e vendicatore gli saltò alla faccia, con le unghie di fuori. L’uomo alzò il braccio sinistro d’istinto, per proteggersi il volto. Ma, nel farlo, si spostò di lato, urtò con la gamba nel ramo sottostante, perse l’equilibrio, tentò di riprendersi, di tenersi alla scala che invece scivolò di fianco, e lui con lei. Senza neppure il tempo di gridare, cadde a capofitto sul muretto divisorio con la sega ancora stretta in mano. Svenne e il sangue cominciò a fluire dalla sua gamba come i titoli finali di un film dell’orrore. Maestà si scosse, si avvicinò alla sua vittima e gli girò intorno guardingo. Poi, sprezzante, gli camminò sopra, tanto non si muoveva. Si leccò le zampine davanti, involontariamente imbrattate per ripulirle, prima di spiccare la corsa e velocissimo, saltare il cancellino divisorio e tornare dalla sua parte. Quando entrò a passo felpato nel salotto e andò ad acciambellarsi nella poltrona vicina a quella del conte, le ultime note della Tosca: … «perché me ne remuneri così»… si levavano nell’aere. «Ah sei qui vagabondo» constatò il conte, spengendo la televisione: «Dove eri finito?» Maestà sbadigliò vistosamente senza dargli udienza e chiuse gli occhi, rilassato. Le girandole e i fuochi ora si succedevano allegri, rumorosi, uno dietro l’altro in uno splendido finale in crescendo. «Bisognerebbe cogliere tutti quei fichi, sono maturi, se no cascano per terra e si buttano» fece notare la Beppina, entrando in stanza da pranzo con il caffè, alle due e mezzo, dopo la colazione. Teresa era scesa in cantina a riempire i barattoli con i pomodori e finalmente erano soli, a tu per te, lei e il conte. Lui non rispose, evidentemente acconsentendo. «Che ne direbbe di cominciare a mangiarli stasera con il prosciutto?» traccheggiò lei, appoggiando il vassoio sulla consolle. «Fai te Beppina, … quello che ti pare» concesse lui bonariamente. «Tanto fai sempre quello che ti pare».

«Poi si potrebbe finire con una bella crostata di fichi con la crema» suggerì lei, magicamente ispirata. «Perfetto» convenne Cosimo Roncati, socchiudendo gli occhi e pregustando il suo riposino pomeridiano. ***Pappardelle con il sugo di nana (d’anitra) di Rosa Dosi per 6 persone: Sugo di nana: 1 anitra che pesi 900 gr. circa già pronta per la cottura; 3 dl di vino bianco secco; 1 trito composto di 1 cipolletta, ½ costola di sedano, 1 carotina e qualche rametto di prezzemolo; 1 mazzetto guarnito fatto di timo, alloro e rosmarino; 1 cucchiaino di farina; 40 gr. di burro e 1 cucchiaio d’olio; 1 l di brodo buono o più; sale e pepe. Pappardelle fresche all’uovo: 350 gr. Spennare, vuotare passare alla fiamma e nettare l’anitra. Eliminate la testa, il collo, l’estremità delle zampe e delle ali e conditela con sale e pepe. Fate soffriggere l’olio in un tegame, mettetevi l’anitra e fatela colorire a fuoco vivace da tutte le parti. Aggiungete il cucchiaino di farina, il trito, il mazzetto e mescolate per qualche istante. Bagnate con il vino e fate ridurre della metà. Ora abbassate la fiamma e continuate la cottura a calore moderato continuando a bagnare con il brodo, man mano che sarà necessario. Dovrà cuocere almeno 2 ore. A cottura ultimata sgocciolate l’anitra, disossatela e passate il fondo di cottura al passino fine. Rimettete i pezzi d’anitra e il fondo di cottura nel tegame, fate insaporire bene per qualche minuto e conditeci le vostre pappardelle all’uovo che avrete fatto cuocere a parte in una grande pentola d’acqua bollente. Servitele in tavola ben calde.

Crostata di fichi della Beppina Dosi per 6 persone: Pasta frolla: farina gr. 200; burro gr. 100; Zucchero gr. 100; 1 uovo; 1 pizzico di sale Per il ripieno: fichi gr. 500; zucchero q.b. Mandorle gr. 50; Crema fatta con: 1 uovo, 1 cucchiaio di zucchero, 1 bicchiere di latte. Disponete a fontana la farina sul tavolo e nel vuoto ponete il burro, lo zucchero, l’uovo e 1 pizzico di sale. Impastate e quindi fatene una palla che lascerete riposare una mezz’ora in luogo fresco. Stendete con il matterello la pasta che abbia uno spessore di ½ cm circa e foderateci una teglia generosamente imburrata di 25 cm circa a bordo basso. Allineate sopra i fichi sbucciati, divisi à metà e disposti con la parte a cupola in alto. Spruzzate di zucchero. Togliete la pellicola dalle mandorle, tritatele sul tagliere e seminate la granellina di mandorle sui mezzi fichi. Ora preparate una crema montando un rosso d’uovo con un cucchiaio colmo di zucchero, diluendolo, poi, con un bicchiere di latte ultimandolo con la chiara montata a neve ben ferma. Versate la crema sui fichi e ponete la teglia in forno moderato a 180° circa per una quarantina di minuti. Lasciate raffreddare il dolce, trasferitelo su un piatto di portata e servitelo. Con passione…

avatar Scritto da: Patrizia Debicke (Qui gli altri suoi articoli)


6 Commenti a Passione

  1. avatar
    Uomo delle valli 24 Maggio 2020 at 08:23

    Da gustare con tranquillità ma ne vale la pena. Brava, mi è piaciuto.

  2. avatar
    Fabio Lotti 24 Maggio 2020 at 09:51

    Patrizia è una sicurezza.

    Mi piace 1
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      Martin 24 Maggio 2020 at 09:55

      Concordo: ripartiamo con lei!

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        luca monti 24 Maggio 2020 at 11:01

        Sito rinnovato e anche l’avatar di Martin ( si chiama così?).Signora Patrizia,il suo cognome è originario di dove?Solo una curiosità mia.Cordialmente Luca Monti Vallio Terme BS

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          patrizia debicke 24 Maggio 2020 at 12:06

          Mi scusi non avevo letto la sua domanda, devo il cognome a un marito lussemburghese e in Lussemburgo come in Svizzera fino a cinque anni sposandosi si perdeva il cognome di nascita. Ora l’ho ricuperato, anzi in Lussemburgo abbiamo fatto quasi come gli spagnoli per cui sul suo passaporto mio marito ha anche il mio e io il suo . Ma quando scrivo, ormai dal 2003 … ho conservato patrizia debicke

          Mi piace 1
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            luca Monti 24 Maggio 2020 at 15:19

            Grazie.Luca Monti Vallio Terme BS

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