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Scacco matto… a Dio!

Scritto da:  | 12 Novembre 2020 | 21 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Scacchi e arte

Il 14 ottobre 1944 il vescovo di Madrid proclamò Santa Teresa d’Ávila Patrona degli scacchisti. Perché mai?!

Il Concilio di Trento, iniziato nel 1545, si conclude nel 1563: la Chiesa Cattolica reagisce alla rivolta Protestante, innescata da Martin Luther.

Nel 24° capitolo del Cammino di perfezione, prima redazione del 1566 [io mi riferisco alla quarta edizione Figlie di San Paolo 2012, a cura di padre Luigi Borriello e suor Giovanna della Croce], madre Teresa, rivolgendosi alle suore di clausura nel monastero di San Giuseppe ad Ávila (situata un centinaio di chilometri a nord-ovest di Madrid) dove è la badessa, parla del fondamento dell’orazione, la quale trova il suo compimento nella contemplazione, entrambe orientate all’azione.

In questo capitolo l’Autrice, più che presentare un’interpretazione particolare del gioco degli Scacchi, ne propone un’applicazione assolutamente originale e paradossale (valida non solo per quelle monache…):

«1. Non crediate che tutto questo sia molto, perché vado solo preparando, come si dice, i pezzi sulla scacchiera. Mi avete chiesto di parlarvi del fondamento dell’orazione; io, figlie mie, quantunque Dio non mi abbia condotta per questa strada, perché certo non credo d’avere ancora tali virtù, non ne conosco altro. Credete pure che chi non sa disporre bene i pezzi nel gioco degli scacchi, giocherà male e se non sa fare scacco, non farà neppure scacco matto. Voi certo mi biasimerete perché parlo di un gioco che non esiste né deve esistere in questa casa. Da ciò potete vedere quale madre vi abbia dato Dio, se ha conosciuto anche questa vanità, ma dicono che qualche volta tale gioco sia permesso; a maggior ragione, sarà lecito a noi usarne la tattica, e vedrete come presto, se vi ricorriamo spesso, daremo scacco matto a questo Re divino, il quale non potrà sfuggirci, né lo vorrà.

2. La regina è quella che in questo gioco può dare maggior guerra al re, sia pure col concorso di tutti gli altri pezzi. Ebbene, non c’è regina che costringa il Re divino ad arrendersi come l’umiltà; essa lo fece scendere dal cielo nel seno della Vergine, e con il suo aiuto noi lo attireremo, come per un capello, nelle nostre anime. Credetemi, chi avrà più umiltà, più lo possederà e chi meno, meno; io non riesco a capire, infatti, come ci sia o ci possa essere umiltà senza amore, né amore senza umiltà, né come sia possibile che queste due virtù coesistano senza un gran distacco da ogni cosa creata» (p. 89).

Teresa d’Ávila fu beatificata dal papa Paolo V il 24 aprile 1614, canonizzata dal papa Gregorio XV il 12 marzo 1622, proclamata Dottore della Chiesa dal papa Paolo VI il 27 settembre 1970.

La festa liturgica di Santa Teresa di Gesù (Teresa d’Ávila) ricorre il 15 ottobre. In realtà la religiosa, al secolo Teresa de Cepeda y Ahumada, nata ad Ávila il 28 marzo 1515, morì nel monastero di Nostra Signora dell’Annunciazione ad Alba de Tormes, vicino a Salamanca, nella notte fra il 4 ottobre e il 15 ottobre del 1582. Proprio così, non si tratta di una svista! Il giorno successivo al 4 ottobre 1582, infatti, non fu il 5 ottobre 1582 bensì il 15 ottobre 1582, a motivo della riforma del calendario giuliano promulgata dall’allora papa Gregorio XIII (utilizzando uno studio del calabrese Luigi Giglio, o Lilio) la quale prevedeva, fra l’altro, l’eliminazione dei dieci giorni che andavano dal 5 al 14 ottobre dell’anno 1582. Spagna, Portogallo e una parte della penisola italica adottarono subito tale provvedimento, altri Paesi in tempi successivi, con opportune modifiche riguardanti il periodo dell’anno nel quale veniva effettuata l’eliminazione e il numero dei giorni espunti dal calendario.

Nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma si trova il celebre gruppo statuario Estasi (più precisamente: Transverberazione, termine utilizzato nell’ambito della mistica cattolica) di Santa Teresa d’Ávila, in marmo e bronzo dorato, realizzato dal poliedrico artista Gian Lorenzo Bernini intorno alla metà del Seicento, in stile barocco.

Al di là del Bianco e Nero, gli scacchisti – che La desiderano – dispongono di una Protettrice Celeste!

La Flagellazione di Cristo è un famoso dipinto di Piero della Francesca (1460 ca., Galleria Nazionale delle Marche, Urbino), in stile rinascimentale.

Nel libro Stallo matto (La dialettica degli scacchi come metafora dell’umanità) [Edizioni Polistampa 2009] Giovanni Gualtieri, ingegnere civile e ricercatore dell’Istituto di Biometeorologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nonché appassionato di Scacchi, scrive che in questo gioco «ogni scacco matto è in realtà uno “stallo matto”», poiché «si può arrivare fin sulle soglie dell’intorno del Re, […] ma non oltre» (p. 88). Inoltre, traendo spunto dall’opera d’arte sopra citata (io ho aggiunto le parti racchiuse fra parentesi quadre):

«Nel quadro si gioca una partita a scacchi nella quale il genere umano gioca addirittura contro il suo Dio fino ad infliggergli lo scacco matto. Ma in realtà non ci troviamo di fronte ad uno scacco matto (cioè “Shâh-mât” [“il-Re-è-morto”, locuzione della lingua persiana, con riferimenti a quella araba e a quella ebraica, dalla quale deriverebbe l’espressione “Scacco matto”, secondo parte degli studiosi]), bensì ad un “Cristo-mât”, cioè ad un “Cristo-è-morto”. Ma cosa accade quando nella realtà della storia Cristo muore? Accade che termina la partita degli uomini, degli esserci, solo quella! Non termina la partita dell’essere, che al contrario è e rimane sempre uguale a se stesso. Dopo tre giorni [io preferisco dire: Il terzo giorno], infatti, Cristo risorge, cioè rimuove il “ci” dal proprio esser-ci per assurgere ad essere eterno, ossia si disocculta da se stesso. Ma questo cosa significa? Anche noi siamo dei pezzi della scacchiera come Cristo, e quindi anche noi risorgeremo dopo i nostri “tre giorni”, al termine della nostra “partita”.

[…]

Cristo vince proprio perché perde, ovvero Dio vince proprio perché Cristo muore, cioè perché avviene il “Cristo-mât”. Solo così Cristo può risorgere, e solo così può indicare anche a noi – che ora-e-qui siamo ancora delle pedine – la via da seguire. In sintesi, solo col “Cristo-mât” poteva avvenire il disoccultamento dell’essere al pensiero umano, ossia la manifestazione della luce di Dio al pensiero degli uomini» (p. 105).

Trattasi di un libro che, toccando pittura, poesia, cinema, filosofia, cosmologia, religione, presenta il nucleo del Mistero salvifico cristiano attraverso un’ardita metafora metascacchistica!

(Il) Dio (dei Cristiani) può anche “giocare a Scacchi” con gli esseri umani.

La Sua Strategia, tuttavia, è diversa dalla loro strategia…

avatar Scritto da: Giorgio Della Rocca (Qui gli altri suoi articoli)


21 Commenti a Scacco matto… a Dio!

  1. avatar
    Fabio Lotti 12 Novembre 2020 at 09:31

    Beh, un po’ di umiltà penso che non faccia mai male. Soprattutto in questi ultimi tempi difficili dove molti sembrano avere la verità in tasca. Sono poi contento di avere una protettrice. Speriamo bene…

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    Uomo delle valli 12 Novembre 2020 at 09:57

    bello, proprio molto bello. quello che ci vuole adesso. speriamo che Santa Teresa ci protegga tutti, preghiamo per lei.

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    Paysandu 12 Novembre 2020 at 12:35

    Odifreddi nel suo “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)” scrive un’introduzione dal titolo “Cristiani e Cretini” in cui si esprime in questi termini:

    — Col passare del tempo l’espressione (cristiano) è poi passata a indicare dapprima una persona qualunque, come nell’inglese christened, “nominato” o “chiamato”, e poi un poveraccio, come nel nostro povero cristo. Addirittura, lo stesso termine cretino deriva da “cristiano” (attraverso il francese crétin, da chrétien), con un uso già attestato nell’Enciclopedia nel 1754: secondo il Pianigiani, “perché cotali individui erano considerati come persone semplici e innocenti, ovvero perché, stupidi e insensati quali sono, sembrano quasi assorti nella contemplazione delle cose celesti”. —

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      Patrizia 12 Novembre 2020 at 19:44

      Questo distinguo è molto dotto ma mi sembra un filino offensivo.

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        Fabio Lotti 12 Novembre 2020 at 21:45

        Condivido. Non sono un credente ma rispetto e ammiro chi ha la forza di credere.

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    Giorgio Della Rocca 12 Novembre 2020 at 21:04

    L’articolo è impreziosito dal personale contributo di Martin.

    Ringrazio per i commenti.
    Relativamente al terzo di essi, ribadisco che ho utilizzato il termine Cristiano nell’usuale accezione di seguace del Cristo. Nel commento è stato citato un logico matematico e saggista il quale, con tutto il mio rispetto verso le sue conoscenze, non si è ancora reso conto, tuttavia, che il messaggio cristiano possiede una propria logica, diversa dalla logica scientista. Lo scienziato e filosofo Blaise Pascal (XVII secolo), un Cristiano, nei Pensieri scrisse: «L’ultimo passo della ragione consiste nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sovrastano».
    Condivido l’osservazione contenuta nel quarto commento, e mi limito a replicare che gli interventi offensivi danneggiano, più che altro, i loro autori.

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    the dark side of the moon 13 Novembre 2020 at 09:55

    Perché giudicare offensivo l’intervento di Paysandu?
    Si è solo limitato a riportare delle citazione di studiosi non credenti, è sicuramente un commento fazioso quindi.
    La fede è un qualcosa di intimo, chiunque ha il diritto di essere credente o meno senza essere discriminato.
    Non mi sembra che nei Paesi civili i credenti siano degli emarginati, anzi.
    Il problema nasce quando la religione ha la pretesa di sostituire la politica o la scienza.
    Lì iniziano i guai..

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    Luca Monti 13 Novembre 2020 at 13:17

    Un saluto all’autore dell’articolo ed a quanti hanno prestato attenzione al suo scritto.Luca Monti.

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    patrizia 13 Novembre 2020 at 14:22

    Premetto che il mio ateismo è assoluto e non voglio fare proseliti.
    Ho giudicato offensivo il commento perchè trincerandosi dietro Odifreddi ha posto l’equivalenza cristiano uguale cretino.
    La vera tolleranza consiste nel lasciar pensare l’altro senza giudicarlo,a meno che non violi i principi generali della convivenza civile: l’intollerante non è solo quello che ti taglia la testa,è anche chi ti tratta da cretino.

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      Paysandu 13 Novembre 2020 at 16:57

      In linea di massima sarei anche d’accordo con te, cara Patrizia, ma c’è anche un dovere morale a cui non possiamo sottrarci: che è quello di combattere e denunciare il perfido inganno che sta alla base di ogni religione, non trovi?
      E mi riferisco all’inganno dei deboli, dei poveri, di coloro ai quali viene effettuata una lobotomia cerebrale già in tenera età, e poi sottoposti, lungo l’arco di tutta la loro esistenza, al più totale digiuno intellettuale e scientifico.
      E’ un inganno cinico, spietato, studiato e affinato nei secoli.
      Son parole dure, mi rendo conto, né voglio offender nessuno, sul serio.

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        Patrizia 13 Novembre 2020 at 17:20

        Sì, sì ma nel caso concreto e cioè dell’articolo di Della Rocca che c’entra?
        La lobotomia ai poveri ed ai deboli viene praticata in tanti modi, a seconda dei vari regimi politici e delle condizioni locali. A proposito della cultura ti faccio notare che i potenti ed i ricchi, di solito, ne hanno da vendere e ne fanno cattivo uso.
        E’ anche vero che spesso i religiosi, non la religione, sono al servizio dei potenti, un po’ come certi intellettuali.
        Qualsiasi filosofia, o credenza o religione può essere considerata funzionale ai gruppi di potere.

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    the dark side of the moon 13 Novembre 2020 at 19:44

    Come sempre, quando si parla di religione, è difficile non trincerarsi dietro i propri principi.
    E’ vero: “La vera tolleranza consiste nel lasciar pensare l’altro senza giudicarlo, a meno che non violi i principi generali della convivenza civile”.
    La religione però è di fatto da sempre uno strumento di dominio sull’uomo, la storia lo insegna.
    Quante guerre in nome di essa si sono combattute e si combattono tutt’ora?
    Chi crede dovrebbe essere consapevole di ciò ed essere altrettanto disposto e aperto al dialogo, senza rifugiarsi nel dogmatismo.
    La religione dovrebbe limitarsi a teorizzare dei valori universali per rendere gli individui migliori in nome di un ipotetico Dio di fronte al quale rendere conto quando arriverà il momento.
    Ma ripeto: è una questione personale, intima.
    La fede non si compra al supermercato; ognuno di noi si pone di fronte ad essa in modo assolutamente soggettivo, come è giusto che sia.

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    Sergio Pandolfo 14 Novembre 2020 at 22:13

    Articolo molto interessante, complimenti all’autore. Poi, certo, la fede è una questione personale…

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    Fabio Lotti 15 Novembre 2020 at 09:17

    Comunque è sempre positivo il confronto. Per quanto mi riguarda da tempo guardo più al “razzolare” che al predicare di chi mi sta intorno. Partendo, naturalmente, dal mio “razzolamento” e dalla mia predica.

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    ZENONE 15 Novembre 2020 at 13:58

    Bellissimo e interessante pezzo. Grazie

  12. avatar
    Giorgio Della Rocca 15 Novembre 2020 at 17:44

    Ringrazio per gli altri commenti.
    Non aggiungo altro a proposito del mio articolo.
    Avendo avuto la prima parola, non desidero avere anche l’ultima.

  13. avatar
    Mongo 16 Novembre 2020 at 12:48

    La penso esattamente come Paysandu, ma ho apprezzato la storicità e la ricerca dell’articolo di Giorgio.

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      Luca Monti 16 Novembre 2020 at 20:31

      VIVA IL MONGO, BANDIERA NON AMMAINABILE DI SOLOSCACCHI!

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    Giorgio Della Rocca 19 Novembre 2020 at 10:30

    NADA TE TURBE

  15. avatar
    Roberto Cafarotti 21 Novembre 2020 at 18:54

    Chiedo perdono per la mia sostanziale ignoranza sul mondo degli Scacchi. Ma sono rimasto affascinato dall’articolo nella parte in cui si lega il dipinto di Piero della Francesca a questo nobile gioco. La relazione interessante dell’assedio che si viene a determinare, nell’essenza del gioco, verso la figura del re con l’iconografia pierfranceschiana è assolutamente affascinante. Lo è, secondo me, perché ne affronta un tema e un aspetto che mai avevo sentito in precedenza applicarsi su questa dibattutissima opera, peraltro anche molto sconosciuta nei suoi valori simbolici sui quali, da una vita, si elaborano solo ipotesi.
    Personalmente ritengo che la riflessione posta dall’autore del testo, l’ing. Gualtieri, sia estremamente pertinente per una chiave di lettura del testo iconografico.
    L’attacco al re è l’espressione di una volontà che certamente si raccoglie in un comune sentire nella lotta per la sopravvivenza umana.
    Ogni figura materiale o emblematica che a torto o a ragione rappresenti un nemico assume il ruolo focale di “re” da distruggere. In questo caso parliamo del Cristo-Re ovvero il simbolo del Cristianesimo che si opponeva della civiltà islamica.
    Pochi anni prima dell’esecuzione di questo capolavoro di Piero della Francesca fu perpetrato un assedio da parte del sultano Maometto II il cui esercito, nel 1453, conquistò sanguinosamente, saccheggiando e devastando, la città di Costantinopoli e, con essa, tutto ciò che restava dell’Impero Romano orientale e della civiltà cristiano ortodossa nata e sviluppata intorno a quella città sin dai primi decenni del IV secolo con Costantino il Grande.
    Sotto il profilo allegorico, mi affascina supporre che l’”assedio” di cui è vittima il Cristo-re sia così evidentemente rappresentato nella sua fase conclusiva, quando cioè Cristo è alla colonna e sta per essere fustigato alla vigilia della sua crocifissione. La scacchiera dipinta in proiezione sul pavimento suggerisce il compimento dell’azione secondo lo schema del gioco, ovvero è raffigurato il citato Shâh-mât”, lo scacco matto che conclude la vicenda terrena del Cristo-re nella sua raffigurazione spazio-temporale, senza possibilità di procedere oltre.
    Il gioco è chiuso, “consummatum est,” nel suo dramma terreno. Si chiude nella dimensione terrena che potremmo analogamente correlarla allo spazio bidimensionale della scacchiera nel quale la direttrice del tempo è dominante sullo spazio terreno.
    In questa conclusione del “gioco” sulla scacchiera orizzontale abbiamo il suggerimento verso un passaggio a una nuova dimensione supplementare, che si verticalizza verso l’alto, simboleggiata dalla Resurrezione. Una dimensione a noi ignota, quella dello Spirito, dove non sappiamo quali “regole scacchistiche” saranno contemplate per questo nuovo infinito spazio senza tempo.

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  16. avatar
    Giorgio Della Rocca 26 Novembre 2020 at 14:10

    Ringrazio per gli ulteriori interventi.

    Non si dovrebbe operare una distinzione, in realtà, fra chi crede che un Dio ci sia e chi non crede che un Dio ci sia, bensì fra chi crede che un Dio ci sia e chi crede che un Dio non ci sia, e c’è anche chi crede che gli esseri umani non possano sapere se un Dio ci sia o non ci sia. Naturalmente, nell’ambito soprattutto della prima categoria, occorrerebbe operare altre distinzioni.
    (Se si preferisce, in ciò che ho appena scritto si può sostituire alla voce verbale crede la voce verbale pensa.)
    Il mio intento fondamentale, tuttavia, non è quello di convincere determinate persone a credere in Dio (e penso sia chiaro, a questo punto, a quale Dio io mi riferisca). È piuttosto quello di testimoniare che, nonostante tutte le mancanze di noi esseri umani nei Suoi confronti, Dio continua a credere in noi.

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