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Una mamma

Scritto da:  | 25 Novembre 2020 | 23 Commenti | Categoria: Zibaldone

Subii violenze per anni da parte del mio fidanzato otto anni più grande di me. Era molto geloso e mi picchiava, convinto che io lo tradissi. Non avevo neanche il coraggio di denunciarlo. Dopo molto tempo finalmente lui mi lasciò stare e conobbe un’altra ragazza. Io incontrai nuovamente il mio primo ragazzo, di cui ero innamorata da piccola. Adesso abbiamo una splendida figlia e i tempi tristi sono lontani.
Tutto iniziò nel 2005. Io avevo appena compiuto 18 anni e mi innamorai follemente di un ragazzo che avevo conosciuto all’oratorio qualche anno prima. Ci furono subito dei baci. Lui fu il mio primo grande amore, con il quale ebbi anche il mio primo rapporto.
Dopo qualche mese mi lasciò perché desiderava divertirsi con gli amici e non voleva una storia seria. Io ovviamente ero distrutta. Trascorsero 7 mesi e ogni tanto il pensiero andava ancora lui.
A ottobre una mia amica mi presentò un ragazzo 8 anni più grande di me. All’inizio non mi piaceva tanto, ma decisi di uscirci comunque per provare a vedere come mi sarei sentita. Era simpatico, disponibile e mi sentivo protetta e amata!
Dopo pochi mesi decidemmo di fidanzarci ufficialmente. Eravamo sempre insieme. Tutti i giorni ero a cena a casa sua e nel fine settimana dormivamo anche assieme! Tutto bene quindi, fino ad un certo punto. Accadde che lui improvvisamente diventò troppo geloso.
Non potevo uscire con le mie amiche e se mi chiamavano al telefono faceva il muso. Iniziai a lavorare e quando finivo il turno della notte lo trovavo fuori ad aspettarmi al parcheggio alle 6 della mattina, con la scusa della sorpresa!
Dopo un anno mezzo iniziai a non voler più stare con lui. Per questo motivo un pomeriggio decisi di dirgli che mi ero stufata. Iniziammo a litigare io gli dissi: “Non l’avessi mai fatto”. Lui a iniziato a picchiarmi, non capiva più niente. Mi mise le mani al collo, mi prese per i capelli, mi diede calci!
Era la prima volta che faceva una cosa del genere, io ero scioccata e fuggii da casa! Lui mi chiamò chiedendo perdono e io decisi di dargli un altra possibilità. Ma nel tempo le cose peggiorarono.
Erano botte anche se tardavo da lavoro, perché pensava che ero con un altro se facevo tardi anche solo di 10 minuti. Era diventato un tira e molla e io avevo paura di lasciarlo perché mi minacciava di morte. Minacciava di uccidermi dicendolo anche alla mia famiglia.
Passarono cinque anni e finalmente trovai il coraggio di lasciarlo dopo le ultime botte. Preferivo morire che passare altro tempo con lui! Mi seguiva dappertutto. La mia famiglia andò dai carabinieri per denunciare tutto, ma senza la mia testimonianza non si poteva fare niente.
Dovevo denunciare io! La paura era tanta e non avevo il coraggio di farlo perché poi quando sarebbe uscito dalla galera mi avrebbe ucciso davvero! Quindi lasciai perdere. Passarono pochi mesi e piano piano lui si rassegnò e conobbe un’altra ragazza.
E io dopo cinque anni incontrai il mio primo grande amore, quello che mi aveva lasciato dopo pochi mesi. Anche lui da poco single. Iniziammo a frequentarci poco alla volta e mai da soli, ma con altri amici. Ad un certo punto capii che non avevo mai smesso di amarlo davvero. E per lui fu lo stesso!
Adesso stiamo insieme da cinque anni e abbiamo creato l’amore della nostra vita: una splendida bambina di 20 mesi. Grazie per aver letto il mio racconto.
Una mamma

avatar Scritto da: Sveta (Qui gli altri suoi articoli)


23 Commenti a Una mamma

  1. avatar
    Fabio Lotti 25 Novembre 2020 at 09:02

    Anche ieri due donne uccise per la violenza dell’uomo. Occorrerebbe ricordarlo tutti i giorni

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      Paysandu 25 Novembre 2020 at 09:08

      e qualcuno ci vuol ancora far credere che Dio esiste, e che permette tutto questo per la nostra “libertà”.
      Un padre che lascia i propri figli “liberi” di scannarsi, davvero un bell’esempio, no?

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        Kasparino di Karpovia 25 Novembre 2020 at 17:26

        Se da lassù lascian fare sarà mica perché son distratti che stan giocando a scacchi? :)

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    The dark side of the moon 26 Novembre 2020 at 14:18

    Un uomo che picchia una donna è un soggetto che va escluso temporaneamente da una società che possa definirsi civile.
    Insieme alla galera bisognerebbe obbligare questi soggetti ad un percorso di riabilitazione (se possibile e se il reato esclude la morte della vittima).
    Non credo infatti che una persona sana di mente possa arrivare a picchiare sistematicamente una donna.

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      Sergio Pandolfo 29 Novembre 2020 at 18:15

      Purtroppo io credo che ci si arrivi per via dei contatti prolungati che si instaurano in famiglia. Se le stesse frasi, gli stessi litigi avvengono ogni giorno… Succede che un uomo arrivi a picchiare la donna… Anche sistematicamente. Al di là delle colpe ascrivibili ai singoli individui, mi chiedo se il problema non sia “la gabbia”, cioè la famiglia stessa, come istituzione oggettivamente carente, la quale, più che servire alla felicità delle persone, è baluardo della proprietà privata…

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        Giancarlo Castiglioni 30 Novembre 2020 at 09:57

        Ti invito a guardare la realtà senza i tuoi preconcetti ideologici.
        La famiglia esiste dalla notte dei tempi, dall’età della pietra ben prima che esistesse la proprietà privata.
        Anzi prima ancora che esistesse l’uomo, questa estate sul lago girava una famiglia di cigni, maschio femmina e quattro piccoli, sempre insieme.
        Sembrava una famiglia felice.
        Certo esistono famiglie patologiche, famiglie infelici e famiglie normali.
        Non è obbligatorio vivere in famiglia.
        Non tutti riescono ad avere una famiglia normale.

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          Sergio Pandolfo 30 Novembre 2020 at 20:05

          Dai miei ricordi di diritto romano, invece, posso dirti che la famiglia nasce dopo, rispetto alla proprietà. E familia, in latino, significa patrimonio, prima ancora che la famiglia come la intendiamo noi. Il pater familias, nella Roma arcaica, teneva la patria potestà sui propri beni e su moglie e figli (in tutto e per tutto equiparati a beni materiali). Ciò che a noi sembra ovvio, cioè la distinzione tra le componenti personali e quelle materiali, è qualcosa che fatica a maturare nel tempo, nel passaggio dalle società antiche ad altre più moderne. Noi, quando diciamo famiglia, siamo portati a pensare solo alle persone, ma in passato non era affatto così. In quanto alle famiglie di cigni, come di altri animali, non esistono, poiché semmai si tratta di unioni di fatto dettate dall’istinto riproduttivo. Difficile, credo, parlare di “amore” o di “felicità” a proposito delle unioni tra animali… Forse nei cartoni animati della Walt Disney, se mi si passa la battuta. Limitandoci al consorzio umano, che mi pare l’unico per cui abbia senso parlare di famiglia, è vero che esistono famiglie patologiche, infelici, e altre più felici; ma ti invito a dirmi: cosa intendi quando parli di una famiglia “normale”? Perché il concetto stesso di “normalità” non solo non è evidente di per sè, ma non è affatto facile da definire. Se poi aggiungiamo che nella normalità spesso si annida il male, anche in maniera latente, come insegna Hanna Arendt, direi che le famiglie “normali” non sono affatto immuni dalle patologie. Spesso ci si stupisce che certi raptus di follia esplodano proprio in famiglie apparentemente tranquille… E la risposta dei vicini di casa, intervistati dai giornalisti di turno, è sempre la solita: “Non me lo aspettavo proprio… Era una famiglia normale… come tante”. Ahi, ahi… Secondo me è proprio questo il guaio… È nella sfera torbida della normalità che si consumano i peggiori delitti.

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            Giancarlo Castiglioni 1 Dicembre 2020 at 08:50

            La tua risposta lascia trasparire una aridità d’animo sconcertante.
            Io parlo di rapporti personali, diciamo chiaramente di amore, tra marito e moglie e tra padri e figli e tu mi rispondi di etimologia e diritto romano.
            Guardi un animale e vedi solo i cartoni animati di Walt Disney.
            Mi ricordi quei dotti del ‘600 che praticavano la vivisezione sui cani dicendo che tanto gli animali non soffrono.
            Spero che nella realtà tu non sia così.

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              Sergio Pandolfo 1 Dicembre 2020 at 19:32

              Mah, di aridità d’animo non mi pare di averne messa… Io cerco sempre di utilizzare argomenti, perché se si sostiene una tesi, questo bisogna fare. Piuttosto, non vedo i tuoi, di argomenti, soprattutto in relazione alla presunta “normalità” della famiglia. Mi sarei aspettato una risposta più ragionata, ma comunque… In quanto all’amore, mi auguro sempre che nelle famiglie ci sia, e tuttavia sono memore di una frase di Adorno: oggi, in un mondo in cui il tutto è il falso, qualunque parola d’amore rischia di seccare sulla bocca di chi la pronuncia. E perfino a dire “Ti amo” a una donna, si corre il rischio di sentirsi rispondere: “È assurdo”, perché è difficile parlare di amore autentico in tempi come i nostri. L’amore, continuava Adorno, andrebbe semmai reinterpretato come resistenza. Resistenza a quel tutto più grande di noi che ogni giorno schiaccia i singoli, resistenza nei confronti di un sistema perverso che riduce tutto a denaro e a merce. Resistenza ai luoghi comuni, ai cliché, a tutto ciò che, senza che l’abbiamo chiesto, ci viene messo davanti. Purtroppo, chi parla così, rischia di passare, paradossalmente per misantropo e distruttore, e forse è un po’ questa l’idea che ti sei fatto di me. Eppure, come Adorno, io credo che sia questa, oggigiorno, la forma d’amore più importante.

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                Giancarlo Castiglioni 2 Dicembre 2020 at 14:56

                Io non sostengo nessuna tesi, non ho niente da argomentare.
                Constato solo che la famiglia é sempre esistita e che uomini e donne in gran maggioranza si organizza così.
                Visto che la ritieni “una istituzione carente” proponi alternative alla famiglia?
                Certo esistono anche gli “uomini soli”; una situazione un po’ triste, come la canzone.

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                  Sergio Pandolfo 2 Dicembre 2020 at 15:09

                  Va bene. Prendo atto che non hai niente da argomentare. Ma la famiglia come la intendiamo noi non è sempre esistita, questo cercavo di spiegare. In epoche antiche, ciò che oggi chiamiamo famiglia era un’altra cosa. Di alternative alla famiglia sono pieni i libri dei filosofi. Non è detto che siano migliori, ma invitano comunque a guardare le cose in maniera critica.

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                    Patrizia 2 Dicembre 2020 at 15:59

                    Voglio passare da sempliciotta…
                    La famiglia è quel luogo FISICO dove vengono allevati
                    i figli che,in preda ad un cieco istinto o ad una folle illusione di felicità o alle eccessive libagioni,
                    un gruppo di ottimisti ha messo al mondo.
                    A chi li vogliamo dare?Sparta non esiste più.
                    In questa famiglia gli anziani parenti trovano,chi più chi meno,
                    un sostegno alle loro fragilità:sì
                    caro,perchè la biologia ha lesue leggi,si invecchia,non si sta al passo con i terribili,è vero sono terribili,tempi moderni.
                    Non è un luogo di sogno,ne convengo,ci sono dei conflitti proprio come nelle riunioni di condominio o nei circoli scacchistici,ma è bello averne una.
                    Non è solo un fatto di “interesse”,
                    è una cosa “naturale”:che poi per alcuni componenti o a causa di alcuni componenti possa diventare una gabbia è nelle leggi della statistica.Per fortuna però c’è il divorzio e la maggiore età e per i vecchietti la casa di riposo che,si sa,è tanto meglio.
                    e se non ci fossero questi famosi figli o vecchi genitori?Ci sono anche altri tipi di famiglie,ok, tutte legate da vincoli affettivi.
                    L’altro un po’ ti vincola,ha questo vizio di esistere,gli devi dare un po’ di spazio…

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                      Martin 2 Dicembre 2020 at 16:31

                      in undici e passa anni di SoloScacchi uno dei commenti più belli ed emozionanti che io abbia mai letto qui… grazie Patrizia!

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    The dark side of the moon 27 Novembre 2020 at 15:06

    Comunque questa specie di “subcultura” va sradicata alla radice.
    Ecco quello che la tv di Stato ha mandato in onda qualche giorno fa:

    Il video intero dura 12 minuti ma volendo si può risparmiarsi il supplizio intero iniziando dai 7 minuti.
    Sarebbe una specie di “tutorial” su come una donna dovrebbe fare la spesa; è realizzato da due donne (!) che danno credito e contributo all’immagine del corpo femminile considerato come oggetto di piacere.
    “Detto Fatto”, questo è il nome della trasmissione è stata sospesa dalla Rai e il caso finisce in Vigilanza.

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      Sergio Pandolfo 30 Novembre 2020 at 20:48

      Direi che è l’ennesima prova di come il servizio pubblico televisivo sia decaduto a livelli assai bassi… Non potremmo rifiutarci di pagare il canone? :(

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      Giancarlo Castiglioni 2 Dicembre 2020 at 09:50

      Premetto che in televisione guardo solo tennis e motociclismo; ormai anche dei telegiornali reggo solo la prima parte.
      Avevo letto della polemica sollevata da questa trasmissione e dato che tutti erano scandalizzati, ma nessuno diceva chiaramente quale fosse il contenuto, mi ero chiesto cosa ci fosse di tanto tremendo.
      Quindi mi è venuta la curiosità di vedere il filmato.
      Dopo averlo visto esprimo la mia solidarietà agli ideatori di questi programmi; tutti i giorni devono inventarsi qualcosa per riempire i palinsesti basandosi sul vuoto più assoluto.
      Oltre tutto dovranno preoccuparsi di non offendere questo o quello, di compiacere dirigenti, attori, registi, presentatori.
      Un lavoro terribile, il risultato è una schifezza, ma come potrebbe essere diverso?
      Come diceva Sean Connery: è un lavoro duro (probabilmente ben pagato), ma qualcuno lo deve fare.
      Nella prima parte del filmato, decisamente noiosa, si spiega come camminare con i tacchi alti.
      Non è che la cosa sia banale, per esempio a mia moglie i tacchi alti piacerebbero moltissimo, ma non riesce a portarli; dopo qualche tentativo in gioventù ci ha rinunciato.
      Nella seconda parte del filmato, a tratti anche divertente, si spiega come indossare i tacchi alti al supermercato.
      Non è un caso teorico ci sono donne che lo danno, io le ho viste.
      I critici ci hanno visto un incoraggiamento a farlo, ma la strizzatina d’occhi mi è sembrata evidente; vedete come siete ridicole ad indossare i tacchi alti ai supermercato?
      Non fatelo, indossate i tacchi alti nelle occasioni opportune.
      Tra l’altro la conduttrice, con i tacchi alti, dice esplicitamente “li indosso solo in trasmissione”.
      Insomma uno scandalo inventato, una tempesta in un bicchier d’acqua.
      Certo chi non ha il senso dell’umorismo l’ironia non la capisce.
      Gli estremi si toccano, certi comunisti atei sono più moralisti di beghine e baciapile.
      A chi è si è scandalizzato domando: una donna è libera di vestirsi come le pare?
      Oppure secondo voi la donna non deve provocare, tacchi bassi, occhi bassi, vestiti larghi e accollati?
      Chi è il maschilista?

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        patrizia 2 Dicembre 2020 at 17:50

        No,no Giancarlo!E’ davvero inguardabile,sei troppo buono.

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          Giancarlo Castiglioni 3 Dicembre 2020 at 11:26

          Certo è inguardabile, ma il giudizio estetico non è il punto.
          Questi programmi hanno un pubblico che li guarda e li gradisce.
          La RAI può fare programmi per questo pubblico o deve lasciarli alla televisione privata, facendo solo programmi seri ed educativi?
          Programmi che questo tipo di pubblico comunque non guarderebbe.
          Con l’occasione aggiungo che sono obbligato a pagare il canone RAI anche se non la guardo e che anni fa è stato fatto un referendum disatteso che ha chiesto con larga maggioranza la privatizzazione della RAI.
          Naturalmente nessun governo è disposto ad abbandonare un centro di potere come la RAI.

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    Sergio Pandolfo 29 Novembre 2020 at 18:09

    Purtroppo durante il lockdown ke violenze sulle donne sono aumentate in maniera esponenziale, e non è affatto strano… Se si è obbligati a stare a casa, aumentano i contatti con l’altro è ke possibilità di litigio. Il lavoro, forse, non è soltanto una fonte di reddito, ma la scusa buona per stare lontano dalle mogli… Tutti a casa, invece, ha significato anche questa grave impennata delle patologie domestiche, e c’era da immaginarselo. Può darsi che io sia un inguaribile socialista, ma viene da chiedersi: la famiglia, come istituzione in sé e per sé considerata, funziona o no? Beh, una volta si diceva: “La famiglia è una camera a gas”… Ai tempi del 68, più o meno, quando la gente sapeva muoversi davvero… Non ce ne dovremmo dimenticare…

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      patrizia 29 Novembre 2020 at 19:39

      Non credo che sia la famiglia come istituzione il problema.
      La violenza sulle donne è esercitata come su tutti gli altri soggetti deboli: è facile sopraffarci fisicamente,un qualsiasi uomo medio è in grado di picchiare una donna.
      Non so nemmeno se sia un problema culturale,penso sia un bieco istinto primordiale che purtroppo trova ancora una sponda nella mancanza di una seria repressione.
      Per la prevenzione la vedo ancora mooolto lunga.

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        Sergio Pandolfo 30 Novembre 2020 at 20:19

        Come ti spieghi, allora, l’aumento dei casi di violenze in famiglia durante il lockdown? Per me è troppo facile dire che si tratta di un istinto primordiale. Freud, nel Disagio della civiltà, ci insegna che il problema dell’infelicità dell’uomo moderno, e dei suoi raptus di violenza, è proprio sociale e culturale. Le società moderne creano persone infelici e disagiate, potenziali persecutori delle vittime più deboli. Certo che per la prevenzione la via è molto lunga, perché una efficace prevenzione passa anche dalla messa in discussione degli istituti che creano infelicità, ed è qualcosa da cui siamo veramente molto distanti…

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          patrizia 30 Novembre 2020 at 21:31

          Quindi secondo te il violento è solo un infelice?Come spieghi le violenze al di fuori della famiglia,penso agli omosessuali,ai clochard bruciati vivi o picchiati perchè “davano fastidio”,al bullismo nelle scuole,alla cattiveria verso tutti i diversi che ,ahimè,è una costante nella storia.
          Vittime dell’Illuminismo ancora crediamo nella ragione ma la violenza ce l’abbiamo dentro TUTTI,aspettiamo solo un pretesto.
          E non mi parlare dell’età dell’oro in cui tutti gli uomini vivevano felici,ti prego!

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            Sergio Pandolfo 1 Dicembre 2020 at 19:40

            E chi è che ha parlato dell’età dell’oro in cui tutti vissero felici? I violenti sono infelici, certo. E ti dirò che, paradossalmente, almeno per questo mi fanno pena. Sono persone che non sanno uscire dal proprio ruolo: non sanno non essere violenti, se così si può dire. Mi pare che vale anche per gli altri fenomeni di cui parli sopra.

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