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Quel che succede al crepuscolo

Scritto da:  | 30 Dicembre 2020 | 8 Commenti | Categoria: Racconti

Chiudo gli occhi.

Li riapro.

Nulla cambia, sono qui ma non so dove. È come se non ricordassi cosa stessi facendo qualche istante prima. Rettifico. Non ricordo assolutamente come sono finito qui. La seggiola di legno su cui le mie adorate chiappe posano è scomoda. L’amnesia che mi affligge è strana, nulla di ciò che ho intorno mi aiuta a ricordare. So chi sono, ma non ho assolutamente idea di che ci faccia qui, seduto, con il tavolino da campeggio, di fronte a questa giovane donna dai capelli corvini, in mezzo a questo prato.

D’istinto cerco lo smartphone, lui saprà dirmi che succede. Mi sarò annotato qualcosa, il GPS mi darà almeno qualche indicazione, magari negli ultimi messaggi ho scritto a qualcuno dove mi trovo, chi è questa tizia mezza dark che mi guarda con aria indagatoria. Ma la mia scatoletta tecnologica è kaput. Per la prima volta nella sua esistenza, scarica, non si accende.

Mai fidarsi troppo della tecnologia.

“Costa stavamo dicendo? Non ricordo a che punto eravamo”

Alza lo sguardo al cielo, scocciata. Gli occhi chiari e segnati da una vita non semplice, anche se ha l’aria di essere giovanissima.

“Sta a te”

“Come prego?”

Solo in quel momento mi accorgo che sul tavolino che ci separa è poggiata una meravigliosa scacchiera in legno. Pezzi lavorati un po’ grossolanamente ma belli. Quasi dotati di vita propria. C’è un vento leggero, dalle foglie cadute intuisco sia autunno.

Intuisco.

Ma non so dove siamo, non so chi è Lady Dark, non so nemmeno se so giocare a scacchi. Ho vaghi ricordi di quando ero piccolo e avevo una minuscola scacchiera da viaggio che si chiudeva piegandola a metà tramite piccole cerniere e i pezzi restavano chiusi all’interno di questo piccolo scrigno.

Avevo un foglio di carta plastificata con le istruzioni e grazie a quello ho imparato a muovere i pezzi, giocando da solo. Ma non ho mai imparato la strategia, negli scacchi, nei giochi in generale e nella vita. Gli altri mi hanno sempre battuto. Credulone e sognatore, quanto spreco di energie a sognare.

Mi toccano i bianchi. Gli occhi chiari della donna in nero mi fissano.

“Aspetta, te lo devo chiedere. Cosa ci facciamo qui?”

Il silenzio è così rumoroso da far male alle orecchie. Non si sente più il rumore del vento, né del nostro respiro, né il battito del mio cure.

“In effetti ci giochiamo quello, i tuoi ricordi. Per ogni pezzo che mi mangerai, riafforerà un piccolo ricordo. Ma solo se arrivi alla fine, solo se fai scacco matto avrai modo di sapere esattamente perché sei qui”.

La guardo, la cosa non mi diverte. Non so perché ma le credo. Se non fossi in questa strana situazione questa piccola Vedova Nera potrebbe anche piacermi. Quello sguardo sofferente, l’aria di chi non dorme da secoli, i capelli scuri e la pelle, ma soprattutto quegli occhi. Occhi di chi ha visto troppo, nella vita, per poter soprassedere.

Ha le labbra screpolate, le unghie mangiate, la sofferenza la corrode dentro.

“E se vinci tu, se mangi i miei pezzi cosa accade?”

“Nulla, io lo faccio per divertirmi”

Non me la dai a bere strana e misteriosa fanciulla, nessuno fa niente per niente. Me lo hanno ripetuto così tante volte che alla fine l’ho fatta mia, questa frase. Qualsiasi cosa la si fa per un ritorno, anche solo emotivo. Forse la tua ricompensa sarà lo smacco di avermi battuto?

“Cavallo in f3. AFFONDATO!”. Ridacchio da solo, più per quella strana ansia che mi ha rapito, che per la stupida battuta in sé.

Anche lei muove il cavallo. Osservo il mio dirimpettaio scuro. Strategia. Strategia. Ripetere all’infinito una parola affinché perda di significato. Strategia. Strategia.

Pedone in c4.

Devo mangiare un pezzo. Devo capire qualcosa. È peggio di fare scena muta a un’interrogazione.

Nero in c5. Dirimpettaio anche lui. Costruisco una scena mentale in cui il colore dei pezzi degli scacchi non esiste. Nessuno deve battere nessuno. I pezzi sono tutti beige, o grigi, i cavalli saltellando a L su scacchiere senza caselle, piani infiniti in cui…

“Sta a te”

Ok, rettifico: potrebbe non piacermi. Detesto chi mi interrompe, ma soprattutto chi interrompe i miei pensieri. Cavallo in c3. I miei due cavalli sono ora schierati. Ma mi distraggo mentre anche lei muove un cavallo. La cosa immensamente strana è che ora procedo quasi per automatismi. Non è vero che non so giocare. Non è vero che sono un credulone.

Ma allora chi sono?

 

Nel mentre il suo pedone mangia uno dei miei. Cattivo da parte sua mentre ero assorto nei miei pensieri cercando di ricordare.

Cavallo bianco mangia pedone nero.

Sin da piccolo viaggiavo in treno, adoravo viaggiare in treno. Ed ecco i miei scacchi da viaggio. Giocavo in modo ossessivo da solo per imparare le mosse dei pezzi. Giocavo per ore da solo perché non avevo amici, non ne volevo. Rifiutava la compagnia degli altri, stupide bestie insulse che inquinavano i miei spazi. Il mio silenzio.

Mi chiedo come sarei stato, che vita avrei vissuto se fossi stato un animale sociale. O per lo meno, poco più sociale. Ma il filo dei miei ricordi è appannato dal suo pedone che si muove. E allora sono famelico di ricordi.

Devo

Capire

Cosa

Sta

Accadendo.

In un paio di mosse le faccio fuori un cavallo. È un pezzo importante, voglio un ricordo importante.

La mia prima fidanzata. Non mi piaceva molto ma non volevo nulla che mi distraesse da me stesso, la mia vita, le mie passioni, le mie letture. Lei era così grata che io l’avessi scelta da non pretendere null’altro. Aveva 17 anni, i segni dell’acne sulla pelle del viso, l’apparecchio ai denti. Si chiamava… non lo so. Ma io la chiamavo topolina. La chiamavo così perché mi ricordava un ratto di fogna, non aveva un buon odore. Ma topolina evocava qualcosa di tenero (anche se nella mia testa sempre di ratto si trattava). La trattavo male e bene. Esplodevo di rabbia davanti a lei, anche se non mi interessava molto, ma con la scusa potevo dirle che se mi arrabbiavo tanto era perché a lei tenevo. Lei soffriva ma mi era grata. Poi le portavo un regalo.

Anche nei topi succede una cosa simile. Scossa e cibo, cibo e scossa. I topi non capiscono più un cazzo. Lo stress quasi li uccide. 

Tra sfuriate e regali lei diventò totalmente succube. Così tanto da continuare a essermi grata anche quando mi facevo le sue amiche. Non importava perché io stavo ufficialmente con lei. Mi era grata delle sfuriate, dei tradimenti e dei regali. 

Finché non ha retto la mia partenza. Fino ad allora, modellando la vita degli altri sulla mia piccola esperienza, non avrei mai pensato che una persona potesse far crollare un’altra persona. Non c’è niente che potrebbe buttarmi giù a tal punto. Eppure lei crollò. Non ne seppi più nulla fino a qualche anno dopo. Mi dissero che era dimagrita a tal punto che ormai il corpo divorava se stesso. Stranamente non mi sentii in colpa, ma in parte lusingato.

Cavallo nero mangia pedone bianco. Pedone bianco mangia cavallo nero.

Avevo 25 anni. Uno sfigato che riusciva in una cosa sola, imbonire gli altri. Grazie alla mia parlantina avevo il lavoro che volevo, mai pagato abbastanza secondo i miei canoni, ma sufficiente per sopravvivere abbastanza bene. Ero diventato così bravo e così prossimo alla promozione che potevo sentire l’odore dei soldi ogni volta che entravo in ufficio. Purtroppo la promozione, da voci certe, sarebbe stata offerta al mio collega più pacato. Fui costretto a farlo, a rifilargli una pratica scomoda, a fargli fare una mossa falsa abbastanza grave da impedirgli di prendermi il posto.

Mi guardavo allo specchio e mi sentivo un Dio. Altro che imbonitore, ero un cazzo di mago, piegavo tutti al mio volere senza bisogno di ipnotizzarli. Lui venne demansionato e io avevo già una piccola squadra di schiavi al mio servizio.

Mi fermo, comincia a non piacermi questa storia.

Alfiere nero mangia cavallo bianco.

“Sta a te” sorride, la stronza. Sa cosa sta accadendo, sa che non voglio continuare.

“Sai già che non porterò avanti questa partita. Non sono così, sei tu che stai armeggiando col mio cervello. Io non sono questo. Non so come stai facendo ma non riuscirai a farmi andare fuori di testa”

Sorride. Però ha fascino, cazzo, bisogna ammetterlo.

Torre bianca mangia alfiere nero.

La mia convivente. Già, convivevo. Sua mamma, terminale. E io, in giro a spassarmela. Soffriva tantissimo, ma non volevo entrare in quel vortice nero. Così mi ero inventato una serie di lavori fuori. Praticamente non ero mai presente. E più lontano andavo, meno sentivo quella pesantezza. Come se la distanza fisica attenuasse il dolore. Come se il dolore avesse una portata. Una gittata di veleno con un certo raggio, ma più vai lontano, meno arrivano gli schizzi.

Quando sua madre se n’è andata, io avevo spento il telefono perché non ero solo. Non spengo mai il telefono, lei lo sapeva bene. Vivevo con quell’arnese attaccato alle mie chiappe, in completa simbiosi con la mia persona. Non stavo 10 minuti senza guardarlo. Tranne quando ero via, allora potevano passare ore senza che rispondessi ai suoi messaggi.

Quando sono tornato lei non c’era. Non c’erano più le sue cose. Non so come dire, non c’era nemmeno più il suo odore. Come se non fosse mai esistita. Non l’ho mai chiamata, non l’ho mai più sentita. Sono entrato a casa, ho trovato una busta con una lettera scritta da lei. L’ho buttata nella raccolta differenziata della carta senza nemmeno aprirla, mi sono aperto una birra, mi sono sdraiato sul divano e ho acceso la TV.

“Nemmeno i cattivi dei supereroi vengono descritti come tu dipingi me”

“Devo dire che sei stato abbastanza bravo a fare tutto da solo”

È compiaciuta dal mio modo di comportarmi.

“Tocca a te” le dico “o, come ti piace, sta a te”

Torre nera mangia torre bianca.

Sorride e si mangia le unghie. Mi legge dentro. Dev’essere un sogno. Per forza.

Un sogno strano, magari sono i miei sogni abituali. Magari non lo ricordo

Alfiere bianco mangia torre nera.

La vidi in mezzo a un mare di donne. Stupenda, sicura di sé, ben al di sopra di ogni mia possibilità. Di solito cercavo una donna fissa come porto sicuro dalle mie scappatelle e per non sentirmi solo come un cane quando varcavo la soglia di casa. Una sorta di comoda copertura. Sembra antiquato, ma mi piaceva l’idea di una donna che accudisse il focolare mentre io, bhe, mi occupavo di altre cose. Ma lei aveva acceso qualcosa in me. L’avevo sentita parlare. Sexy. Intelligente. Eppure nessuno sembrava interessato a lei, questo mi diede modo di farmi avanti. Non mi respinse.

Sentivo che poteva essere quella giusta, il mio istinto era vigile e qualcosa dal profondo mi diceva di stare attento. Lei, sì proprio lei, era troppo simile a me. Bruciava di un amore per la vita che non era distruttivo come il mio, ma comunque poteva far male. Penso che fu proprio l’amore che aveva per la vita che mi portò a innamorarmi di lei. Amava se stessa e amava la vita. Solo chi ama queste due cose può permettersi il lusso di amare anche qualcun altro. Io, fino ad allora, amavo solo me stesso. Lei però mi fece apprezzare le piccole cose e il lavoro era diventato, per me, quella cosa che mi teneva distante da lei. Per la prima volta in vita mia non restavo un secondo di più del necessario in ufficio perché non vedevo l’ora di tornare. Mi spiegava con cura ogni cosa che la appassionava. Ed erano tante cose. Il poco tempo libero che la vita ci donava lo passavamo condividendo passioni. Riuscì a regalarmi i momenti più belli della mia vita.

Ma si sa, la vita è parecchio stronza.

Pedone nero mangia pedone bianco.

Torre bianca in scacco al re nero.

Sorride.

“Va bene, abbiamo accelerato. Forse, chissà, ti ho lasciato vincere. Mi piace quando arrivate qui con quegli occhioni da cuccioli impauriti ma siete i soliti bastardi. Per cosa lo hai fatto? Far sentire in colpa qualcuno? Manie di protagonismo? Il pensiero di qualcuno che può piangerti? Siete patetici.”

“Devi dirmi chi sono. Devi dirmi che ci faccio qui. Devi darmi questo ricordo”

“Sei carino. Fai finta di non essere il pezzo di merda che sei. Sei anche un bravo attore, quasi potrei cascarci” intreccia le dita delle mani e vi poggia il viso.

“Proprio carino. Lo dico sempre, cuccioloni dagli occhi impauriti. Non chiedo niente alle partite perché mi diverte da matti scoprire le vostre espressioni quando ricordate chi siete davvero. Come se non aveste avuto scelta. Eppure avete avuto le stesse opportunità di tutti”

“I patti sono patti. Ho vinto. Devo sapere chi sono, e come sono arrivato qui. Chi sei tu?”

“Mettiamola così. Sono chi ti ha trovato. Chi ti ha permesso di essere qui. Forse sono anche un po’ chi ti ci ha mandato. Ricordi la donna che tanto hai amato? Non ti somigliava soltanto, era un tuo preciso clone. È stato bellissimo vederti col cuore a pezzi dopo averlo devastato ad altri. Oh se ho riso. Proprio divertente. Qualcuno di voi lo chiama karma. Mi fate sbellicare anche per quello, voler dare un nome a ogni cosa; come se ciò che non ha un nome non esista. E tu poi? Dopo che hai scoperto che la donna che amava tanto la vita amava tantissimo anche altre persone oltre te, o forse proprio nessuno? Quelle gocce? Con l’alcol? Dai, esilarante. Nemmeno ti sei informato bene. Te lo dico io com’è andata.

Tu hai scoperto ciò che hai scoperto, banale, e ti sei ricordato di quelle gocce per dormire. Erano anche scadute quindi non avevano una copertura totale, ma ciò che conta di più di tutta questa messinscena è che nemmeno ti sei informato sulle dosi. Hai quella scatola magica da cui puoi estrapolare ogni informazione in pochissimi secondi ma no. Hai deciso di non farlo. Hai deciso di fare l’uomo dramma. Hai deciso di prenderne a caso, di mescolarle con il Whiskey migliore che avevi a casa e di farti trovare con la bava alla bocca. Ma qui viene la parte divertente. Quando lei ti ha trovato, ormai già privo di conoscenza, ha aspettato a chiamare i soccorsi. Aveva sentito che eri ancora vivo ma che ti stavo già tenendo per mano. Così ha pensato bene di aspettare”

Stava ridendo così forte che le lacrimavano gli occhi.

“È un vero peccato che sia finito tutto così presto, adoro questi melodrammi da b-movie. Peccato che all’ultimo lei abbia deciso comunque di chiamare i soccorsi. Non voleva rischiare che aprissero un’indagine. Ed eccoti qua”

Mi mancava il respiro anche se sapevo che probabilmente un vero respiro non c’era più. Il silenzio, la Dark Lady, la nera signora, i ricordi, la partita a scacchi. Un classico.

“Di solito alla vittoria corrisponde una sorta di seconda opportunità. Che senso ha portarmi qui e poi non permettermi di tornare?”

“Ah quello? No, hai visto davvero troppi troppi film. Mi annoio molto, e mi diverte da matti centellinare i ricordi di quello schifo che siete. Per ora mi toccate voi stronzi, ma spero presto in una promozione. Forse sarà più noioso ma almeno non mi tocca sentire le vostre insulse vite. Persino io ho una morale”

Sì alzò e se ne andò fino a quando sparì dalla mia vista.

Seduto lì immobile non sapevo cosa fare, non capivo ancora dove fossi. Sono morto? Sono in coma? Sono in uno strano limbo? Di sicuro avrei avuto tempo per pensare. Sarebbe stato un bene? Avrei dovuto incamminarmi nella sua direzione? Seguirla?

Guardo la scacchiera sfatta. Recupero i pezzi e li metto in ordine.

Forse avrò modo di fare un’altra partita. Forse verrà fuori qualche altro ricordo di me. Forse avrò speranza di redimermi.

Forse presto morirò.

avatar Scritto da: Carla C. (Qui gli altri suoi articoli)


8 Commenti a Quel che succede al crepuscolo

  1. avatar
    The dark side of the moon 30 Dicembre 2020 at 11:18

    Wow, che bomba!
    Talmente tagliente e crudo che quasi fa male leggerlo..
    Complimenti davvero.

    Mi piace 1
  2. avatar
    Uomo delle valli 30 Dicembre 2020 at 11:43

    bellissimo! lo stile della vera scrittrice

    Mi piace 1
  3. avatar
    Ferruccio 30 Dicembre 2020 at 12:16

    Quando leggo un racconto intenso e coinvolgente come questo l’interrogativo è sempre questo: quanto è frutto della fantasia dello scrittore e quanto invece c’è di vero. Complimenti anche da parte mia! ;)

    Mi piace 1
  4. avatar
    Gino Colombo 30 Dicembre 2020 at 13:18

    Ho trovato anch’io il racconto molto intrigante e vivo. In particolare mi ha colpito tantissimo la scelta narrativa dell’io maschile piuttosto che femminile. Una strada difficile ma percorsa benissimo, davvero brava!

  5. avatar
    Fabio Lotti 30 Dicembre 2020 at 15:34

    Benvenuta Carla!

  6. avatar
    luca monti 30 Dicembre 2020 at 15:50

    Auguri ad ognuno affinchè l’anno nuovo non somigli a questo morente.Anche io esprimo il mio benvenuto alla signora Carla C.

  7. avatar
    Sergio Pandolfo 31 Dicembre 2020 at 15:12

    Bellissimo racconto, e interessante l’idea di intervallare le fasi della partita con i ricordi della protagonista. ;)

    Auguri di buon anno a tutti!

    Mi piace 4
  8. avatar
    Carla C. 8 Febbraio 2021 at 22:20

    Ringrazio tutti per i bei commenti :), è la prima volta che scrivo al maschile e non è stato semplice mettersi nei panni di un maschietto. La storia è migliorabile (è sempre tutto migliorabile) ma intanto sono contenta che sia piaciuta anche così. Buona serata a tutti :)

    Mi piace 1

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