Bisogna saper perdere…

Scritto da:  | 21 Luglio 2022 | 8 Commenti | Categoria: C'era una volta, Personaggi, Stranieri

…non sempre si può vincere

Rileggendo tempo fa “Deep Thinking”, scritto nel 2017 da Garry Kasparov, mi è venuto in mente il testo di una vecchia canzone di Caterina Caselli che ascoltavamo dai juke box e dalle radio negli anni ‘60, quando, ancora giovanissimo, conoscevo appena le regole del gioco degli scacchi.
Mentre la famosa cantante modenese parlava di amori e ripicche tra spasimanti, nel libro del campione di Baku si affronta il tormentato rapporto tra scacchi e intelligenza artificiale ed il clou del racconto è rappresentato dalla seconda sfida tra Kasparov ed il famoso mostro informatico “Deep Blue”, creato dall’IBM al solo scopo di sconfiggere l’allora campione del mondo, considerato, a detta di molti, il più forte scacchista di ogni tempo.

Tutti sanno come andò a finire quella sfida: assistemmo ad una rovinosa sconfitta del rappresentante del “genere umano” e, così, per la prima volta, una macchina riuscì a sconfiggere in un match su 6 partite un campione del mondo in carica.

Kasparov ci descrive, nella prima parte del suo bel libro, la lunga strada che, fin dai primi timidi tentativi risalenti al 19° secolo, percorsero ingegneri, matematici e informatici nel tentativo di perfezionare una macchina “pensante” capace di sconfiggere un grande maestro di scacchi.
La seconda parte del libro è invece dedicata alle famose sfide che videro Kasparov affrontare e sconfiggere prima Deep Tought, poi a Filadelfia nel 1996 il nuovo super computer dell’IBM Deep Blue, per soccombere infine l’anno successivo al cervellone, che era stato nel frattempo adeguatamente potenziato e perfezionato.
Mentre i commenti che Kasparov dedica alla prima sfida vittoriosa contro Deep Blue appaiono lucidi e pacati, il tono cambia radicalmente quando il campione analizza le cause della sua sconfitta nella rivincita contro il super-computer.
L’ex campione del mondo non riesce a darsi pace, confessa quasi il suo senso di colpa per essere stato, malgrado tutto, il protagonista di una debacle del genere umano nella sfida con l’intelligenza artificiale. E così, da una parte egli magnifica le doti del suo avversario di silicio, dall’altro, descrive la seconda sfida come una furiosa battaglia senza esclusione di colpi, fino ad ipotizzare l’esistenza di un vero e proprio complotto ai suoi danni.
Ma le cose andarono proprio così oppure lo scontro uomo-macchina fu duramente combattuto, ma in un clima leale e sportivo?
Certo, una nuova sconfitta dell’IBM, egli afferma, sarebbe stata vista dagli azionisti come uno spreco di danaro ed il fallimento del costoso progetto avrebbe inciso sulla popolarità della grande azienda americana nel mondo.
Per scongiurare tale eventualità, l’IBM aveva così deciso di programmare una macchina, racconta il campione, in grado non solo di vincere il match, ma di sbaragliare il suo avversario umano conquistando addirittura il suo scalpo.
Il primo segnale del nuovo clima, radicalmente mutato rispetto al primo match di Filadelfia, è così amaramente descritto: “Tutta quell’amicizia fu rimpiazzata da una politica di ostruzionismo se non addirittura di ostilità”.
Nonostante tutto, il legame tra Kasparov e la multinazionale americana era assai complesso, al punto che il campione rivela di aver accettato un montepremi inferiore rispetto alle aspettative, credendo ingenuamente alle promesse dell’IBM in vista di una possibile futura collaborazione. E poi ammette: “l’IBM non era solo il mio avversario, ma anche l’ospite, l’organizzatore e lo sponsor del match. E in più speravo che diventasse qualcos’altro, un partner d’affari”.
Ma i vertici della società non erano della stessa opinione e questa volta miravano unicamente alla vittoria.


Così, quando Kasparov chiese ai responsabili del progetto tutte le partite giocate da Deep Blue nell’anno precedente la sfida, questa volta, a differenza del primo incontro, gli fu opposto un netto rifiuto.
Fino al punto, prosegue il campione, che non ci furono più pranzi in compagnia e “chiacchiere sulle partite”, nessuna cordialità e forse nemmeno più buona fede: l’esperimento scientifico era finito, come aveva dichiarato prima dell’incontro il manager C.J. Tan.
Kasparov, tuttavia, si affretta subito a correggere il tiro: “Non che voglia fare il timido. Avevo alle spalle migliaia di battaglie e mi trovavo a mio agio nel mondo della strategia politica e della guerra psicologica”.
Eppure il campione era tremendamente preoccupato.
L’azienda informatica aveva indubbiamente apportato sensibili miglioramenti al cervellone ed ora erano pronti ad entrare in azione 480 nuovi e potenziati chip scacchistici in grado di calcolare ben 200 milioni di posizioni al secondo.
Mai era stato concepito un così potente elaboratore destinato unicamente ad affrontare sfide scacchistiche. Tuttavia, sottolinea Kasparov, egli era stato tenuto all’oscuro delle formidabili migliorie hardware apportate a Deep Blue.
Insomma, l’evento che stava per iniziare rappresentava la sfida più strombazzata dai media dai tempi del match Fischer Spasskij del 1972.
Colpisce il fatto che nel descrivere l’andamento del match, Kasparov non si soffermi più di tanto sull’aspetto tecnico e sulla qualità del gioco espresso nel corso delle 6 partite (anche se, va detto, il libro è destinato ad una largo pubblico e non solo ad esperti scacchisti) ma incentri la sua narrazione principalmente sui suoi stati emotivi e sulle oscure manovre orchestrate dal team dell’IBM, fino ad immaginare una “longa manus” (umana, non cibernetica) che operava contro di lui dietro le quinte.
Ma con quale spirito aveva affrontato questo match Kasparov? Egli ci dice di aver deciso, suo malgrado, di addentrarsi nella “palude anti-computer” scegliendo di giocare posizioni manovrate, piuttosto che sfidare la macchina adoperando le sue aperture preferite, proprio perché temeva la battaglia in campo aperto.
La strategia adottata, almeno inizialmente, funzionò e Kasparov si aggiudicò la prima partita. Non funzionò nella seconda partita che il campione russo perse con il nero in malo modo.
Va detto che anche la macchina seguiva la propria strategia: Deep Blue era stato programmato per giocare in modo abbastanza imprevedibile, tanto da ritardare volutamente di alcuni minuti l’esecuzione di mosse teoriche o apparentemente scontate, proprio al fine di confondere il campione.
Inoltre, Deep Blue era in grado di effettuare mosse di natura strategica mai giocate prima di quel match da una macchina (come, ad esempio, il rifiuto di catturare materiale pur di conseguire vantaggi a lungo termine).
Ma l’IBM si era spinta fino al punto di ricorrere ad un intervento umano, nel corso della seconda partita, in grado di modificare al volo le scelte della macchina?
Kasparov ne era convinto e, nel corso di una conferenza stampa dopo il secondo incontro, accennò ironicamente ad una “mano de Dios” intervenuta a manovrare dietro le quinte, facendo allusione al famoso gol di mano di Maradona contro l’Inghilterra nei mondiali del 1986.


Vien quasi da sorridere rileggendo quelle dichiarazioni se consideriamo che oggi agli organizzatori dei tornei tocca affrontare il problema inverso riguardante gli sleali e truffaldini suggerimenti informatici che alcuni scorretti giocatori possono ricevere da vari congegni elettronici… (c.d. cheating).
Ma non basta. Kasparov ci racconta che in molte occasioni il computer era stato riavviato in seguito a blocchi di sistema forse programmati ad arte ed aggiunge ancora che nulla si sapeva di possibili aggiornamenti software o hardware intervenuti nel corso del match di New York.
Infine, rivela che l’IBM, pur di sconfiggerlo, era arrivata al punto di sostituire alcuni addetti alla sicurezza con altri in grado di comprendere la lingua russa, in modo da carpire informazioni ascoltando i colloqui con il suo secondo Dokhoian subito dopo le partite.
E, come se non bastasse, Kasparov sottolinea il fatto che l’IBM aveva negato la consegna dei tabulati informatici (i c.d. log) della seconda partita al fine di consentire l’esame degli eventi e quindi del processo decisionale della macchina.
Ma il colmo dello stupore per i lettori giunge quando lo stesso Kasparov riconosce che la sera della sfortunata seconda partita del match si rese conto che la posizione che aveva raggiunto prima di abbandonare era destinata, se avesse continuato a giocare ancora un po’, a terminare patta per scacco perpetuo, per giunta nemmeno difficile da vedere per un giocatore della sua forza!
Fu un colpo devastante, ammette il campione di Baku, che riconosce che stava giocando in modo timoroso, impaurito e suggestionato dalla potenza di calcolo della macchina, nel tentativo di anticipare le mosse del computer e portarlo fuori dal suo terreno preferito.
E così, alla fine, nonostante le trame oscure ordite dall’IBM ai suoi danni, egli aveva buttato al vento una possibile patta.
Anche se il campione era scosso dalla bruciante sconfitta subita nella seconda partita, il match (dopo una vittoria per parte) proseguì equilibrato e, pur tra mille sospetti, crash di sistema e sorprese varie, il campione del mondo pattò la terza, la quarta e la quinta partita.
Si giunse così al sesto, ultimo e decisivo incontro del match: forse la peggiore partita mai giocata da Kasparov in assoluto nella sua lunga e luminosa carriera.
Il campione sceglie con il nero una difesa, la Caro-Kan, che aveva ormai abbandonato tanti anni prima, una difesa solida ma meno dinamica della sua amata siciliana e, per giunta, egli sceglie una variante nettamente inferiore rispetto a quelle ampiamente teorizzate (e che aveva egli stesso giocato con il bianco più volte) e in tal modo concede al suo avversario di silicio la possibilità di sferrare un tremendo attacco in seguito al sacrificio di un pezzo.
Vediamo brevemente cosa è successo in questa sfida decisiva:


Così abbiamo assistito ad un autentico disastro al di fuori di ogni logica e di ogni strategia di gioco. Questo è il commento di Kasparov al termine dell’apertura: “il mio re era esposto, i miei pezzi non erano sviluppati e il bianco disponeva di minacce soverchianti. Sul mio volto si leggeva che già sapevo che la partita era finita. Continuai a muovermi cercando di difendere una posizione che sarebbe stata molto complicata contro qualsiasi grande maestro e, ne ero cosciente, assolutamente disperata contro Deep Blue”.
Cosa aggiungere ancora su questa terribile performance dell’ex campione del mondo? Mi viene quasi da sorridere pensando che se avessi, da giovane e speranzoso neofita, mostrato questa sconfitta al compianto Maestro Giorgio Porreca che spesso incontravamo presso l’Accademia Scacchistica Napoletana, quest’ultimo, con la sua caratteristica bonomia ed il suo sorriso malizioso, mi avrebbe di sicuro rimproverato dicendo: ”Andiamo, cerchi di studiare meglio le aperture, si impegni un po’ di più, giocando così come spera di migliorare?”.
Diciamolo con tutta sincerità: Kasparov, dopo aver buttato al vento mezzo punto nella seconda partita, giocò questa decisiva sfida in modo disastroso e irriconoscibile.
La sconfitta segnò un vero tracollo morale e psicologico per il campione di Baku. In sole 18 mosse (l’incontro terminò in meno di un’ora) era svanito il sogno di vincere il secondo match con il super calcolatore dell’IBM ed il campione del mondo in carica era stato inesorabilmente sconfitto dalla macchina costruita proprio a tale scopo dall’IBM.
Ecco, se Kasparov non avesse perso l’incontro in modo così drammatico, qualche malpensante avrebbe potuto ipotizzare che una sconfitta o un pareggio “pilotato” in questo match di rivincita (in gergo calcistico: il “biscotto”) avrebbe potuto fare comodo sia al campione del mondo che all’IBM, vista la popolarità dell’evento, la borsa milionaria che poteva essere messa in palio nel possibile terzo match di spareggio nonché i ritorni di immagine (e le quotazioni di borsa in ascesa) per la grande azienda americana.
Ma siamo certi che perdere ed uscire di scena in questo modo così umiliante per un grande campione tanto baldanzoso e pieno di sé come Kasparov, non sarebbe stata in ogni caso un’opzione accettabile.
Peraltro, l’IBM, dopo la vittoria di Deep Blue, rifiutò qualsiasi possibilità di organizzare una una terza sfida, smantellò la macchina ed il progetto collegato e, come una sorta di nuovo Bobby Fischer, ritirò definitivamente Deep Blue dalle scene scacchistiche.
Come giustifica Kasparov nella sua opera, “Deep Thinking”, la tremenda sconfitta nella sesta decisiva partita?
Egli sostiene che, secondo le sue valutazioni, la macchina non avrebbe mai “dovuto” sacrificare il cavallo dopo la (tremendamente) inferiore 7…h6 da lui giocata in partita.
Egli era certo che il computer non avrebbe accettato di perdere materiale pur di sostenere un attacco senza un immediato tornaconto e ammette di aver volutamente giocato 7…h6, senza incappare in alcuna inversione di mosse come avevano ipotizzato alcuni commentatori, in quanto i vari software disponibili sul mercato nella fase di preparazione al match, non avevano in alcun modo preso in considerazione il sacrificio di cavallo.
Ma questa giustificazione appare a dir poco ingenua. Dopo tutto, cosa aveva guadagnato Kasparov anticipando di un tratto la spinta in…h6? Nulla. Allora perché correre un simile rischio, visto che ad inizio di partita le mosse del computer erano archiviate in un immenso database dal quale la macchina avrebbe potuto liberamente attingere?
Ecco allora, quasi a giustificare l’azzardo, che egli ci svela un altro furbesco (ma piuttosto fantasioso) retroscena.
Prendendo spunto da un’intervista rilasciata nel 2009 dal G.M. Illescas, componente del team della IBM, in cui il giocatore spagnolo affermava che il sacrificio del cavallo all’ottava mossa era stato inserito soltanto poche ore prima dell’incontro decisivo, come risposta unica e forzante all’eventuale spinta di pedone del nero in h6, Kasparov si domanda chi avrebbe potuto suggerire al team avversario che proprio quella strana variante, mai da lui giocata prima e chiaramente inferiore, sarebbe stata scelta nella partita decisiva. Lasciando intendere maliziosamente: fu tradimento o forse spionaggio?
Tuttavia, lo stesso Kasparov precisa successivamente in tutta onestà che il G.M. Joel Benjamin, un altro componente del team IBM, aveva invece ammesso che, già un mese prima del match (e non la mattina stessa in cui fu giocata la sesta e decisiva partita) aveva inserito il sacrificio del cavallo nel database delle aperture della macchina, smentendo così il suo vecchio compagno di squadra Illescas. Ed allora appare evidente che il sacrificio era il frutto di una normale attività di programmazione e di preparazione all’incontro e nessuna attività spionistica ai danni del campione di Baku era stata posta in essere.
Cosa rimane allora dopo tanto disquisire su complotti e tradimenti? Al termine della nostra breve disamina del più celebre match scacchistico della storia tra l’uomo e la macchina, ci sentiamo serenamente di sostenere che Kasparov giocò semplicemente molto al di sotto delle sue possibilità, come lui stesso ha riconosciuto al termine del suo libro.
Nessun complotto, nessuna “mano de Dios”, nessun intervento umano dietro le quinte, nessuna attività di spionaggio ai suoi danni, nessun trucco informatico furono posti in essere pur di sconfiggerlo. Nulla di illegale era avvenuto; basti pensare che, in base agli accordi scritti stipulati dai contendenti prima del match, era riconosciuta all’IBM la facoltà di non consegnare i tabulati su richiesta del campione e, se necessario, resettare in qualunque momento la macchina dopo un crash di sistema.
La verità è che anche Deep Blue commise tanti errori nel corso del match perché, pur essendo una macchina tatticamente formidabile, non era affatto quel mostro invincibile in grado di distruggere qualunque avversario umano. Lo stesso Kasparov ammette che i software scacchistici commerciali divennero davvero quei mostri da 3000 punti ELO (oggi anche 3200 punti ed oltre) ben più forti di quel Deep Blue, da lui incontrato nel 1997, soltanto diversi anni dopo lo sfortunato match di New York.
Kasparov giocò male, molto male soprattutto nella seconda partita (dove non aveva visto una possibile patta per scacco perpetuo) e nella sesta sfida del match, così male che ha sempre sentito l’esigenza di trovare delle giustificazioni alla propria condotta timorosa e rinunciataria.
Egli, da un lato, era intimorito oltre ogni limite (lo riconosce egli stesso) dai possibili miglioramenti hardware apportati alla macchina, dall’altro non riuscì mai ad entrare veramente in partita affrontando a viso aperto l’avversario, pur con tutte le cautele del caso, condizionato forse dal fatto che l’IBM era anche un possibile partner in vista di futuri contratti o collaborazioni (la federazione alternativa alla FIDE, la PCA da lui creata, stava andando inesorabilmente in crisi in quel periodo, come egli stesso ammette).
Inoltre, la strategia scelta per affrontare la macchina si era rivelata fallimentare: evitare azzardi e scontri tattici è un conto, finire in posizioni passive e rifugiarsi in una difesa arida è un altro. Soprattutto, la linea strategica adottata era agli antipodi del gioco caratteristico dell’ex campione del mondo che tutti conosciamo: aggressivo, spumeggiante, sempre teso alla conquista dell’iniziativa.
Ma allora perché costruire la seconda parte del libro insinuando di continuo il sospetto che l’avversario avesse in qualche modo barato?
E’ pur vero che alla fine il campione russo esclude qualsiasi comportamento sleale da parte del team avversario, ma aggiunge che pervenne a tale conclusione soltanto dopo vent’anni di esami di coscienza, rivelazioni e analisi.
Nelle pieghe del racconto noi abbiamo scovato un’altra possibile risposta al quesito.
C’è un capitolo, si intitola “Fino in fondo” che inizia così: “Sono un pessimo perdente. Ci tengo a chiarirlo subito. Odio perdere. Odiavo perdere le brutte partite come quelle belle. Odiavo perdere con i giocatori deboli come con i campioni del mondo. Quante nottate ho passato in bianco dopo aver perso. Ho avuto scoppi d’ira alle cerimonie di premiazione dopo una brutta sconfitta. Mi sono arrabbiato nello scoprire di essermi lasciato sfuggire una buona mossa in una partita persa venti anni prima, quando l’ho analizzata per questo libro”.
Si potrebbe aggiungere con un pizzico di ironia: tranquillo, ce ne siamo accorti caro amico Garry.
Eppure ci hai regalato in questo bel libro pagine indimenticabili, sottili analisi psicologiche, tanti capitoli sulla storia della lunga sfida scacchistica uomo-macchina, ci hai svelato retroscena curiosi, ci hai fatto comprendere e apprezzare la bellezza del nostro gioco finanche svelando i progressi tecnologici, le strategie ed i metodi di calcolo di un’arida macchina.
Alla fine, per consolarlo gli dedichiamo la famosa canzone di Caterina Caselli, la quale aveva ben compreso che: “Bisogna saper perdere -non sempre si può vincere come vuoi e quando vuoi – quante volte lo sai si piange in amore – ma per tutti c’è sempre un giorno di sole”.
Rassegnati, sarai per noi sempre il più grande di tutti, ma quella volta, nel lontano maggio 1997 non ci stavi proprio con la testa e noi siamo sicuri che se l’IBM ti avesse concesso, come meritavi, la “bella” (invece di negarti cinicamente e antisportivamente ogni ulteriore possibilità) ti saresti riscattato alla grande giocando con autorità, rabbia e determinazione, così come ti abbiamo sempre conosciuto e ammirato.

avatar Scritto da: Paolo Landi (Qui gli altri suoi articoli)


8 Commenti a Bisogna saper perdere…

  1. avatar
    Uomo delle valli 21 Luglio 2022 at 19:41

    Paolo un altro lavoro eccellente
    bravissimo

    Mi piace 7
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    Fabio Andrea Tomba 22 Luglio 2022 at 10:39

    Ottimo articolo Paolo, come sempre.

    Su quel match io mi sono però fatto un’opinione un po’ diversa dalla tua. Kasparov arrivò a quell’incontro in forma smagliante, basti pensare che negli ultimi tre eventi a cui aveva partecipato prima del match con Deep Blue (Olimpiadi di Erevan, tornei di Las Palmas e Linares) aveva realizzato un invidiabile ruolino di marcia (+15 =14 -1), battendo tutti i più forti Grandi Maestri del momento: è dunque verosimile ipotizzare che si sia presentato al match con Deep Blue galvanizzato e sicuro di vincere, tanto da prendere un po’ sottogamba l’incontro. Prova ne sarebbe il fatto di aver accettato per contratto delle condizioni a mio avviso capestro (mi riferisco in particolare a quella dei tre minuti a mossa per pensare, un grosso vantaggio per una macchina capace di elaborare 200 milioni di mosse al secondo!).

    Veniamo al match.

    Guarda la prima partita vinta da Kasparov, in particolare la 44esima mossa di Deep Blue 44…Td1?? Ecco cosa scrive Campbell, uno dei padri di Deep Blue, nel suo libro “Deep Blue: an A.I. Milestone”: “… alla 44esima mossa emerse un terribile bug! La mossa eseguita dal computer fu particolarmente cattiva e il punteggio di Deep Blue si ridusse di colpo di 300 punti, l’equivalente di 3 pedoni. Il bug ha iniziato a comparire fra il 1996 e il 1997, mostrandosi per la prima volta in una partita di test con Larry Christiansen, in cui Deep Blue regalò un pedone senza alcuno scopo, giocando 13… f5. Il bug fu poi risolto … Quasi! Successivamente scoprimmo che il bug poteva rivelarsi in cinque modi, di cui solo quattro erano stati eliminati. Il quinto ci sfuggì completamente ed uscì proprio nella prima partita contro Kasparov! I registri di LOG confermarono la presenza del bug ed Hoane lavorò tutta la notte per eliminarlo”. Ora io non sono un programmatore, ma ho avuto modo di discutere con due programmatori scacchistici che mi hanno detto che un bug di quel tipo non può essere sistemato in una notte.

    Veniamo alla seconda partita.

    Guarda la posizione dopo la 35esima mossa. Nel dopopartita Kasparov affermò che era sicurissimo che il computer a questo punto avrebbe giocato 36. +Db6, con l’idea di guadagnare un paio di pedoni (a quel tempo le macchine erano molto più materialiste di oggi!) e aveva calcolato 36. Td8 37. axb5 Tab8 38. Dxa6 e4 con controgioco sulle case scure in vista di De5. Invece Deep Blue lo sorprese giocando 36. axb5 axb5 37. Ae4 vanificando ogni sua possibilità di controgioco. Così al termine della partita, infuriato, chiese spiegazioni a quelli della IBM: non riusciva infatti a spiegarsi come il gioco di Deep Blue potesse essere tanto migliorato fra il primo e il secondo incontro in così poco tempo. Quelli della IBM gli risposero che il GM Joel Benjamin aveva messo mano al codice sorgente del computer (per contratto ne aveva la possibilità) per adattarlo al tuo stile di gioco, ma Kasparov (che conosceva bene lo stile di gioco dei computer e non era uno sprovveduto quanto a match contro le macchine!) rispose non sarebbe stato possibile migliorarlo così tanto e in così poco tempo agendo solo sul codice sorgente. ERGO dietro quella mossa ci doveva per forza essere la mano dell’uomo (sempre secondo Kasparov). Chiese così di poter visionare i tabulati con le mosse analizzate dal computer (ne aveva diritto per contratto) ma la IBM si rifiutò di fornirglieli. In quell’occasione venne anche a scoprire che la macchina non era posta nella sala del torneo, ma ad alcuni chilometri di distanza, e che le mosse venivano comunicate da un operatore esterno e ciò contribuì ancor più a convincerlo che c’era qualcosa che non andava. Da quel momento in poi, per tutta la durata del match, ci fu un continuo scambio di accuse reciproche ed un lungo strascico di polemiche. Di fatto però l’inizio della diatriba fu, secondo me, proprio quella 36esima mossa del Bianco nella seconda partita. E’ vero poi che Kasparov non vide il perpetuo alla mossa 45, ma questo secondo me perché, a quel punto, aveva i fumi che gli uscivano dalle orecchie tanto doveva essere “incazzato” e la testa era ormai già da qualche altra parte. Guarda infatti la posizione finale: se Kasparov avesse deciso di abbandonare avrebbe potuto farlo prima di giocare 45…h5 (lasciando la Donna in presa in segno di polemica, non credi?).
    Oltretutto poi, secondo me, Kasparov deve aver anche meditato di boicottare il match ritirandosi, ma non lo fece solo perché così non avrebbe più avuto diritto al suo compenso.

    Veniamo ora alla sesta ed ultima partita, quella persa da Kasparov in 19 mosse. Qui credo di poter dire la mia, visto che la variante Smyslov della Caro-Kann è da sempre stata uno dei miei cavalli di battaglia contro e4. Qualsiasi scacchista che la giochi ad un certo livello, nella variante 5.Cg5 conosce la famosa regola “non toccare il pedone h fino all’ottava mossa”; la conoscevo io già nel 1997, figuriamoci se non la conosceva anche Kasparov. Perché spingere in h6 alla settima mossa, quando in tutte le partite precedenti dove era stata giocata gli esiti del Nero erano stati disastrosi?

    Secondo me Kasparov ha voluto perdere “di proposito” e questo per due motivi:

    1) poiché la polemica era stata piuttosto aspra e la memoria invece è breve, Kasparov desiderava che il suo disappunto, manifestato per tutta la durata dell’incontro, potesse vivere per sempre nella memoria degli scacchisti. Come fare? Con qualcosa che potesse sopravvivere nei secoli al trascorrere del tempo, come una partita persa in modo obbrobbrioso, una partita che una volta vista avesse dovuto scatenare in ognuno la domanda: “Può mai un Campione del Mondo di scacchi perdere in quel modo?” (ricordo che Kasparov sostenne che dopo 8…De7? avrebbe già potuto abbandonare)

    2) perché era sicuro di disputare il match di rivincita (era effettivamente previsto). Come dire: vabbè, questa volta ho buttato tutto “in vacca” in segno di protesta, ma la prossima volta vi faccio (P.S.: rivolto a quelli della IBM) vedere io di che pasta sono fatto! Al termine dell’incontro chiese infatti la rivincita, ma a condizioni (giustamente dico io!) più eque (macchina posta nella sala dell’incontro in luogo visibile a tutti, trasmissione delle mosse effettuata da persona certificata, arbitro che non gli gironzolasse continuamente intorno, diverso tempo di riflessione ecc.), ma la IBM si rifiutò e ritirò per sempre la macchina dalle competizioni. Perché? Semplice; all’IBM non interessava costruire la macchina che gioca a scacchi più forte del mondo, ma solo “il Dio denaro”. I diversi anni di ricerca e i 5 miliardi di vecchie lire spesi per costruire Deep Blue per l’IBM furono niente in confronto ai ritorni economici derivanti dall’aumento delle vendite dei propri prodotti che ebbe grazie alla pubblicità avuta in seguito a quest’evento. Il suo scopo l’aveva ottenuto; poteva forse rischiare di rovinare tutto con un match di rivincita dall’esito incerto?

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      Giancarlo Castiglioni 24 Luglio 2022 at 11:04

      Mi sembra più probabile che Kasparov, chiaramente in stato di confusione mentale, abbia invertito le mosse in una variante che conosceva benissimo e poi nel suo libro si sia inventato contorte giustificazioni per non ammetterlo.

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    Paolo Landi 22 Luglio 2022 at 17:59

    Grazie per le tue osservazioni Fabio. Che Kasparov fosse fuori dalla grazia di Dio nella 6ª partita è palese. Per chi avesse ancora dubbi basta osservare le sue reazioni al termine dell’incontro ben visbili nel breve filmato che Martin ha opportunamente inserito all’inizio dell’articolo. I motivi della rabbia e la guerra psicologica ingaggiata contro la macchina sono ampiamente descritti nel libro. L’unica cosa che non mi convince è il fatto che Kasparov avrebbe deciso volontariamente di perdere in un modo così orrendo l’incontro. Lui ci dà una spiegazione “tecnica” : il computer non avrebbe dovuto giocare quel sacrificio. Comunque la si veda, il tutto mi pare frutto di grande insicurezza nei propri mezzi (primo caso nella storia di Kasparov!) e di pessima strategia. Anche io, come te, ho pensato che fosse certo di poter disputare il terzo incontro, ma perdere in quel modo puerile per fare tanto rumore? In quel caso ho sbagliato canzone: avrei dovuto citare “Io sono un istrione…” :)

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      Fabio Andrea Tomba 23 Luglio 2022 at 09:32

      Mah, non so neanch’io cosa pensare.
      In un’ottica di scelta delle aperture anti-computer perchè scegliere proprio la Caro-Kann con Cd7, che è risaputo essere una linea delicata dove basta anche un solo piccolo errore per cadere in posizione persa? E come poteva Kasparov sperare che Deep Blue non giocasse il sacrificio di Cavallo in e6 dopo l’errata h6? Non avrebbe dovuto anche solo supporre che fosse prevista nel libro di aperture del computer? E perchè giocare 8. … De7 quando 8. … fxe6, pur lasciandolo in posizione poco piacevole da giocare contro una macchina, gli avrebbe dato una seppur minima speranza di salvarsi?
      Troppi punti interrogativi per me.
      La verità è che l’IBM ha “sniffato” la possibilità di fare un mucchio di soldi e l’ha sfruttata in pieno. Il titolo in borsa ha avuto rialzi spaventosi e l’IBM un ritorno pubblicitario stimato in oltre 500 milioni di dollari. Sembra una barzelletta, ma quando Deep Blue venne ritirato non fu demolito, ma riconvertito in una macchina per analizzare il mercato finanziario.
      Quindi, forse, il titolo giusto della canzone sarebbe potuto essere “Money” dei Pink Floyd. 😁

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    Vince 22 Luglio 2022 at 22:53

    Mah, come giocatore nulla da dire, probabilmente nel podio dei tre più forti di tutti i tempi. Per il resto, almeno personalmente, ho sempre avuto l’impressione che sia un grande opportunista con un fiuto degli affari forse non inferiore al suo talento scacchistico.
    Complimenti per l’articolo, all’altezza di tutti gli altri.
    Vincenzo

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    the dark side of the moon 2 Agosto 2022 at 11:01

    Paolo, anche stavolta hai fatto un pezzo notevole, molto interessante.
    Premetto che all’epoca non conoscevo gli scacchi ma leggendo ciò che hai scritto mi sono rinfrescato la memoria, ho una idea a proposito che provo a esporre.
    Kasparov come tutti i campioni non sopporta perdere e quella volta non si trattò di una sconfitta qualsiasi, si rese conto che giocò molto male, troppo male: il motore aveva già vinto prima di giocare perché il suo grande ego fu distrutto dalla paura di perdere.
    E’ difficile accettare una cosa del genere e dire “ho avuto paura a giocare le mie mosse perché non avevo fiducia nel mio gioco”.
    E’ difficile ammettere le proprie vulnerabilità soprattutto per coloro che in qualche modo si ritengono superiori agli altri.

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      The dark side of the moon 2 Agosto 2022 at 21:09

      Comunque nel libro di Gabor Kallai “Enciclopedia essenziale delle aperture”, sulla Caro-kann (variante aperta, quella giocata da Kasparov), è consigliato giocare proprio 4….,Cd7 anziché 4….,Af5 che è ritenuta inferiore. Il libro fu pubblicato nel ’96 (in Italia uscì nel ’97), proprio a ridosso del match di cui si parla.
      Ne so qualcosa perché quello di kallai è stato il mio primo libro di scacchi e di nero gioco regolarmente la Caro-Kann e nella variante in questione sempre 4….,Af5 nonostante le raccomandazioni del GM ungherese.. 😜

      Mi piace 1

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