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Lo sviluppo del pensiero scacchistico: un percorso (minimo) di lettura

Scritto da:  | 11 marzo 2010 | 3 Commenti | Categoria: Libri, Recensioni

Nell’ormai sconfinato scenario dei testi scacchistici vorremmo qui soffermarci brevemente a considerare solo alcune delle opere dedicate allo sviluppo del pensiero scacchistico,segnalando quelle più significative in termini di originalità e valore didattico. Prescindendo volutamente dall’eccezionale e monumentale opera di Kasparov e Plisetsky de “I miei grandi predecessori” che comunque merita un discorso a sé, ed anche dai due originalissimi trattati del Watson sulla strategia scacchistica, concentreremo invece la nostra attenzione su cinque opere di Autori di epoche differenti che presentano tuttavia affinità evidenti, almeno in quanto a contenuti trattati e concezione dell’opera.

La prima di queste, in ordine cronologico di pubblicazione, è considerata, come del resto anche le altre, un vero classico: “I Maestri della Scacchiera” di Richard Réti. Il grande teorico (e matematico) slovacco, precursore del cosiddetto movimento degli “ipermoderni”, e passato alla storia degli scacchi per innumerevoli meriti, nel campo della produzione letteraria si è contraddistinto essenzialmente per due opere indubbiamente fuori dagli schemi e dal tempo: la piccola (ma solo in termini di pagine) “gemma” de “Modern Ideas in chess” del 1923 e la successiva “Masters Of The Chess Board” del 1933. Opere strutturalmente affini si caratterizzano entrambe per una disamina dello sviluppo degli scacchi, nello stile e nel gioco, dai primi maestri, da Anderssen e Morphy, fino ai maestri contemporanei, per l’epoca dell’Autore, ovviamente.
La prosa di Réti è un vero modello per chiarezza e perfezione di esposizione. Prendendo in esame una o due partite, sovente accompagnate da altri frammenti e posizioni memorabili, per ciascun giocatore (Anderssen, Morphy, Steinitz, Tarrasch, Lasker, Schlechter, Pillsbury, Maroczy, Marshall, Rubenstein, Spielmann, Nimzowitsch, Vidmar, Tartakower, Capablanca, Bogoljubow, Alekhine, Grunfeld, Euwe, Saemisch, Colle e Torre) l’Autore tratteggia in maniera esemplare l’evoluzione della teoria scacchistica dai suoi “primordi” fino agli anni magici ed irripetibili dell’epoca di Capablanca e Alekhine e poi oltre. Lo stile di gioco di ciascun giocatore è messo in evidenza nelle parole di Réti in maniera eccezionalmente chiara e precisa.
Le note biografiche di presentazione di ciascun maestro sono sintetiche e al contempo esaustive, nel giusto equilibrio logico per un libro siffatto. I commenti alle partite, in tutto 70, sono tuttavia il vero vanto di quest’opera. Al tempo stesso facilmente assimiliabili da un principiante e densi di concetti, dettagli e sfumature degni di nota pure per giocatori di maggior spessore non stancano per la soverchia quantità di note e di varianti. L’analisi dello sviluppo della teoria delle aperture parte, ovviamente, dai giochi aperti, Gambetti e Partita Scozzese, fino ad arrivare all’apertura di Donna ed agli impianti “indiani”. Assolutamente da non perdere, a mio modesto parere è il classico libro da leggere e rileggere onde trarre ad ogni successivo studio un profitto che viene da sé senza sforzo apparente.
A differenza di altri Autori le cui opere, a torto o ragione, sono diventate anch’esse dei classici, basti per esempio citare il tanto decantato “Mio Sistema” di Nimzowitsch, i concetti che Réti espone sono manifestamente scevri da ogni pregiudizio o condizionamento aprioristico e ciò appare tanto più apprezzabile in quanto semplice punto di partenza e non agognato, e sovente malcelato, traguardo come in tanti altri Autori successivi.

“Gli scacchi ipermoderni” di Alexandre Alekhine è invece una delle ultime opere del grande campione russo. Opera della maturità e pertanto esente, come forse non lo sono state altre sue produzioni precedenti, da quel senso di autocompiacimento purtroppo comune, seppur meritato, di tanti grandi scacchisti. La struttura dell’opera è analoga a quella de “I Maestri della Scacchiera”: un excursus nella storia del pensiero scacchistico lungo lo studio delle partite più significative dei maestri più illustri. Ebbe una volta a dire il GM di origine polacca Samuel Reshevsky che tre sono stati i più grandi commentatori di partite della storia degli scacchi: Alekhine, Botvinnik e Keres. E perfino dalla lettura delle pagine di un’opera meno conosciuta di altre di Alekhine quale “Gli scacchi ipermoderni” questo concetto appare evidente in tutta la sua chiarezza. In pochi tratti il grande teorico russo riesce sempre a cogliere in maniera, oserei dire “chirurgica”, gli aspetti salienti e più didatticamente validi di ogni posizione, da quella più tatticamente complessa a quella più strategicamente semplice ed apparentemente lineare.
“Arrivandoci” dalla lettura del Réti quest’opera di Alekhine appare forse meno fresca, originale ed oserei affermare meno organica, tuttavia i concetti sono spesso sviscerati con migliore approfondimento e profondità.

Di passaggio una menzione merita anche “The World’s Great Chess Games” di Reuben Fine. Il Grande Maestro americano, giocatore al di sopra di ogni discussione e tra i migliori del mondo per una quindicina buona d’anni a cavallo della guerra, ha forse intuito prima di tanti altri le potenzialità commerciali dell’attività divulgativa di scrittore. Sicuramente questa sua opera non è all’altezza di un capolavoro quale “Basic Chess Endings”, tuttavia è istruttivamente degna di una lettura, anche solo a scopo e diletto storico, essendo tra tutte la più ampia e corposa in termini di giocatori considerati. Vi si trovano difatti i profili di giocatori esclusi dalle opere di Réti e di Alekhine. Spazio particolare, per esempio, viene riservato a giocatori americani quali Dake, Denker, Reinfeld e addirittura John Grefe, o ad altri “astri minori” quali Mir Sultan Khan oppure Yates, Eliskases e Stahlberg. Tra quelli citati finore qui è il libro che in termini temporali abbraccia l’arco più esteso: si arriva fino a Kavalek, Mecking e Browne! A risentirne sono i commenti alle partite, spesso scarni e davvero estremamente sintetici.

Un vero gioiello è invece il purtroppo poco conosciuto “The Development of Chess Style” di Max Euwe. Anch’egli Campione del Mondo come Alekhine (al quale sottrasse il titolo nel match del ’37, unico giocatore capace di simile impresa) è stato sicuramente uno degli Autori di scacchi tra i più precisi, equilibrati, ed ovviamente, profondi. Quest’opera, riunisce in maniera pressoché perfetta, tutte le qualità migliori riscontrate nelle opere suddette: equilibrio ed obbiettività di analisi nei commenti alle partite, accuratezza storica nell’esposizione dei profili dei maestri presentati, con l’enfasi, più che sulle individualità dei singoli giocatori, sulle idee e le innovazioni delle varie fasi storiche dell’evoluzione scacchistica. Di valore altamente istruttivo è la sezione del libro dedicata all’esposizione dei principi di Steinitz sul gioco posizionale: lo sviluppo, il concetto di mobilità, il centro, la sicurezza del Re, le case deboli, le strutture pedonali, la maggioranza sul lato di Donna (con entrambi gli arrocchi sul lato di Re), le colonne aperte, i due Alfieri, il vantaggio di materiale ed i concetti di dinamismo e vantaggi permanenti. Il tutto esposto con un nitore espositivo senza uguali.
Ulteriore “valore aggiunto” di questo libro meraviglioso sono le acutissime note del Grande Maestro inglese John Nunn (per inciso: anch’egli scacchista-matematico come Réti ed Euwe) che ha curato le sezioni dall’epoca “post-Fischer” fino a Kasparov.

L’ultimo, e cronologicamente più recente, libro di questa serie di cui vogliamo qui far menzione, è l’ottimo “Improve your chess by learning from the champions” del Grande Maestro danese Lars Bo Hansen. Il pregio sicuramente innegabile di questo libro è quello di poter abbracciare un lasso temporale ben superiore rispetto a quello degli Autori già citati, inoltre l’approccio appare davvero sistematico ed esauriente, vengono “scientificamente” analizzate in chiave critica praticamente tutte le caratteristiche strategiche del gioco nella loro evoluzione dai Romantici dell’era pre-Steinitz fino ai grandi campioni contemporanei quali Kramnik e Anand e se un “neo” si deve per forza trovare in un’opera come questa è forse lo spazio non adeguato riservato all’analisi delle singole partite. Alcune sono vagliate davvero a fondo, di molte altre vengono riportate solo le sequenze delle mosse e, se questo da una parte appare inevitabile in un’opera di tale taglio tuttavia l’effetto, specie sul dilettante alle prime armi magari poco avvezzo a certi aspetti per così dire “tecnici” di alcune fasi del gioco, può essere quello di disorientarne la prima lettura. Tra quelli qui elencati effettivamente appare questo il testo più indicato per giocatori già di una certa forza (indicativamente da 1N/CM in su).

Se qualcuno mi dovesse chiedere quale tra questi libri consiglierei spassionatamente di acquistare mi sentirei di suggerire innanzitutto il capolavoro di Réti ed il testo di Euwe, da leggersi in questo stesso ordine. Gli altri tre in seconda battuta, riservando eventualmente il Fine più al vero appassionato di storia di scacchi che al giocatore di torneo. Il messaggio finale rimane legato alla constatazione che da qualunque di questi libri si desideri partire per intraprendere questa sorta di viaggio storico nell’evoluzione del pensiero scacchistico, esso costituisce comunque il percorso obbligato e più indicato per chi ha veramente a cuore il miglioramento della propria qualità di gioco.
Buona lettura e buono studio!

avatar Scritto da: Martin (Qui gli altri suoi articoli)


3 Commenti a Lo sviluppo del pensiero scacchistico: un percorso (minimo) di lettura

  1. avatar
    Jazztrain 12 marzo 2010 at 13:16

    Mi hai fatto venire voglia di leggere questi libri, soprattutto quello di Reti!




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  2. avatar
    Mandriano 12 marzo 2010 at 13:50

    …per me leggili te questi libri… poi magari mi invii le pagine più interessanti con un piccione!! Avanti…




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  3. avatar
    Bilguer74 20 marzo 2010 at 11:06

    In fin dei conti una lettura degli stili del passato sembra facile. Ma il gioco odierno come lo classifichiamo? Colpa degli “ipermoderni” che hanno battezzato la loro scuola con un termine “futurista”, di quel futuro che ormai appartiene al passato? O per far colpo, come dice Pal Benko, oggi si potrebbe parlare di un “pragmatismo eclettico” che mescola stili e filosofie diverse adattate all’esigenza concreta della partita. Nimzowitsch sentenzierebbe: “Tanti uomini, tanti stili. E cos’è lo stile, a scacchi, se non l’ineffabile e inafferrabile espressione della volontà di vittoria?” A te la parola, Martin!




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