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Il genio che odiava gli scacchi

Scritto da:  | 11 luglio 2010 | 6 Commenti | Categoria: Libri, Scacchi e letteratura

Non dico nulla di nuovo se affermo che nella letteratura di ogni tempo i rimandi al gioco degli scacchi non mancano di certo. Naturalmente non si tratta di riferimenti di carattere tecnico o storico, ma solo brevi rinvii, sensazioni, macchie di colore che gli scrittori utilizzano sapientemente, sia per scendere più a fondo nella descrizione dell’animo umano, cavalcando i nostri amati pezzi, sia per demonizzare il nostro gioco e condurci nei luoghi più reconditi della mente.
In questa occasione, tanto per facilitarmi il compito, vorrei segnalare l’opera di uno scrittore o meglio un genio della letteratura, che non è certo un estimatore degli scacchi e degli scacchisti: Edgar Allan Poe. Nell’affascinante “Gli assassinii della Rue Morgue” (dalla raccolta “Racconti di enigmi”, 2009, ed. Oscar Classici Mondatori, pagg. 349, € 8.50) si evidenza la maestria di Poe nell’intessere, in poche pagine, un racconto complesso nonché la sua fede nella supremazia del pensiero deduttivo e logico, che conduce alla soluzione dell’intreccio.
Bene – direte voi, miei dieci lettori – niente di meglio che gli scacchi per spiegare quest’ultima lapalissiana affermazione. No! Poe, come sempre, ci sorprende e utilizza quattro preziosissime pagine del suo racconto per distruggere il nobil giuoco ed esaltare i giocatori di dama e di whist :
La facoltà di risolvere è probabilmente molto rinforzata dallo studio delle matematiche e (…) di questa scienza che (…) è stata chiamata analisi (…). Un giocatore di scacchi, per esempio, fa l’uno (calcolo – ndr) senza perdersi con l’altra (analisi – ndr). Ne viene di conseguenza che, riguardo ai suoi effetti sul carattere mentale, il gioco degli scacchi è di solito sopravvalutato, e di molto”.
Questo è il primo siluro che Poe ci indirizza, ma non illudetevi, è quello più innocuo:
“(…) approfitto dunque dell’occasione per asserire che il massimo potere della riflessione è più decisamente e utilmente provato dal modesto gioco della dama che non dalla complicata futilità degli scacchi …(…) in quest’ultimo essendo i pezzi dotati di movimenti diversi e bizzarri (…) quello che è soltanto complessità vien preso (errore abbastanza comune) per profondità. L’attenzione sì, è messa in gioco moltissimo. E se per un momento si allenta, si commette la svista (…)”.
Seconda bordata.

Noi, giocatori di scacchi inferiori a quelli della dama! Giammai…Ma non basta, tenetevi forte:

Da tempo il gioco del whist è stato rammentato per la sua azione sulle facoltà di calcolo; si sa di uomini del più alto grado d’intelletto che vi prendevano un piacere in apparenza incomprensibile mentre evitavano come troppo frivoli gli scacchi (…). Il miglior giocatore di scacchi della cristianità può essere poco di più che il migliore giocatore di scacchi (sic!, non siamo nessuno –  ndr); laddove esser forte nel gioco del whist significa posseder la capacità di riuscire in tutte le imprese bel altrimenti importanti nelle quali una mente si trovi a combattere con un’altra”. Direi che così possa bastare.

Potrei ribattere piccato a queste affermazioni di Poe, ma lui è un genio ed io no, lui è morto e io no, almeno non credo. Certo è che Poe deve avere avuto qualche pendenza irrisolta con gli scacchi e gli scacchisti per trattarci in questa maniera, e senza nemmeno concederci il beneficio del dubbio: tra gli scacchisti qualche persona intelligente ci deve pur essere. Ma tant’è, ci dobbiamo portare a casa questa serie di improperi, eleganti e raffinati ma pur sempre offensivi per quel bagaglio smisurato ed ingombrante che è l’ “IO” di ogni scacchista.
Ironia a parte, il racconto che vi ho segnalato è davvero notevole, come tutta la raccolta nella quale è incluso, e la sua lettura conferma Poe come Grande Maestro del genere. Si tratta di un’indagine vera e propria con tanto di testimonianze riportate dalla stampa – nihil sub sole novi – e di brillanti deduzioni logiche da parte di Auguste Dupin, che affascinano noi e lo stesso Poe. Il metodo utilizzato e la figura dello stesso protagonista ci ricordano che siamo di fronte all’antenato di Scherlock Holmes di Conan Doyle (paradigma del giallo deduttivo nell’800) e di Ellery Quenn di Dannay e Lee (giovane mente lucida e analitica del secolo scorso).
Chiudo con un invito: se qualcuno ha notizie in merito all’idiosincrasia di Poe per gli scacchi me lo segnali!

avatar Scritto da: Zenone (Qui gli altri suoi articoli)


6 Commenti a Il genio che odiava gli scacchi

  1. avatar
    Forno Roberto 11 luglio 2010 at 02:35

    Probabilmente stava parlando di qualcosa che non conosceva.
    Se non si conosce qualcosa, è impossibile descriverla.
    Se avesse conosciuto gli scacchi forse non ne avrebbe parlato così.
    Capita a tutti di dire castronerie , anche ai “geni” della letteratura forse…ah ah ah




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  2. avatar
    jazztrain 11 luglio 2010 at 11:00

    Poe copnosceva il gioco della dama nella variante inglese che è simile a quella nostra (draughts in inglese; checker in americano): nella dama all’inglese la damiera ha il biscacco a destra, nell’italiana il biscacco è a sinistra; muove per primo il nero; la pedina mangia la dama; non conosceva la variante della dama a 100 caselle o dama internazionale, altrimenti avrebbe scritto meraqviglie sulla regina dei giochi!




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  3. avatar
    Zenone 11 luglio 2010 at 18:36

    Poe cercava di mettere gli scacchisti sempre e comunque in cattiva luce. Rileggete quanto scritto da cserica ne “Storia degli automi scacchistici: il Turco” (20 dicembre 2009)o nel racconto “Il giocatore di scacchi di Maelzel”.
    Non è questione di conoscenza o meno del nostro gioco, credo che ci sia un motivo profondo che giustifichi l’odio di Poe per gli scacchi e che debba essere indagato.




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  4. avatar
    Luca 12 luglio 2010 at 10:43

    In realtà la posizione di Poe è praticamente la stessa di moltissimi romanzieri giallisti. In generale credo che abbiano ragione nel senso che il gioco degli scacchi si basa molto di più sulla concreta capacità di calcolo che non su un’effettiva analisi dabduttiva della situazione sulla scacchiera. Non bisogna dimenticare la grande differenza che intercorre tra processi deduttivi ed induttivi e processi abduttivi (sono filosofo della scienza, concedetemi questa digressione). I processi deduttivi ed induttivi sono processi “logici”: nel caso dell’induzione si parte da osservazioni particolari per formulare leggi generali (come fece Steinitz per il gioco degli scacchi); nei processi deduttivi è esattamente l’opposto: da regole e principi generali si arriva a osservazioni particolari. Il nobil giuoco è tutto compreso nell’ambito di questi due processi logici: non basta conoscere i principi generali (colonne aperte, case deboli) se poi non lo si sanno applicare nella situazione concreta. D’altro canto basarsi solo sulla situazione concreta porta a notevoli fallimenti in situazioni in cui è richiesta una buona comprensione strategica.
    Il processo abduttivo (di cui Poe è un fanatico, pur senza averlo mai inquadrato a dovere nelle sue opere) è di tipo diverso: è il talento nel saper formulare un’ipotesi che seppur supportata da alcune osservazioni può sempre rivelarsi “errata”. Faccio qui tre esempi per risultare più chiaro:
    1)DEDUZIONE: Tutte le biglie di questo sacchetto sono bianche. Queste biglie provengono da questo sacchetto. Queste biglie sono bianche.
    2)INDUZIONE: Queste biglie vengono da questo sacchetto. Queste biglie sono bianche. Tutte le biglie di questo sacchetto sono bianche.
    3)ABDUZIONE: Tutte le biglie di questo sacchetto sono bianche. Queste biglie sono bianche. Queste biglie vengono da quel sacchetto.

    Come si vede l’abduzione contiene un vero e proprio “salto nel buio” del tutto ingiustificato. Naturalmente anche un’induzione può rivelarsi errata (così come è errato basarsi sempre su regole generali per orientarsi in casi particolari) ma l’abduzione non è proprio giustificata da un punto di vista logico. Si basa sulla probabilità di azzeccare o meno la verità. Non si tratta di un tirare ad indovinare a casaccio, perché le ipotesi che facciamo saranno sempre plausibili, ma non sono per nulla sicure. Se si leggono con attenzione i più grandi giallisti, essi hannos empre spacciato per deduzione delle vere e proprie abduzioni. (Guardate Sherlock Holmes, Auguste Dupin, Hercule Poirot, Nero Wolf … )

    In generale è ovvio che Poe avesse capito che tale meccanismo abduttivo poteva essere applicato in giochi come poker e bridge dove tutto si basa su casi particolari (la mano giocata) mentre riconoscesse negli scacchi una struttura indubbiamente complessa, ma meno “intuitiva” ed arrischiata.




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    • avatar
      Zenone 12 luglio 2010 at 14:27

      Chapeau!




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  5. avatar
    Fernando Aramburu 14 luglio 2010 at 16:58

    Probabilmente, se Poe avesse conosciuto gli scacchi al tempo di Steinitz, avrebbe detto altre cose. Poe era un grande ammiratore della scienza…




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