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Chi ha ucciso il campione del mondo?

Scritto da:  | 23 gennaio 2011 | 8 Commenti | Categoria: Libri

In questo libro ho ripreso e sviluppato alcune brevissime parti di “Partita a scacchi con il morto” che ho ritenute significative anche nel nuovo contesto. Ho sempre considerato il primo lavoro una specie di banco di prova, di bozza, data la sua limitata lunghezza,  per una successiva pubblicazione più corposa come la presente. I “vecchi” lettori vi potranno trovare qualche somiglianza schematica nella costruzione delle “scene” che si susseguono, ma ciò è stato necessario per non sciupare ciò che di buono era già stato scritto. D’altra parte le novità sono molte di più delle situazioni conosciute. Basti pensare al numero dei personaggi che affollano la seconda “fatica” rispetto alla precedente. Un’altra avvertenza. Questo è un giallo, naturalmente, essendoci il morto assassinato ed il relativo detective, ma un giallo “ sui generis” nel senso che la mia attenzione non si è rivolta tanto a costruire i meccanismi perfetti del giallo classico, quanto  nello sfruttarne la struttura per scrivere qualcosa di piacevole e divertente, comprese alcune battute sui nostri politici che non vogliono essere altro che semplici battute. A dir la verità ero stato consigliato di evitarle, ma per noi toscani è difficile fare a meno di dare qualche “pizzicata” a chi sta in alto anche parlando delle previsioni del tempo. Per venire incontro, almeno in parte, a tale consiglio ho deciso di inserire i puntini al posto dei nomi. Se poi il lettore li indovina lo stesso… sarà stata colpa sua.

Piano dell’opera

  • Presentazione
  • Avviso ai lettori
  • Primo atto: battaglie sulla scacchiera
  • Secondo atto: un cadavere all’hotel Majestic di Siena
  • Terzo atto: prime scoperte
  • Quarto atto: elucubrazioni
  • Quinto atto: tutti e nessuno
  • Sesto atto: i Cervelloni della scacchiera
  • Settimo atto: arrivano i problemi
  • Ottavo atto: alla ricerca della verità
  • Nono atto: i discorsi della signora Giulia
  • Decimo atto: il commissario si riposa
  • Undicesimo atto: Robertino
  • Dodicesimo atto: cala il sipario
  • Dietro le quinte
  • La parola all’Autore

Primo atto

Battaglie sulla scacchiera

Quando il giocatore di scacchi più forte del mondo entrò nella splendida sala del CRAL del Monte dei Paschi di Siena fu sommerso da un applauso incontenibile. Anche l’ex commissario Marco Tanzini, da poco in pensione, non poté fare a meno di battere le mani con l’entusiasmo di un bambino di fronte a quel giovanottone alto e ben piantato dallo sguardo di fuoco che faceva faville sulla scacchiera. Il suo interesse per gli scacchi era nato da poco, per un fatto terribile accaduto proprio in quella sede, ma le gesta di Eugeny Khaliuscin erano troppo eclatanti per non scuotere un tipo tranquillo come lui. Che ora, seduto in seconda fila insieme al gruppo dei notabili di Siena, poteva ammirarlo in tutta comodità, mentre Presidente del circolo, Sindaco, Funzionario di banca e lo staff, che si era adoperato non senza fatica per la sua presenza al primo Torneo Internazionale “Città del Palio”, si sarebbero avvicendati al microfono piazzato nel bel mezzo di un lungo tavolo ricoperto di panno verde  in cima alla sala. Sì, perché riuscire ad accaparrarsi la presenza di Khaliuscin ad un torneo era un’impresa assai disperata. I Cervelloni entusiasmano, ma costano. Ed hanno le loro fisse, le loro manie. E così c’era voluto l’intervento dei pezzi grossi di un gruppo di banche capeggiate dal Monte dei Paschi e quello di un gruppo di esperti in relazioni pubbliche, per convincerlo a venire, dimostrando ancora una volta che Siena era una città di illustri tradizioni, di sport e di cultura. Lo sforzo si era rivelato notevole, perché insieme a lui erano stati invitati altri giganti dello scacchismo mondiale, già disposti lungo il tavolo, a fare da corolla al nostro campione. E anche loro costavano. Un po’ meno, ma costavano. C’erano Krivillic, Galepov, Shitiov, la Grande Maestra Denver, l’indiano Anineda e tre altri ancora dal nobile pedigree scacchistico che si sarebbero dati battaglia il giorno seguente, il lunedì, dopo la presentazione proprio in quella sala. La quale sala scoppiava di appassionati e curiosi giunti da tutte le parti del mondo. Giornalisti, Direttori di riviste e di pubblicazioni scacchistiche tra i quali spiccavano l’estroso Adolivio Capece, il dinamico Yuri Garret, il signorile Roberto Messa, l’amabilmente ironico Charles Azzopardi e l’irresistibile Valerio Luciani.

“Cari amici, gentile ed appassionato pubblico…” iniziò con orgoglio ed un pizzico di pomposità il Presidente della sezione scacchi “…Oggi è un giorno importante, direi una data storica per la nostra città…” Una raffica di lampi al magnesio sembrò stordirlo facendogli perdere per un attimo il filo del discorso. Meglio così. Per Marco Tanzini, abituato istintivamente all’osservazione, era meglio osservare l’eletta prole di Caissa piuttosto che ascoltare i convenevoli rituali, sia per una curiosità frutto del mestiere, sia perché voleva scoprire quali fossero le caratteristiche fisico-somatiche di tanti unti del Signore. Partì dunque da sinistra verso destra con l’idea di saltare, per il momento, l’asso russo che sedeva al centro, volendoselo godere in fondo con la calma necessaria. Qui era seduto lo svedese Larsen, un ragazzetto dai lineamenti del volto ancora adolescenziali con un incarnato così liscio e pallido da riflettere sul pubblico la luce che era proiettata verso di lui. Una presenza diafana, un alone misterioso. Poteva avere diciassette o diciotto anni, ma ne dimostrava ancora meno perché al suo fianco troneggiava il bulgaro Galepov, un omone baffuto e corpulento dall’occhio grifagno che metteva ancor più in risalto la delicatezza del giovane. Aveva una testa massiccia incassata direttamente sul petto senza l’ausilio del collo e due mani robuste da spaccatore di pietre che mai avresti pensato potessero disegnare eleganti circonvoluzioni sulla scacchiera. Andando avanti si distingueva per il suo aspetto di perfetto gentleman il francese Carvier, un signore con gli occhiali scuri dalla giacca blu di taglio impeccabile, camicia bianchissima sulla quale risaltava una cravatta di un rosso cupo particolare, contornata da piccoli simboli scacchistici dorati che sembravano essere, a quella distanza, Torri e Cavalli. L’ex commissario pulì con delicatezza i suoi occhiali e sporse un poco la testa in avanti per meglio ammirarla, dato che aveva una certa debolezza per le cravatte. Sua madre lo aveva costretto sin da ragazzo ad indossare la giacca in qualsiasi momento ed occasione ( anche nel deserto se ce ne fosse stato bisogno ) insieme alla camicia, naturalmente, e lui aveva cercato un compenso, per così dire, alla sua “schiavitù” trovandolo nella scelta di questi tipici ornamenti maschili. Ne aveva circa duecento, ed alcune anche di un certo valore. Quella del signore distinto gli piacque perché si mise ad osservarla con un certo interesse, quando fu scosso da un lungo applauso. Il Presidente, felicemente irrorato dal sudore, terminò l’apologo, dette la parola al sindaco e si sedette con un sorriso che scoprì trentadue denti altrettanto felici di mettere in mostra il loro naturale candore. “Gentile pubblico, non nascondo la mia trepidazione e la mia soddisfazione, che è poi quella di tutta la città di Siena che mi onoro di rappresentare, di fronte ad un evento che il Presidente ha giustamente definito storico…” Un’altra pappardella. Marco Tanzini spostò lo sguardo ancora verso destra. Romina Denver, l’unica donna invitata a partecipare al torneo, occupava la poltrona seguente con delicata eleganza. Capelli biondi, volto dall’ovale regolare, occhi chiari, dolce e accattivante sorriso. Il tutto incorniciato in un vaporoso vestito azzurro-tenero. Una madonna da fare invidia a quelle dipinte dal grande Raffaello. Veniva poi il russo Krivillic, uno degli avversari più titolati per la vittoria finale, dall’aspetto bonario che si trasformava, dicevano, in un killer spietato quando si trovava davanti alla scacchiera. A suo fianco il Presidente del circolo ormai caduto in estasi mistica dopo l’ispirato intervento, poi c’era il sindaco che stava concionando, il grande Khaliuscin sul quale non volle al momento soffermarsi, quindi un distinto signore brizzolato elegantissimo che doveva essere un funzionario del Monte dei Paschi di Siena. Continuando verso destra il suo sguardo mise a fuoco l’arbitro internazionale tedesco Karl Lutz calvo come una palla da biliardo e dal contegno irreprensibilmente statuario, poi l’inglese Shitiov, un biondino lentigginoso con gli occhiali. Sembrava il fratello maggiore di Harry Potter e aveva stampato sul volto una smorfia indecifrabile. L’indiano Anineda terminava la corolla dei campioni. Poteva ben costituire il rappresentante della bellezza tipica del suo paese. Alto, aitante, in perfetta forma fisica, lineamenti regolari come se fossero stati disegnati, pelle brunita che risaltava su una camicia giallo senape. Solo la cravatta, di un arancione un po’ troppo vistoso, causò una fitta allo stomaco e una smorfia di disapprovazione sulle labbra di Marco Tanzini. Il quale, dopo avere fatto il “giro” che si era proposto, senza aver notato nulla di particolare che potesse essergli di aiuto nell’individuare le caratteristiche somatiche di un genio degli scacchi, ritornò ad osservare il grande Eugeny Khaliuscin. E qui si trovò di fronte a qualcosa di diverso. E anche di inaspettato. Nulla di preciso, a dire la verità, ma per lui abbastanza eloquente. Era, per esempio, meno bello dell’indiano Anineda, eppure il suo portamento, il suo modo di guardare, di muovere la testa, di incrociare le braccia avevano il tocco del carisma. Un po’ come era successo ai grandi condottieri che avevano percorso la Storia e attirato moltitudini di giovani pronti a sacrificare la vita per la loro gloria. Molto spesso non erano belli, né alti, né abbronzati. Eppure esercitavano un fascino incredibile sugli altri. Un mistero, che neanche il più ingegnoso dei detective avrebbe potuto risolvere. Khaliuscin attirava fortemente, prepotentemente. Questo, Marco Tanzini lo percepiva, lo sentiva. Era come se fosse seduto su uno scranno più alto, distaccato dai comuni mortali. Però…però…c’era qualcosa di strano che trapelava dalla sua persona che non sfuggì all’occhio acuto del nostro osservatore. Aveva un tic lieve, quasi impercettibile sulla parte sinistra delle labbra, un movimento repentino verso l’alto e uno stringere ritmico delle lunghe dita che denotavano un certo nervosismo. Quando si alzò a parlare, dopo l’intervento del funzionario di banca, ringraziando le autorità e il pubblico presente, l’ex commissario ebbe come un rafforzamento alle sue impressioni. La voce forte e sicura confermò il suo carisma, ma il ritmo affrettato delle parole e lo sguardo che vagava per la sala come in cerca di qualcuno gli fece intendere che Khaliuscin non era tranquillo.

Il torneo iniziò il giorno successivo diviso in diversi segmenti secondo la forza dei giocatori. Quello super sfoggiava i contendenti già presentati. Nove turni di fuoco con una ricompensa, per il primo classificato, di 100.000 ( centomila!) euro, che non erano proprio noccioline. Il primo turno vide i seguenti abbinamenti: Khaliuscin-Shitiov; Denver-Krivillic; Larsen-Carvier e Anineda-Galepov. Come contorno altri tornei minori distribuiti nelle rimanenti stanze del CRAL. Tanzini arrivò in ritardo verso le dieci quando le partite erano già iniziate. Era stato una mezz’oretta davanti allo specchio indeciso se mettere su una camicia rosa una cravatta scura con riflessi rossastri, oppure una color sabbia dai ricami dorati. Come al solito aveva finito per sceglierne una terza dalla forte tinta marrone che si adattava meglio, secondo lui, al completo dello stesso colore.  Appena entrato si tolse il giaccone di pelle, lo appese al porta abiti che si trovava in una piccola stanza proprio davanti all’entrata, si strofinò le mani, tirò un sospiro di sollievo per  il bel tepore che lo aveva fatto rinascere e si diresse subito verso il bar ad ordinare un caffè che lo rinvigorisse ancor più.

“Buongiorno commissario, lei non gioca?” chiese con aria meravigliata il barista mentre puliva con vigore il bancone.

“Non mi sembra proprio il caso. Preferisco seguire gli scontri tra i big. Un evento così non lo voglio  perdere. Fammi un bel caffè forte, per piacere.”

“Certo quelli sono eccezionali. Devono avere un cervellone! Io non ci capisco niente e solo a conoscere tutte le regole mi ci vorrebbe un anno. E non ci capirei niente lo stesso.”

“Non esageriamo. Gli scacchi sono un gioco come un altro, anche se qualche scacchista se la tira parecchio.”

“Troppo modesto commissario. A me hanno fatto una certa impressione. Soprattutto quel Ca…Ca…Caspiterina…Hanno dei nomi, però!”

“Khaliuscin.”

“Quello lì, insomma. E’ venuto qui prima che iniziassero le partite con un mucchio di ammiratori che lo guardavano a bocca aperta. Ha preso un tè, ha sorriso a tutti, ha firmato alcuni autografi. Un vero signore, anche se…”

“Anche se?”

“Anche se, a vederlo da vicino, mi ha fatto l’impressione…”

“E che impressione ti ha fatto benedetto figliolo!”

“Mi ha fatto l’impressione di essere distratto. Ma parecchio distratto.”

“Complimenti, oltre che barista vedo che sei diventato anche un esperto psicologo.”

“Non mi sfotta commissario. Non sa quali mezzi abbiamo noi baristi per capire la psicologia dei nostri clienti. Volendo potremmo essere anche dei bravi detective.”

“Meno male che sono in pensione, altrimenti avrei avuto paura che prendessi il mio posto. Veniamo al dunque, Giuseppe, perché voglio andare a gustarmi il torneo. Il campione del mondo era distratto. Da che cosa lo ha arguito il nostro “giovin agitator di tazze”?”

“Dal tè.”

“Dal tè?”

“Esatto, l’ho capito proprio dal tè. Appena gliel’ho preparato non ha aspettato un secondo e l’ ha buttato giù senza fare una smorfia.”

“Perché, la doveva fare? Per caso ci avevi messo del sale al posto dello zucchero?”

“No, ma scottava di brutto e lui non se ne è nemmeno accorto.”

Il commissario si lisciò più volte il mento con la mano, pagò il conto e si diresse verso il salone del torneo principale senza dire parola lasciando interdetto lo psicologo-barista. Era come entrare in un luogo sacro. Silenzio assoluto. Gli otto contendenti, l’uno di fronte all’altro. Non ci si poteva avvicinare più di tanto perché ad una certa distanza dai tavoli da gioco scorreva un cordone rosso che ne impediva l’accesso. Si vedevano bene i giocatori ma non completamente le posizioni dei pezzi sulla scacchiera. Per fortuna era stato previdente ed aveva portato con sé un piccolo binocolo tascabile da teatro che poteva venire utile all’occorrenza. Sulla parete in fondo alla sala era proiettata una grande scacchiera, quella sulla quale giocavano Khaliuscin e Shitiov in modo da verificare in tempo reale le mosse dei due giocatori. La sala era illuminata da grandi lampadari di stampo antico e da piccoli fari moderni ubicati nei posti più opportuni. Tutta la scena gli fece una gradevole impressione e pensò che la ninfa Caissa dovesse ritenersi soddisfatta di questa “cerimonia” in suo onore. Di spettatori ce n’erano tanti ed era difficile trovare un posto in prima fila.

“Buongiorno, commissario.” si sentì sibilare all’orecchio destro in un sussurro improvviso che lo fece scuotere. Era Bafio Tolti, un insegnante in pensione dal naso prominente con il quale aveva allacciato una certa amicizia. Esperto di scacchi, gli aveva svelato più di un segreto. Molto preparato sulle aperture, cioè sul modo con il quale si iniziano e sviluppano le partite. Un po’ lunatico, ma schietto e provvisto di quella ironia tipicamente toscana che lo rendeva, secondo i punti di vista, simpatico o insopportabile.

“Venga qua che la metto al corrente della situazione. Dunque, in prima scacchiera abbiamo una Siciliana, nella seconda una Spagnola, in terza scacchiera una Francese e nell’ultima una Caro Kann. Ci sarà da divertirsi. Saranno faville soprattutto tra Khaliuscin e Shitiov, due tattici formidabili. Con la Siciliana non si scherza, soprattutto se si entra nella variante Najdorf.”

“Già, mi ricordo. Una volta ho visto alcune partite di questa continuazione che mi hanno fatto girare la testa.”

“Khaliuscin è comunque più forte e non dovrebbe avere problemi. Per la dolce fanciulla, invece, la vedo dura. Krivillic ha la faccia di un angelo ma è freddo come un sicario. Tra Larsen e Carvier non saprei. Certo la Francese è una brutta bestia. Lo stesso geniaccio di Fischer si trovava a disagio quando doveva combattere questo sistema. Io metterei un segno X. Anche lo scontro tra il Bello e la Roccia si presenta equilibrato. La Caro Kann è tosta, ma l’indiano l’ha spesso piegata con dirompenti sacrifici sulle case chiare. Vedremo. Intanto la saluto perché vado a curiosare negli altri tornei.”

“Grazie per le sue delucidazioni.” rispose sempre con un filo di voce per non disturbare. Poi, non potendo accedere ai primi posti, tirò fuori il piccolo binocolo e si mise ad osservare gli eletti. Partì dal duo più lontano costituito da Anineda-Galepov. Un bel contrasto, anche dal punto di vista fisico. Anineda, l’Apollo indiano, si ergeva con il busto quasi dritto appoggiandosi leggermente con gli avambracci sul tavolo. Gli occhi, nerissimi, si muovevano lenti da una parte all’altra della scacchiera come ad accarezzarla per strapparle delicatamente i suoi segreti. Solo le mani, lunghe e affusolate, denotavano una certa emozione andandosi ora a chiudere e ad aprire in una sorta di tacita preghiera. Galepov teneva il busto talmente piegato sul tavolo da sfiorare quasi con i baffi arricciati i suoi pezzi. Mascelle contratte come un giocatore di football americano. Quando doveva muovere prendeva pedoni, Torri, Cavalli e gli altri pezzi con tutte le dita della mano per piantarli direttamente sulla casa di arrivo come se ce li volesse inchiodare. Marco Tanzini pensò che un tipo così a trovarselo di notte in città avrebbe certamente causato qualche fatale aritmia.

Istintivamente spostò il binocolo verso la seconda coppia più lontana formata da Larsen e Carvier. Anche questa si rivelò piuttosto particolare. Lo svedese dal capello gialliccio, che risaltava come una pannocchia di granoturco, teneva il busto curvato sulla scacchiera e reggeva la fronte tra le mani congiunte con i pollici a fare da perno sulle tempie. Doveva essere arrivato ad un momento per lui importante della partita perché rimase immobile per molti minuti, prima di spostare delicatamente la sua Regina sollevandola con il pollice, l’indice e il medio della mano sinistra. Dopodiché si raddrizzò, girò più volte la testa attorno al collo, fece schioccare con un abile gesto le ossa delle dita delle mani, e incrociò le braccia al petto aspettando la risposta del suo avversario guardandolo dritto negli occhi. Carvier al momento non si mosse di un millimetro dalla sua posizione signorilmente statuaria, ma un lieve rossore che imporporò le sue guance fu indizio evidente che la mossa o l’atteggiamento di Larsen lo avevano in qualche modo colpito. Poi spostò lievemente la testa in posizione obliqua sulla sinistra, quindi sulla destra sempre tenendo sotto osservazione la scacchiera, accennò ad un lieve respiro e ritornò nella primitiva posizione aggrottando impercettibilmente le sopracciglia. Il suo rivale era giovane ma già dotato di fine malizia e con quella mossa doveva avere architettato un abile piano. Occorreva prevederne tutte le conseguenze, che dovevano essere piuttosto serie, dato che non si decideva a rispondere. Il commissario per un bel pezzo stette ad osservarlo spostando di tanto in tanto lo sguardo dalla scacchiera alla sua nuova cravatta di un classico blu mare. Poi, scoraggiato, puntò il binocolo in direzione della terza coppia Denver-Krivillic.

Una bella coppia sia dal punto di vista scacchistico che da quello fisico. La bionda Denver, avendo già effettuato la sua mossa con il Bianco, se ne stava in attesa della risposta come una intrigante gattina. Di tanto in tanto sbatteva le ciglia e toccava con le dita della mano destra una fine collana d’argento che scendeva da un collo di un bianco purissimo, oppure si acconciava con movimenti lenti i capelli che fluivano sulle spalle come una cascata dorata. Krivillic, a cui toccava muovere, stava appoggiato sul tavolo con il braccio sinistro, mentre  con la mano destra si teneva il mento con espressione assorta. Il volto, rotondo e fanciullesco, aveva un non so che di angelico e diabolico nello stesso tempo. I lineamenti erano dolci ma lo sguardo colpiva dritto come una spada. E non muoveva ciglio.

Marco Tanzini passò agli ultimi due: Khaliuscin-Shitiov. Proprio nel momento in cui l’inglese sollevava con il pollice, l’indice e il medio della mano destra il Cavallo da b8 e lo posava delicatamente e velocemente in d7 dopo avergli fatto disegnare nell’aria una breve curva verso sinistra. Poi scrisse la mossa sul formulario con gesto sicuro, si tolse gli occhiali, li pulì con l’apposito panno, se li acconciò di nuovo aggiustandoseli accuratamente e si mise ad osservare la scacchiera con un sorriso alla Monna Lisa. Un bel tipo, non c’è che dire. Il campione del mondo alzò per un attimo le sopracciglia e scrutò le sessantaquattro caselle con una intensità che non prometteva nulla di buono. Khaliuscin era un formidabile esperto della Siciliana e con questo sistema difensivo aveva colto straordinari successi. Specialmente con il Nero, è vero, ma anche con il Bianco non scherzava. Per un attimo sembrò tendersi come un felino che fiuta la preda, poi si ritrasse coprendo con il labbro inferiore parte di quello superiore con una smorfia che pareva di disgusto o di disagio. E così stette per un bel po’ fino a quando il commissario non si stancò di scrutarlo e ripose in tasca il binocolo.

Mentre i giocatori si stavano dando battaglia, l’arbitro internazionale Karl Lutz scivolava silenzioso intorno ai tavoli come un cane da guardia. Ogni tanto si avvicinava ai bordi delimitati dal cordone rosso per richiamare il pubblico al silenzio più assoluto con un piglio teutonico che non ammetteva repliche. E il suo operato poteva considerarsi fino a quel momento perfetto perché nella sala non si sentiva volare una mosca. Visto il momento di stallo degli incontri Marco Tanzini ne approfittò per dare uno sguardo agli altri tornei. E qui trovò impegnati gli abituali frequentatori del circolo di scacchi: i vari Alia, Ambrosanio, Benocci, Bettalli, Bianchi, Ciardi, D’Anza, Fagiolino, Gasparoni, Giovannelli, Gorelli, Joosten, Leoncini, Manfredi, Masullo, Pasquini, Patelli, Procacci, Quintetti, Savoi, Scala  tutti intenti a tessere le loro trame più o meno credibili.

Girando lo sguardo il commissario vide Luigi Barbafiera detto il “Barba” con il solito volto paonazzo che faceva da arbitro e gli venne spontanea una preghiera dal cuore affinché non succedessero diatribe tra i giocatori. Essendo tutto tranquillo ritornò nella sala del bar, si sedette nell’unica poltrona rimasta vuota, si accese il solito sigarello profumato e si immerse nella lettura del giornale. Lettura che ad un certo punto fu interrotta da una accesissima discussione tra un gruppo di amanti più o meno ricambiati di Caissa. Questa verteva evidentemente sull’andamento delle partite del supertorneo e sull’operato dei contendenti condita da qualche riferimento “ad personam”.

“Khaliuscin è partito all’attacco! Ha fiondato i pedoni sull’ala di Re e prima o poi tirerà fuori un sacrificio dei suoi.”

“A me pare piuttosto nervoso, si agita, fa delle smorfie, lo credevo più sicuro. E poi non è che Shitiov stia lì a guardare. Io non la vedo così cotta per il campione del mondo.”

“Nella Naidorf non c’è da stare mai sicuri. La sto studiando ora e se vi dicessi che ci capisco qualcosa…”

“E che ci vuoi capire se sai appena muovere i pezzi!”

“Perché te sei bravo, mira!”

“Comunque quell’inglese è furbo, non guardare se ha una faccia da bischero che schianta.”

“Perché Larsen non ce l’ha? Pare un bioccolo…”

“Sì, un bioccolo davvero, lo vedi come ti concia il damerino francese. Gli ha impiantato la variante Tarrasch che a me pare la migliore per il Bianco…”

“Meglio! Allora la Francese non la conosci proprio. Va attaccata e demolita con la spinta in e5, come diceva il grande Nimzotich o Nimzozin…”

“Nimzowitch ignorante! Prima di parlare impara almeno i nomi…”

“Insomma quello lì, basta capirci e per una volta non fare il saccentone.”

“Ragazzi, avete visto la grinta di Galepov? Stai a vedere che, gira e rigira, ti fa fuori il grande Anineda. A me la Caro Kann mi è sempre piaciuta. E’ tosta e non la butti giù nemmeno con le cannonate.”

“Sì, però è debolina sulle case bianche e poi giocare c6 al primo tratto è come perdere un tempo. Tanto vale fare c5 e si impianta la Siciliana che è poi quella che fa girare di più le tasche al Bianco.”

“Però comporta troppi rischi, mentre con la Caro Kann  si sta guardinghi, non ci si scopre, si aspetta il momento giusto e poi all’improvviso… zac, il colpo d’artiglio. Come quella volta che…”

“Fermo, non ci raccontare le tue avventure scacchistiche delle quali non ci importa un fico secco. Piuttosto avete dato un’occhiata alla Denver?”

“Anche due, se è per questo.”

“Un bocconcino niente male, eh?”

“Io le spaccherei subito l’arrocco.”

“Il solito delicatino. Io direi che è bella ma anche brava. Un cervello di donna che sta alla pari con quello degli uomini nel gioco degli scacchi, non è cosa di tutti i giorni. E poi non mi pare che sia in svantaggio con Krivillic.”

“Quello è indecifrabile. Non sai mai cosa gli passa per la testa. Per me sarebbe stato anche un ottimo giocatore di poker.”

“E’ vero. L’ho fissato per un bel po’ e non gli ho mai visto cambiare espressione, anche quando la Denver lo scruta con quegli occhioni dolci…”

“Figurati se si lascia incantare. Quando c’è di mezzo un bel mucchio di soldi non si guarda in faccia a nessuno. Anche se si trattasse di miss mondo.”

“Mica vero. Io per esempio…”

“Ma te, ci credo, andresti a letto anche con la tu sorella…”

“O… stai attento, pallino…”

E la discussione finì in una specie di amichevole rissa. Mano a mano che terminavano le partite dei tornei secondari i giocatori si assiepavano davanti al bar dove si potevano ascoltare discorsi di questo genere che sono poi quelli che si ripetono puntualmente nei tornei di tutto il mondo:

“Com’è andata?”

“Mah, insomma, ho buttato via una partita vinta! Avevo un pezzo di vantaggio e non so nemmeno io…”

“Perché io no? Porca miseria, avevo distrutto il mio avversario, tra l’altro un tipo antipatico…”

“Lo conosco, anche a me sta sulle palle. Si dà un sacco d’arie…”

“L’avevo distrutto completamente, bastava un minimo di attenzione nel fermare quell’idiota di pedone libero…porca miseria!”

“Ragazzi, che forza! Sono riuscito a ribaltare una partita completamente persa!”

“Che culo! dovresti dire, non ho mai visto uno con un popò di didietro come il tuo. A casa invece del gabinetto hai di sicuro la cloaca massima.”

“O… ascolta, se i miei avversari sono bischeri non è colpa mia. ”

“La Siciliana proprio non la digerisco. Becco certe batoste. Bisogna che cambi apertura.”

“Invece dell’apertura cambia cervello!”

“Bellino il tuo! Ho visto come giochi e non mi pare che tu l’abbia più grande di quello di una gallina.”

“Guarda che io ero in vantaggio…”

“Ma fammi il piacere, avevo anche un pedone in più.”

“E che significa il vantaggio di un pedone in una posizione come quella in cui tutti i miei pezzi erano all’attacco!”

“Ma che attacco e attacco, non avevi un bel niente.”

“Allora se la pensi così è inutile discutere. Tanto vuoi sempre avere ragione.”

“Accidenti, con questa sconfitta ho perso un sacco di punti Elo!”

“Io, invece, se sto attento divento prima nazionale.”

“A te la prima nazionale te la dovrebbero dare per diritto di anzianità. Sono dieci anni che ci stai dietro e non riesci a prenderla!”

“Proprio non capisco, mi ero preparato bene sul libro di Bafio Tolti e invece il mio avversario mi ha sorpreso con una novità…”

“Ci credo, se dai retta a Bafio Tolti, tutti ti sorprendono.”

“Questo torneo è proprio forte. Oggi sono tutti preparati. Con il computer in quattro e quattr’otto si imparano un sacco di cose.”

“A me, francamente, pare un torneo di merda.”

“Il solito borioso. Per te tutti i tornei sono di merda e poi non raccatti pallino.”

E così via. Le partite dei grandi terminarono entro le tredici e trenta con i seguenti esiti: vittoria di Khaliuscin, Krivillic e Anineda, patta tra Larsen e Carvier. L’uscita dalla sala del campione del mondo avvenne in tutta fretta senza salutare nessuno, lasciando di stucco la platea dei suoi attoniti ammiratori.

Da “Chi ha ucciso il campione del mondo?- Scacchi e crimine” di Mario Leoncini e Fabio Lotti, Prisma 2005. Mario ha curato la parte riguardante lo stretto legame che c’è fra gli scacchi e la letteratura poliziesca. Per richiederlo prisma@nexus.it . Prezzo 10 euro.

avatar Scritto da: Fabio Lotti (Qui gli altri suoi articoli)


8 Commenti a Chi ha ucciso il campione del mondo?

  1. avatar
    Vecchio Neroazzurro 23 gennaio 2011 at 11:29

    Mi e’ piaciuto molto! bravo, proprio bravo

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    Fabio Lotti 23 gennaio 2011 at 11:46

    Accetto ben volentieri un complimento da un “nemico”, essendo io un “Vecchio bianconero” (pure parecchio incazzato)… 🙂

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    Luca Monti 23 gennaio 2011 at 12:34

    Un altro bel racconto di Lotti. Anche a me accadde una volta d’ingurgitare una bevanda bollente;rimasi per un paio di giorni con la lingua salmistrata 😥 .Solo allora capii che mai sarei divenuto Campione del Mondo! Mi chiedevo: l’anziano insegnante in pensione Bafio Tolti nei suoi anni giovanili fu un incallito fan del Dragone?
    😛

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    Fabio Lotti 23 gennaio 2011 at 13:33

    E’ vero. Sono stato un incallito fan del Dragone. Oggi non lo gioca quasi più nessuno ma, sono sicuro, ritornerà il momento in cui sputerà ancora fuoco e fiamme! 🙂

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    Mongo 23 gennaio 2011 at 13:44

    Senza dubbio: il migliore della trilogia!!!

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    Fabio Lotti 23 gennaio 2011 at 15:33

    Scusa Mongo, non mi dire che li hai letti tutti e tre che non ci credo! …:-)

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      Mongo 23 gennaio 2011 at 17:40

      Ebbene si, maledetto Carter!!! Li ho davvero letti tutti e tre
      ed è stato un piacere, li ho molto apprezzati: sia per il tuo lavoro che per quello di Mario.
      Quando mi voglio prendere delle pause dalle mie solite letture (Che, Trotsky, Lenin), mi dedico alla lettura di romanzi (Jack London in primis) e di gialli (Faletti, Lotti, Simenon ed Ellery Queen).
      Sto scrivendo un breve ‘giallo’ per i ‘fratelloni’ di SoloScacchi e, se decente, uscirà su questo sito ad inizio primavera.

  7. avatar
    Fabio Lotti 24 gennaio 2011 at 15:27

    Allora aspetto con piacere l’uscita del tuo gialletto. Naturalmente accetto la tua amichevole presa in giro nel mettermi tra Faletti, Simenon ed Ellery Queen. E comunque Faletti ti ringrazia per essere stato messo in compagnia degli ultimi due…:)

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