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L’ultimo volo

Scritto da:  | 26 Dicembre 2009 | Un commento | Categoria: Stranieri

«On ne voit bien qu’avec le cœur. L’essentiel est invisible pour les yeux.»

Si era alzato presto quella mattina. Fuori piovigginava e c’era una certa foschia che dava alle luci dei lampioni un sapore di lontananza, quasi d’irrealtà. Lontananza da casa, ma quella lontananza sarebbe durata poco perchè il Torneo era arrivato all’ultimo turno e la sera, dopo la partita del pomeriggio, sarebbe salito su un aeroplano per tornare verso casa. Era tutta la vita che saliva e scendeva dagli aerei ma aveva incominciato tardi a usare quel mezzo. Da ragazzo si svegliava presto per incamminarsi dal suo villaggio, Narva, verso la vicina scuola, a piedi era un tragitto lungo, spesso nevicava ed il sentiero costeggiato da alti filari di brulli alberi era ghiacciato e scivoloso, eppure arrivar presto poteva significare avere mezz’ora di tempo per consultare qualche libro prima che iniziassero le lezioni. Qualche libro di scacchi ovviamente, non ce n’erano tanti in circolazione e quei pochi dalle pagine consunte e ingiallite, il giovane Paul Keres li divorava letteralmente con famelica ingordigia.

KeresFischer
Ma quella domenica mattina all’albeggiare tornò presto ad accostare le tende di quella camera d’albergo perchè desiderava prepararsi ancora un poco per l’ultima decisiva partita. Il torneo era già saldamente nelle sue mani, una patta sarebbe stata sufficiente per la vittoria finale, ma quella partita rappresentava qualcoasa di ben più importante, di molto più importante per l’establishment del suo paese. Era il periodo in cui l’astro nascente dello scacchismo sovietico Tolja Karpov stava per ereditare, forse politicamente prima che  sulla scacchiera, lo scettro che era appartenuto a Bobby Fischer, il genio americano che dopo decenni di strapotere sovietico, come un fulmine a ciel sereno, aveva di colpo riazzerato tutte le gerarchie scacchistiche. Negli anni della guerra fredda era stato un colpo durissimo per i vertici, scacchistici e non solo, dell’Unione Sovietica. Improvvisamente era tornato tutto in discussione ed ogni occasione di sfida tra un americano ed un russo si trascinava l’eco della sfida Reykjavík, quella che Occidente era stata definita “Il match del secolo” mentre a Mosca e dintorni era un’onta da lavare a tutti i costi.

Keres aveva vissuto un po’ in disparte gli avvenimenti, ultimamente era stato poco bene di salute, e a dispetto dei risultati agonistici ancora lusinghieri, la sua Federazione lo aveva da tempo confinato a ribalte ben meno prestigiose di quelle che aveva calcato negli anni d’oro. Quelli delle sfide con Capablanca e Alekhine prima, e con Botvinnik, Smyslov, Petrosian e Spassky successivamente. Un segno che il prestigio di cui godeva il grande estone forse non era più lo stesso lo notava egli stesso nel modo in cui la Federazione sovietica gestiva gli inviti per i grandi tornei internazionali: sempre più rare erano le occasioni per lui di esser chiamato a prender un aeroplano e a difendere i colori della bandiera del suo paese in tornei di primo piano. Lo stesso era avvenuto al pur altrettanto celebre Spassky reo di aver perduto la sfida memorabile con Fischer. Al Torneo di Milano di agosto, il supertorneo di quel travagliato 1975 (anche se allora il termine non era così in voga come ai nostri giorni) tra i sovietici invitati non c’erano né lui né Spassky, la Federazione sovietica chiamò invece Tal, Petrosian e appunto Karpov.

Ma a Keres tutto questo importava relativamente, in fondo la sua ultima apparizione in un Ciclo dei Candidati risaliva a dieci anni prima e davvero poco ci mancò che Spassky, allora in grande ascesa, non dovesse fermarsi nella sua corsa al titolo di Campione del Mondo: decisiva fu l’ultima partita, la decima, in cui in un’epica Ruy Lopez forse solo la baldanza e l’energia giovanile della promettente stella di Leningrado ebbe la meglio sull’esperienza del “vecchio” gladiatore.

A Vancouver il clima era abbastanza simile a quello della natia Tallinn e questo sembrava rassicurarlo, eppure era nervoso, forse conscio dell’importanza “mediatica” di quell’incontro. Walter Browne, australiano “naturalizzato” statunitense era il campione nazionale, un giocatore avvezzo ad ogni malizia che potesse assicurargli la vittoria ad ogni costo, espertissimo nel gioco lampo, era soprannominato “the fighter” per la fame di vittoria che gli sprizzava da ogni poro appena si sedeva alla scacchiera.

Il Torneo si disputava nell’aula magna della University of British Columbia e Keres arrivò puntuale come d’abitudine, nella sua eleganza inappuntabile da gentiluomo d’altri tempi. Browne fece invece un ingresso alla Bobby Fischer: trafelato e di corsa si sedette alla scacchiera con il suo inimitabile ondeggiare dei capelli lunghi stile “beat generation”, compilò con uno scarabocchio illeggibile il formulario, mosse rapido il suo Pedone di Re, schiacciò l’orologio a tese la mano di scatto al suo più composto avversario. La sfida ebbe inizio.

BrowneKeres
La tensione fin dall’avvio fu subito altissima, Browne, pieno di tic nervosi, quasi si dimenava sulla sedia, doveva vincere a tutti i costi per rincorrere un piazzamento sul podio che alla vigilia sembrava ampiamente alla sua portata. Un paio di passi falsi nelle fasi iniziali del torneo sembravano avergli compromesso il successo finale ma, con un briciolo di quella fortuna che “the figher” riusciva a rimorchiare con frequente successo, tutto era ancora possibile. Il Grande Maestro ungherese Gyozo Forintos ed il suo connazionale Istvan Bilek erano due degli altri favoriti della vigilia ma uno strano scherzo del destino li aveva messi uno contro l’altro in un “derby” fratricida nell’ultimo turno. Il Grande Maestro locale Duncan Suttles, forse non in forma smagliante, aveva invece condotto un torneo non all’altezza delle aspettative ma era anch’egli pronto a dar la zampata vincente. Sorprese del torneo si erano invece rivelati il Maestro canadese Elod Macskasy ed il futuro teorico e autore di bestsellers scacchistici di notorietà mondiale John Watson.

A Keres quell’ultima decisiva Ruy Lopez della sfida con Spassky non era proprio andata giù, non aveva meritato la sconfitta e decise di ripetere la stessa scelta di apertura anche contro Browne, era questione d’orgoglio, più che il risultato, a contare per lui. E della Partita Spagnola scelse una variante allora non così di moda come oggi: la Difesa Berlinese, il cui trattamento richiede una sensibilità strategica non comune, tale probabilmente da disorientare la foga d’attacco del giovane avversario nordamericano.

Passati i fumi del suo assalto apparve chiaro che tutto era perduto, Keres ebbe la sua rivincita, al termine di un’epica battaglia sconfisse Browne ed il fantasma di Spassky. Fu il canto del cigno di quel grande poeta della scacchiera… si chiamava Paul Keres, salì su un aereo, l’ultimo volo, come quello di un altro poeta, Antoine de Saint-Exupéry, Piccolo Grande Principe…

PetitPrinceAvion

[il 5 giugno 1975, undici giorni dopo quella memorabile partita, Paul Keres, sulla via del ritorno verso Tallin, muore di un attacco di cuore]

Tabellone

avatar Scritto da: Martin (Qui gli altri suoi articoli)


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Un Commento a L’ultimo volo

  1. avatar
    e4d6 26 Dicembre 2009 at 10:41

    curioso torneo dove forti GM come Browne, Bilek, Forintos e Suttles sono finiti dietro a dei 2100……

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