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Al Caffè Branca: altre figure da ricordare

Scritto da:  | 19 novembre 2015 | 12 Commenti | Categoria: C'era una volta, Italiani, Personaggi

Figure del Branca 4Proseguo nella mia piccola galleria di ricordi di figure significative, a vario titolo, da me conosciute nel fantastico ambiente del Circolo scacchistico Branca; parlerò questa volta di un personaggio forse poco noto, ma che a suo modo ha tentato di dare una svolta importante agli scacchi romani. Il suo tentativo, protrattosi per molti anni, è stato quello di creare una scuola di scacchi di tipo nuovo, su basi economiche ed  imprenditoriali, con una visione del gioco di chiara impronta educativa, filosofica, culturale e non soltanto agonistica-ricreativa.

Giuseppe Lodà

Giuseppe Lodà (o forse Loda, come si firmava il fratello Natale; evidentemente qualche errore anagrafico aveva prodotto qualche incertezza sulla corretta grafia del cognome), “Peppe” o Peppiniello” per gli amici, è stato (ne parlo purtroppo al passato perché ormai deceduto da alcuni anni) un insolito ed originale personaggio. Alto e snello, viso lungo e affilato, carnagione e capelli chiari, tendenti quasi al biondo rossiccio (purtroppo non ho fotografie di lui e la descrizione è solo dovuta alla memoria, spero non ancora troppo offuscata, di amico e compagno di squadra),  parlantina sciolta e battute pungenti, carattere puntiglioso e talvolta insofferente con chi fosse al di fuori del suo giro di amicizie; scacchisticamente non eccelso, ma di buon livello tattico e pieno di inventiva.
Lo conobbi ovviamente al caffè Branca e ci fu una immediata e reciproca simpatia, anche se all’inizio della nostra conoscenza rimanevo talvolta perplesso, vista la mia ignoranza in materia, di fronte a qualche suo discorso di carattere economico-finanziario, che lui amava spesso applicare anche agli scacchi; evidentemente stavano già germinando le sue idee in materia.
Insieme agli amici William Sprovieri (allora una fortissima 1°nazionale) e Severo Ricci (una solida 2° nazionale),  Peppe Lodà (allora 3° nazionale) ed il sottoscritto (inclassificato, anche se avevo già dato segni di possedere un buon livello di gioco), costituimmo una squadra a cui il fantasioso William impose il nome “Ucci Ucci” (il riferimento alle favole di orchi era del tutto voluto!). Nonostante fossimo, sulla carta, poco competitivi di fronte a molte squadre che annoveravano maestri e candidati, riuscimmo a vincere il campionato romano a squadre del 1969 e arrivammo secondi in quello del 1970. Il merito era da suddividere equamente tra tutti noi, in quanto sulle prime scacchiere Sprovieri e Ricci riuscivano a non sfigurare ottenendo buoni risultati anche contro avversari più quotati, mentre in 3° e 4° scacchiera Lodà ed il sottoscritto facevano quasi sempre il pieno. La fiducia e la stima reciproca e l’affiatamento creatosi nella squadra era totale.

Figure del Branca 15
Racconto tutto questo perché ritengo (e “Peppe” Lodà me lo confermò, più o meno esplicitamente molti anni dopo, in uno dei saltuari incontri che avemmo in seguito) che quell’esperienza di squadra così positiva e gratificante fu uno dei fattori che lo ispirò per avviare le sue iniziative, di cui parlerò adesso più diffusamente, per quanto me lo permette la mia scarsa conoscenza dei dettagli e delle interne vicende, vista la mia lontananza dall’ambiente scacchistico in quel periodo.
Il carattere manageriale e lo spirito imprenditoriale portarono Lodà, negli anni ’70 e ’80, a tentare varie strade, molto innovative e assai poco sperimentate nel mondo degli scacchi di allora (perlomeno in Italia). L’idea di rendere economicamente sostenibile una iniziativa di diffusione degli scacchi  era il suo obiettivo di fondo.
Dopo vari tentativi di formare una propria squadra di scacchi sponsorizzata (ricordo in proposito la Stilfar Scacchi), con risultati alterni e mai duraturi, intraprese quello che fu il suo progetto più ambizioso: insieme ad un gruppo di amici scacchisti (Dell’Accio, Pagliaroli, Saetta, Tammaro, leggo sulla lettera-manifesto) avviò la realizzazione di una vera accademia o scuola di scacchi, che aveva lo scopo di fornire agli allievi una base non solamente tecnica, ma soprattutto di inquadrare gli scacchi in termini educativi, culturali, filosofici, psicologici.  Questo è il manifesto programmatico dell’iniziativa (che Giuseppe, nel 1987, mi pregò di diffondere tra gli scacchisti della Banca d’Italia, dove allora lavoravo, insieme ad alcune copie del libro citato in appresso).

Figure del Branca 3Il fratello di Giuseppe, Natale, insolito tipo di filosofo, fornì certamente, con un suo interessante ed originale libro, le basi teoriche e concettuali dell’iniziativa; iniziativa  che riuscì a  coinvolgere anche Stefano Tatai, probabilmente il più esperto e preparato docente scacchistico dell’epoca, che scrisse la prefazione al testo (“ La ricerca della verità sugli scacchi, ecco l’interesse principale del giocatore” è una delle belle e suggestive affermazioni di Tatai contenute in essa).

Figure del Branca 2

Figure del Branca 1La Scuola di scacchi, situata nel quartiere Monteverde, si tenne in vita per diversi anni, ma non riuscì a decollare come Giuseppe aveva sperato. Roma, purtroppo, con il suo “eterno” carattere scettico non è mai stata una piazza facile per nessuna iniziativa (scacchistica o non) di lunga durata, figuriamoci per questa che si proclamava apertamente rivoluzionaria (ed in effetti certamente lo era per quei tempi, forse non  maturi per dare spazio ad imprese del genere).
Vista la mia scarsa conoscenza dei dettagli della vicenda, credo sarebbe molto interessante se qualcuno dei promotori o qualche scacchista romano allievo della scuola avesse voglia di raccontare qualcosa di più su nascita, vita e morte di quell’iniziativa, che avrebbe certamente meritato maggiore successo.
In tutti i casi, un tardivo ma doveroso omaggio ed un riconoscimento alla tenacia va al suo ideatore e propugnatore, l’amico Giuseppe Lodà.

Figure del Branca 10

avatar Scritto da: Fabrizio (Qui gli altri suoi articoli)


12 Commenti a Al Caffè Branca: altre figure da ricordare

  1. avatar
    Yanez 20 novembre 2015 at 11:54

    Ancora una volta un interessantissimo e affascinante viaggio nella storia degli scacchi romani firmato dal grande Fabrizio: grazie!




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    • avatar
      fabrizio 20 novembre 2015 at 12:19

      Troppo buono Yanez!




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  2. avatar
    Martin 22 novembre 2015 at 16:34

    Una delle mie “serie” preferite… ancora una volta bravissimo, Fabrizio!




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  3. avatar
    Tamerlano 25 novembre 2015 at 08:49

    Leggo in ritardo ma faccio lo stesso i miei complimenti a Fabrizio per questo addendum di suoi ricordi: grazie. Io conobbi Giuseppe Lodà e partecipai ad un corso tenuto da Stefano Tatai probabilmente nei locali della Stilfar o nei suoi pressi…




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  4. avatar
    Franco Trabattoni 29 novembre 2015 at 01:08

    Grazie, Fabrizio, per questi ricordi di Giuseppe Lodà. Scusandomi con tutti gli amici per la sporadicità dei miei interventi, mi ritaglio un momento di tempo per aggiungere qualcosa al ritratto di una persona che ho conosciuto abbastanza bene. Anzi, più che una persona, direi una famiglia. Natale Loda non l’ho mai visto di persona, ma ero molto amico dell’altro fratello Domenico, giocatore di prima categoria nazionale davvero molto appassionato, che abiatava a Monza (purtroppo da qualche anno è mancato anche lui). Poi sono sicuro che c’era anche una sorella, scacchista pure lei. Giuseppe lo vedevo spesso quando veniva a Monza a trovare il fratello, e immancabilmente ci convocava al Circolo per interminabili sedute di lampo. E’ vero, come dice Fabrizio, che non era uno scacchista particolarmente forte; ma aveva una certa bizzarra inventiva tattica, che del resto era il corrispettivo perfetto del suo modo piuttosto originale di concepire l’esistenza. Ne so qualcosa perché il fratello Domenico, ben piantato nella sua solida posizione familiare e sociale (ingegnere, ex pilota militare, imprenditore pionieristico nel campo dell’informatica, con alle spalle molti anni vissuti negli USA e una perfetta conoscenza dell’inglese), me ne parlava spesso con preoccupazione. In altri termini, secondo il fratello Domenico Giuseppe coltivava progetti abbastanza bislacchi su come sbarcare il lunario e riscuotere successo nel mondo – ahimé ben poco fantasioso, almeno allora – dell’impresa privata e del libero mercato. L’idea di fare soldi con gli scacchi, e soprattutto nel modo in cui sperava di farlo lui, oggi potrà forse sembrare pionieristica, ma allora si sarebbe probabilmente meglio definita come prematura. Difficile pensare, allora, a una scuola di scacchi a iniziativa interamente privata capace di stare in piedi a Roma con le sue gambe, dovendo sostenere a prezzi di mercato tutte le spese che questo comportava. Come ricorda Fabrizio, fu scritturato Tatai, e questo certamente dava lustro all’impresa. Ma Tatai era un professionista a tutti gli effetti, e dunque il giro di affari e di clientela necessario per garantire la sua collaborazione continuativa avrebbe dovuto essere piuttosto consistente. Queste, almeno, erano le impressioni di molti che vedevano la faccenda da fuori. Ma certamente c’è qualcuno in proposito più informato di me: dell’effettivo sviluppo dell’iniziativa, e di come sia finita, io non so niente, e dunque può darsi che fossero tutte impressioni sbagliate. Diciamo che il dotto libro di Natale Loda (come mi disse Domenico, unico fra i 4 fratelli Natale si era fatto togliere legalmente l’accento, stufo dei miserabili sfottimenti sul doppio senso), che possiedo e che ho avuto anche modo di leggere in parte, è un trattato di filosofia (non proprio della più aggiornata, per la verità, visto che il punto di riferimento dell’autore, se non ricordo male, è Ugo Spirito), dove di scacchi veri e propri non si parla mai. Dal libro sembra quasi dedursi che per giocare bene a scacchi la cosa essenziale sia un atteggiamento spirituale dinamico e creativo, capace di scioglere la “concrezione” (termine che per Natale riassumeva tutto quanto c’è di negativo) e trasformarla in mobile energia vitale. Pertanto il libro, come biglietto da vista per chi fosse interessato alla sucola di scacchi semplicemente per imparara bene il gioco, era di assai difficile decifrazione – e dunque non proprio invitante. Non dubito che in un mondo migliore del nostro i pregi didattici (intendo in termini di formazione) e culturali di un’iniziativa del genere meriterebbero di essere riconosciuti. Ma purtroppo il mondo in cui viviamo è quello che è; e la scuola di scacchi di Giuseppe Lodà ci sembrava (dico a Domenico e a me) il ritratto fedele della pesonalità aventurosa e romantica del suo inventore, un vulcano mai spento di idee e di progetti più o meno fantastici, ma mal temperato dal necessario spirito pratico.




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    fabrizio 29 novembre 2015 at 10:29

    Grazie a te, Franco, per le preziose aggiunte e precisazioni sulla figura di Giuseppe Lodà e della sua famiglia. Condivido pressoché totalmente le tue considerazioni su Giuseppe e sulla sua iniziativa, ma bisogna riconoscergli certamente grandi doti di coraggio e tenacia, con le quali ha tentato di realizzare le sue idee.
    Riguardo al libro filosofico del fratello Natale, ricordo di averlo letto allora (non credo però di averlo capito del tutto) e di essere rimasto un po’ perplesso: come tu dici, non mi sembrò il miglior biglietto da visita per attirare il giocatore medio di scacchi; delineava però una metodologia di apprendimento ed un percorso di studio (vedi il Corollario al capitolo primo) forse non peregrino, almeno per i tempi e la cultura scacchistica di allora. Peccato che qualche allievo della scuola non porti la sua testimonianza in materia.




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    Mauro 15 dicembre 2015 at 19:20

    Buongiorno a tutti,
    io sono un ex allievo della Scuola di Scacchi di Roma e, ancor prima, della Stilfar Scacchi, che aveva sede in viale Manzoni, presso l’omonimo negozio di mobili che – credo! – esiste tuttora. Dopo chiusa la Stilfar, l’amico Peppe Lodà, che io ho conosciuto molto bene, trasferì la Scuola nella ‘bottega’ di Monteverde. Ci tengo a chiarire subito che la definisco ‘bottega’ nel senso intellettuale del termine, e cioè come fucina di idee, e non per il fatto che avesse, come aveva, dimensioni ridotte.
    Insieme a me, partecipavano alla Scuola altre persone che poi non tutte hanno continuato a frequentare il mondo scacchistico, non so se posso farne i nomi e, quindi, me ne astengo, dirò soltanto che frequentava la Scuola anche la sorella di Peppe, che io pure ebbi modo di conoscere bene, così come conobbi bene anche il fratello Domenico, per avere avuto occasione di incontrarlo in numerosi tornei in giro per l’Italia, ma, se non ricordo male, soprattutto al torneo che si svolgeva all’Isola d’Elba, a Lacona.
    Naturalmente, ho conosciuto, anche se un poco meno bene perché aveva un carattere diverso, anche il fratello filosofo, Natale, ed anzi, possiedo ancora due copie del famoso libro ‘Il giocatore di Scacchi ’ che la Scuola pubblicò.
    Ho conosciuto, e conservo di lui un grato ricordo perché fu il mio primo Maestro di scacchi, il Maestro Cataldo dell’Accio, che teneva i corsi già alla Stilfar; e ricordo molto bene anche Paolo Pagliaroli che teneva soprattutto le ‘simultanee con l’orologio’, uno dei fiori all’occhiello della didattica della Scuola.
    Smisi, poi, di frequentare la Scuola per qualche incomprensione sorta con Peppe ma, forse, soprattutto, perché mi convinceva poco l’antiteoricismo che vi si professava.
    Qualche anno fa, mentre ero a Caserta per lavoro, una sera, in albergo, mi collegai al sito della Federazione ed appresi la notizia della scomparsa di Peppe, e ci rimasi molto male; all’improvviso realizzai che tutte le cose che non ci eravamo detti, non avremmo mai più avuto modo di dircele. Un pensiero banale, lo so, ma come terribile nella sua banalità è sempre la morte.
    Oggi, di quell’esperienza cerco di conservare solo i ricordi belli, erano gli anni della mia giovinezza e dei miei primi passi nel mondo degli scacchi, io ho cominciato proprio lì. Non che, poi, sia andato molto lontano, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.




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      fabrizio 15 dicembre 2015 at 20:57

      Grazie Mauro per questa tua testimonianza su Peppe Lodà e la sua iniziativa. Mi incuriosisce molto quello che dici riguardo “l’antiteoricismo” della sua scuola. Avendo conosciuto abbastanza bene lui e letto il libro filosofico del fratello, non mi sorprende affatto che non venisse data importanza prioritaria alla “teoria degli scacchi” intesa come studio e memorizzazione di aperture e finali; l’obiettivo, mi sembrò di capire dai miei rari incontri con Peppe in quegli anni, forse era quello di sviluppare negli allievi la “visione di gioco” e far interpretare gli scacchi come attività mentale di livello elevato. Ma le mie sono soltanto supposizioni: tu puoi dire qualcosa di più concreto? Grazie e ciao. Fabrizio Antonelli




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  7. avatar
    Mauro 17 dicembre 2015 at 10:53

    Caro Fabrizio,
    Sono io che ti ringrazio per l’attenzione che mi hai dedicato e, soprattutto, per l’occasione che mi offri di tornare a ricordare quegli anni.
    Credo che la più bella definizione dell’ ‘antiteoricismo’ che si professava alla Scuola di Peppe Lodà, l’abbia data, del tutto inconsapevolmente, una persona che – almeno a quanto mi risulta, – forse, Peppe Lodà non l’ha nemmeno mai conosciuto. Per spiegartelo, mi devi consentire di indulgere brevemente ad un altro piccolo ricordo personale. Quando la Stilfar di Viale Manzoni chiuse, trascorse circa un anno prima che Peppe riaprisse la Scuola a Monteverde, in quell’anno io presi a frequentare l’Accademia Scacchistica Romana, circolo che, fino a poco tempo fa, ho continuato a frequentare regolarmente. [Recentemente, ho diminuito di molto la mia frequentazione per due motivi. Anzitutto, perché sono convinto che nell’epoca di internet il modo di essere dei tradizionali circoli di scacchi, cosi come siamo abituati a conoscerli, abbia fatto il suo tempo; ed in secondo luogo, perché, per quanto riguarda specificamente lo scenario romano, penso che sia a dir poco disdicevole che una città come Roma non abbia più da anni un torneo internazionale di livello, e questo avviene soltanto perché i suoi due principali circoli, l’Accademia da un lato e Lazio Scacchi, dall’altro, badano solo ad organizzare i loro torneini semi-lampo, week-end, ed infrasettimanali, senza curarsi di nulla che vada minimamente al di là di questo. Ma, naturalmente, tutto questo esula da ciò di cui stiamo parlando e, se mai, dovremmo farne oggetto di un distinto dibattito. Scusami, e torniamo all’antiteoricismo ]. L’Accademia Scacchistica che, in quegli anni, era situata ancora nella sua sede storica di Viale Giulio Cesare, a quel tempo era animata dai Maestri Primavera, il padre Giuseppe, ed il figlio Roberto. Ebbene, un giorno io assistetti a questa scena: un giovanotto stava mostrando al Maestro Giuseppe una variante della Siciliana e gli sciorinava sotto il naso, sulla scacchiera, con la velocità del fulmine, mosse su mosse, varianti e sottovarianti su varianti e sottovarianti, smontando e ricostruendo posizioni con una precisione, rapidità e sicurezza da restare senza fiato. Alla fine, il giovanotto chiese al Maestro un giudizio sulla variante. Il Maestro Giuseppe si limitò ad osservare la posizione che il giovanotto gli aveva lasciato davanti agli occhi sulla scacchiera, e dopo qualche istante di riflessione, si limitò a prendere un pezzo e muoverlo. A quel punto, il giovanotto rimase perplesso e, dopo avere a sua volta osservato la posizione, domandò al Maestro ‘Ma questa, è teorica? ’ Il Maestro Giuseppe, a quel punto, alzò lo sguardo e sorridendo gli rispose ‘A scacchi non esistono mosse teoriche, esistono solo mosse bone e mosse cattive, e a me questa me pare bona!’, (bisogna ricordare che i Maestri Primavera erano di origine toscana). Come ripeto, non so se il Maestro Primavera abbia mai conosciuto Peppe Lodà, ma questa mi sembra la migliore definizione dell’antiteoricismo: ‘A scacchi non esistono mosse teoriche, esistono solo mosse bone e mosse cattive ’. Naturalmente, su questo punto non si può non essere d’accordo, e del resto questo tipo di antiteoricismo possiamo dire che costituisce, ormai, patrimonio comune del sapere scacchistico, paradossalmente potremmo dire che è divenuto ‘teorico’. Basta sfogliare un qualsiasi libro di ‘teoria’ per leggervi la raccomandazione che a nulla vale imparare decine e decine di varianti a memoria. Il vero nodo del problema, però, è un altro, e questo fu anche il punto di infinite discussioni con Peppe, svoltesi, mi ricordo, sia a Scuola ed anche molto spesso proseguite, dopo chiusa la Scuola, nel baretto lì vicino. Il punto, secondo me, è che se è vero, come io credo che sia vero, che il fascino degli scacchi consiste anche nel loro essere specchio della vita, allora è anche vero che a scacchi, come nella vita, esistono delle regole. Regole che, ovviamente, non sono solo quelle che governano il movimento dei pezzi, ma sono vere e proprie ‘regole di condotta’ che equivalgono, secondo me, ad un dipresso, a quello che sono i principi etici nella vita, ossia sono delle regole che aiutano a ben condursi. Penso ai principi strategici, ai principi che governano i finali, o, anche, a quelle che secondo me costituiscono vere e proprie strutture ontologiche degli scacchi, come il Centro, lo Sviluppo, ecc. Ora, dire, come si legge nel libro di Natale Loda, che tutte queste cose costituiscono ‘concrezioni ’ che il genio individuale deve bruciare come legna portata al focolare della creatività individuale, e liberarsene come di altrettante catene che imprigionano, come camicie di forza, il suo genio, significa, secondo me, semplicemente prendere un abbaglio. Peppe, mi ricordo, a lezione insisteva e ripeteva spesso che il compito dello scacchista era quello di ‘risolvere’ (lui diceva proprio così) le posizioni. Affermazione affascinante, e sulla quale sarebbe difficile dissentire, ma ‘risolvere’, come? Utilizzando quali strumenti? Il genio o il talento da soli non bastano, sono una componente fondamentale degli scacchi, ma non si può insistere solo su questo. Purtroppo, o per fortuna (secondo me, per fortuna), non esistono superuomini, né nella vita né a scacchi, ma tutti siamo modesti operai della conoscenza ed abbiamo bisogno di regole per il nostro agire. Concludo con un esempio. Chi, come noi, ha conosciuto Peppe, sa che, molto spesso, lui, col Nero, adottava una difesa pressochè universale basata sulle mosse iniziali 1)…-a6; 2)…-b5; così come, ad esempio, col Bianco, apriva spesso con 1)g4. La filosofia che sta dietro simili aperture, soprattutto quella col Nero, è che il genio risolutore non è schiavo di quelle catene ideologiche che comandano di occupare o controllare il Centro o, comunque, lottare per esso, ma gioca e vince anche cominciando con mosse che non fanno nulla né per il Centro né per lo Sviluppo. Purtroppo, secondo me, non è così. Se da secoli si predica di lottare per il Centro, questo non avviene per caso o per ideologia, ma perché generazioni di scacchisti che ci hanno preceduti hanno sperimentato che conviene fare così. Del resto, qualcuno ha detto che ‘La teoria è la pratica degli altri ’, non è così? Intendiamoci, anche ilo mitico Anderssen, campione dell’epoca romantica, qualche volta provò ad aprire con 1. a3, bislacca apertura che, credo, porti ancora il suo nome e rispetto alla quale, mi pare che lo stesso suo inventore manifestò spesso delle perplessità. Insomma, e per concludere, secondo me, a scacchi come nella vita, va tutto bene, si può provare di tutto, sperimentare di tutto, ma alla fine… ‘esistono solo mosse bone e mosse cattive! ’.
    Grazie, e a presto




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      fabrizio 17 dicembre 2015 at 14:53

      Caro Mauro, sono io che debbo ringraziarti per la tua lunga, bella e interessantissima precisazione sull’ “antiteoricismo” di Lodà e della sua scuola. Permettimi di fare a mia volta qualche piccola aggiunta e notazione a quanto tu dici. Per prima cosa, Peppe conosceva ed era senz’altro conosciuto da Primavera Giuseppe e Roberto (non so se hai letto il mio primo articolo-ricordo sul Caffè Branca nel quale li citavo); riguardo la tua affermazione (in parentesi) che “nell’epoca di internet il modo di essere dei tradizionali circoli di scacchi, cosi come siamo abituati a conoscerli, abbia fatto il suo tempo” non sono d’accordo su un aspetto fondamentale. Non si può negare certamente che l’era internet abbia portato ricchezza e facilità di informazione ed il gioco online possa sostituire in molti casi quello tra giocatori che si incontrano fisicamente alla scacchiera; in certi casi, inoltre, può essere l’unica possibilità di gioco. Ma quello che internet rischia di sacrificare (o ha già sacrificato) è, a mio parere, proprio quell’aspetto umano e sociale (particolarmente gratificante ed educativo sotto tutti gli aspetti, io credo, e non solo scacchistici) che i vecchi circoli spesso possedevano (nel mio primo articolo tento di descrivere quelle atmosfere). Condivido invece le tue critiche all’attuale situazione scacchistica romana, ma, oltre alle innumerevoli e congenite difficoltà romane, io purtroppo la vedo proprio come conseguenza dell'”era internet”.
      Ma torniamo all'”antiteoricismo”, discorso molto complesso e dalle mille facce: oggi, soprattutto con l’avvento delle analisi computerizzate, risulta sempre più vero che gli scacchi siano essenzialmente tattica (e perciò il sano buonsenso di Giuseppe Primavera risulterebbe confermato, e anche l’affermazione di Lodà riguardo alle posizioni “da risolvere” ). A mio parere il problema, però, consiste proprio negli strumenti che abbiamo a disposizione per “risolvere”; la conoscenza e l’esperienza sono certamente tra questi. A me piace paragonare il giocatore di scacchi ad un viaggiatore che deve raggiungere una destinazione lontana, attraversando territori poco o per niente conosciuti, munito di qualche mappa approssimativa di alcuni luoghi; quando si trova in questi è bene seguire le indicazioni, sia pure approssimative, delle sue cartine, tenendo presente che c’è sempre il rischio di sbagliare strada. Quando è in territori del tutto sconosciuti dovrà da un lato valutare le alternative di percorso nelle immediate vicinanze (tattica), tenendo presenti al contempo, se necessarie e opportune, le indicazioni di carattere generale di una bussola (leggi principi strategici generali). Non so se quanto dico è del tutto corretto, mi piacerebbe avere la tua opinione e quella di qualche altro amico.

      PS: scusa la mia curiosità: da quello che mi pare di capire sei più giovane di me, ma forse non di moltissimo. Ci siamo incrociati qualche volta?




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        Mauro 17 dicembre 2015 at 19:25

        Caro Fabrizio, sono davvero mortificato, mi devi scusare: è stata tale l’ansia di lasciarmi andare ai ricordi che i tuoi scritti mi hanno suscitato, che ho finito col trascurare le più elementari norme di buona creanza le quali avrebbero voluto che, per prima cosa, mi presentassi. Provo a farlo ora, rinnovando le scuse. Il mio nome completo è Mauro Denozza, ho 62 anni e, scacchisticamente parlando, sono una modestissima 2^ Nazionale. Come avrai capito, vivo a Roma ormai da molti anni ma non sono romano di origine, mi reputo un barbaro. La mia storia scacchistica, comunque, è quasi tutta romana. Pur avendo appreso il gioco all’età in cui lo apprendono tutti i grandi campioni, e cioè molto presto, per fortuna ho iniziato a giocare più o meno seriamente quando era ormai tardi per diventare un grande campione. Ho detto ‘per fortuna’, perché così, almeno, ho l’alibi! Diciamo che, come molti di noi, mi reputo parte di quella generazione di scacchisti che è stata tenuta a battesimo dal mitico match dei matches: quello Spassky-Fischer del ’72. Mi fermo qui. Sia perché ho paura, ormai, di annoiare te e gli altri amici e sia perché devi sapere che, per quanto riguarda la mia modestissima storia con gli scacchi, qualche tempo fa ho concepito una malsana idea, e credo che sia stato anche per effetto di questa idea che mi sono lasciato così coinvolgere anche in questi ricordi ed in questa nostra discussione di cui ti ringrazio. L’idea sarebbe quella di provare a scrivere e raccontare la mia vita attraverso il mio rapporto con gli scacchi, ossia la storia della mia vita, sì, ma quel tanto che basta per rendere conto del mio rapporto con gli scacchi, i luoghi che grazie agli scacchi ho scoperto e frequentato, le persone che ho conosciuto e, naturalmente, tutte quelle emozioni che solo gli scacchi sanno dare. Insomma, in un certo senso, raccontare anche il mondo degli scacchi visto dal basso, non dall’alto dell’Olimpo dei Campioni, ma dal basso, con gli occhi di uno che è cresciuto ed invecchiato nei bassifondi del mondo scacchistico. Lo so. ‘bassifondi’ non ti è piaciuto, e nemmeno a me, diciamo che è la prima espressione che mi è venuta in mente per indicare quel mondo che tu hai così ben descritto a proposito dei circoli, e quindi, ti prego credere che è stato detto con simpatia e con affetto se non, ormai, addirittura con nostalgia. Che dirti? Ormai è già da qualche mese che mi sto cimentando con questo esperimento di scrittura e, se devo dirti la verità, ancora non so bene che cosa stia realmente venendo fuori.
        Scusa le chiacchiere, e a presto risentirci.




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          fabrizio 17 dicembre 2015 at 22:10

          Ciao Mauro, non avere remore; non credo affatto che tu possa annoiare qualcuno e per me è un piacere leggere le tue osservazioni ed i tuoi ricordi. Visto che proprio i ricordi ti coinvolgono emotivamente (in termini complessivamente positivi, mi sembra) mi permetto un consiglio riguardo la tua “malsana idea”: vai tranquillamente avanti e cerca di “scavare” a fondo nella tua memoria (c’è sempre molto di più di quello che si crede!). Vedrai che l’effetto psicologico interiore sarà (unito certamente ad un po’ di malinconia per il passato) del tutto rasserenante (almeno per me è stato così). A risentirci presto, spero. Fabrizio




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