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Al Caffè Branca: gli altri amici

Scritto da:  | 24 febbraio 2016 | 10 Commenti | Categoria: C'era una volta, Circoli, Italiani, Personaggi

Gli amici del Branca 14Fatte salve premesse e precisazioni già espresse nel precedente articolo, proseguo nella mia carrellata di persone conosciute al Caffè Branca, di alcune delle quali purtroppo non ho documentazione al di fuori dei miei ricordi.

Elio Ruggeri

Corporatura apparentemente minuta, aspetto giovanile, capelli scuri ma con un precoce accenno di calvizie, Elio Ruggeri è stato forse il primo ad accorgersi di me e ad accogliermi al Caffè Branca quando, un po’ titubante, ero arrivato salendo la famosa scaletta in legno che portava alla sala degli scacchisti.
Si era forse reso conto del mio impaccio iniziale nel trovarmi di fronte a tante persone sconosciute e, da persona sensibile e garbata qual era, cercò di mettermi a mio agio, facendomi capire semplicemente che non c’erano particolari formalità nell’ambiente.
Si stabilì perciò tra di noi un rapporto immediato, che crebbe ancora, diventando amicizia, quando cominciai a conoscerlo meglio. Mi accorsi abbastanza presto che, pur avendo un dignitosissimo livello di gioco, non apparteneva alla categoria dei forti giocatori del circolo, né mi sembrava avesse particolari ambizioni agonistiche: evidentemente giocava semplicemente per il piacere di giocare.
Ma anche se poco competitivo agonisticamente, Elio era rispettato e benvoluto da tutti per il suo approccio tranquillo e accomodante. Mi viene ora da pensare, a distanza di tanto tempo, che forse gli scacchi erano per lui solo un ottimo pretesto per ritrovarsi in un ambiente variegato e interessante come il Caffè Branca, che gli permetteva di soddisfare i suoi bisogni di socialità.
In particolare mi accorsi del suo forte legame di amicizia con Augusto Arienti e Severo Ricci, persone eccellenti che anch’io imparai ben presto a stimare.
Elio aveva due sorelle che saltuariamente passavano al circolo, anche se raramente le ho viste mettersi a giocare. Questo forse perché, per quanto culturalmente aperto, l’ambiente era totalmente maschile (e, chissà, forse anche un pochino maschilista; il femminismo degli anni ’70 era ancora lontano).
Ma il tranquillo rapporto di Elio con gli scacchi e l’ambiente del Branca ebbe, almeno per quanto ne so io, un brusco epilogo. La morte improvvisa di Arienti, suo grande amico, e la chiusura del Branca lasciò evidentemente il segno: scomparve dall’ambiente scacchistico e, con mio grande dispiacere, non l’ho più rivisto in seguito.

Severo Ricci

Uomo sobrio di aspetto e di modi, corporatura tarchiata, bel faccione quadrato, sguardo franco e “severo” (il suo nome era molto appropriato!), Ricci è stato mio compagno ed amico nella squadra di scacchi denominata “Ucci ucci” (insieme a William Sprovieri e Giuseppe Lodà). Come giocatore non era appariscente: infatti possedeva uno stile solido e tranquillo, del tutto simile al suo carattere. Possedeva un laboratorio artigianale per il restauro di mobili antichi e di pregio che lo impegnava abbastanza, ma le serate libere da impegni di lavoro o familiari amava spesso passarle al Branca, dove era amico di tutti, in particolare di Augusto Arienti.
Aveva un figlio di poco più giovane di me e forse per questo aveva preso a benvolermi, trattandomi con affetto quasi paterno ed elargendomi in più occasioni, nel corso di quei brevi anni, consigli e suggerimenti di vita di sano buon senso.
Amava anche lui il cinema ma, a differenza di me e Palombi, i film “impegnati” destavano la sua diffidenza; le rare volte che lo convincemmo a vedere film del genere, uscì dal cinema scrollando il capo, esprimendo con poche ma robuste parole il suo dissenso.
Insomma Ricci, sicuramente intelligente ma non certo un “intellettuale”, si distingueva come persona di elevato senso pratico e grande sensibilità umana. Per me, giovane ancora insicuro ed inesperto, fu in quel periodo un punto di appoggio ed un esempio di maturità, per i suoi comportamenti chiari e lineari e per la sua serenità, serietà, affidabilità.
Dopo la morte di Arienti e la chiusura del circolo Branca, anche con Ricci le occasioni di incontro si diradarono; infatti, come già detto in altre occasioni, la mia attività scacchistica fu assai ridotta per molti anni. Ma una sera, se non ricordo male verso la fine degli anni ’70, in una delle mie non frequenti apparizioni al circolo Cyrano, lo incontrai. Lo vidi invecchiato e non troppo in forma, ma il piacere di rivederlo era forte: lo salutai perciò allegramente e con molto calore. Lui mi guardò quasi stupito; solo dopo qualche secondo di silenzio mormorò: “Ma allora non sai niente!”. E mi raccontò di come, nel breve volgere di pochi mesi precedenti il nostro incontro, la sua vita fosse stata sconvolta: dalla morte del figlio in un tragico incidente e da un infarto che lo aveva colpito poco dopo. Si stava lentamente riprendendo dalla malattia, ma mi confessò con amarezza che dopo la perdita del figlio la vita gli sembrava vuota e senza senso. Rimasi gelato e non seppi che farfugliare poche frasi di circostanza.
Incontrai di nuovo Ricci dopo qualche anno ed ebbi il piacere di rivedere sul suo viso quella tranquilla serenità che lo aveva sempre contraddistinto.
Lui mi confermò la cosa, confidandomi che effettivamente era riuscito a dare un senso al suo dolore: tutto questo grazie al buddismo, cui si era avvicinato. Non approfondii e mi guardai bene dal rivelare le mie perplessità in campo religioso: ero troppo felice di aver ritrovato, almeno in parte, il mio amico di un tempo.
Dopo qualche anno ancora ebbi notizia della sua morte: spero che la sua serenità lo abbia accompagnato sino alla fine.

Sergio Amadesi

Alto, magro, viso lungo e affilato, Sergio si distingueva per correttezza e signorilità di modi. Con lui non ho avuto bisogno di molto tempo per stabilire un rapporto di reciproca simpatia.

Gli amici del Branca 03Sergio Amadesi (dietro di lui Renato Tribuiani)

Chissà, forse le comuni radici abruzzesi (che ho però scoperto soltanto in seguito), il suo comportamento tranquillo, il suo parlare pacato, il suo stile di gioco sempre alla ricerca di novità e approfondimenti, me lo hanno fatto subito apprezzare e stimare, sia come giocatore di scacchi che, soprattutto, come persona. All’inizio ero stupito e ammirato del fatto che fosse in grado di leggere libri e riviste di scacchi russe: soltanto quando venni a conoscenza della sua interessantissima storia familiare capii perché.
Il padre Luigi, dirigente di spicco dell’allora PCI, fu collaboratore e segretario di Palmiro Togliatti per tantissimi anni.

Gli amici del Branca 11Luigi Amadesi

Quando Togliatti si rifugiò in URSS alla fine degli anni ’30, Luigi Amadesi lo seguì, diventando anche collaboratore dell’emittente radiofonica in lingua italiana “Radio Mosca”, rimanendovi poi a lavorare per tutta la durata della guerra.
Sergio, perciò, aveva passato molti anni della sua infanzia e giovinezza in Unione Sovietica, dove aveva poi compiuto i suoi studi, laureandosi in fisica.
Ritornando a Sergio come giocatore di scacchi, ricordo che amava sperimentare aperture inconsuete e innovative: lo vidi giocare spesso, sia lampo che in partite ufficiali, come prima mossa b4 (la cosiddetta “orang-utan” o, meglio, Sokolskji), considerata da quasi tutti i giocatori romani di allora una vera e propria eresia scacchistica.
Quando lo conobbi (fine 1966) io ero, ovviamente, all’inizio della mia carriera scacchistica: ancora inclassificato, mentre lui era già un ottimo candidato maestro; non mancò di incoraggiarmi e fu prodigo di consigli e suggerimenti tecnici preziosi.
Quando in un torneo romano riuscii a batterlo per la prima volta, si complimentò affettuosamente e sinceramente con me, dimostrando la sua grande sportività e correttezza.
Anche con lui, come con tanti altri, la fine del Branca significò il rarefarsi dei nostri incontri. Fui perciò estremante contento di incontrarlo casualmente dopo molto tempo, in un pomeriggio degli anni ’80, a L’Aquila. Mi raccontò che era diventato docente nella locale università, ma che non aveva dimenticato o abbandonato gli scacchi; infatti era uno dei principali animatori del locale circolo.
Mi portò in un piccolo bar del centro storico dove, appunto, si giocava a scacchi e mi presentò ad alcuni dei giocatori presenti. Negli anni successivi, ogni volta che passavo a L’Aquila non mancavo di fare una capatina in quel bar, ma lo incrociai soltanto un’altra volta. Evidentemente i suoi impegni professionali erano piuttosto intensi. Non l’ho più rivisto da allora e non ne ho più avuto notizie. Soltanto da poco tempo, dopo aver scritto il mio primo articolo sul Branca, facendo delle ricerche su di lui mi sono imbattuto in un comunicato stampa della FSI, che dava notizia della sua prematura morte :

“E’ scomparso nei giorni scorsi, dopo lunga malattia, Sergio Amadesi di L’Aquila. Aveva 60 anni, era docente di prestigio: lo ricordiamo come giocatore e come attivista per la diffusione della cultura e pratica scacchistica. Comunicato stampa FSI del 30 settembre 1996.”

e in un articolo online che lo ricorda (vedi qui) , insieme al ringraziamento della figlia di Sergio:
“Vi ringrazio per la memoria di mio padre! Calcio e scacchi erano i suoi hobby preferiti.”
Marina Amadesi, Mosca

Gli amici del Branca 06Sergio Amadesi e Tristano Gargiulo

Remigio Zedda

Debbo confessare che il primo impatto con Remigio Zedda suscitò in me molte perplessità. Lo incontrai per la prima volta una sera (probabilmente a fine 1966 o inizio 1967) non al Branca, ma al Dopolavoro Dipendenti Comunali di via del Corso, 267 (un’altra delle sedi storiche dello scacchismo romano di allora), in una sala che Zichichi era riuscito a far riservare agli scacchisti.
Passato lì quasi per caso, e vista la sala semideserta, mi misi a guardare l’unica coppia di giocatori presente: fu così che feci la conoscenza di questo ragazzone sardo, più o meno della mia età, giunto a Roma e rimastovi, per diversi anni, per motivi di studio.
Stava giocando, non ricordo con chi, una partita amichevole; era abbastanza evidente che aveva cominciato a giocare da non moltissimo, in quanto ancora piuttosto acerbo nella tecnica, ma sicuramente era pieno di entusiasmo.

Gli amici del Branca 12Remigio Zedda

Quello che mi lasciò inizialmente perplesso furono i suoi commenti estemporanei alle proprie mosse: dopo una sua mossa particolarmente aggressiva, che iniziava un attacco che mi appariva piuttosto velleitario, esclamò con foga: “Mooorphy!”; poco dopo, svanito l’attacco e rimasto con un pezzo e pedoni di svantaggio, brontolò sconsolato a sé stesso a voce alta e strascicata: “Cheee disaaaasstrooo!!”.
Finito di giocare, ci presentammo; ovviamente mi chiese informazioni sulla vita scacchistica romana ed io lo invitai a passare al Caffè Branca, dove avrebbe sicuramente incontrato giocatori di ogni livello e dove un principiante entusiasta come lui avrebbe trovato buona accoglienza. Poche sere dopo, infatti, lo incontrai al Branca, che divenne anche per lui un luogo dove passare piacevolmente il tempo imparando gli scacchi (ma anche tanto altro).
Le mie perplessità iniziali su di lui svanirono rapidamente, conoscendolo meglio: era un ragazzo intelligente, pieno di fantasia, desideroso di imparare; ed infatti imparò presto e bene, diventando così uno dei miei avversari di gioco preferiti.
Nel torneo romano di qualificazione al campionato italiano universitario del 1971, facemmo entrambi un ottimo torneo e lui prevalse su di me per spareggio tecnico; tutti e due fummo promossi 3° nazionale.

Gli amici del Branca 09La chiusura del Branca significò anche con lui il diradarsi delle occasioni di incontro; l’ultimo contatto che ebbi con Remigio, prima che lui rientrasse in Sardegna, fu una telefonata nella quale gli confessai la mia intenzione di lasciare, almeno temporaneamente, gli scacchi , spiegandogliene sinteticamente i motivi.
Lui approvò e, sentendomi però dispiaciuto, mi confortò alla sua maniera con una frase sibillina: “Non ti preoccupare! Fra poco tempo il passato sarà passato!
Non ho mai capito fino in fondo quello che volesse dire con quella frase; ma forse, almeno in parte, si sbagliava: il passato, qualche volta, non passa mai, perché il ricordo lo mantiene vivo.

separator4Dopo aver parlato delle persone verso le quali ho nutrito sentimenti non banali di amicizia, non posso però tacere delle tante altre che mi hanno accompagnato in quegli anni, dandomi molto in termini di simpatia e rapporti umani.
Come dimenticare William Sprovieri, detto “il sommo”, mio caposquadra negli Ucci Ucci?
Come si possono dimenticare Adriano Soi e il suo sorriso sornione?

Gli amici del Branca 10La compostezza serafica di Alfredo Saetta?Gli amici del Branca 08L’umorismo sarcastico e le bizzarrie di Sandro Meo?Gli amici del Branca 04Il “vocione” e l’esuberanza di “Paolone” Colombo?Gli amici del Branca 05I tre giovani “moschettieri” del Branca Gargiulo, Blasi, Passerotti?Gli amici del Branca 02E Franco Serafini, ancor oggi amico e avversario preferito?Gli amici del Branca 07Purtroppo ne dimentico senz’altro tantissimi altri, ma sia la mia documentazione che i miei ricordi cominciano a scarseggiare.

A conclusione di questi miei scritti sul circolo di scacchi del Caffè Branca e sui tanti amici e personaggi interessanti che vi ho incontrato, vorrei ringraziare tutti quelli che, direttamente o indirettamente, mi hanno incoraggiato a portare a conclusione questo mio impegno. In primo luogo, ovviamente, le persone di cui ho parlato, il cui ricordo è rimasto impresso nella mia memoria per così lungo tempo (e questo credo che significhi qualcosa riguardo la loro ricca personalità umana).
Vorrei poi ringraziare tutti quelli che mi hanno letto pazientemente e seguito sull’onda dei ricordi, permettendomi di rivivere un periodo della mia vita che (non ne ero così consapevole allora) è stato particolarmente importante per il mio sviluppo di essere umano. A tutti grazie di cuore. Fabrizio

Hastings Mods

avatar Scritto da: Fabrizio (Qui gli altri suoi articoli)


10 Commenti a Al Caffè Branca: gli altri amici

  1. avatar
    Tamerlano 24 febbraio 2016 at 09:29

    Grazie Fabrizio per questi tuoi momenti vissuti: sono dei piacevoli ricordi ‘infiniti’ !




    0
  2. avatar
    Fabio 24 febbraio 2016 at 15:15

    Bei ricordi!




    0
    • avatar
      rossi roberto 25 febbraio 2016 at 13:18

      Caro Fabrizio,
      sono Roberto Rossi ed avendo letto questo tuo nostalgico e vorrei dire “struggente” (Ah la dolce “malanconia” dei ricordi…..!)articolo sugli altri amici del Branca, avendo tu citato l’inossidabile Sandro Meo, penso che gli si farebbe cosa gradita se si riuscisse a pubblicare su questo sito un interessante articolo sulla sua teoria “dell’antiquadrato” nei finali, illustrata dal MF Nicola Paglietti nel numero 10 dell’ottobre 2005 su Torre e Cavallo Scacco! (Ne conservo gelosamente una copia: se necessario, e qualora ciò fosse possibile senza ledere i diritti della rivista, potrei inviare l’articolo “scannerizzato” in redazione. Alla gloria di Caissa e grazie per i ricordi che mi hai fatto rivivere. Ciao.

      Roberto Rossi




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        fabrizio 25 febbraio 2016 at 15:01

        Caro Roberto, ti ringrazio per l’attenzione e gli apprezzamenti. Riguardo la tua idea su Sandro Meo ti propongo una “piccola” 😉 variante, aggiuntiva a quanto da te proposto. Perché non scrivi qualcosa tu su di lui, visto che sembri esserci ancora in contatto? Io non lo vedo da quasi 40 anni e non potrei dire molto di più di quanto già raccontato anche da Tristano Gargiulo. Un personaggio dello scacchismo romano insolito e originale come lui meriterebbe questo piccolo riconoscimento. Pensaci un momento… e procedi!
        PS: confesso di non ricordare la sua “teoria dell’antiquadrato”: debbo andare a ricercare l’articolo in questione.




        0
  3. avatar
    Marina Amadesi 15 marzo 2016 at 21:05

    Caro Fabrizio,

    sono la figlia di Sergio Amadesi (la primogenita:) – Marina). Vorrei ringraziarLa per questo bellissimo articolo-memorie-essai, non solo per la parte che riguarda papa’ – che bel pianto ho fatto leggendo – il pianto col sorriso, che nostalgia quei tempi…Lei li descrive con grande talento (e le personalita’ con tanto tatto) – cosi’ si riesce d avere davanti agli occhi il “ritratto’ della persona). Si immagini che accompagnavo papa’ in quel club scacchistico-bar aquilano tutte le volte quando la mamma mi permetteva di andare li’ (fumavano ed io ero allergica) ed a quell’epoca (fine degli anni sessanta) ero una “grande esperta” in scacchi – perche’ i genitori erano molto giovani quando mi hanno insegnato a giocare a scacchi, io avevo 4 anni. E papa’ “sul serio” giocava con me e mi chiedeva dei “consigli”! Ho “smesso” di botto – quando avevo 10 anni, a Mosca giocavo con una vecchietta nel cortile della nostra casa (dell’Universita’;) ed un passante che non riusciva a capire come una bambina poteva giocare sul serio mi insulto’ minacciando e gridando “zhidovka”(espressione volgare per dire ebrea). Non sapevo cosa fossero quelle parole (io ero meta’ italiana e meta’ russa), ma in quel momento ho cominciato a capire piu’ cose sulla vita e non ho piu’ voluto giocare. Meglio se torniamo al Suo bellissimo articolo, con le fotografie, che ho subito mandato a mia sorella che vive a Londra (l’Aquila che lavora in tutto il mondo!), il Suo stile, il Suo italiano…La ringrazio di tutto il cuore. Emozioni…Cordiali saluti Marina Amadesi, da Mosca, con amore




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      fabrizio 16 marzo 2016 at 00:44

      Cara Marina, permettimi il tu ed un tono confidenziale (anche se non ci conosciamo mi sento quasi come un tuo zio acquisito). Tuo padre mi ha onorato, e lo dico non retoricamente, della sua amicizia; è per questo che a distanza di tanti anni ne ho ancora un così bel ricordo.
      Ti ringrazio per le tue belle parole: se tu ti sei commossa per il mio piccolo scritto , io ho fatto altrettanto nel sentire i tuoi di ricordi, intrisi di quella bella e sana nostalgia di quegli anni e di quel padre del quale devi essere giustamente orgogliosa.
      E poi il tuo accenno affettuoso a L’aquila, città a me assai cara per tanti motivi ed anche perchè i miei genitori erano originari di Campotosto (conosci questo paesino?), il pensiero alle sue attuali condizioni, mi hanno da un lato intristito e dall’altro fatto sorgere dentro un moto di fierezza e solidarietà per le comuni radici.
      Cara Marina, un affettuosissimo saluto a te ed ai tuoi cari e i migliori auguri di una vita serena. Fabrizio Antonelli




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  4. avatar
    Renato 2 novembre 2016 at 12:42

    🙁 Caro Fabrizio, sono Renato Tribuiani. Casualmente ho trovato il tuo bellissimo servizio sul circolo Branca e relativa corrispondenza con Marina Amadesi: una tempests di emozioni e ricordi! Grazie…!




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      fabrizio 2 novembre 2016 at 14:20

      Caro Renato, è un piacere risentirti! E’ da parecchi anni che non ci vediamo: sei a Roma o nel nostro bellissimo ma martoriato Abruzzo?
      Se il mio articolo sul caffè Branca (hai letto anche i precedenti?) ti ha fatto tornare in mente ricordi ed emozioni, perché non provi a scrivere qualcosa anche tu su quel bel periodo della nostra giovinezza?
      E potresti anche scrivere qualcosa di inerente alla tua riconosciuta competenza riguardo la preparazione fisica-psicologica nello sport (scacchi inclusi); sono certo che il tutto sarebbe molto apprezzato dai lettori affezionati del blog.
      Fammi sapere se la cosa può essere di tuo interesse. Ciao e a presto




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  5. avatar
    Tristano 6 giugno 2017 at 00:53

    Caro Fabrizio, questo tuo articolo mi era sfuggito e mi ci sono imbattuto per caso mezzora fa. Inutile dirti il sottile piacere, le vibrazioni, qualche accenno di commozione, il beato ricordare da sopravvissuto, il riconoscere volti in primo e in secondo piano nelle foto, con tutto il turbinio di emozioni che mi hanno scatenato. C’è poco di quello che hai così ben narrato che non abbia vissuto direttamente anch’io. Di molti vorrei sapere qualcosa, di altri ho appreso tristemente qualcosa che non sapevo. Sono un po’ commosso di avere quella foto del torneo di Rovigo del 1970 con il caro Sergio Amadesi. E di avere anche quella in cui si vede Remigio Zedda: la tavolata in occasione della premiazione del grande torneo del Branca del 1969, in cui tu facesti faville contro i maestri nel torneo principale, come le aveva fatte, a sorpresa, Dell’Accio nel Campionato Romano dell’anno precedente. E vedendo il viso aperto e buono di Renato Tribuiani mi è venuto in mente il ricordo di una nostra partita al Campionato dei Giovani di San Benedetto (una Caro-Kann che forse anche lui si ricorda). Non posso che rivolgerti un grazie di cuore, Fabrizio, per questa voragine di ricordi che hai riaperto da un minuto all’altro. E ora vado a leggermi anche gli altri tuoi pezzi di analogo argomento.




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    • avatar
      fabrizio 6 giugno 2017 at 09:15

      Ciao Tristano, un caro saluto e un arrivederci.
      PS: dovresti scrivere anche tu qualcosa su quel bel periodo e quell’ambiente che ci accomuna.




      0

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