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il sottopassaggio di Nikolaevka

Scritto da:  | 1 settembre 2016 | 7 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni

Ci sono sottopassaggi ovunque, normalmente luoghi anonimi, squallidi, e passandoci neppure ci si fa caso, spesso si allunga il passo per istinto, per venirne via il più presto possibile. Eppure uno mi appartiene in eterno, non è un sottopasso qualunque, come gli altri, è il sottopasso per eccellenza, quello che conduce alla salvezza. Un luogo senza tempo e senza spazio, che vive nella storia e basta, al pari della fattoria di Hougoumont o di Omaha Beach…
il sottopassaggio di Nikolaevka 01Asserragliate attorno a quel sottopassaggio c’erano le mitragliatrici pesanti e i parabellum dell’Armata Rossa, davanti per passare o morire i nostri alpini dell’Edolo, del Tirano, del Vestone e del Val Chiese… la Tridentina per aprire la strada a quella colonna lunga chilometri di sbandati, congelati mandati a portar la civiltà fascista nella steppa ghiacciata per la smania di grandezza del miserabile di Predappio: contadini, studenti e operai, maestri di scuola e artigiani, richiamati e ragazzi di vent’anni… i più non ritornarono.
E’ il sottopassaggio di Nikolaevka, era il 26 di gennaio del 1943. Ora Nikolaevka si chiama Livenka, dei vecchi pochi ricordano il nome originario ma quella ferrovia, quel binario, quel sottopassaggio sono lì per sempre…

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il sottopassaggio di Nikolaevka 08Nikolaevka come si presenta oggi vista dal satellite

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avatar Scritto da: Martin (Qui gli altri suoi articoli)


7 Commenti a il sottopassaggio di Nikolaevka

  1. avatar
    The dark side of the moon 1 settembre 2016 at 22:22

    Martin, i tuoi testi diventano spesso poesie :o




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    Luigi O. 2 settembre 2016 at 08:41

    Sergentmagiù gh’arivarem a baita?

    Quante volte ho pianto per l’emozione….




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  3. avatar
    Roberto Messa 2 settembre 2016 at 08:44

    Nella mia provincia non c’è paese che non abbia una via o una piazza intitolata a Nikolaevka, ma soprattutto è famosa la scuola per disabili Nikolajewka, costruita dagli alpini di Brescia nel 1982 (un grande edificio su tre piani costruito dai volontari in soli 6 mesi!) e tuttora gestita dalla onlus omonima. Tutta la storia è qui http://www.ana.it/page/nikolajewka-scuola-di-bont–
    Infatti le nostre valli erano zona di reclutamento alpino (i battaglioni Edolo, Vestone e Val Chiese citati nell’ottimo articolo di Martin portano il nome di località della Val Camonica e della Val Sabbia) e in certi paesi di montagna 50 o 60 anni fa era abbastanza in voga il nome di battesimo Ivan…




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  4. avatar
    paolo bagnoli 2 settembre 2016 at 20:46

    Mi associo all’osservazione di Roberto, segnalando che anche Ravenna, chissà perchè, era zona di reclutamento alpino… (misteri della burocrazia militare).
    Tra le “Centomila gavette di ghiaccio” c’erano anche dei ravennati, mandati in appoggio al “fido alleato germanico” con scarpe di cartone, armamento inadatto al clima dei luoghi, eccetera.




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      Roberto Messa 2 settembre 2016 at 21:36

      Anni fa sentii dire che “Centomila gavette di ghiaccio” fu il libro che, vendendo qualche milione di copie, proiettò Mursia dalle dimensioni di piccola casa editrice a quelle di medio-grande. E questo come scacchisti ci riguarda perché, allora, senza quel grande successo degli anni Sessanta, Mursia non avrebbe potuto intraprendere la pubblicazione dei Grigoriev, dei Romanovsky, dei Chicco e Porreca e dei Bagnoli negli anni Settanta!

      Se non ricordo male, il “Sergentmagiù gh’arivarem a baita?” era invece la frase ripetuta dozzine di volte da un alpino bresciano nel “Sergente nella neve” l’altro libro che fece assurgere la ritirata di Russia e la battaglia di Nikolaevka a grande e commovente epopea nazionale.




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        Mongo 3 settembre 2016 at 16:07

        Il ‘Sergente nella neve’ è anche la splendida rievocazione teatrale di marco Paolini, dove “Sergentmagiù gh’arivarem a baita?” ne è la citazione ricorrente.




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          Chess 20 gennaio 2017 at 12:02

          Non sapevo che Paolini avesse fatto questa rievocazione tratta dal Sergente delle nevi. Invece proprio ultimamente ho rivisto in tv lo spezzone tratto dal racconto Accendere un fuoco di J.London. Bellissimo. Qualche anno fa’ venne in Val Seriana, dove ritorna spesso, per uno spettacolo notturno sui lupi sempre con testi di J.London: purtroppo lo seppi alla mattina dopo.




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