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Viale Abruzzi

Scritto da:  | 30 maggio 2017 | 4 Commenti | Categoria: C'era una volta

Nel periodo che va dalla fine della guerra alla seconda metà degli anni cinquanta parlare di viale Abruzzi, a Milano, era un po’ come parlare del “tempio” della bicicletta. Infatti, partendo da piazzale Loreto diretti verso piazza Ascoli, si incontravano vere e proprie pietre miliari nella storia dei costruttori italiani delle due ruote.
All’angolo con via Paracelso non potevano non essere notate le sette o otto vetrine del negozio di Beltrame. Beltrame vendeva tutto quanto esisteva nel campo degli accessori e, con il marchio “Afra”, anche biciclette da corsa e da turismo, che faceva costruire da qualche artigiano convenzionato. “Afra” era semplicemente il nome della moglie di Beltrame, una donna non più giovanissima che la sapeva lunga sugli accessori tanto da dare la convinzione di una maggiore competenza specifica rispetto al marito.
Durante il periodo del Giro d’Italia, Beltrame si chiudeva nel retrobottega ad ascoltare per radio la cronaca della corsa, poi, saputi i risultati, esponeva all’esterno del negozio un tabellone pubblicitario delle gomme “Inciclo”, nel quale, in apposite feritoie, inseriva delle strisce di cartoncino riportanti i nomi dei primi cinque classificati della tappa e dei primi cinque della classifica.
Abitavamo proprio di fronte al negozio di Beltrame e, a quell’epoca, non possedevamo ancora un apparecchio radio, per cui, dalla mia finestra al quinto piano, controllavo con ansia l’ingresso del negozio e, quando vedevo appeso il fatidico tabellone, mi precipitavo ad informarmi sui risultati della tappa.
Cento metri più avanti, tra gli incroci con le vie Donatello e Sansovino, al numero civico 42 di viale Abruzzi, c’era la fabbrica della “Gloria”. Le “Gloria” erano considerate un po’ le “Alfa Romeo” delle biciclette per l’accuratezza dei particolari e delle finiture, basti pensare che le operazioni di limatura delle giunzioni dei telai venivano effettuate a mano e richiedevano tre ore per ogni esemplare.

Il fondatore della ditta, Alfredo Focesi, era uno dei personaggi di spicco del ciclismo italiano dalla fine della prima guerra mondiale. Aveva iniziato a costruire le sue bici “Gloria” nel 1922 in un capannone di legno di cento metri quadrati in via Scarlatti Il marchio, certamente immodesto, di “Gloria” si impose subito e Alfredo Focesi, per tutti “papà Focesi”, nel 1926 poté inaugurare il nuovo stabilimento di viale Abruzzi. Focesi amava molto le corse e formò una sua squadra, i cui componenti, per lo spirito battagliero con il quale animavano tutte le gare, si meritarono l’appellativo di “Garibaldini”. Questi corridori non avevano uno stipendio fisso ma ricevevano soltanto dei premi in caso di affermazione. Nonostante ciò i “Garibaldini” di papà Focesi riuscirono ad aggiudicarsi, tra l’altro, il Giro d’Italia del 1931 con Camusso, una Milano-Sanremo con Varetto e due “Lombardia, con Mollo e Piemontesi. Però già nel 1923, Libero Ferrario di Parabiago, in sella a una “Gloria” costruita nel capannone di legno, era stato il primo italiano a vincere il titolo mondiale dilettanti su strada.

Dopo la guerra, la “Gloria” abbandonò le competizioni per dedicarsi esclusivamente alla produzione. Intorno al 1950, dal suo stabilimento uscivano venticinquemila biciclette l’anno. Proprio nelle officine di viale Abruzzi cominciò ad imparare il mestiere un ragazzotto brianzolo sveglio ed attento, Ernesto Colnago.

Duecento metri più avanti, dulcis in fundo, c’erano gli stabilimenti della Bianchi.
Durante i bombardamenti dell’agosto 1943 i capannoni della grande azienda erano andati semidistrutti. Nel 1950 lo stabilimento era stato completamente ricostruito e modernizzato. Occupava una zona triangolare compresa tra viale Abruzzi, via Plinio e via Pascoli, con una appendice laterale tra via Plinio e via Pinturicchio. All’angolo tra viale Abruzzi e via Plinio sorgeva la palazzina uffici, proprio di fronte al bar Basso, uno dei primi, se non il primo, bar di Milano a servire enormi “mangia e bevi” dentro bicchieri giganteschi.
Frequentavo le scuole medie di via Tiepolo e, ogni giorno, con due o tre amici costeggiavo la parte di stabilimento rivolta su viale Abruzzi fino a piazza Ascoli. Sul muro perimetrale degli stabilimenti, in alto, ad ogni campata dei capannoni, erano state scritte più volte, in sequenza, queste parole “Bianchi – Auto – Moto – Velo”.

Un giorno, quasi per caso, scoprimmo che il reparto corse della Bianchi era in piazza Ascoli, proprio a cento metri dalla nostra scuola. Così, tutte le volte che passavamo di lì, ci fermavamo a dare una sbirciatina: hai visto mai che ci fosse Coppi?
Il reparto corse della Bianchi non era altro che un’officina nemmeno tanto grande, piuttosto buia, almeno ai nostri occhi abbagliati dalla luce esterna. Dovevamo alzarci in punta di piedi per potere riuscire a guardare dentro da un finestrone protetto da sbarre. Sulla destra era posto un semplice banco da lavoro e, al centro, pendevano dal soffitto due catene con i ganci per tenere sospese le biciclette durante il lavoro. Era una semplicissima e comunissima bottega da ciclista.
Quasi sempre vedevamo al lavoro Pinella De Grandi, detto “Pinza d’oro”, il celebre meccanico di Coppi.

Un giorno, tornando a casa da scuola, restammo come fulminati, increduli, inebetiti. Proprio davanti a noi, a due-tre metri di distanza, una persona stava uscendo dal portone adiacente al reparto corse della Bianchi: incredibile ma vero, era Fausto Coppi ed era proprio come nelle fotografie dei giornali!
La sorpresa era tanto evidente sui nostri volti che Fausto ci sorrise. Era vestito di grigio, giacca e cravatta, e stava ricoprendo la sella della sua bicicletta con un paio di pagine della “Gazzetta” perché il grasso della “Brooks” non gli sporcasse i pantaloni. Arrotolò un poco il pantalone dalla parte della guarnitura, salì in sella e si avviò lungo viale Abruzzi.
Dopo il momento di enorme e piacevolissima sorpresa, incuranti del peso delle cartelle, ci mettemmo a correre sul marciapiede nella stessa direzione. Non andava veloce, anche perché stava attento a non sporcarsi gli abiti, ma per noi non era facile stargli al fianco. Qualche passante, riconoscendolo, gli rivolgeva una parola o un applauso. Coppi rispondeva con un misurato sorriso.
Giunto davanti alla palazzina uffici, scese di bicicletta, la sollevò dopo essersi sistemato il pantalone e salì i pochi gradini che portavano all’ingresso. Davanti alla porta si volse verso di noi, ormai in apnea per la lunga corsa, ci salutò con un sorriso ed un cenno della mano poi sparì all’interno.
L’incredibile apparizione si era dissolta ma noi ragazzi ne avremmo parlato per molti giorni.

avatar Scritto da: Gianni Bertoli (Qui gli altri suoi articoli)


4 Commenti a Viale Abruzzi

  1. avatar
    fabrizio 30 maggio 2017 at 11:50

    Che bel ricordo di un’epoca che ormai sembra lontanissima!! Grazie da un appassionato di ciclismo!




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  2. avatar
    The dark side of the moon 31 maggio 2017 at 13:38

    Bei ricordi, sembrano passati secoli.

    Purtroppo ho appena saputo della morte di Tatai, lo ha comunicato il sito internet della Federazione delle Canarie dove il Maestro risiedeva da diversi anni.




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  3. avatar
    Oleg 1 giugno 2017 at 07:20

    Che tempi, un ricordo stupendo, grazie.




    0
  4. avatar
    Luca Monti 12 agosto 2017 at 16:45

    Saluto Alfredo dal suo soggiorno baltico!




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