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Tre fotografie e il racconto di una vita

Scritto da:  | 31 Maggio 2020 | 17 Commenti | Categoria: Racconti

Della vita dei novantamila soldati italiani caduti in territorio sovietico ignoriamo quasi tutto. A settantacinque anni dalla fine della seconda guerra, si fa ogni giorno più esiguo il numero di quanti li conobbero e li amarono. Fra un po’ non resterà più nessuno a rammentarne i nomi, il carattere, il colore degli occhi, il sorriso. Così, il ricordo degli sventurati giovani che ebbero per sudario la neve di Russia è destinato ad affievolirsi fino a sparire del tutto. La verità su molti di loro diventa inafferrabile e allora, se si vuole parlarne oggi per sottrarli a un ingiusto oblio, bisogna accontentarsi di ciò che è verosimile. In questo modo li si consegna a quella terra di mezzo fra la Storia e la Leggenda, intervenendo con la fantasia laddove mancano prove certe di ciò che avvenne realmente. Questo è ciò che ho fatto io con questo racconto scritto col nodo in gola, perché sono figlia di un reduce di Russia che ebbe la fortuna di tornare in patria e, affidandomi i suoi diari di guerra, mi insegnò che ricordare significa amare. Le vite degli Altri sono materia fragile, cui bisogna accostarsi con delicatezza e rispetto; mi si perdonino le inevitabili inesattezze.

Pietro Santoro nasce a Calascibetta il 1° luglio 1915. È un figlio dell’amore, della guerra e della povertà. Il padre Emanuele è al fronte quando lui viene al mondo. Per il piccolo Pietro l’unica consolazione fra tanta miseria sarà la presenza esclusiva della madre, nei confronti della quale sviluppa un attaccamento fortissimo. Il padre? Lo ha sentito solo nominare nelle preghiere che la giovane Francesca recita tutte le sere davanti alla statuina della Madonna: anche lei madonnina con un bambinello fra le braccia. Lo conoscerà solo nel novembre del ‘18, quando rientrerà dal fronte. Si studieranno come due estranei; il grande Santoro geloso di quel bimbo che di continuo reclama l’attenzione della sua donna; il piccolo Santoro ostile a quell’uomo di cui lo infastidisce la voce così imperiosa e sgraziata, e del quale ben presto impara a conoscere il peso degli schiaffi.
E insieme con il padre arriva anche l’epidemia spagnola. La morte cammina accanto alla famiglia appena ricongiunta. Aumenta l’insicurezza, aumenta la fame. Superato anche questo periodo nero, il reduce si rimbocca le maniche, si dà da fare a cercare un lavoro, a mettere in tavola pane e companatico. Ma i soldi sono sempre troppo pochi. E Francesca mette al mondo altri due bambini che però non fanno in tempo a diventare grandi, c’è bisogno di cibo buono e di medicine per far campare i picciriddi. Anche la scuola per Pietro diventa un lusso. Meglio mandarlo a lavorare la terra, curvo sotto il sole come le bestie.
Ma anche tutto quel travagghiu non basta. In paese si dice che al Nord chi trova un lavoro in fabbrica campa bene, nel giro di pochi anni fa la vita del vero signore. E adesso le bocche da sfamare sono quattro, perché nel ’23 è venuto al mondo pure Carmelo, una criatura bedda, bbona e ’ntelligenti.
Così nel ’25 la famiglia Santoro si trasferisce a Milano. Emanuele trova lavoro in una fabbrica di tondini metallici; come lavoro è uno schifìo ma la paga consente di pagare l’affitto e di mettere in tavola anche qualche fiasco di vino in più. E Pietro? Pietro ha dieci anni, può travagghiari come garzone in qualche bottega, magari di fornaio, caricandosi le gerle di pane sulle spalle d’estate e d’inverno, avanti e indietro per le strade di quella città straniera in cui non capisce nemmeno come parlano, perché lassù anche le voci hanno perso la sonorità a lui così cara, calda come la Sicilia che gli è rimasta nel cuore.
Lo stesso senso di solitudine e smarrimento lo prova anche Francesca. Lei e Pietro sono una cosa sola, spezzata in due, entrambi lacerati dalla nostalgia per la terra che hanno dovuto abbandonare. Nel ’28 arriva la notizia che la mamma di Francesca sta male, malissimo, forse muore. Ma Francesca non può tornare in Sicilia: è gravida e partorisce proprio il giorno in cui sua madre chiude gli occhi per sempre. Questa volta è una bambina: per un’anima che vola in Cielo, un’anima apre gli occhi sul mondo, e così la neonata si chiamerà Immacolata, come la nonna.
Da quel momento Francesca vestirà sempre di nero. Il senso di colpa per non aver potuto assistere la madre nei giorni dell’agonia la perseguiterà notte e giorno. Le brillano gli occhi solo quando guarda i tre figli: Pietro, Carmelo, Immacolata. Le tre sole gioie grandi della sua vita.
L’aria cupa di Milano, la malinconia, la solitudine non le fanno bene. Le malattie camminano in fretta quando manca la voglia di vivere; e quella Francesca l’ha persa. Chiude gli occhi anche lei, quei suoi occhi sempre lustri come diamanti neri.
Si occupa Pietro di portare al fotografo Casiraghi, che sta in corso Garibaldi e tutti ne parlano bene, il rullino fotografico dal quale verrà scelta la foto da stampare sui “santini” per commemorarla degnamente, come una gran signora, la signora bedda e onesta che era. La stessa foto che, riprodotta su ceramica, verrà posta sulla tomba di quella madre amata più di se stesso.
E il padre? Emanuele Santoro continua la sua vita in fabbrica, la sera in osteria, qualche domenica a ballare e lì conosce una donna, una di Milano, bionda, occhi chiari, non più giovanissima, visto che la va bene sposarsi un vedovo con tre figli. Infatti i due convolano a nozze; ma è proprio questo avvenimento ad aggravare la frattura tra Pietro e il padre. Pietro non gli perdonerà mai di avere tradito la memoria della madre sposando un’altra.
La situazione si complica nel ’35, quando nasce una bambina da queste seconde nozze. Una piccina bella come un angelo, bionda e con gli occhi chiari, che racconta il Nord che ha ucciso Francesca e viene celebrato persino nel nome così settentrionale che le viene imposto: Vanda. “Come quella Vanda Osiris che fa la sciantosa nei locali notturni, e che è scostumata assai” commenta Pietro a bocca storta.
Ma la piccola Vanda non ha nessuna colpa, questo Pietro lo capisce perfettamente. E lo capisce anche Carmelo, che un poco di scuola l’ha fatta e sa scrivere bene persino in corsivo. Lo capisce anche Immacolata, che dopo le elementari ha trovato lavoro in una camiceria e con ago e filo un po’ di soldini riesce a portarli a casa. Vanda, poi, è attaccatissima alla sorellastra, tanto che ci tiene sempre a far sapere che per lei è una sorella vera, anzi, una “cara sorella” come scriverà dietro l’istantanea che le regalerà, e che a sua volta Immacolata donerà al fratello in partenza per il fronte.
Eh sì, perché nel frattempo Mussolini ha dichiarato guerra alla Francia, all’Inghilterra, alla Grecia e pure alla Russia. Carmelo scansa la chiamata alle armi perché è ancora giovane, ma a Pietro tocca farla, la guerra. E gli tocca anche il fronte più duro, perché è difficile immaginare qualcosa di peggio del gelo russo per un ragazzo del Sud. “A Milano la mattina presto fa un freddo cane” dice per rincuorarsi, “sono forte, sopporterò anche la neve di Russia.”
Non ha una fidanzata, Pietro. Lì al Nord non ha trovato neanche una ragazza che gli facesse venire voglia di fare all’amore. Così, mentre raduna le cose da infilare nel suo zaino di soldato, entrano nella stanza i fratelli.
Carmelo gli allunga la piccola foto-tessera sul cui retro ha scritto una dedica firmandosi prima con il cognome e poi con il nome: ma il nome lo ha scritto alla siciliana, Camelo, come si pronuncia, non Carmelo come risulta all’anagrafe; proprio Camelo, come Pietro lo ha sempre chiamato. In quel suono c’è il calore, la voce della loro Sicilia. Camelo non è un errore, è una strizzata d’occhio, un sorriso complice tra due che si vogliono bene.
Ora è il turno di Immacolata. Accanto a lei c’è la piccola Vanda. Insieme gli consegnano l’istantanea che le ritrae accoccolate nel verde di un’aiuola, fuori del ristorante dove avevano pranzato tutti da gran signori, e Immacolata si era messo il tailleurino nuovo, quello che si era cucito quasi tutto da sé, una cosa fatta su misura, da signorina per bene come la borsetta di vernice nera.
“La foto di papà la prendi?” chiede Carmelo. E gliela allunga.
“No” risponde deciso Pietro. Si guardano. I due fratelli si parlano con gli occhi, alla siciliana. Non c’è bisogno di altro, perché si sono già detti tutto.
“La foto della mamma la vuoi?” domanda la piccola Vanda. Anche lei ha qualcosa da dargli, e gliela porge orgogliosa di quella mamma dai capelli chiari e gli occhi chiari, che va in giro vestita da sciura e tutti le portano rispetto.
“Ce l’ho già” risponde Pietro. E si batte la mano sul cuore, dove c’è il viso di una donna bruna che guarda lontano, forse già l’isba in cui fra qualche mese il suo primogenito entrerà in divisa da soldato, le mani intirizzite, i piedi gonfi e neri, sospinto da uomini brutali che gridano davaj!, davaj!, e lo percuotono coi calci del fucile, e lo chiamano con disprezzo fascista.
Poco prima di entrare nell’isba dove troverà due sole cose buone – il calore di una stufa e la pietosa comprensione di Taisia, una ragazza che dovrebbe essergli nemica ma che invece lo consolerà con qualche occhiata caritatevole – Pietro ha visto i suoi commilitoni perquisiti in modo brutale: i sorveglianti russi gli hanno tolto gli orologi, le penne stilografiche, le catenine dal collo, le medagliette dei santi protettori. Hanno frugato nei portafogli dei prigionieri, arraffando i soldi e stracciando le fotografie tanto amorosamente custodite lì dentro. Le hanno fatte a pezzi, godendo della disperazione dei poveretti che assistevano alla distruzione dei loro ultimi tesori. E ci hanno anche sputato sopra. Un puro esercizio di crudeltà. La bestiale legge del più forte che prova gusto ad annichilire gli inermi. La differenza fra i vincitori e i vinti la fa anche uno sputo su una fotografia.
Tutto questo Pietro lo ha visto. E gli ha causato un dolore ancora più insostenibile delle fitte che gli stanno martoriando i piedi straziati dal congelamento.
Se l’indomani non sarà in grado di proseguire la marcia nella colonna dei prigionieri, verrà messo spalle al muro e fucilato dai suoi aguzzini. Se invece riuscirà a camminare, alla prima perquisizione sarà lui a vedersi rapinato e oltraggiato con la feroce distruzione delle tre fotografie.
Allora Pietro estrae dalla tasca della giacca il portafogli, ne cava le foto. “Prendile tu” dice alla ragazza dagli occhi dolci. “Te le lascio.” Taisia fa sì con la testa. Gli occhi dolci adesso sono lucidi come laghi. “Abbine cura” aggiunge col poco fiato che gli resta in petto. Ha la gola stretta dal pianto, ma gli uomini veri non piangono neanche quando sono a un passo dalla morte. Si tengono la sofferenza dentro quella voragine che adesso c’è al posto del cuore.
Non credeva che tre fotografie potessero occupare così tanto spazio. Adesso lo sa. Adesso che quelle foto sono lontane da lui, per sempre.

In ricordo del fante Pietro Santoro (Calascibetta 1915 – Campo 56 di Uciostoje 1943) e di Taisia (1908 – 1987) che tenne sempre accesa la fiamma della pietà e della memoria.

 


Milano, Corso Garibaldi 97 una volta e oggi…

visibilissima l’insegna di quello che probabilmente sarebbe diventato il negozio di fotografia Casiraghi

avatar Scritto da: Fiorella Borin (Qui gli altri suoi articoli)

Fiorella Borin è autrice di numerosi racconti e romanzi storici, tre dei quali in larga misura basati sui diari del padre, reduce di Russia: “I giorni dello sgomento” (Edizioni della Sera, 2017), “I ragazzi del ciliegio. 1918-1945” (Solfanelli, 2019), “La ragazza del capitano” (Delos Digital, 2019).


17 Commenti a Tre fotografie e il racconto di una vita

  1. avatar
    Martin 31 Maggio 2020 at 07:13

    Desidero ringraziare, con enorme commozione e gratitudine, le due persone, due carissimi amici, che hanno reso possibile questo eccezionale ritrovamento: innanzitutto Fiorella senza la cui passione e dedizione non saremmo arrivati da nessuna parte, Fiorella che ha sacrificato tante notti per lavorare indefessamente su questo caso e per dare un nome e un origine a questo fante italiano.
    Fiorella ha messo a disposizione di tutti noi la sua decennale esperienza di ricercatrice e scrittrice, il suo personale archivio e, ripeto, la sua ineguagliabile passione per queste drammatiche vicende che la hanno vista in prima persona, in quanto figlia di uno di questi nostri soldati mandati a morire sulle terre del Don, soffrire anche lei per storie come questa.

    Desidero ringraziare Artemy, il nostro caro amico Artemy Shamakov che si è adoperato perché queste fotografie non andassero perdute per sempre, che le ha conservate con cura e infine messe a disposizione di tutti, pronto ora a restituirle ai parenti di Pietro.
    Le ha fatte restaurare, a sue spese, operazione indispensabile senza la quale non saremmo approdati ad alcun risultato utile.

    Desidero infine ringraziare anche l’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia (U.N.I.R.R.) per averci messo a disposizione il proprio archivio per le nostre ricerche e, ovviamente quanti, si stanno ora adoperando per ricongiungere l’ultimo anello della catena, ovvero rintracciare i parenti ancora in vita di Pietro, in primis il Sindaco di Calascibetta l’avvocato Piero Antonio Santi Capizzi, ma anche tutti coloro che sapranno aggiungere ulteriori informazioni utili al riguardo.

    Grazie a tutti!

    null

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      Fiorella Borin 31 Maggio 2020 at 12:35

      Grazie a te, Martin. Senza la tua caparbia, accorata determinazione nel dare risalto a questa vicenda, senza il tuo sostegno quando stavo per arrendermi di fronte alle difficoltà della ricerca, questo racconto non sarebbe mai stato scritto. E senza il lavoro che vi hai profuso non sarebbe mai stato pubblicato. Mi unisco ai ringraziamenti ad Artemy e all’Unirr, per gli alti ideali che li animano. Ringrazio quanti hanno letto o leggeranno il mio breve racconto, nel quale ho cercato di dare corporeità a quello che era solo un nome nell’archivio dei Caduti in territorio sovietico. Cesare Pavese scriveva: “Perché si dimenticano i morti? Perché non servono più.” Analisi secca, amarissima, ineccepibile. Ma a lui così rispondeva Elio Vittorini: “I morti servono ad insegnarci perché sono morti.” Ecco, se i morti diventano i nostri maestri ha senso persino il mio “raccontare” la vita di Pietro, la cui giovinezza venne stroncata dalla ferocia della guerra, e rievocare la generosità di Taisia che nell’isba non si accostò con alterigia a un nemico vinto, ma con fraterna pietà a un uomo sofferente. Ne affidò il ricordo alle generazioni future, affinché neanche la più piccola particella di quell’insegnamento andasse perduta.

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    Fabio Lotti 31 Maggio 2020 at 09:14

    La storia, la guerra, i ricordi, le foto. Un racconto ricco di commozione.

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    Uomo delle valli 31 Maggio 2020 at 09:17

    Bellissimo, mi veniva da piangere mentre lo leggevo.

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    Fabio Lotti 31 Maggio 2020 at 09:24

    Aggiungo. Mi ha fatto venire in mente una foto del mio babbo nella guerra d’Etiopia chinato insieme ad un negretto che da ragazzetto mi fece una certa impressione.

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    Davide C. 31 Maggio 2020 at 09:38

    Racconto bellissimo, poveri ragazzi, che guerra orribile, come tutte le guerre. Spero che presto le fotografie tornino presto ai parenti di questo nostro grande soldato.

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    Luigi O. 31 Maggio 2020 at 11:49

    Ho seguito la vicenda già dalla pubblicazione dell’altro post: questo racconto bellissimo conclude in maniera meravigliosa una storia triste e drammatica. Sarò fatalista ma forse un minimo di “giustizia” nelle cose umane può darsi che ci sia veramente.
    Complimenti a tutti per la ricerca e, in particolar modo alla signora Borin per lo stupendo racconto.

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    Fiorella Borin 31 Maggio 2020 at 12:44

    Grazie di cuore a tutti voi.

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    Paysandu 31 Maggio 2020 at 12:54

    Quante storie come questa, quante storie che purtroppo nessuna splendida “penna” come questa della Signora Borin potrà mai raccontare perché sconosciute, irrisolte, perse o smarrite nella memoria dei protagonisti. Non bisogna dimenticare, occorre portare alto il valore del ricordo e studiare, onorare la storia perché essa è il nostro, semplice, fondamentale, unico ma utilissimo strumento per non più ripetere i soliti terribili errori dell’umanità.

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    Ennio 31 Maggio 2020 at 13:26

    Siamo andati in Russia da invasori, da nemici, da fascisti, eppure il sentimento di amicizia, di rispetto, di fratellanza che lega questi due popoli è sempre stato forte e profondo.
    La guerra è orrendamente guerra, purtroppo ma anche queste considerazioni ci devono fare riflettere.
    Racconto delicatissimo e commovente, da leggere e rileggere, per capire meglio tutto.

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    Mongo 31 Maggio 2020 at 18:03

    Studiare il passato per capire il presente e migliorare il futuro!

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  11. avatar
    Patrizia 31 Maggio 2020 at 18:34

    Complimenti,davvero bellissimo.

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  12. avatar
    Artemy Shamakov 31 Maggio 2020 at 21:51

    Non posso ancora dirmi soddisfatto completamente ma desidero nondimeno esprimere la mia totale gratitudine ai miei nuovi amici italiani: Martin, Fiorella e molti altri che hanno mostrato una enorme e sincera partecipazione alla mia modesta ricerca.
    Senza la loro perseveranza, non avremmo ottenuto nulla. Inoltre, il fatto che siano di madre lingua italiana è stato fondamentale.
    Noi russi siamo spesso accusati di orgoglio e supponenza quando si tratta di fatti attinenti alla seconda guerra mondiale.
    In effetti un fondo di verità dietro a tutto questo c’è davvero: a giustificare tale orgoglio mettiamo sul piatto più di 52 milioni di “ragioni” comuni a tutta la nostra nazione, e quasi ogni famiglia ha una sua “ragione” personale.
    Ci vuole molto tempo e tanta fatica per uscire fuori da questo mare di dolore e prestare attenzione alla tragedia di altre persone.
    Soprattutto se venivano nella nostra terra con le armi in mano.
    Quando, negli anni ’80 del secolo scorso, studiavo a scuola (allora era ancora una scuola sovietica) il ricordo della guerra era ancora molto fresco nel nostro paese.
    Sovente per strada era facile imbattersi in uomini senza braccia o senza gambe, tantissimi con le stampelle.
    Quasi ogni famiglia aveva la propria storia che la legava indissolubilmente alla guerra: su come i nostri nonni e le nostre nonne hanno combattuto o sono crollate per stanchezza e malnutrizione, oppure buttavano l’anima in fabbrica curve su un tornio o si occupavano dei feriti negli ospedali.
    E quante persone sono scomparse, sono state catturate dopo l’accerchiamento e sono state deportate e costrette a lavorare in occidente, ecco non sappiamo ancora con certezza il loro numero.
    A proposito, sapete che ancora oggi a Mosca, durante i lavori di ristrutturazione si trovano decine e decine di bombe inesplose?
    Tra noi ragazzi, il gioco della guerra era popolare quanto il nascondino o il calcio.
    Abbiamo corso e giocato con pistole giocattolo e mitragliatrici, “siamo andati all’attacco” gridando “Hurrà!” e fantasticando di far deragliare treni immaginari nemici
    …e, naturalmente, i nostri avversari erano sempre tedeschi, “Fritz”, come li soprannominavamo noi.
    L’eroismo dei soldati sovietici era per noi assoluto e innegabile, assolutamente oltre ogni dubbio.
    Eravamo noi buoni e bravi, e loro, i “Fritz”, cattivi e crudeli. Luoghi comuni, basta. Anche se, con così tante vittime sulle spalle, sarebbe anche legittimo aver un ricordo di questo tenore.
    Ora che non sono più da molto tempo un bambino capisco che questa foto non è solamente una semplice immagine in bianco e nero. La verità sulla guerra è difficile da accettare.
    Ci arrivi, passo dopo passo, rimuovendo vecchie idee e pregiudizi. A volte fa male. Molti russi, della generazione dei miei genitori, non saranno in grado di accettare questa verità per il resto della loro vita. È difficile credere che l’eroico liberatore del soldato nemico possa fare qualcosa di brutto e vergognoso.
    Ha infatti appena vendicato i suoi parenti e amici morti, non è vero?
    Perfino nella consapevolezza della mia attuale età adulta -vi assicuro- non è stato il massimo della soddisfazione leggere quei passi narrativi in cui Fiorella fa menzione dei crudeli russi e del loro atteggiamento nei confronti dei prigionieri. Certo, c’era tutto nella guerra: vendetta, rabbia cieca, crudeltà verso gli esseri viventi.
    Eppure non bisogna dimenticare che la battaglia di Stalingrado fu solo la svolta in questa terribile guerra.
    Prima di questo momento, l’esercito russo si trovò in continua ritirata, a volte, caoticamente, con perdite enormi.
    Credo che la difficile situazione dei prigionieri, nella maggior parte dei casi, non sia stata una mera manifestazione di crudeltà voluta e cercata.
    Affamati e congelati, marciarono lungo la loro “marcia dei morti” perché i russi semplicemente non erano preparati per accogliere un numero così elevato di prigionieri e loro stessi, noi russi intendo, avevano evidenti problemi con i rifornimenti di cibo e vestiti, per non parlare poi dei mezzi di trasporto.
    E che dire poi di un colpo alla nuca a un prigioniero che è stremato, sfinito per malnutrizione, ferite, gelo e altre malattie?
    Questa è vera atrocità o, in fondo, un atto di compassione? Riflettiamo vi prego, tutti insieme su questi aspetti.
    Eppure ci fu anche un numero enorme di gesti di altruismo umano, di compassione e di amicizia. Esempi di infinita umanità.
    Fino a poco tempo addietro conoscevo ben poco circa la partecipazione dell’Italia a questa guerra.
    Sì, certo, sapevo del Duce, di Mussolini e che gli italiani parteciparono alla guerra insieme a ungheresi, rumeni, croati…
    E circa due o tre settimane fa, mia moglie Galya ed io stavamo sfogliando vecchi album di famiglia quando ci siamo imbattuti in queste tre foto.
    Le ho chiesto: “E chi è questo?” E così è venita fuori questa incredibile storia.
    A proposito, debbo ringraziare anche mia moglie Galya per il fatto che la sua famiglia ha conservato con cura queste foto e con esse questa storia.
    Fu lei che una ragazzina russa, Taisya, allattò da neonata e a cui raccontò le sue storie di guerra.
    Tra esse quella di questo povero ragazzo italiano.
    E così ho afferrato che, per volontà del destino, ero stato incaricato di trasmettere al mondo e, se possibile, ai discendenti di questo soldato questo che era il suo ultimo messaggio. Sarei molto felice se il mio desiderio fosse esaudito.
    Colgo infine l’occasione per esprimere ancora una riflessione ai miei amici italiani.
    Sì, è vero, le grandiose idee dei potenti di questo mondo spesso inducono le persone a confrontarsi.
    Ma anche in questi frangenti non dobbiamo dimenticare che siamo tutti esseri umani.
    Non dobbiamo permettere a criminali e tiranni di alto rango di separarci, di dividerci: dopo tutto veniamo dalla stessa terra, con una cultura e dei valori comuni.
    Vorrei che l’Italia vedesse un amico nella Russia. Anche se questo amico non è un amico semplice e immediato da comprendere. Ha sofferto molto, ha molto a cui pensare.
    E quindi è difficile per lui vivere, spesso è difficile per lui trovare comprensione. Sì, magari è un amico che una sera può bere un bicchiere di troppo e nei fumi dell’alcol raccontarti anche cose brutte.
    Ma gli devi dare il tempo per riprendersi. E poi capirai che puoi contare su di lui anche nei momenti più difficili della storia e non può esserci amico più comprensivo, fedele e pronto a sacrificarsi per colui che ama.
    Vi saluto tutti con profondo affetto…
    Artemy Shamakov

    [La modesta traduzione dal russo è mia. Mi scuso con Artemy e coi Lettori per le imprecisioni e le inesattezze. Chiunque desideri accedere all’originale russo del commento di Artemy può farmene richiesta per email: soloscacchi@gmail.com grazie, Martin]

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      Fiorella Borin 1 Giugno 2020 at 00:26

      Artemy, la ringrazio per questo suo intervento, ampiamente condivisibile. Sono figlia di un reduce di Russia, che mi affidò i suoi diari di guerra. Le ricopio due stralci di quanto scrisse mio padre a Dniepropetrowsk nel febbraio 1943: “Chi è il nemico? 1. Il Comando Italiano. 2. Il freddo. 3. I tedeschi. 4. I russi.”
      Poi scrisse: “Rileggendo i miei appunti, molte volte il pensiero è andato a tutte quelle donne ucraine, giovani e vecchie, ma tutte infinitamente buone e pietose, che hanno creduto di vedere nei soldati italiani abbandonati lungo le dolorose strade di una tragica ritirata invernale, il loro fratello, il loro fidanzato, il loro sposo, il loro figlio. Tanti dei nostri soldati, sfiniti di stanchezza o feriti, e amorosamente portati nelle povere ma tiepide isbe, nutriti con quel poco che era stato possibile salvare dalle razzie tedesche, potranno testimoniare un giorno dell’animo infinitamente buono e dell’eroismo delle donne ucraine che nella loro pietosa opera di bene hanno sfidato le ire della polizia ucraino-collaboratrice e delle famigerate SS tedesche. E i racconti di questi soldati, strappati miracolosamente alla morte da quelle persone che essi erano stati mandati a combattere, costituiranno un inno a quella bontà che è al di sopra di ogni risentimento e di ogni partito; a quella bontà fatta di grande amore e di infinità onestà.”
      Proprio alla luce di quanto ho ricopiato, le sarà chiaro che concordo in larga misura su quanto lei ha sostenuto nel suo intervento. Mi dispiace che lei non abbia gradito gli accenni alla crudeltà dei sorveglianti russi; ho scritto “russi” perché allora tutti gli abitanti dell’Unione Sovietica venivano chiamati così, senza fare tante distinzioni; effettivamente dalle testimonianze rese dai superstiti, ho appreso che si trattava anche di siberiani, tartari, mongoli, partigiani e in certi casi anche di donne… Ma nel corso del racconto non mi sembrava necessario soffermarmi su questo dettaglio, anche perché non sappiamo da quale regione provenissero gli uomini che conducevano nei lager i prigionieri italiani ospitati da Taisia nella sua isba. Nei libri che ho consultato e dalle numerose testimonianze dei sopravvissuti ai lager sovietici, emerge comunque sempre la descrizione delle sofferenze terribili provate durante le “marce del davaj”, o marce della morte. Tutti concordano nel dire che vennero privati di ogni oggetto prezioso che avevano con sé, in certi casi persino delle scarpe, degli indumenti pesanti e delle fotografie che custodivano nei portafogli. E sinceramente credo che quel soldato le abbia affidate a Taisia proprio per evitare che venissero distrutte da un sorvegliante. Purtroppo in guerra emergono i lati migliori e peggiori degli esseri umani: qualcuno diventa un eroe, qualcuno un codardo, qualcun altro un malvagio. Per sopportare quelle temperature così terribili, bisognava anche scaldarsi con la vodka, e sappiamo che l’alcol scatena reazioni insensate proprio perché annulla i freni inibitori. Possiamo anche ritenere che solo da ubriachi i sorveglianti diventassero malvagi. Tutto è possibile. Non conosceremo mai la verità; dobbiamo accontentarci di qualcosa che assomigli a quella verità, oppure non dire niente: tacere, dimenticare la generosità e la dolcezza di Taisia, dimenticare l’agonia e la morte del soldato che le consegnò le fotografie, e stendere una pietra tombale su tutto questo, come se non fossero mai esistiti. Ho fatto questa ricerca e scritto questo racconto per far tornare in vita, anche solo per pochi minuti nella mente dei lettori, l’immagine delicata di Taisia e la sofferenza di un soldato prossimo alla morte. Ma se questo le ha causato disappunto perché ritiene che io abbia gettato discredito sui sorveglianti dell’Unione Sovietica, tutto può essere cancellato senza alcun problema da parte mia. Basta che lei lo chieda a Martin e tutto sparirà con un click. Le ragioni degli altri vanno sempre rispettate, per cui mi scuso se ho urtato la sua sensibilità: non erano queste le mie intenzioni.

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        Artemy 1 Giugno 2020 at 07:49

        No. Non ho mai detto che non fosse vero o che non sarebbe potuto succedere. Solo che queste cose sono spiacevoli da realizzare.

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  13. avatar
    Francesco Cocorullo 31 Maggio 2020 at 22:19

    Storia molto bella e commovente, complimenti all’autrice che l’ha narrata molto bene!

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  14. avatar
    Olga (Mosca) 4 Giugno 2020 at 15:41

    Poveri ragazzi italiani! Non ho potuto trattenere le lagrime guardando il film “I girasoli”. I russi non sentono nessun astio nei confronti degli italiani che hanno partecipato nella seconda guerra mondiale. Tanti hanno perso le loro vite in Russia d’inverno gelido senza traccia. Li hanno fatto andare al fronte d’oriente. Tanti nomi ignoti, tante tombe nei boschi russi senza nome… Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo che la tragedia mondiale non succederà mai più…

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