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il cliente abituale

Scritto da:  | 11 Agosto 2020 | 2 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Racconti

Il taxi superò il cancello rallentando, affrontò a passo d’uomo il vialetto in curva, e, ripresa la spinta per la breve salita andò a fermarsi, davanti all’ingresso del Park Palace Hotel. Il cliente, mezz’età ma ben portante, capelli grigi, vestito all’inglese, dopo aver pagato aprì lo sportello e scendendo con calma, disse in un buon italiano ma venato da un accento nordico. “Attenda prego mando a scaricare le valigie.” Pochi passi oltre la porta a vetri per attraversare la hall, signorilmente arredata, di quella villa in stile rinascimentale fiorentino che si fingeva cattedrale alzandosi per due piani e fu davanti alla reception. “Signor van Loos ben tornato a Firenze” esclamò l’impiegata con un bel sorriso. “Le mie valigie “. “Subito, provvedo” rispose la sua interlocutrice educatamente e suonò il campanello. Mentre il cliente abituale firmava il foglio di arrivo, l’inserviente di turno andò fino al taxi e tornò carico e restando in attesa. “Il signor van Loos alla suite Il Cedro, come sempre.” Annuì compiaciuto e chiese: “Mi scusi vedo che è tardi, può chiamare per me il… “Ma certo. Prego si accomodi nel salone, le passo la chiamata. Lo fece. Un altro cliente lo degnò di un educato cenno delle testa e riportò lo sguardo sul portatile. Sospirò. Non riusciva ad adattarsi all’uso che gli dicevano efficace di quei moderni sistemi e rispose automaticamente. Puntò deciso verso il lato opposto, fermandosi davanti a una delle porta finestre che si aprivano sulla grande terrazza che sovrastava il giardino. La piscina spiccava con il suo azzurro madreperlaceo, abbracciata dal verde carico delle siepi di cipresso. Il fiorire di primule nei grandi vasi di coccio lavorati suggerivano le prime avvisaglie di una tardiva primavera.
Il telefono che trillava lo costrinse a girarsi e ad andare a rispondere. “Sono Johan van Loos. Posso parlare con il direttore, il dott. Bassi” chiese. “Sissignore, resti in linea prego” gli intimò la voce anonima di un centralinista. Lo fece con pazienza tamburellando sul ricevitore e infine: “Il signor van Loos” tubò la voce melodiosa di Anna Frilli, segretaria particolare. “Buongiorno, cara signorina” disse discorsivo poi stringente: “Il direttore?” “Un istante, prego, è impegnato sull’altra linea, no, no…ecco, si è liberato”. “Meener van Loos, l’aspettavamo” il vocione sonoro del dott. Bassi rombava nella cornetta. “La mia è una visita interessata caro dottore, lei sa…” “Ma sempre gradita. Il suo accredito è arrivato da una settimana” Bassi sproloquiava complimenti come al solito. Lo interruppe annunciando: “Ottimo, sarò da voi domattina. Non troppo presto però. Undici? Più o meno? ” dubbioso. “Può andare?” “Domattina…”Bassi prendeva tempo, controllava l’agenda e infine: “Senz’altro.” “Facciamo undici allora. “Va bene!” “Ecco” si giustificava: “Il prezzo richiesto è molto elevato. Ho chiesto all’esperto di mia fiducia di accompagnarmi. Mi serve il suo parere, l’antiquario non sembra disposto a scendere, la contrattazione andrà per le lunghe. Un’ora temo, forse di più.” “Non si preoccupi. Ho una colazione di lavoro Il mio ufficio è suo fino alle tre, potrà fare con comodo.” “La ringrazio, allora, domattina alle undici”. Il dottor Aldo Bassi, direttore della succursale della vecchia banca toscana sorrise compiaciuto. Gli acquisti fiorentini del signor Van Loos, un milionario fiammingo, residente a Montecarlo, collezionista di bronzi cinesi antichi, erano cominciati un anno prima, in gennaio. Il banchiere di Monaco aveva fatto il suo nome come persona di fiducia, di appoggio. Il signor van Loos aveva apprezzato la sua riservatezza e disponibilità. L’antiquario fiorentino aveva l’esclusiva di pezzi straordinari messi i vendita dagli eredi di una collezione privata. Il milionario era interessato, ma la collezione, appartenuta a uno zio defunto, doveva subire il vaglio delle imposte italiane. Occorreva contrattare una liberatoria per l’esportazione. I tempi si dilatavano. Alcuni pezzi, pregiati ma meno importanti, avevano ottenuto l’OK in fretta, ma quanto si trattava l’indomani doveva essere materiale di altissimo livello. Stavolta la somma accreditata a nome di Johann van Loos era un milione di euro… La banca incassava le commissioni sul trasferimento, ma il magnate fiammingo valutava con grande generosità, pari al 5% della cifra della transazione, quella sicurezza e il disturbo che imponeva al dottor Bassi, nel privarlo del suo ufficio per le sue trattative riservate. Fossero tutti come lui, si disse, compiaciuto appoggiandosi allo schienale della poltrona. Alzò gli occhi, guardando con gratitudine la stupenda annunciazione del Perugino appesa sul muro davanti a lui, sopra l’angolo salotto destinato agli ospiti di livello. Con sullo sfondo lo scorcio del lago Trasimeno, l’angelo, con l’espressione trasfigurata dal pennello del sommo pittore si chinava sul volto dolcemente attonito della vergine. Un capolavoro, olio su tavola di 37,2 cm. per 24,8 sotto il vigile occhio delle video cellule che garantiva la massima sicurezza ventiquattr’ore su ventiquattro.
Johann van Loos indugiò qualche istante, rifletteva. La scacchiera sulla quale muovere le sue pedine per le prime mosse era pronta e il suo piano d’attacco anche. Si passò la mano sui capelli, ravviando istintivamente il ciuffo grigio che gli era sceso sulla fronte. L’altro cliente aveva lasciato il salone durante la telefonata. Si rialzò, e tornò alla porta finestra. Una lieve brezza si infiltrava tra le fronde dei cedri del Libano facendole fremere. Senza indugiare ancora, tirò fuori di tasca il cellulare, fece il numero e alla risposta disse: “Sono io”. Ascoltò in silenzio, annuendo e infine: “L’appuntamento è confermato. Domattina alle undici e mezzo alla Banca.” Tornò nella hall, e si diresse verso l’ascensore. Quando la porta della suite Il Cedro fu chiusa dietro di lui, alzò il telefono sul comodino e chiamò l’antiquario.
La mattina dopo, Johann Van Loos superò la porta della Banca con in mano un’elegante borsa da lavoro di cinghiale nera. Era seguito da un giovane, bruno, rotondetto, media statura, con gli occhi nascosti da lenti con una vistosa montatura di tartaruga, abito grigio anonimo e cravatta a colori sgargianti, già noto alla reception come il dottor Carli. Non dovendo mischiarsi alla promiscuità della clientela degli sportelli, fu indirizzato subito all’ascensore che portava agli uffici ovattati della Direzione del primo piano, al sancta sanctorum del dott. Bassi. Il ding della cabina in arrivo, permise all’uomo seduto dietro il tavolo finto fratino piazzato davanti all’ingresso di nascondere la Gazzetta dello sport e scattare in piedi per salutare. Conosceva la disponibile cortesia di Meener van Loos. E anche il suo collega, appollaiato alle sue spalle, con lo sguardo agli schermi di sorveglianza all’accesso e ai punti nevralgici del piano, voltò la testa e, abbozzò un sorriso. La prima volta che il magnate fiammingo era arrivato in Banca, il direttore, mentre gli decantava i sistemi di sicurezza interni, gli aveva presentato gli incaricati. Johann van Loos, dopo che tanti anni nel mondo del lavoro gli avevano insegnato come guadagnare la fiducia dei collaboratori, anche stavolta superò la loro postazione mormorando cortesemente: “Buongiorno a lei Rossi e a lei Sarti, ricordate il dottor Carli, immagino.” Carli, il suo esperto, l’aveva già accompagnato due volte. Uomo estroverso, grande appassionato di calcio aveva notato subito la foto con dedica della squadra fiorentina e ogni volta all’uscita si soffermava a commentare l’ultima partita. “Ma certamente” confermò Rossi, mentre il dottor Carli, nel passargli accanto, diceva complice: “Quel arbitro domenica… meglio stare zitti, insomma ne parliamo dopo…” e li superò anche lui. La signorina Frilli tubò il suo benvenuto prima di introdurli e il dottor Bassi li accolse festoso facendoli accomodare nel lussuoso angolo salotto. Fece portare loro il caffè e li intrattenne fino al suono del telefono interno che annunciava l’arrivo della persona che attendevano. L’orologio del direttore segnava le undici e dieci. All’ingresso dell’antiquario con una capace borsa a tracolla si alzò dalla poltrona e dichiarò: “Perdonatemi, vi lascio lavorare, fate con comodo, ma come già detto, ho un appuntamento. Ci vediamo al mio ritorno?” “Non credo, avrei l’intenzione di finire prima” protestò van Loos scherzoso. “Come desidera. La mia segretaria stacca dall’una alle tre, ma lei qui ormai è quasi di casa. Ricorda dov’è il bottone?” “Sì grazie certo.” “Quando le serve, lo prema e chieda di far salire il cassiere.” “Grazie e, se concludiamo come spero, vorrei lasciare la borsa in cassetta. Domattina prima della mia partenza, diciamo verso le nove, passerò a ritirarla e per un saluto” “L’aspetto. Allora domattina” disse Bassi, congedandosi.
“Vedo il direttore, è nel corridoio, sta arrivando” riferì Sarti, l’addetto alla video camera al collega e un attimo dopo infatti: “Io devo andare. Quando Meener van Loos ha finito, fatelo accompagnare al caveau” ordinò il dottor Bassi, transitando davanti a loro come una meteora.
“Il nostro Creso ha cominciato il suo gioco, mi piacerebbe avere un decimo del suo denaro” dichiarò Rossi piazzandosi a guardare alle spalle del collega: “E’ così ricco? ” “Ricchissimo, tu fammi vedere ” ingiunse, sedendo accanto a lui. Gli occhi di sorveglianza comandati dalla sofisticata apparecchiatura mostravano ogni particolare della trattativa. Mancava solo l’audio.
L’antiquario aprì la borsa che aveva portata e afferrò due sacchetti imbottiti, sciorinando la sua mercanzia. Un stupenda coppa rituale in bronzo cesellato con base lavorata a sbalzo che si apriva a calice e una seconda, simile ma leggermente più piccola, con due manici a testa di drago e sostenuta da un treppiede.
L’imperturbabile espressione da giocatore di scacchi di Johann van Loos, non tradiva i suoi pensieri ma, sfiorò riverente i due pezzi con le dita, prima di passare la coppa più grande all’esperto. Il dottor Carli la mise in luce, tirò fuori di tasca una lente e cominciò a esaminarla. “…e quella coppa varrebbe mezzo milione di euro?” commentò Sarti sbalordito. “Pare.” Carli la analizzò a lungo, accuratamente. Poi si alzò in piedi, andò ad appoggiarla dietro di sé, sul la scrivania del dottor Bassi e prese l’altra. Stessa procedura, stavolta persino più accurata: il treppiede fu rigirato, studiato con attenzione e infine il dottor Carli annuì.
“Ha dato il benestare ma ora viene il bello” dichiarò Rossi, mentre davanti ai loro occhi si svolgeva la pantomima della trattativa tra antiquario e acquirente. La discussione era serrata e, si capiva, destinata ad andare per le lunghe. Venditore e acquirente si fronteggiavano come due rivali davanti a una scacchiera. “Mi piacerebbe essere mosca per sentire, ma così è una gran noia “ protestò Rossi, tornando alla sua Gazzetta mentre Sarti si dedicava un giro di orizzonte alle altre video cellule che controllavano il piano, pur continuando a seguire con la coda dell’occhio l’ufficio del direttore.
Anna Frilli, la segretaria, passò ancheggiando davanti a loro mentre l’orologio segnava l’una. Dieci minuti dopo anche Rossi prendeva l’ascensore per occuparsi della loro colazione . “Ma sono ancora là?” indagò all’una e venti passata, quando ricomparve con i panini e le bibite per sé e il collega, “Pare, oggi non finiscono più, sarà meglio mangiare” rispose Sarti seccato, ma prima di poter aprire il suo sacchetto: “No, aspetta ci siamo “esclamò mentre assisteva alla stretta di mano che sigillava l’accordo. Un attimo dopo, infatti si accese la luce rossa che convocava il cassiere.
Dopo il cassiere fu il primo a uscire con le sue scartoffie in mano arrivò davanti all’ascensore e spinse il bottone. L’antiquario invece si fermò sulla porta, chiacchierando con il fiammingo prima di congedarsi. Gli sentirono dire ad alta voce: “…esportazione per l’ascia rituale”. “Certo, mi chiami appena riceve la buona notizia” rispose Johann van Loos. L’ascensore era arrivato, il cassiere aspettava. Rossi si alzò educatamente mentre l’antiquario lo superava con aria soddisfatta e s’infilava nella cabina. Rossi sedette di nuovo. Invece Meener Van Loos era rientrato e continuava parlava con l’esperto, restando in piedi. Finalmente tornò al divano e infilò le due coppe rituali di bronzo nei sacchetti imbottiti che le contenevano. Quindi andò verso la porta, prese il soprabito dall’attaccapanni, e uscì seguito dal suo esperto.
“Arrivano” annunciò Sarti a Rossi. “Il signor van Loos vorrà andare nel caveau” mormorò Rossi, alzandosi di nuovo.
Johann Van Loos si fermò e, sorridendo con l’abituale cortesia: “Grazie Rossi, vorrei scendere.” “Avverto subito” garantì. “Allora cosa avrebbe fatto di tanto grave l’arbitro?” interrogò scherzoso. “Ci ha fatto pareggiare e invece…, mi scusi…” Rossi s’interruppe: “Sei tu Puccini, il signor van Loos viene da voi, bene ottimo!” e precisò: “E’ atteso.” Per poi spiegare: “Ci ha affibbiato un rigore!” “Brutt’affare” commentò il magnate serissimo. “Io scendo, solo pochi minuti. Facciamo colazione insieme dottore?” chiese all’esperto. “Con piacere, grazie” “La ritrovo qui?” “Senz’altro l’aspetto ” rispose Carli: “Ne approfitterò per fare due chiacchiere.” Ma mentre la porta dell’ascensore si apriva Johann van Loos mormorò pensoso: “I bronzi sono qui”, sollevando i due sacchetti imbottiti “ma la mia borsa dov’è finita?” E irritato fece dietro front brontolando: “Ma certo, che stupido, l’ho lasciata nell’ufficio del direttore, un momento vado e torno.”
Si affretto per il corridoio, aprì la porta, entrò… “Non c’era il rigore. Ho visto la moviola” garantì il dottor Carli. “No che non c’era” giurò anche Sarti, voltandosi. L’esperto del fiammingo amava il calcio. Non rifiutò la discussione e nel descrivere l’azione, si avvicinò all’addetto al video, toccando il bottone superiore della sua giacca per mettere in funzione il suo trasmettitore. Un minuscolo apparecchio, che, sovrapponendosi al sistema di sicurezza, cominciò a lanciare la registrazione dell’immagine dell’Annunciazione del Perugino. La distorsione quasi impercettibile a occhio nudo durò meno di un secondo e Sarti in quel momento voltava le spalle allo schermo e “E’ un vero capolavoro…”dichiarò il dottor Carli, chinandosi in avanti per ammirare il dipinto.
Van Loos sentì, ora poteva agire, ma aveva solo un minuto. La sua borsa era dove l’aveva lasciata, accanto all’attaccapanni. La tirò su e attraversò di corsa l’ufficio del direttore. L’aprì, tirò fuori l’involto, protetto da un asciugamano di spugna, lo sfece, e ammirò per un secondo l’Annunciazione del Perugino che teneva in mano: identica all’originale. Staccò quella vera dal muro, al suo posto appese la copia e controllò che fosse ben dritta. Poi rimballò accuratamente il suo bottino, infilandolo nella borsa con i due sacchetti delle coppe rituali Shang. Chiuse, raggiunse la porta e uscì per il corridoio… La voce di Rossi, chiedeva: “Mi scusi, dottor Carli, sono uno sfacciato, ma cosa sono quei due vasetti che costano una fortuna?” “Bronzi rituali Shang, una coppa e un coppa a treppiede dell’ XI secolo avanti Cristo. Valgono novecentomila euro”. “Quasi un milione?” Sarti lo fissava sbalordito. L’esperto che vedeva il fiammingo arrivare per il corridoio: “Già ” confermò asciutto allontanandosi dallo schermo. L’immagine dell’Annunciazione si distorse un’altra volta, impercettibilmente, per ritornare subito perfetta.
La mattina dopo alle nove meno un quarto, il taxi aspettava davanti alla porta del Park Palace. L’inserviente caricò la valigia augurando: “Buon viaggio signor van Loos.” “Grazie, a presto” rispose lui allungando la mancia e rivolto al tassista ordinò: “Alla Banca… in via…
Il taxi restò dall’altro lato della strada in attesa con il contatore che girava. Al caveau, il magnate fiammingo fece presto, firmò, seguì l’inserviente con la chiave, attese che l’infilasse per poi allontanarsi e usò la sua. Portò la cassetta in cabina, e trasferì il contenuto nella sua borsa. Aveva già chiesto di informare il direttore del suo arrivo e, completate le operazioni, salì al primo piano. Salutò con la mano i sorveglianti passando, la signorina Frilli l’accolse rapita e l’introdusse. Il commiato con il dottor Bassi fu cordiale, ma rapido. “Quando la rivedremo?” chiese il direttore giulivo. “Presto, spero. Aspetto solo una telefonata…” Rossi scattò in piedi sorridente. Lo gratificò stringendogli la mano. Avvertì per telefono il pilota, però c’era un gran traffico, un imbottigliamento prima dell’autostrada, e il suo taxi impiegò più di mezzora per portarlo all’aeroporto. Ma il suo aereo era già pronto sulla pista. La torre dette il permesso di decollare alle 11 e 22.
A Nizza, pioveva. L’autista l’aspettava con una sacca di tela in mano. La prese e gli affidò la sua valigia e la borsa nera. L’appuntamento con “Carli l’esperto” era al bar del Park Inn Nice. A cinque minuti dall’aeroporto. Lo riconobbe subito, magro, i falsi cuscinetti erano spariti, un buon lavaggio aveva fatto tornare biondo chiaro i suoi capelli, e aveva smesso gli occhiali di tartaruga. “Ottimo lavoro, pulito ed efficace” lo complimentò. “Grazie Meener van Loos.” Era il miglior esperto di micro trasmettitori sul mercato con un lavoro e una posizione invidiabili e non si chiamava dottor Carli. Lo conosceva da quando tanti anni prima era considerato il miglior hacker della Francia. Johann van Loos se ne serviva di rado, solo quando voleva assaporare il sottile piacere del gioco pericoloso. Carli era la sua Regina e valeva quanto costava. Stavolta quattrocentomila euro, ma ne è valsa la pena, si disse. “Mi sono divertito” ammise, i suoi occhi brillavano pericolosamente. “Anch’io” rise l’altro. Gli allungò la sacca di tela: “Quanto le dovevo.” “Grazie, sempre a sua disposizione monsieur. Sa come trovarmi. ”
La macchina lo portò nel palazzo cinquecentesco di Rue de Briques, nel centro storico di Monaco che aveva restaurato completamente dieci anni prima. L’atmosfera ovattata di casa sua l’avvolse cullandolo con Madame Bonvin che l’intratteneva ciarliera. Le concesse attenzione e istruzioni. Poi portò la borsa nera al primo piano ed entrò nello studio aprendo la vetrina blindata che ospitava la sua collezione. Spostò tre pezzi meno importanti, e sistemo al posto d’onore le coppe rituali Shang. Infine, sempre con la sua borsa nera in mano, scese nel rifugio antiatomico che ospitava la cassaforte, grande come una stanza. L’Annunciazione del Perugino trovò posto nel primo ripiano in bella mostra. Tre altri piccoli dipinti preziosi l’avevano preceduta. Li contemplò soddisfatto e richiuse sbadigliando poderosamente. Aveva sempre sonno quando un’avventura era terminata.

avatar Scritto da: Patrizia Debicke (Qui gli altri suoi articoli)


2 Commenti a il cliente abituale

  1. avatar
    Uomo delle valli 11 Agosto 2020 at 19:54

    Molto, davvero molto bello! Letto tutto d’un fiato, ne è valsa la pena.

  2. avatar
    Fabio Lotti 11 Agosto 2020 at 21:40

    Grande Patri, grande Martin e, lasciatemelo dire grande “Soloscacchi”!

    Mi piace 1

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