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Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi

Scritto da:  | 3 Ottobre 2020 | 11 Commenti | Categoria: Cultura e dintorni, Scacchi e letteratura

Al Grand Hotel Libertador, un maestoso edificio che si erge nella parte Nord di Buenos Aires, è stato ucciso il grande campione di scacchi Igor Malinowsky, colpito alla testa da un pesante fermacarte in ottone. Accanto al suo corpo la polizia rinviene una scacchiera, sulla quale l’assassino ha disposto i pezzi ad arte, riproducendo un elegante problema combinativo.

Un’indagine scacchistica, dunque, quella che si profila al lettore, ma non solo. Il quadrato della scacchiera, che ai profani del gioco appare a torto angusto e limitato, può infatti rappresentare un tutto assai più grande, se si assume – da Eraclito a Eugen Fink – che il gioco sia simbolo del mondo. “L’eternità è un bambino che gioca con i pezzi degli scacchi. Di un bambino è il regno”, recita il famoso frammento 52 DK del filosofo di Efeso, e ciò viene a significare che il corso delle cose è in mano a una divinità capace di trattare uomini e popoli come i pezzi di una scacchiera cosmica.[i]

Poiché la letteratura adombra la vita, potremmo dire che qualcosa del genere accade anche nella strutturazione di un romanzo o di un racconto: i personaggi “stanno in mano” al loro autore come i pezzi di un gioco di scacchiera: bisogna farli muovere, tra le pagine del testo; farli agire, comunicare, eccetera. Gioco degli scacchi, vita e gioco letterario dialogano tra loro. È questo, in breve, il filo conduttore del Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi.

Ispirandomi alla prosa di Jorge Borges, ho cercato di costruire un testo che parlasse a più livelli: si può leggere come giallo classico, ambientato in una labirintica Buenos Aires (non a caso, la città di Borges); come puzzle combinativo sugli scacchi (per i quali ho scelto una complessa posizione risalente alla partita Teichmann – N.N., Zurigo 1921, che ha appassionato intere generazioni di scacchisti, con soluzioni diverse in periodi storici diversi);[ii] ma anche come originale riflessione filosofica sul rapporto tra il pensiero e la materia, tra le correnti idealiste e quelle materialiste, che nella storia della filosofia si sono rincorse e vicendevolmente attaccate. L’idealismo, com’è noto, rifugge dall’odiata e sporca materia; il materialismo, invece, dalla paranoica e violenta idea, che vorrebbe misconoscere ogni residuo oggettivo.

Nel Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi, lo scontro tra le due correnti filosofiche è già esemplificato dai nomi dei detective protagonisti della vicenda: Michael Philonous e Ula Anderson. Il primo è un novello “amico del pensiero”, e nella fattispecie di un pensiero scacchistico; la seconda, invece, è donna dai modi assai più pragmatici, che si occuperà  delle componenti materiali dell’indagine. Il lettore attento è già preparato a questi nomi dalla citazione apposta in epigrafe, tratta dai Dialoghi di Hylas e Philonous di George Berkeley: un famoso e irriverente passo in cui Hylas, il difensore delle ragioni della materia, afferma che quella del suo antagonista è “l’opinione più stravagante che sia mai entrata nella mente di un uomo, e cioè che non esista nel mondo qualcosa come la sostanza materiale.”[iii]

L’opinione di Philonous passava certo per stravagante già ai tempi di Berkeley, eppure ha sempre conservato un fascino singolare, e su di essa vale la pena spendere qualche considerazione. Com’è noto, la si riassume nel motto Esse est percipi, ovverosia l’essere è percezione. Se ci capita di urtare una porta, ad esempio, possiamo legittimamente affermare di aver provato una sensazione di durezza; ma non è altrettanto lecito affermare che la porta esista. Anche nei sogni, infatti, potremmo sperimentare una analoga sensazione di durezza, e di certo non affermeremmo che l’oggetto urtato esiste: si tratta di puro “materiale onirico”, dunque puro pensiero. La realtà non è un sogno, si obietterà, eppure per Berkeley è come se lo fosse. Di conseguenza, ognuno di noi percepirebbe le cose allo stesso identico modo con cui le percepisce chi sogna; oppure, si potrebbe dire, al modo con cui il personaggio di un romanzo percepisce le cose che lo circondano.

È memorabile, a tal proposito, ciò che accade in Attraverso lo Specchio di Lewis Carrol, durante l’incontro tra Alice e il Re Rosso, pezzo degli scacchi ritratto in posa dormiente contro un albero. Tweedledum, l’accompagnatore di Alice, chiede alla bambina: “Cosa pensi che stia sognando?” E di fronte alla risposta evasiva di Alice, ribatte, senza esitare: “Che diamine! Sta sognando te! […] E se smettesse di sognare te, dove pensi che saresti? […] Non saresti in nessun posto. Diamine, tu sei soltanto una sorta di oggetto nel suo sogno!”[iv] Alice non può che mettersi a piangere, dinanzi a queste parole, protestando a viva voce la sua esistenza in carne e ossa; e tuttavia, per il lettore è chiaro che lacrime e singhiozzi non rappresentano altro che materiale onirico. Come la stessa Alice.

È innegabile che gli scacchi offrano – non passi per casuale, questo modo di dire – “materia di riflessione” al problema del rapporto tra la coscienza e l’oggetto, e perfino circa la consistenza stessa del soggetto e dell’oggetto. Da un lato, i pezzi sulla scacchiera costituiscono, stricto sensu, una trascurabile componente fisica: il pensiero si muove “tra di essi”, “attorno ad essi”, “sopra e sotto di essi” senza incontrare ostacolo. È il giocatore, in effetti, a doversi rendere conto dei rapporti di forze verificabili volta per volta tra le figure del gioco, e non è certo possibile udire i pezzi suggerirgli: “ecco, tra di noi si nasconde una combinazione”. Un pensiero allo stato puro, se ci si passa l’espressione, pare regnare sovrano, e gli scacchi potrebbero definirsi come un gioco “immateriale”.

D’altro canto, però, la questione non è affatto così semplice, perché il rapporto tra soggetto e oggetto è dialettico, e ogni qualvolta si provi a ridurre tutto ad un unico polo, spuntano immancabilmente le ragioni dell’altro. Chiediamoci, infatti: è possibile pensare senza immaginare, ovvero senza alcun rapporto col mondo esterno, quasi al modo dell’ “uomo volante” di Avicenna, creato sospeso nel cielo e bendato? Oppure, aristotelicamente, il pensiero non può che nascere dall’immaginazione, e questa, a sua volta, dai sensi? Non sussiste pensiero, pare ormai di poter affermare, sulla scorta delle risultanze delle moderne teorie della mente e delle neuroscienze, senza che il soggetto abbia mai percepito alcunché. E allora dovremo pure ammettere che non si può giocare agli scacchi senza possedere un pur minimo riferimento “materico”, fosse anche il frutto di una passata visione e memorizzazione della scacchiera e dei suoi pezzi (oppure, come accade per taluni giocatori ciechi, grazie alla possibilità di toccare i pezzi sopra una scacchiera personale). Scopriamo così che le ragioni della materia, cacciate via dalla porta, rispuntano beffarde dalla finestra, a ricordarci che non si può eliminare dagli scacchi qualsivoglia componente “materica”.

Nel Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi ho riprodotto le esigenze dei due schieramenti filosofici negli antitetici personaggi dei detective, finanche nei loro litigi circa lo svolgimento dell’indagine. Philonous dichiara di preferire “una spiegazione squisitamente scacchistica” del delitto di Malinowsky, per il fatto che sopra la scacchiera del campione l’assassino ha composto un complesso problema combinativo. Dal canto suo, Ula Anderson risponde nervosamente: “Non mi intendo degli scacchi. È un gioco fine a se stesso, senza ricadute nella prassi.” E lo considera un inutile lambiccamento del cervello, parente prossimo, guarda caso, dell’odiata filosofia. Così è già prospettato il leitmotiv del libro, che dietro l’escamotage dell’indagine da giallo classico nasconde una sotterranea riflessione circa le conseguenze della separazione tra il pensiero e la materia.

Philonous si metterà sulle tracce dell’assassino analizzando l’intricato problema combinativo, e quindi cominciando a giocare agli scacchi con lui. Comprenderà che le case della scacchiera corrispondono a quelle dello stradario di Buenos Aires, e le mosse dell’assassino preannunciano il punto esatto nel quale egli tornerà a uccidere. Ula, invece, procederà alla ricerca delle impronte digitali, all’interrogatorio dei sospetti, nonché alla ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Malinowsky. E scoprirà che l’omicidio del campione si inserisce nel più ampio scenario di una faida fra le famiglie mafiose di Buenos Aires – i Coimbra e gli Hernandez – in competizione per il controllo del traffico di diamanti. Philonous, dunque, segue la pista scacchistica; Ula quella dei preziosi.

Ognuno dei due detective è convinto della bontà delle proprie indagini, e specularmente, dell’inconsistenza delle ragioni dell’altro. Ma entrambi colgono soltanto un aspetto della verità, o quello “ideale” o quello “materiale”, con le conseguenze che ne derivano. Ula, portavoce delle esigenze della materia, non vuole ammettere che il filo conduttore dei crimini sia costituito dal lògos scacchistico, ovverosia dalla sequenza di mosse che condurrebbe alla soluzione del problema combinativo proposto dall’assassino. Non sopporta, di conseguenza, che Philonous la preceda sistematicamente sui luoghi del delitto, grazie alla progressiva intuizione delle mosse che giocherà il suo avversario. In ciò, potremmo dire, somiglia al materialismo che non vuole riconoscere le esigenze del pensiero idealista.

Philonous, campione di questo secondo, non si accorge che i diamanti – “indistruttibili e di eccezione valore” – devono pur possedere un “peso specifico” non indifferente, nello svolgersi degli eventi,[v] e cade insensibilmente nella rete preparatagli dall’assassino, alla stregua d’un pensiero che diventa cieco di fronte all’oggettività delle cose.  Significativamente, toccherà alla collega trarlo fuori dai pasticci, quasi a suggerire che nell’oggetto permane una sorta di “priorità” difficilmente contestabile, per chi mantenga ancora occhi per vedere. La coscienza stessa, infatti, è in primo luogo oggetto, costituendo una porzione empirica del mondo: lo ricordino tutte le filosofie che pretendono di parlare di una coscienza pura, finanche la fenomenologia trascendentale di Edmund Husserl.

L’epilogo, per così dire, fa da monito ulteriore alla perseverazione nell’errore: Philonous, non pago del suo pensiero recidivante, tenta di elaborare l’estrema soluzione, sotto forma di una “fortezza” scacchistica, nella quale, in fin dei conti, si è chiuso il pensiero stesso, e di fronte a cui non resta che dividere la strada sua da quella della collega Ula, in un ironico e reciproco addio. Ma anche qui, al di là del significato immediatamente coglibile, emerge tra le righe qualcosa di più profondo: la consapevolezza, potremmo dire, che alla ricerca della verità si oppone un ostacolo ineludibile, costituito dalla brevità stessa della vita umana, se rapportata all’insondabilità dell’universo. Una tematica questa, che non può non richiamare, ancora una volta, l’universo labirintico di Borges.

[i] Il frammento 52 DK di Eraclito è stato tradotto in modi molto diversi, e taluni preferiscono parlare di “dadi” o “tessere”, piuttosto che degli “scacchi”. Tuttavia, si noti che i dadi e le tessere valorizzerebbero la componente del caso, mentre Eraclito non vuole affatto sostenere che l’universo sia caotico e irrazionale. Al contrario, esso è pervaso da un lògos, una ragione, che lo struttura secondo la legge dell’armonia tra gli opposti. Dunque è preferibile affermare che si tratti pur sempre di un gioco di scacchiera, seppure diverso dai nostri scacchi. L’esistenza di giochi di scacchiera è del resto comprovata da numerosi fonti, e ne parlano anche Platone nella Repubblica e Aristotele nella Politica.

[ii] La posizione in questione è quella nel diagramma sopra riportato:

Teichmann stava conducendo un forte attacco, ma con la necessità di giocare il tutto per tutto. Così decise di optare per 1.Txh6!, sacrificando ulteriore materiale. Ne seguì 1…Cxh6 2.Dg5 Cf7 3.Dd8+!! Cxd8 4.h6, e il Nero abbandonò in vista della successiva 5. h7. Tuttavia, analisi successive mostrarono che le cose potevano andare altrimenti, se il Nero avesse giocato 4…Dd4!!, sgomberando la casa e6 per il Re. Il turbinio di combinazioni che ne segue è stato oggetto di ulteriori dispute. Nel suo Corso avanzato di analisi scacchistica, Prisma Editori, pp. 61-62, Mark Dvoretski ricorda di aver fornito inizialmente la soluzione: 5.h7+ Rf7 6.g8=D+ Re7 7.h8=D Rd6!, e di aver valutato come buoni per il Nero i seguiti 8.Axe6 dxe6 e 8.Df8+Rc7 9.Dxd8+ Rb7. Tuttavia, il candidato maestro Yuri Nikonov, di Barnaul, gli scrisse suggerendogli un ottavo tratto più forte per il Bianco: 8.Tg7!, contro il quale il Nero deve giocare 8…Dxd2!, per poi pattare dopo 9.Df8+ Rc7 10.Dxd8+ Rb7. Infatti, cosa resta ora al Bianco? 11.Axe6 Dd1+ 12.Rb2 Cd3+ (con una punta di veleno, poiché il Bianco non può muovere il Re senza subire matto) 13.cxd3 Dd2+ 14. Rb1 Dd1+ e il Nero giunge alla patta grazie allo scacco perpetuo. Dal mio punto di vista, ciò che maggiormente mi ha appassionato, in questo puzzle combinativo, è l’idea che la ricerca della verità sia una meta di lungo respiro. Un aspetto, questo, che il gioco degli scacchi condivide con la filosofia e la scienza, e che è stato declinato in vari modi, dai dialoghi aporetici di Platone (aporetici, appunto, perché la verità era ancora da trovare, ma la ricerca in sé consentiva comunque di procedere verso di essa, in un percorso a tappe) fino al fallibilismo di Karl Popper, in cui una teoria è considerata scientifica perché in qualche momento storico è possibile falsificarla, e dunque superarla con una teoria che descrive in maniera più precisa lo stato dei fatti. Si pensi, soltanto per fare un esempio, al modo in cui la teoria aristotelica dei luoghi naturali, dominante per l’età antica e quella medievale, sia stata sostituita dalla teoria della gravitazione universale di Newton, e come, a loro volta, le teoria di Newton siano state superate dalla relatività di Einstein. Man mano che le nostre conoscenze progrediscono ci avviciniamo alla verità, e addirittura, come diceva Popper, può darsi che non sapremo quando l’avremo effettivamente raggiunta. La ricerca della verità sulla scacchiera, su una posizione controversa, fa così il paio con la ricerca della verità nelle discipline filosofiche e scientifiche.

[iii] G. Berkeley, Three Dialogues between Hylas and Philonous (1713); trad. it. di Mario Manlio Rossi, riveduta da Paolo Francesco Mugnai, Dialoghi tra Hylas e Philonous, Laterza, Bari, 1987, p.13.

[iv] L. Carroll, Through the Looking-glass, and What Alice Found There (1871), trad. it. di Margherita Bignardi, Attraverso lo Specchio (e cosa Alice ci trovò), Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2004, pp. 217-218.

[v] Non a caso, l’indistruttibilità dei diamanti richiama in maniera surrettizia le ragioni della materia, la quale offre una decisa resistenza al pensiero idealistico che vorrebbe esorcizzarla. Anche il fatto che i preziosi stiano nascosti nel doppio fondo dei pezzi degli scacchi si carica di un significato ulteriore: per quanto voglia liberarsi della materia, il pensiero idealistico la conduce per forza di cose con sé, come suo volto speculare.

Scarica qui un estratto, in formato pdf, del Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi

avatar Scritto da: Sergio Pandolfo (Qui gli altri suoi articoli)

Sergio Pandolfo nasce a Palermo nel 1982. Si forma al liceo classico G. Pantaleo di Castelvetrano. È laureato in Giurisprudenza e Scienze Filosofiche all’Università di Palermo, nonché scacchista di categoria prima nazionale (massimo Elo raggiunto:1807 punti). Risiede a Partanna in provincia di Trapani, dove gioca per l’associazione culturale Arcadia. Ha pubblicato un saggio di filosofia, La dialettica della ragione, con Divergenze Edizioni. In self ha pubblicato L’anima di Cristina, romanzo che affronta da un punto di vista critico-sociale l’inedita situazione della pandemia da Coronavirus, e il Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi, un raffinato racconto alla Jorge Borges, in cui si fondono insieme filosofia, scacchi e letteratura.


11 Commenti a Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi

  1. avatar
    Uomo delle valli 3 Ottobre 2020 at 09:21

    semplicemente bellissimo

    Mi piace 1
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    the dark side of the moon 3 Ottobre 2020 at 10:10

    Qui si sale di livello…
    Sembra un romanzo contrassegnato da un’eccezionale finezza e ricercatezza.
    Ogni buon libro dovrebbe contenere più sfaccettature pronte ad essere colte dal lettore il quale durante il processo di lettura ricostruisce nei particolari un un percorso unico, prevalentemente soggettivo.

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    Fabio Lotti 3 Ottobre 2020 at 10:29

    A fine lettura sono rimasto per un po’ con gli occhi sbarrati, tanto che la mogliera, passandomi vicino, mi ha detto “Fabio, che hai?”

    Mi piace 1
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    Sergio Pandolfo 3 Ottobre 2020 at 15:51

    Sono l’autore. Tengo a ringraziare Martin e tutta la redazione di SoloScacchi. E naturalmente, tutti coloro che hanno letto o leggeranno il Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi. Qualora ci siano domande per me, sarò lieto di rispondere e soddisfare le vostre curiosità. :)

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      the dark side of the moon 5 Ottobre 2020 at 21:41

      Prendo l’occasione al volo per farti forse una delle più stupide domande che probabilmente ti sono già state rivolte (forse però tanto stupida non è).
      Come si scrive un libro?
      Che percorso hai seguito per portare a termine il tuo lavoro?
      Hai degli schemi di lavoro, butti giù appunti; insomma penso si debba seguire una “struttura” sulla quale edificare il romanzo.
      Detto così “suona” male ma sono sicuro che avrai capito cosa intendo.
      Grazie

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        Sergio Pandolfo 6 Ottobre 2020 at 10:33

        Non è una domanda stupida, anzi! Io credo che la cosa più difficile sia la genesi del testo. L’intuizione iniziale, se mi si passa l’espressione. Nel mio caso, funziona così: ci sono delle idee che si associano tra loro. L’idea di voler scrivere qualcosa sugli scacchi. L’idea che volevo scrivere un giallo, ma qualcosa di originale, non soltanto un giallo in senso classico. Quindi mi è venuto in mente che potevo costruire un’indagine in cui l’assassino lasciasse alla polizia dei problemi combinativi, o comunque giocasse agli scacchi col detective. Anche qui, poi mi sono chiesto: quale problema usare? E ne ho cercato uno significativo, che come spiego nelle note adombra l’idea stessa della ricerca della verità. Questa idea era tipica dei gialli di un tempo. Credo sia andata persa con la produzione stereotipata di autori come Edgar Wallace, che ne scrissero centinaia, più allo scopo di intrattenere, che di far riflettere. Ma nei gialli di una volta, la ricerca dell’investigatore faceva davvero il paio con la ricerca filosofica; era qualcosa in più, che un puro intrattenimento. Poi mi sono chiesto anche: quale “stile” di scrittura usare? E mi sono tornati in mente alcuni racconti di Borges come “La biblioteca di Babele” e “La morte la bussola”. L’idea dell’universo borgesiano, labirintico e insondabile, mi richiamò alla mente anche il frammento 52DK di Eraclito, che del resto riguarda proprio il gioco degli scacchi. Insomma, io credo che quando si scrive un libro succede questo: certe idee si collegano tra di loro e nella mente scatta l’intuizione giusta. La struttura cominci a costruirla solo a questo punto: più o meno, hai in testa che cosa deve accadere nel libro, e per aiutarti puoi anche buttare giù uno schemino. Poi, durante la stesura, succede che si cambi qualcosa, rispetto all’idea originale; perché vengono in mente altri perfezionamenti della trama; ma a quel punto il più è già stato fatto. Una volta che il racconto c’è, in tutte le sue parti, l’unica cosa da fare e rileggerlo più volte per correggere le imperfezioni, sempre con un occhio al ritmo che deve avere il testo, all’effetto che si vuol produrre nel lettore. Non ho detto che sia una fase meno impegnativa rispetto a quella propriamente “creativa”. A volte, per una buona correzione, ci vogliono mesi; tuttavia, non credo nemmeno che sia la cosa più difficile, perché si lavora su un testo che ormai esiste in tutte le sue parti. Si correggono i particolari, le piccole cose. Quando non tocco più niente, vuol dire che il racconto è ultimato, e pronto per il giudizio dei lettori.

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          the dark side of the moon 6 Ottobre 2020 at 21:02

          Quindi se ho capito bene, è una specie di “puzzle”.
          Hai una idea fatta di tanti particolari che riempiono quella che sarebbe la trama.
          Riassumi il tutto in uno schema e su quello costruisci il romanzo.
          Ti ho fatto questa domanda perché una volta avevo letto di uno scrittore a me caro di nome Ignacio Taibo II che quando deve scrivere un romanzo procede avendo in mente solo i personaggi i quali “agiscono” autonomamente creando la trama.
          Il finale è il frutto di come “interagiscono” i personaggi.
          Mi sembra un modo molto originale ma anche complesso e poco raccomandabile ai novelli scrittori.
          Il tuo mi sembra invece (da quel pochissimo che penso di conoscere) un metodo più classico, tradizionale.
          Ti ringrazio tanto per tempo che hai dedicato al blog e al sottoscritto.
          Sono curioso di leggere il tuo romanzo a questo punto ;)

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        DURRENMATT 6 Ottobre 2020 at 14:22
  5. avatar
    Sergio Pandolfo 6 Ottobre 2020 at 22:28

    Si, un romanzo è come una specie di puzzle. Poi, durante la stesura succede anche che i personaggi portino avanti la trama suggerendo all’autore nuove idee. Alcune di queste possono essere sviluppate, altre no. Spetta all’autore capire quelle che sono in sintonia con il testo che sta scrivendo. Se leggi il “Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi” ti auguro buon divertimento, e nello stesso tempo, di cogliere quella “ricerca della verità” che è il filo conduttore del libro, nella filosofia come sulla scacchiera. ;) Buona lettura!

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  6. avatar
    Mongo 8 Ottobre 2020 at 01:52

    Mi ricorda, alla lontanissima, un racconto giallo dell’argentino Rodolfo Walsh, desaparecido durante la dittatura nel 1977, che lessi alcuni anni fa (forse ne ho scritto alcune righe anche su questo fantastico blog).
    Interessante consiglio per gli acquisti.

    • avatar
      Sergio Pandolfo 14 Ottobre 2020 at 11:48

      Non conoscevo Rodolfo Walsh, e ti ringrazio di avermelo segnalato. Sono sempre curioso di approfondire la conoscenza di intellettuali che si sono occupati di fatti sociali.

      Mi piace 3

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