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Al Caffè Branca: Titta Bivini

Scritto da:  | 6 gennaio 2016 | 53 Commenti | Categoria: C'era una volta, Circoli, Italiani, Personaggi

Vecchia Roma 2A conclusione dei miei tentativi di ricordare e descrivere qualcuno dei tanti personaggi da me conosciuti al Branca, cercando di dare risalto soprattutto alle motivazioni ”oggettive”, permettetemi infine di soffermarmi su alcune persone  per le quali la spinta a scrivere è principalmente soggettiva e affettiva. Voglio ricordare, forse soprattutto a me stesso, quelli ai quali sono stato legato da relazioni di motivata amicizia o, per le misteriose alchimie del cuore umano, da istintiva simpatia.
Alcuni di loro sono purtroppo già scomparsi: di altri ho perso le tracce.
Mi perdonino gli “storici” e coloro che non amano racconti venati di nostalgia, ma mi sono convinto che una “vera” descrizione d’ambiente (quale presuntuosamente ho tentato di dare del Caffè Branca della seconda metà degli anni ’60) non può essere completa se non si percepiscono anche gli aspetti relazionali, ovvero emotivi, sentimentali, psicologici, che hanno legato tante persone ed hanno fatto sì che qualcuno, a distanza di così tanti anni, se ne ricordi con piacere e ne parli ancora.
Porto perciò il mio piccolo contributo personale, ovvero quello di un giovane che entrava allora nel mondo degli scacchi ed in quello più vasto della vita. E’ ovvio che in questo modo, e a distanza di tanto tempo, il rischio di edulcorare il tutto è alto, perché gli eventuali aspetti negativi (contrasti, antipatie, litigi, inevitabilmente presenti in tutte le società umane, grandi e piccole) sono solitamente e naturalmente rimossi o posti in secondo piano.
Ma la smetto con le premesse e le giustificazioni a fondo perduto: basta che sia chiaro che quel che dirò in appresso è basato principalmente sui miei ricordi e soprattutto sulle mie sensazioni di quel tempo ormai lontano.

Giovanbattista Bivini

L’avvocato Giovanbattista Bivini, per gli amici “Titta”, era di statura medio alta, aspetto florido, con un personalissimo sguardo, luminoso e penetrante; buon giocatore, soprattutto lampo (aveva conseguito “soltanto” la 1ª nazionale, ma valeva molto di più; aveva vinto il torneo sussidiario B a La Spezia 1965, ma partecipava molto saltuariamente a competizioni ufficiali), inesauribile parlatore, spirito critico e pungente,  amante della precisione (qualcuno osava persino dire pignolo: “Il baccalà non è un pesce! E’ un prodotto alimentare!” è una sua frase memorabile, rivolta freddamente ad un incauto che aveva affermato che il suo pesce preferito era il baccalà) è stato uno dei miei più importanti punti di riferimento al  Caffè Branca.

Titta Bivini 1Bivini (in primo piano sulla sinistra), Dell’Accio (a destra, al centro), Primavera Giuseppe e Boschetti (sullo sfondo)

Non credo proprio che ciò sia avvenuto per un’immediata simpatia, ma piuttosto perché, come nuovo arrivato, sembravo una preda invitante per alcuni “lampisti” accaniti, tra i quali Bivini, che amavano arricchire il gioco con piccole (e talvolta meno piccole: vedi l’americano Paul Glidewell, vero amante del gioco d’azzardo) poste in palio. Pur malvolentieri, non essendomi mai piaciuto giocare in tal modo, mi sottoposi a questa “iniziazione”, pagando inevitabilmente lo scotto del noviziato; per mia fortuna, però, la faccenda durò poco. Presa dimestichezza con l’ambiente ed i giocatori, mi accorsi che il mio livello di gioco non era così male (la breve esperienza all’Amatori di Genova era stata preziosa) e mi permetteva di dire la mia anche con i vecchi volponi.
Visto che non venivo più considerato un pollo da spennare, la posta propostami da Bivini per ogni partita si ridusse dal “cinquantone” (la moneta da 50 lire, in romano detta “mezza piotta”) al “ventino”, fino a che riuscii a convincerlo a giocare con me senza nessuna posta in palio. Debbo dire che lui, più maturo negli anni e contravvenendo alle sue abitudini, accettò di buon grado di passare molte ore giocando con quel giovincello che ero allora, forse per simpatia nei confronti di un ragazzo che, pur  spesso in disaccordo con lui sugli argomenti politici (come spiego in seguito), gli dimostrava però un sempre doveroso rispetto ed una certa  ammirazione per la sua vasta cultura.
Quando cominciai ad avere i miei primi buoni risultati agonistici nell’ambiente, riferendosi a me amava dire agli altri (con tono scherzoso, ma anche con una leggera punta di orgoglio): “E’ un mio allievo!”.
E da lui ho imparato certamente molto, scacchisticamente ma soprattutto su tanti altri argomenti; Titta, infatti, aveva una cultura che appariva talvolta un po’ disordinata, ma che indubbiamente era ampia, spaziando dalla letteratura latina, alla filosofia, ad argomenti  tecnico-scientifici. Il suo vero pallino, però, era l’economia, in particolare l’economia che oggi chiameremmo “liberista”; infatti Bivini si dichiarava apertamente fautore del libero mercato e del capitalismo più spinto e non mancava occasione di argomentare in proposito. Appoggiava inoltre la politica estera USA e la guerra in Vietnam, allora in corso: si era perciò fatta la fama di essere un po’ troppo conservatore, se non addirittura “reazionario” . Per inciso detestava Gianni Morandi, che in quel periodo imperversava nei juke-box con il suo “C’era un ragazzo…”

e la ingenua canzone pacifista “Proposta”, del complesso dei Giganti (forse più nota allora come “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”).

E perciò, ogni qual volta dal juke-box del Branca si alzavano quelle note, contemporaneamente Bivini iniziava le sue lamentazioni e le sue rampogne contro i giovani hippies.
Sono però convinto che, nonostante gli atteggiamenti a volte assai discutibili e dogmatici (forse spesso dovuti al suo evidente amore per il contraddittorio e alla polemica più accesa : non bisogna dimenticare che era un avvocato!), Bivini, nel suo profondo, fosse uno spirito fondamentalmente democratico e rispettoso degli altri.
D’altra parte quello non era il momento storico più congeniale per le sue idee, vista la vicinanza del ’68 e le teorie marcusiane e di derivazione marxista allora in voga, soprattutto tra i giovani come me. Le discussioni accanite con molti soci del Branca erano perciò all’ordine del giorno: anche se quasi sempre in minoranza, Titta Bivini difendeva però strenuamente e con grande abilità le sue convinzioni.
Insomma, le divergenze di visione politica tra me e lui erano notevoli e non erano certo esse ad avvicinarci; vorrei perciò rivelare un paio di episodi (assolutamente veri, tengo a precisare) che mi rendono ancora oggi così caro il ricordo di Titta, scomparso ormai da parecchi anni, sperando che il tutto non appaia troppo melenso e patetico.
Una sera d’estate, dopo avervi passato parecchie ore, stavo per lasciare il Caffè Branca per tornare a casa ed anche Bivini stava facendo altrettanto; insieme ci incamminammo per via Gallia e cominciammo a parlare del più e del meno. Era una bella serata, calda ma con quella lieve brezza (il “ponentino” romano) che rendeva piacevolissimo passeggiare e parlare liberamente; alzai lo sguardo verso il cielo sereno e notai alcune stelle, nonostante le luci della strada. A quel mio gesto istintivo anche Bivini alzò la testa e rimase per alcuni secondi con lo sguardo verso l’alto; poi, come se qualcosa dentro di lui si fosse improvvisamente sciolto, cominciò a parlarmi della sua adolescenza e di quando con i suoi amici e coetanei si divertiva a guardare il cielo stellato, ponendosi le ingenue ma inevitabili domande sul senso e sul significato della vita; mi parlò delle sue speranze di ragazzo e di come molte, se non tutte, fossero poi andate deluse.

Vecchia Roma 1
Capii così che quell’uomo maturo, colto, pignolo, testardo, apparentemente duro, fosse in fondo ancora un ragazzo idealista e dolente che cercava, nonostante tutto, di non darsi per vinto di fronte alla solitudine della sua vita. Non ricordo di aver detto niente di memorabile o significativo di fronte a quella sua confessione sincera e spontanea, ma cominciai a sentirlo umanamente più vicino e a stimarlo in maniera molto diversa da prima.
Dopo la chiusura del Branca conseguente alla morte di Augusto Arienti, le occasioni di incontrarci furono sempre più rade; nel corso degli anni ’70 e ’80 ci rivedemmo pochissime volte, ma sempre con piacere. Ricordo che le ultime volte che lo vidi portava al guinzaglio un cane festoso e scodinzolante, che lui trattava molto affettuosamente: mi venne da pensare che forse la solitudine cominciava a pesargli troppo.
Quando, ormai negli anni ’90, mi giunsero notizie che non era in buone condizioni di salute e che probabilmente aveva anche seri problemi economici, ne rimasi intristito e dispiaciuto.
Una sera, al circolo di scacchi INPS, mentre stavo giocando una partita di un torneo sociale, mi accorsi della presenza di una persona anziana che guardava la mia partita, ma che non mi pareva di conoscere: magra, dimessa, aspetto emaciato, ma con uno sguardo acuto e penetrante. La mia attenzione ritornò alla partita, ma con la strana sensazione di qualcosa che mi sfuggiva.
A fine serata il segretario del circolo, incontrandomi, mi disse: “Hai visto? Stasera è venuto a trovarci Titta Bivini!”.
Non molto tempo dopo venni a sapere che Titta era morto. Non mi sono mai perdonato di non aver riconosciuto il suo sguardo, quella sera.

Titta Bivini 2Bivini (a fianco di Calapso) ascolta con interesse i commenti del giovane Tatai

avatar Scritto da: Fabrizio (Qui gli altri suoi articoli)


53 Commenti a Al Caffè Branca: Titta Bivini

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    Fabio Lotti 6 gennaio 2016 at 09:54

    Molto bello e per niente patetico, caro Fabrizio.




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    Martin 7 gennaio 2016 at 18:41

    Un ringraziamento speciale all’amico Fabrizio per questo suo prezioso lavoro. Quello che sogno è estendere questa sorta di progetto ad altri circoli di altre città della penisola… per non lasciare che la polvere si depositi sulla storia di tanti momenti e persone significative del nostro amato gioco…




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    fabrizio 7 gennaio 2016 at 19:07

    Grazie Martin, per il tuo apprezzamento e soprattutto per le belle immagini di corredo che riesci sempre a scovare.




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    paolo bagnoli 8 gennaio 2016 at 22:09

    Prima o poi vi rifilo la galleria di personaggi del Circolo Scacchistico Bolognese degli Anni ’60 e ’70.




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      fabrizio 9 gennaio 2016 at 17:34

      Basta con le promesse! :cry:. E’ ora che tu mantenga! 😉 😉




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    Tamerlano 9 gennaio 2016 at 15:03

    Ho visto alcune volte l’Avvocato Bivini all’Accademia (di Via Re Tancredi) nei primi anni ’90 giocare lampo ed oggi, in lieve ritardo, leggo questo bel regalo che ci ha portato l’Epifania: grazie Fabrizio!




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    Roberto Messa 9 gennaio 2016 at 16:52

    e SoloScacchi non è un blog, ma un alimento culturale!




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    Mongo 9 gennaio 2016 at 17:31

    Quante belle ‘litigate’ avrei fatto con il Titta. 😎




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      fabrizio 9 gennaio 2016 at 17:37

      Ti assicuro che era un osso duro! 😉




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        Mongo 9 gennaio 2016 at 17:41

        Anch’io non scherzo, amico mio! 😉




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    Stefano Tatai 9 gennaio 2016 at 19:59

    Non posso che essere grato per il bell’articolo sull’amico comune. Si può anche dire che io fossi ancora più amico di Titta di quanto non lo fosse Fabrizio, se non altro per la comunanza di vedute politiche caratterizzata da un profondo, e da me sentito visceralmente, anticomunismo. Ma Titta era ben altro, egli con la sua mente logico-scacchistica cercava di darne un senso non solo pratico – come fu in quei tempi il mio – ma eminentemente teorico. É così che mi espose durante i frequenti nostri “dibattiti” la sua teoria che scosse nelle fondamenta le mie nozioni filosofico-scientifiche riguardanti i sistemi politici tradizionalmente inquadrate.
    Si tratta, in breve, della ripartizione delle società fra tre sistemi: la capitalista, la feudale e la socialista. E quando io gli esposi che è così che me lo insegnarono al ginnasio ungherese, egli obbiettò: no caro Stefano, le categorie sono solo due. O sono capitaliste, o sono socialiste. Tertium non datur.
    Quando io gli chiesi dove inseriva quel sistema storicamente esistito che tutti chiamiamo feudale, egli mi disse: è la forma più avanzata del sistema socialista. E mi spiegò:
    Ogni società è governata da una élite. Una élite che governa mettendo in primo piano ciò che considera i propri interessi primari. È la differenza che vi è fra interessi primari delle due società che ne determina la natura. Nella società capitalista l’interesse di accumulare soldi da trasmettere al momento del trapasso prevale su tutto il resto. Ed è qui che casca l’asino.
    Un imprenditore abile, un finanziero con o senza scupoli ma competente, persino un politico – questo sì senza scupoli – può accumulare e lasciare ciò che aveva accumulato alla sua prole. Ma chi vi dice che questa prole sarà altrettanto abile, competente o, magari senza scrupoli? I soldi sono volatili, e sono tanti figli di papà che sono caduti in disgrazia e miseria. È il principale disappunto che il capitalista può muovere al sistema.
    Dall’altra parte nemmeno è tutto un letto di rose. Perché se è vero che i figli elitari hanno istruzione superiore e posto nella società adeguato assicurato, è vero che tutto sembra perpetuarsi in eterno. I figli prendono la posizione dei figli, e così avanti senza fine. A nessuno extra-elitario viene in mente di soffiare la posizione di un figlio del figlio di un elitario. Per almeno due motivi: gli manca la preparazione per svolgere un lavoro di responsabilità.
    Il secondo motivo è la struttura autoritaria implicita nelle società socialiste che esercitano un controllo non solo comportamentale, ma anche psico-politico dell’individuo. Si comincia prestissimo, già nella scuola elementare.
    Ricordo che sin dall’età di 10-11 anni avevo come guida un giovane della Federazione della gioventù lavoratrice (DISZ) che aveva il compito di indottrinarci, noi pionieri. Indottrinato anche lui, sapeva come fare. Un mio caro amico compagno di classe, il cui padre era un ricco commerciante all’ingrosso di legname prima che il regime gli togliesse l’azienda, viene un giorno a scuola e, a nostra incredula sorpresa, ci attacca bottone e con allegra aggressività ci scaglia in faccia la frase: “Sai? Io sono comunista, E tu?” E così con tutti noi, che avevamo genitori cui fu tolto il qualcosa definibile come mezzo di produzione, imprese, negozi, ecc. Fu necessario l’intervento, suppongo un po’ manesco, del padre per calmare il suo esuberante entusiasmo.
    Più avanti, quando si trattava di proseguire gli studi, fui rifiutato all’ammissione universitaria, evidentemente in base alle informazioni e giudizio trasmesse dl Professore che era anche Segretario del Partito della scuola.
    Oggi è difficile identificare una società di tipo socialista con una feudale. Mancano, per cominciare, il latifondi. Distrutti, svaniti nella nebbia della storia. In realtà nulla prova che società multinazionali, con un patrimonio immenso sotto il controllo di poche persone, spesso di uno solo, non sia in realtà un latifondista. E nulla ci dice che sia più facile o più difficile far sparire un latifondo, piuttosto che il controllo di un Apple o Microsoft, di un Coca Cola o di un Fiat o qualcosa di simile.
    Siamo in una società in cui i ricchi diventano sempre più ricchi, il divario fra ricchi e poveri è in costante aumento, e i ricchi si mettono in tasca sempre più le chiavi del potere. Il più delle volte, se non sempre, restano nell’ombra, ma solo perché quelli che vediamo alla luce non sono che marionette facilmente manovrabili. Se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo ammettere che un monarca che vedono tutti è, se non altro, più onesto e, forse anche più socialista.
    Titta non è più. Ma vive nel mio animo.




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    fabrizio 9 gennaio 2016 at 21:39

    Caro Stefano (permettimi questa confidenza, anche se probabilmente non puoi ricordare bene chi io sia; ci siamo conosciuti ovviamente al Branca e ci siamo incrociati in quegli anni a Roma in varie occasioni: tu ai vertici assoluti dello scacchismo romano ed italiano, io giocatore molto più modesto. Ho ancora il ricordo della nostra partita all’open internazionale di Roma 1972: dopo l’apertura, una spagnola, mi lanciai in un attacco avventuroso, dimenticando la prudenza perché pensavo di non avere niente da perdere giocando così contro di te. Ti lasciai abbastanza presto un pezzo in presa: ricordo che mi guardasti dapprima un po’ sorpreso, poi, sorridendomi simpaticamente come a giustificare la mia cappella, prendesti il pezzo.) ti ringrazio per il tuo intervento, che precisa meglio di quanto abbia fatto io, la profondità di pensiero e le convinzioni di Titta Bivini. Certo io non accettai allora (e nemmeno oggi) molte delle sue idee politiche: le sue critiche al regime sovietico ed al suo “comunismo” erano giustificate e in gran parte condivisibili: quella che io non accettavo era invece la sua “fede” assoluta nei benefici del sistema capitalistico, visto come l’unico sistema razionale, e nella “missione” che gli USA avevano, secondo lui, nei riguardi del mondo. Mi pare che anche tu (giustamente oppositore del regime sovietico, sperimentato purtroppo in prima persona) giungi ora a considerazioni critiche del capitalismo (e di tutti i sistemi autoritari) che Titta non sembrava disposto ad accettare.
    Ma le opinioni politiche di Titta, sia pure importanti e significative, sono solo una parte della ricca personalità del nostro non dimenticato amico comune.
    Ho già scritto, e scriverò qualcosa ancora, sui personaggi del Branca (Palombi, Lodà, Boschetti, ed altri): sarebbe per me e per tutto il blog un onore ed un piacere se tu potessi aggiungere qualche tuo commento e ricordo. Grazie di nuovo e tanti auguri da un tuo “vecchio” estimatore. Fabrizio Antonelli




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    Marramaquìs 10 gennaio 2016 at 07:58

    Ritengo che il crescere delle disuguaglianze sociali e la concentrazione della ricchezza in poche mani non siano strettamente e necessariamente figlie del sistema capitalistico.
    In parte esse dipendono proprio dalle aliquote delle imposte sulle successioni e donazioni che i diversi stati decidono di adottare.

    E più queste aliquote diminuiranno, come purtroppo pare stia accadendo nel ventunesimo secolo, più il divario tra ricchi e poveri aumenterà.
    E ciò porterà ad effetti sociali ed economici inevitabilmente e terribilmente negativi in quanto, tra l’altro, come ricorda qui Stefano Tatai, non è detto che i figli e poi i nipoti siano altrettanto capaci, fortunati e intelligenti come i papà e i nonni che si sono arricchiti.

    La lungimiranza di molti governi, ad iniziare dagli Stati Uniti d’America già ad inizio 900, aveva portato ad un intervento drastico degli Stati occidentali con aliquote anche fino al 50%: una delle fonti di disuguaglianza (e di ingiustizia sociale), la trasmissione ereditaria di ingenti ricchezze, fu così provvisoriamente stoppata.
    E insieme fu dato un ampio respiro e rilancio alle stesse economie.

    In questo secolo sembra che ci si avvii su una strada esattamente opposta e pericolosa, una strada lungo la quale purtroppo ci stanno ovunque conducendo le solite facili e suggestive promesse elettorali.

    E pertanto, mentre in Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna e USA (ma qui con alte franchigie) ancora resistono sulle successioni alcune aliquote fra il 30 ed il 50%, in altri Paesi non è così, come in Canada, Australia e Italia: qui da noi tali tassazioni furono addirittura scelleratamente abolite nel 2001, e successivamente ripristinate dal governo Prodi ma solo per quote irrisorie.
    E non è una questione di pochi spiccioli: si scriveva su “Forexinfo.it” (settembre 2014) che “la ricchezza complessiva degli italiani si aggira sui 9.500 miliardi, di cui oltre il 64% detenuta dagli over 50; assumendo la soglia di 82 anni come età media, ci si accorge che, nei prossimi 30 anni, circa 6.000 miliardi di euro passeranno in successione”.

    La Russia poi (sic!) è un vero paradiso fiscale: non solo non esiste alcuna tassa di successione (come nella più parte dell’Europa orientale), ma sui redditi delle persone fisiche c’è un’aliquota fissa di appena il 13%, circa la quarta parte di quanto accade per i benestanti di Francia.

    La diseguale distribuzione della ricchezza già non è un bene, diventa un male assoluto quando viene addirittura trasmessa tra generazioni.

    “L’assenza di efficaci limitazioni a livello statale contro un arricchimento iniquo tende a creare una classe ristretta di uomini enormemente ricchi ed economicamente potenti, il cui primario obiettivo è conservare e incrementare il proprio potere”, è quanto disse il presidente americano Theodore Roosevelt (che non era certo un comunista) nel suo celebre “discorso alla Nazione” del 1910.
    Insomma, la ridistribuzione del reddito non avviene mai da sola, in nessun sistema: occorre sempre l’intervento dei governi, e di governanti coraggiosi e non schiavi della demagogia.

    Si leggeva circa due anni fa sul “New York Times” (non ricordo di chi fosse la firma) che
    “… nel giro di un ventennio diventeremo una società dominata da un’aristocrazia di ereditieri …… e ci occorrerà a quel punto un nuovo Roosevelt!”.

    Ringrazio il maestro Tatai di avermi dato lo spunto per trattare in breve di un argomento che (anche se poco c’entra con gli scacchi) mi sta particolarmente a cuore.
    E complimenti a Fabrizio, autore dell’ennesimo interessante articolo.




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      Giancarlo Castiglioni 10 gennaio 2016 at 09:01

      Ovviamente anche in questo caso sono in assoluto disaccordo.
      Inutile ripetere argomenti ritriti, in breve:
      Tu dici “La diseguale distribuzione della ricchezza già non è un bene, diventa un male assoluto quando viene addirittura trasmessa tra generazioni.” Perché?
      Il problema non è la diseguaglianza è la povertà.
      La domanda non è “quale sistema è più giusto”, ma “quale sistema funziona meglio”.




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        fabrizio 10 gennaio 2016 at 10:33

        “Il problema non è la diseguaglianza è la povertà.”
        Giusto, se vivessimo in un mondo con ricchezze illimitate e accessibili a tutti; ma purtroppo viviamo in un mondo limitato e con troppe barriere per molti.
        “La domanda non è “quale sistema è più giusto”, ma “quale sistema funziona meglio””.
        Perdona la battutaccia: il sistema nazista dei forni crematori funzionava benissimo.
        Battutacce a parte: credo che l’utilitarismo, disgiunto da considerazioni etiche, sia un errore colossale dei nostri tempi.




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        Michele Panizzi 10 gennaio 2016 at 19:31

        Bravo!




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      Grano Saraceno 10 gennaio 2016 at 10:02

      Quindi per te non è il sistema capitalistico in sé ad esser sbagliato (magari quando ti senti mi spieghi cosa il capitalismo contiene di “giusto”;), quello che proprio non va sarebbero “le aliquote delle imposte sulle successioni e donazioni che i diversi stati decidono di adottare”.
      Senti, e se invece fosse proprio il concetto di proprietà privata l’origine di tutte le diseguaglianze? Questo non l’hai mai considerato?




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        fabrizio 10 gennaio 2016 at 12:34

        Se permetti tento di dare io qualche abbozzo di risposta, visto che non posso essere accusato di sponsorizzare l’attuale sistema capitalistico (come già detto in altri interventi, lo reputo sbagliato di principio).
        Il pregio, direbbe qualcuno, è che “funziona”: la possibilità di “appropriarsi” dei frutti del proprio lavoro ed impegno non è questione da poco, anzi è una molla che libera energie notevoli in molti esseri umani.
        Che da questo poi si arrivi ad una società “giusta” è un altro discorso.
        Riguardo il concetto, veramente fondamentale, di “proprietà privata” ci sarebbe molto da dire e discutere: è indubbio che, a livello microsocietario, non può essere eliminato (come puoi negare al piccolo agricoltore che cura un orticello di avere diritti sui futuri pomodori che nasceranno?), mentre a livello più elevato ed in un mondo limitato è certamente dannoso (e torniamo alla necessità, in una società che voglia apparire equa, di impedire le grandi disuguaglianze).
        A parer mio il sistema “giusto” non può essere drastico ed assolutista: deve necessariamente contemperare esigenze molto spesso contrastanti e tra l’altro diverse da individuo ad individuo. Ma soltanto cercando di vedere obiettivamente pro e contro di tutte le alternative si può tentare di trovare la strada meno sbagliata.




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          Grano Saraceno 10 gennaio 2016 at 12:56

          “sbagliato di principio”

          Hai detto davvero bene! soprattutto considerando che è un concetto che siamo noi adulti a inculcare nei bambini fin dai primi anni di vita. Chi ha figli lo sa molto bene. Questo dell'”è mio, è tuo”, qualcosa che i bambini apprendono esclusivamente da noi, infatti sarebbero sempre pronti a giocare con quello che hanno a disposizione e invece noi: “no, che quello è di Gianni, gioca invece con questo che è tuo”.
          Questo concetto come quello dell’esistenza di Dio, le due cose più sbagliate nell’educazione infantile, errori spesso irreparabili che commettiamo noi adulti e che purtroppo hanno ripercussioni spesso gravissime lungo tutto l’arco temporale della vita.




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            The dark side of the moon 10 gennaio 2016 at 13:21

            Hai pienamente ragione.
            Provo sgomento e tristezza quando sento dire che “questo è il miglior mondo possibile” 😯
            Questo è il peggio del peggio signori!
            Basta guardare un po fuori dal proprio orticello.
            Non si tratta di stilare dei voti su quale sistema sia migliore, l’unica cosa di cui sono certo è che con questo sistema nel giro di 20-30 il pianeta Terra non esisterà più.
            Poi voglio vedere dove porteranno le ricchezze accumulate i capitalisti.
            A volte penso che o siano talmente stupidi da non vedere tutti i disastri provocati (molti irreversibili) oppure hanno pronta la loro navicella spaziale che li porterà su un altro pianeta vivibile prima che l’ultima ape sarà scomparsa.




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              Michele Panizzi 10 gennaio 2016 at 20:38

              Ma Castiglioni non vuol dire che
              il capitalismo e’ il migliore
              (questo concetto ha ancora a che fare
              con un ideale , la giustizia) ,
              rovesciamo l ottica , come avrebbe detto
              C S Peirce , una tesi si giudica dai
              risultati , questo vuol dire che
              cattolicesimo e protestantesimo in Irlanda
              del Nord sono confutati dai morti degli scontri
              anche se le due religioni professano
              l amore e la fratellanza , si parla di come funziona e da qui si tende all efficenza.
              L anno scorso lessi un racconto di Franco Tato’
              chiamato a occuparsi della gestione della ex
              DDR , l azienda di cui si occupava era in rosso
              perenne ed era lo stato a mettere i soldi
              per continuare a farlo rimanere aperto.
              Questo e’ un fallimento . Cosi’ le cose
              non funzionano . Prendiamone atto.




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            fabrizio 10 gennaio 2016 at 15:25

            Certamente l’influsso dei genitori e dell’ambiente familiare è importantissimo, ma non credo che il senso di possesso/proprietà sia tutto dovuto a fattori esterni educativi. Secondo molti psicologi e studiosi della psiche umana e della sua evoluzione, il bambino passa da un iniziale e inevitabile egocentrismo ad una fase in cui, maturata la conoscenza del mondo esterno come cosa staccata dal sé, può iniziare a sviluppare senso sociale e altruismo. Non sono certo un esperto del settore e penso che siano necessari molti approfondimenti in materia prima di dire qualcosa di conclusivo. La probabilità che l’embrione del senso di possesso/proprietà sia un qualcosa di innato, mi sembra però molto alta.
            Nel mio intervento precedente mi limitavo più banalmente a dire che, secondo me, il “diritto di proprietà” è accettabile e valido a livello microsociale (ovvero, mutuando espressioni di altro settore, limitato all'”uso personale” ed alla “modica quantità”;), molto, ma molto meno, in tutti gli altri casi.




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        Giancarlo Castiglioni 10 gennaio 2016 at 13:23

        Più che giusto o sbagliato il capitalismo è l’unico sistema esistente.
        L’alternativa è tra capitalismo privato o capitalismo di stato e la storia dimostra che il capitalismo privato funziona meglio.
        La Storia ha dimostrato anche che abolire la proprietà privata non abolisce le diseguaglianze.
        I regimi comunisti erano almeno altrettanto classisti di quelli capitalisti.
        La nomenclatura aveva negozi speciali, accesso all’università per i figli ecc.
        Inutile lamentarsi delle diseguaglianze, ci saranno sempre e comunque.




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          fabrizio 10 gennaio 2016 at 17:47

          Scusami Giancarlo, non voglio fare il pedante, ma fai una serie di affermazioni che ritengo molto discutibili; te le cito di seguito, assicurandoti che non ho nessuna intenzione polemica, ma solo quella di capire meglio il tuo pensiero.

          “Più che giusto o sbagliato il capitalismo è l’unico sistema esistente.”
          Ammesso che sia vero (e permettimi di dubitarne, perlomeno a livello delle piccole comunità primitive), questa non mi sembra sia una grande prova della sua “validità” per tutti gli esseri umani. Copernico non aveva diritto di dubitare, visto che già esisteva il sistema tolemaico, che secondo il pensiero dell’epoca funzionava benissimo? Oppure tu pensi che viviamo nel miglior mondo e nel miglior sistema possibile e che quindi è inutile pensare a mondi e utopie diverse?

          “L’alternativa è tra capitalismo privato o capitalismo di stato e la storia dimostra che il capitalismo privato funziona meglio.”
          Come sopra: non ammetti altre possibilità; ma gli studiosi di filosofia politica hanno elaborato molte altre idee interessanti.

          “La Storia ha dimostrato anche che abolire la proprietà privata non abolisce le diseguaglianze”
          Scusa la mia ignoranza della Storia, ma non conosco molti episodi di abolizione vera della proprietà privata: se ti riferisci invece all’Unione Sovietica, posso convenire con te che è stato un esperimento per molti versi non riuscito. Non è mia intenzione difendere nessun regime autoritario, di qualunque colore politico.

          “Inutile lamentarsi delle diseguaglianze, ci saranno sempre e comunque.”

          La tua affermazione mi sembra molto pessimistica, anche se tu la ritieni invece realistica.




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            Fede 10 gennaio 2016 at 19:13

            Aggiungerei questa che è una vera chicca: “accesso all’università per i figli”. Ecco, sta a vedere che l’istruzione gratuita in Unione Sovietica o a Cuba è tutta una bufala e sono le altissime tasse per l’accesso alle università private USA quello che ci manca (per il momento! …il piccolo Obama fiorentino infatti con la riforma della “buona scuola” tra poco li aggancia e li lascia al palo 😉 )




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            Giancarlo Castiglioni 10 gennaio 2016 at 20:38

            Non ho detto che il capitalismo è perfetto, se qualcuno inventerà qualcosa di meglio ne sarò ben contento.
            Ma intendo un sistema applicabile nel nostro mondo reale, non eculubrazioni di studiosi di economia politica.
            Sulla proprietà privata non alludevo solo all’URSS, ma anche a tutti gli altri regimi comunisti, Cina, Europa Orientale, Vietnam, Cambogia, Cuba.
            In tutti i casi il fallimento è stato totale e quando l’esperimento è finito c’è stato un netto miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.
            Questo solo per l’aspetto economico, ma non si può trascurare la correlazione tra libertà politica e libertà economica.
            In teoria mi sembra possibile che esista libertà politica senza libertà economica, ma nella realtà non è mai successo.
            Quanto alle diseguaglianze, io non vedo il problema.
            Ci sono persone contente di essere povere se sono poveri anche gli altri.
            A me interessa come vivo io, non come vivono gli altri.
            Se mai mi spiace se sono troppo poveri, non se sono troppo ricchi.




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              fabrizio 10 gennaio 2016 at 21:40

              Non ho capito ancora alcuni punti del tuo discorso (ma è un mio problema, evidentemente).
              Abusando ancora della tua pazienza, ti chiedo però (se sei d’accordo sul fatto che viviamo in un mondo finito e con risorse limitate) il significato della tua affermazione:
              “Quanto alle diseguaglianze, io non vedo il problema.”
              Non ti sembra che, se qualcuno ha troppo, probabilmente qualcun altro ha troppo poco? Non ti risulta che, grosso modo, dei circa 7 miliardi di persone che costituiscono la popolazione del mondo si può dire che circa un miliardo (e noi europei siamo tra questi)si può permettere di sprecare molto, che circa 5 miliardi si arrabattono per tirare avanti e circa un miliardo vive stentatamente ed è continuamente in pericolo di morte per fame?
              Ricorderò sempre la conferenza nella quale il defunto Padoa-Schioppa, presentando una statistica del tipo descritto, disse che uno dei più urgenti problemi mondiali era proprio quello di ridurre le enormi differenze createsi. Uno degli spettatori chiese se non fosse velleitario e utopico credere di risolvere il problema; al che Padoa-Schioppa, col suo stile calmo e pacato, replicò: “Utopico è pensare di poter continuare così!”




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                Giancarlo Castiglioni 11 gennaio 2016 at 20:40

                Togliere ai ricchi per dare ai poveri suona bene, ma nel mondo reale funziona poco e male.
                L’economia non è un gioco a somma nulla, il PIL mondiale è ancora in forte crescita.
                E’ vero che viviamo in un mondo finito e con risorse limitate, ma il limite è molto distante e anzi si sta allontanando.
                Un esempio sotto gli occhi di tutti è il petrolio.
                Nel 2003 ho letto il libro di Ugo Bardi “La fine del petrolio”, convincente ben documentato.
                Nel 2012 esce un autorevole articolo su “Le Scienze” “Il punto di non ritorno è ormai superato”.
                Era tutto sbagliato.
                Basta dire che il prezzo del barile era arrivato a 150$ al barile, gli “esperti” prevedevano arrivasse a 200$ e adesso è a 35$.
                Le tasse di successione alte sono una manna per notai, avvocati, commercialisti, esperti finanziari, profumatamente pagati per eluderle.
                Immagino già che contromisura proporrete.
                Mettere un poliziotto a fianco di ogni possidente per impedirgli di barare.
                E poi un secondo poliziotto che controlli il primo per impedire che venga corrotto.
                Il giudizio di Padoa Schioppa non mi impressiona; mi sono reso conto che anche i professori universitari a volte dicono sciocchezze fin da quando frequentavo io l’università.




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                  fabrizio 11 gennaio 2016 at 22:28

                  Ti invidio veramente per il tuo ottimismo!
                  La grande maggioranza degli scienziati getta grida di allarme sulle condizioni climatiche e ambientali del nostro pianeta, ci sono molti che affermano che dalla metà degli anni ‘80 l’umanità sta vivendo al di sopra dei propri mezzi in termini ambientali, con una domanda annuale di risorse utilizzate al di sopra di quanto la Terra riesca a generare ogni anno: si afferma che oggi la Terra necessita di un anno e quattro mesi per rigenerare quello che noi utilizziamo nell’arco di un anno (ma si tratta certo dei soliti “gufi” guastafeste!).
                  Tu dici invece che i limiti si stanno allontanando e che il Pil può tranquillamente continuare a crescere, portando ricchezza a tutti.
                  Evidentemente il tuo mondo “reale” è privo di inquinamento, i poveri sono una minoranza trascurabile (e poi, in fondo in fondo, è colpa loro se non sanno produrre ricchezza in questo sistema, che offre possibilità a tutti), non esistono problematiche sociali create dalle disuguaglianze, ecc, ecc.
                  Altro aspetto (questo mi pare meno ottimistico sulla natura umana) di questo mondo: è inutile tentare di far pagare le tasse a chi ha tanti soldi, perchè tanto eluderebbe o evaderebbe: tempo, leggi e fatica sprecata. In altre parole : i potenti ed i furfanti fanno quello che vogliono (e gli altri si arrangino).
                  Spero proprio che tu abbia completa ragione sulla prima parte del discorso (i limiti), in modo da potermi rassegnare sulla seconda.

                  PS: certamente anche i professori universitari possono dire fesserie: figurati tutti noi altri! 😉




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                  Marramaquìs 11 gennaio 2016 at 22:57

                  Mi pare che lei, Castiglioni, stenti a comprendere che in quel sistema capitalistico che le sta particolarmente caro le tasse da abolire sono quelle sulle imprese e sul lavoro, perché soltanto così si darebbe respiro agli imprenditori ed insieme si accrescerebbe la capacità di spesa dei lavoratori.

                  Quelle sulle successioni andrebbero invece decuplicate perché favoriscono, come hanno ampiamente dimostrato gli Stati Uniti nello scorso secolo, il ricambio delle correnti economiche operative, con l’emergere dei più capaci e coraggiosi e la “rottamazione” di molti stanchi e demotivati “figli di papà”.
                  E non servono molti “poliziotti”. Basterebbe la certezza della galera per i soliti “furbetti”. Proprio come negli USA.

                  La verità è che la quasi-abolizione delle tasse di successione fa comodo a troppa gente e soprattutto (ovviamente) ai tanti ricchi.

                  Insomma, come delineavo in un mio precedente intervento, qui “casca in pieno l’asino”, perché la più parte delle persone di sinistra e di destra in Italia mostrano di trovarsi incredibilmente d’accordo nel momento in cui lo Stato minaccia di toccare i loro personali (grandi o piccoli) interessi.
                  In questo caso i princìpi non contano più, eh?
                  E il prezzo del petrolio non ci azzecca troppo col nostro tema delle tassazioni né con altri. Fra 10 anni potrà stare a 7 dollari al barile come a 200. Nessuno oggi può saperlo. Ma ognuno può dire la sua, che siano studenti o professori (o grandi maestri!).




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      Michele Panizzi 10 gennaio 2016 at 19:30

      Se vogliamo , si puo’ condividere l idea che i figli dei ricchi
      non siano capaci di proseguire sulle orme dei padri , ma abbiamo
      la consapevolezza che proporre alte tasse di successione come
      modo per rendere migliore la societa’ e’ molto utopico.
      Se si vuole pensare dei ricchi Ihr wollt nicht lernen , come scrisse
      dei pescecani che si arricchirono con il mercato nero dopo la
      Prima Guerra Mondiale , la frase significa : voi non volete imparare
      la dico da sempre , ma se i figli dei ricchi sono stupidi
      a quando un test di inetlligenza sui figli degli impiegati statali?
      Qualcuno disse che i figli dei geni non diventano dei geni,
      non potrebbe essere una regola che vale anche per i ricchie la loro
      discendenza?




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    fabrizio 10 gennaio 2016 at 10:18

    Caro Marramaquis, è sempre un piacere leggerti, anche quando non si è completamente d’accordo con quel che dici.
    Le tue osservazioni su come rimediare, anche se soltanto in parte, alla concentrazione delle ricchezze mediante una tassazione con aliquote elevate sulle successioni è certo condivisibile e, nella attuale struttura della società capitalistica, potrebbe essere un correttivo di efficacia non trascurabile.
    Però io dubito della tua premessa che “il crescere delle disuguaglianze sociali e la concentrazione della ricchezza in poche mani non siano strettamente e necessariamente figlie del sistema capitalistico”: temo invece che queste siano proprio connaturate ed un inevitabile prodotto di tale sistema (e non solo di esso).
    Un sistema che, a detta dei suoi stessi propugnatori, è basato sull’individualismo ed egoismo dei suoi attori che (miracolosamente!) si trasformano in un beneficio per tutti. Anche se il sistema capitalistico è certamente capace di liberare tante energie umane,anche positive, francamente non riesco a vedere tale miracolo.
    L’essere umano è un misto di individualismo e socialità: soltanto il giusto equilibrio tra le due istanze può essere la base di una società umana più equa. Puntare solo sull’uno o sull’altra è, a parer mio, un errore che produce aberrazioni tremende. Ciao e un arrivederci a presto




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    Marramaquìs 10 gennaio 2016 at 11:23

    Ma io non ho espresso alcun giudizio complessivo su capitalismo e socialismo (Castiglioni)!
    E non è semplice dare una risposta su quale “funzioni meglio” o sia “più giusto” o altro ancora.
    Queste sì che sarebbero domande trite e ritrite, e inutili in quanto ciascuno resterebbe probabilmente sulle proprie convinzioni (e la nostra non è la sede ideale per parlarne).

    Comunque la povertà, come l’ignoranza, è anche figlia della disuguaglianza, non càpita soltanto per caso. Ma non è questo il punto.

    Il tema del mio intervento era, riprendendo l’osservazione di Tatai, soltanto il perpetuarsi incontrollato della ricchezza fra generazioni, un fenomeno che deriva essenzialmente dagli egoismi dell’uomo e che può avvenire in ogni sistema, capitalistico e non.
    E quanto sia pernicioso lo ha spiegato e dimostrato Roosevelt (e la storia) prima di me.

    Fabrizio, concordo senza dubbio con te quando sottolinei l’importanza di scegliere la via di tentare di equilibrare le diverse istanze individuali e sociali (come spesso è avvenuto con un certo successo, ad esempio, nei Paesi scandinavi).
    Un caro saluto.




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    Marramaquìs 10 gennaio 2016 at 14:22

    L’aspetto che più m’incuriosisce, e sul quale riflettere, è constatare che alcuni dei più strenui paladini del comunismo (come pare sia qualche lettore qui oggi intervenuto) diventano, spesso e volentieri e a seconda delle circostanze, difensori della proprietà privata. Per fortuna non tutti.

    Con parecchi di costoro guai a parlare di imposte sulle successioni e donazioni, tanto più quando si proponga il 30% o 50% in Italia!
    Insomma, che si elimini la proprietà privata va bene, eh? Purché sia quella degli altri ….

    Potrei dire che alla fine certe scelte e certe posizioni sovente rispecchiano esclusivamente i nostri privati interessi, e che delle nostre contraddizioni e incoerenze, come dicono a Roma, “nun ce ne po’ fregà de meno”, tanto …. la colpa di tutto la daremo sempre e comunque ad altri …. dai governi al capitalismo!
    E mi accorgo come nella lotta alle tasse, di ogni tipo, si faccia facilmente fronte comune: destra e sinistra unite! Così non si andrà lontano ….




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    Mongo 10 gennaio 2016 at 17:42

    A morte il capitalismo e a morte il socialismo di stampo sovietico/stalinista che è durato sino al 1989.
    Ci vuole una sinergia comune nel creare l’Uomo nuovo, come sosteneva il Che Guevara. Non è una cosa semplice, far propri gli ideali di uguaglianza, fratellanza e di libertà è trasmetterli al prossimo; eliminare tutte le religioni, causa di atroci guerre; eliminare sistemi sionistici; farci governare da un unica e vera democrazia popolare dove rappresentare chi ti elegge sia un dovere e non un privilegio…
    Ecco, incominciamo dal creare un mondo dove i ‘re’ trovino posto solo sulle scacchiere, senza più diseguaglianze di classe, colore, fede… Si, lo so, sono un inguaribile utopista rosso, ma non sono solo!!




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    Marco Lantini 10 gennaio 2016 at 18:42

    Letto, solo oggi, tutti i tuoi articoli sul Branca e i profili di tutti gli amici che a suo tempo ho ben conosciuto.
    Interessantissimi, complimenti.
    Oltre agli altri ho letto l’articolo che riguarda Roberto Palombi, di cui tu dici non avere più notizia: approfitto per dirti, che ho avuto il piacere di incontrarlo, dopo tantissimi anni, abbastanza di recente almeno in un paio di occasioni, più o meno ottantenne (credo sia del 34) apparentemente in buona forma ed anche attivo scacchista.
    Di sicuro qualche anno fa è stato a un semilampo di Rocca Priora, e in uno dei turni lo ho anche affrontato.
    Devo averlo incontrato anche in giro da qualche parte in qualche torneo, io giocavo lui forse solo spettatore… doveva essere un posto di mare, Civitanova Marche, o più probabilmente il palasport di Porto San Giorgio, non giurerei sul posto ma di sicuro è abbastanza recente.
    E inoltre guarda caso solo pochi giorni fa ho notato il suo nome su un qualche notiziario scacchistico online tra i primi classificati di una manifestazione scacchistica (un campionato UISP forse e la fonte potrebbe essere il notiziario periodico che diffonde per mail Lucio Ragonese)

    Un saluto
    Marco Lantini




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      fabrizio 10 gennaio 2016 at 19:11

      Grazie Marco, per i tuoi apprezzamenti e per la buona notizia che mi dai riguardo Palombi. Vado a controllare se nella rivista di Ragonese ne trovo menzione. Se per caso lo dovessi incontrare tu, salutamelo e digli di farsi vivo, magari sul blog.
      Non pensavo che tu conoscessi i personaggi del Branca (sei abbastanza più giovane di me, se non ricordo male): se ti interessa uscirà prossimamente l’ultima puntata, con una carrellata su parecchi personaggi.

      PS: ho sempre vivo il bel ricordo dei giorni passati, con te e con gli altri amici, ad Arvier. Ciao e grazie di nuovo. Fabrizio Antonelli




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    Michele Panizzi 10 gennaio 2016 at 19:56

    Per spiazzare Marramaquìs , posto questa notizia

    http://www.repubblica.it/politica/2016/01/10/foto/twitter_gasparri_scambia_jim_morrison_per_un_rapinatore_slavo-130975020/1/?ref=HRESS-3#1

    Gasparri , se non ci fosse bisognerebbe inventarlo:) !

    Pero’ una cosa in comune con un rapinatore , Jim Morrison , ce l aveva : era un pregiudicato ,
    infatti fu denunciato da un poliziotto americano prima di un concerto a Miami.
    Vi ricordate The Doors , di Oliver Stone?

    Quanto mi piace Jim Morrison!




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    YG 10 gennaio 2016 at 19:59

    Mi ha fatto piacere ricordare la figura dell’Avvocato Titta Bivini, che frequentò per lungo tempo quello che fu indubbiamente il più bel circolo di scacchi di Roma, che aveva sede in quel di Villa Carpegna – spesso all’aperto. Bivini era un incallito lampista ed era sempre accompagnato dalla sua inseparabile Mimma, il cane nero di cui si parla nell’articolo. Lo conobbi quando era già avanti nell’età, incrollabile sostenitore dell’Attacco Grand Prix (che mi costrinse a studiare), arcigno ostacolo da superare e tutt’altro che buon perdente – sia pur sempre ampiamente nei limiti della migliore educazione. Ma quanta fatica dovetti fare per imparare a superarlo… :)
    Ricordo anche io alcune sue posizioni politiche nette, che da giovane irriverente solevo solleticare insieme all’inseparabile amico Giuliano Profeta – ovviamente non meno irriverente di me. Ricordo un Bivini acceso opinionista delle campagne napoleoniche e strenuo avversario di ogni colore men che nero pece, ma lo ricordo anche sempre pronto a incrociare i magli scacchistici con chiunque e sempre disponibile al… monologo! :)
    Nel complesso una figura unica e sui generis, un amante degli scacchi che certo valeva la pena di ricordare. Grazie.




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      fabrizio 10 gennaio 2016 at 20:42

      Grazie a te per queste note aggiuntive al ritratto di un personaggio che ha attraversato più di mezzo secolo di scacchi romani.




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    DURRENMATT 10 gennaio 2016 at 20:04

    Qui ad Atene noi facciamo così.
    Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
    Qui ad Atene noi facciamo così.
    Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
    Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri,chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
    Qui ad Atene noi facciamo così.
    La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
    Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
    Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
    Qui ad Atene noi facciamo così.
    Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
    E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
    Qui ad Atene noi facciamo così.
    Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
    Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
    Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
    Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
    Qui ad Atene noi facciamo così.(firmato:un notissimo POPULISTA)




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    Ramon 10 gennaio 2016 at 21:35

    Ecco tutti i link alla serie completa del Caffè Branca:

    Ricordi generali
    I personaggi
    Altre figure da ricordare
    Mario Boschetti




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    nikola 10 gennaio 2016 at 22:11

    A me risulta che ultimamente il capitalismo, o per lo meno la società in cui stiamo vivendo, stia allargando sempre di più la forbice tra ricchi e poveri. Quindi raccontare che il problema è la povertà e non la ricchezza lo trovo inesatto; se c’è qualcuno che prende troppo altri avranno di meno, essendo il sistema finito e le risorse del pianeta limitate. Il ricco è tale perchè sfrutta (lecitamente o meno, consciamente o meno) il sistema economico in cui vive e le risorse a disposizione. Se ci fossero meno eccessi da una parte ci sarebbe più ridistribuzione dall’altra e questo farebbe vivere meglio tutti. Vivendo in una società a me interessa non solo il mio stato ma anche quello di chi mi sta vicino, ne va della qualità della mia vita che è fatta di relazioni umane. Questo non vuol dire esser contenti se tutti siamo poveri ma ambire affinchè ci sia più equità. Quando passeggio per la città e vedo il macchinone fuori dall’hotel extralusso e venti metri più avanti i barboni a mendicare sotto il ponte li considero due facce della stessa medaglia, non persone che vivono su pianeti diversi.




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      Luigi O. 10 gennaio 2016 at 22:22

      Concordo in toto, ben scritto!




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    paolo bagnoli 11 gennaio 2016 at 23:16

    “Dietro ogni patrimonio c’è un crimine” (Balzac). Che sia vero?




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    Giancarlo Castiglioni 11 gennaio 2016 at 23:18

    @fabrizio
    Non mi sembra di essere ottimista, cerco di valutare la situazione su basi concrete.
    Il mondo in cui viviamo non è perfetto, si può cercare di cambiarlo, lo stiamo facendo, ma ci vuole tempo.
    Non esistono scorciatoie miracolose.
    Non nego che ci sia l’inquinamento, solo ricordo che quello di Milano 50 anni fa era molto peggiore.
    Sono realista anche sulla natura umana.
    Quanti sono gli scienziati che lanciano grida di allarme per avere finanziamenti o le associazioni umanitarie che lo fanno per raccogliere donazioni?
    E quanti i politici che lo fanno per raccogliere voti?
    E certe norme antiinquinamento servono più a preservare la nostra salute o a vendere automobili nuove?
    Chi urla più forte non ha sempre ragione.




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      fabrizio 12 gennaio 2016 at 00:14

      Sto per arrendermi ma, se tu hai ancora un pizzico di pazienza ed indulgenza nei miei riguardi, faccio l’ultimo tentativo per capire le tue posizioni e le tue “basi concrete” di riferimento con una serie di domande ( possibilmente con risposta sì/no)riguardanti il succo della nostra discussione:
      a) l’inquinamento nel mondo sta aumentando in maniera pericolosa?
      b) ritieni che le temute grandi variazioni climatiche siano solo una fantasia?
      c) esistono limiti allo sviluppo e all’incremento del PIL mondiale?
      d) ritieni che le grandi disuguaglianze sociali e la povertà siano ininfluenti? e che siano inevitabili in toto?
      e) una vera lotta all’evasione fiscale è tempo perso? o addirittura controproducente?
      f) non debbono esserci limiti alla proprietà privata e all’arricchimento personale?
      Scusa il metodo che uso: ovviamente non mi offenderò se non mi rispondi.




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        Giancarlo Castiglioni 12 gennaio 2016 at 13:52

        Non ho difficoltà a risponderti, ma non posso farlo solo con un sì o con un no, devo aggiungere qualche motivazione.
        a)l’inquinamento nel mondo sta aumentando in maniera pericolosa?
        No. In una prima fase di sviluppo industriale non ci sono tempo e risorse per occuparsi dell’inquinamento. E’ quello che è successo in occidente fino a metà novecento e in Cina fino a ieri.
        Poi ci si rende conto del problema e si interviene. Certo non si poteva combattere l’amianto prima ancora di capire che era pericoloso.
        b)ritieni che le temute grandi variazioni climatiche siano solo una fantasia?
        Sì. Non metto in discussione che l’attività umana abbia conseguenze sul clima, ma non è questo il punto. Come è successo più volte in passato, se l’attività solare cambia di solo pochi punti percentuali, il clima sulla terra cambia e non possiamo farci nulla. Non possiamo distruggere la nostra economia oggi, pensando a quel che potrebbe forse succedere tra 50 anni.
        Dobbiamo adattarci ai cambiamenti climatici, visto che impedirli è impossibile.
        Intervenire per ridurre le emissioni va bene, lo stiamo facendo, ma deve rimanere nei limiti del ragionevole.
        c) esistono limiti allo sviluppo e all’incremento del PIL mondiale?
        Sì, ma questi limiti sono ancora lontani.
        d)ritieni che le grandi disuguaglianze sociali e la povertà siano ininfluenti?
        No, molte rivoluzioni sono dovute principalmente a questa ragione, quindi l’influenza c’è stata. Altro discorso che lo scopo della rivoluzione sia fallito e il risultato finale sia stato solo la sostituzione della classe dirigente, lasciando le diseguaglianze più o meno invariate.
        e che siano inevitabili in toto?
        No, almeno in teoria. In pratica a ridurre le diseguaglianze non ci è mai riuscito nessuno.
        e)una vera lotta all’evasione fiscale è tempo perso? o addirittura controproducente?
        No, le leggi ci sono e vanno fatte rispettare. Solo credo che le tasse servano a finanziare lo stato e non ad insegnare la morale al popolo. Se far pagare una tassa costa di più di quanto si incassa, la lotta alla evasione è irrazionale e controproducente.
        f)non debbono esserci limiti alla proprietà privata e all’arricchimento personale?
        No, non vedo l’utilità pratica di questi limiti. Se si vuole mettere limiti per motivi morali è un altro discorso, lontano dalle “basi concrete” di cui mi hai domandato.




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          fabrizio 12 gennaio 2016 at 16:40

          Ti ringrazio veramente, adesso penso di aver capito. Per correttezza esprimo anch’io le mie opinioni sui quesiti che ti ho posto.
          a)l’inquinamento è un problema grandissimo, che condiziona notevolmente la qualità della vita di tutti gli esseri viventi; il tempo e le risorse per ridurlo ci sarebbero, ma ai responsabili (grandi e piccole industrie, private e pubbliche) viene lasciata troppo spesso la libertà di “privatizzare i profitti, socializzare le perdite” (esempio recente ILVA);
          b) temo che le variazioni climatiche siano una realtà(anche sulla base della mia piccola esperienza personale di cercatore di funghi) e temo anche, d’accordo con la grande maggioranza della comunità scientifica, che molto dipenda dalle attività umane. La prudenza, in vista degli enormi disastri (sia pure incerti) prospettati, indurrebbe a “rallentare”, piuttosto che accelerare;
          c) sì, e temo che stiamo avvicinandoci rapidamente ad essi (se non li abbiamo già oltrepassati); una curiosità: cosa proporresti di fare quando( tra molto tempo, secondo te) arriveremo a questi limiti? Il capitalismo senza limiti andrà ancora bene?
          d)ritengo anche questo un problema fondamentale, di grande rilevanza se si vuole creare una società umana stabile, democratica e soprattutto pacifica; siamo d’accordo che non è un problema di facile e rapida soluzione, ma bisogna tentare in tutti i modi e non rinunciare a priori visto che è difficile.
          e)far rispettare da tutti le leggi fiscali (ma direi tutte le leggi) è, per me, uno dei compiti fondamentali di uno stato degno di questo nome. Ritengo inoltre che una imposizione fiscale fortemente progressiva e una elevata aliquota della tassa di successione siano tra i pochi correttivi che possono mitigare i danni del sistema capitalistico odierno;
          f) credo che, proprio perché viviamo in un mondo limitato, debbano esserci vincoli e limiti alla proprietà privata, al contempo definendo per quanto possibile chiaramente il concetto di “bene pubblico” (che ha evidentemente priorità in caso di contrasto).

          Da tutto quanto detto, le nostre disparità di vedute sono ora abbastanza chiare e tento una sintesi.
          Tu sei piuttosto ottimista e disinvolto riguardo il problema ecologico, io opterei per una politica di estrema prudenza (la posta in palio è la vita sul pianeta Terra); secondo il tuo punto di vista le questioni etiche non sono importanti, basta che le cose diano un “utile” (misurato, suppongo, esclusivamente in termini monetari); dal tuo punto di vista, io potrei essere definito “moralista” o “idealista” a fondo perduto, perché penso che ci siano valori non monetizzabili, ma che contano moltissimo.
          Spero di non aver sbagliato la sintesi.
          Ti ringrazio sinceramente di nuovo. fabrizio antonelli




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            Giancarlo Castiglioni 12 gennaio 2016 at 21:56

            Anche io ti ringrazio per la civiltà della discussione, purtroppo non è sempre stato così.

            Rispondo alle domanda che mi hai fatto:
            cosa proporresti di fare quando arriveremo a questi limiti (dello sviluppo)?
            Non propongo nulla, non ha senso proporre qualcosa oggi per problemi che sorgeranno tra molti anni e forse mai.
            Come le attuali conoscenze scientifiche e tecniche erano inimmaginabili 50 anni fa, oggi non possiamo immaginare quelle che saranno le conoscenze tra 50 anni. La convinzione degli ecologisti che sviluppo, progresso e aumento del benessere della popolazione comportino necessariamente un aumento dell’inquinamento e un maggior consumo delle risorse naturali nasce solo dalla loro concezione primitiva di economia, scienza e tecnica.
            Qualsiasi cosa prodotta oggi comporta l’uso di meno materiali, meno energia, meno forza lavoro di 50 anni fa; non vedo perché questa tendenza dovrebbe cambiare.

            Il capitalismo senza limiti andrà ancora bene?
            Il capitalismo senza limiti non esiste, in tutti gli Stati ci sono regole e leggi da rispettare.

            Sulla tua sintesi non sono assolutamente d’accordo.
            Nelle tue convinzioni su di me affiora credo inconsapevolmente la “superiorità morale” che tanti di sinistra ritengono di avere su chi la pensa diversamente.
            Non ho mai detto e non penso che le questioni etiche non siano importanti; anzi per me sono della massima importanza, ma sono consapevole che non è così per tutti.
            Non si può concepire una organizzazione sociale presupponendo che tutti saranno onesti, virtuosi e corretti, bisogna tener conto che non è così.
            Non ho mai dato molta importanza al denaro, sia mio che quello degli altri.
            Più che in termini monetari misuro l’“utile” in funzione del benessere generale della popolazione, specie delle fasce più deboli (Bentham niente di nuovo).

            In quanto a te più che “moralista” o “idealista” ti definirei “irrazionale”.
            Non dai giustificazioni razionali, storiche o economiche a quello che proponi, (rallentare lo sviluppo, alte tasse, alte tasse di successione) ritieni che siano conformi alle tue idee e che questo basti.




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              fabrizio 13 gennaio 2016 at 00:34

              Pensavo che la nostra discussione stesse per concludersi, ma mi vedo costretto (il fatto non mi dispiace, però) a proseguirla (se tu vorrai anche direttamente tra di noi, per non annoiare ulteriormente i lettori del blog).
              Parto dalla fine, dalla tua accusa di “irrazionalità” nei miei confronti: debbo confessarti che mi è venuto da sorridere, perché nella mia cerchia familiare e di amicizie, vengo, al contrario, talvolta accusato di eccesso di razionalità (cosa che prendo sempre come complimento!). E poi, ironia delle cose, la mia definizione di “ottimista” nei tuoi riguardi denotava in fondo la stessa accusa nei tuoi confronti.
              Ma parliamo degli argomenti specifici sui quali si basa il tuo giudizio.

              1) rallentare lo sviluppo

              visto che credo che stiamo pericolosamente correndo verso possibili catastrofi ambientali a causa dell’eccesso di attività umane predatorie (insieme alla grande maggioranza della comunità scientifica mondiale; se tu hai prove in contrario sei pregato di illustrarmele, ma soprattutto di farlo sapere al mondo intero, che si sta preoccupando inutilmente), mi sembra che sia solo buon senso chiedere per lo meno una pausa di riflessione. Ti chiedo: dov’è l’irrazionalità?
              E’ invece razionale il tuo approccio, che nega la possibilità di possibili rischi? E sulla base di quali certezze? Tu parli degli “ecologisti” come di tre o quattro sprovveduti che capiscono poco e niente delle cose del mondo: questo mi appare un pochino presuntuoso visto che la grande maggioranza della comunità scientifica (a me risulta così, tanto è vero che anche le istituzioni politiche mondiali stanno avviando provvedimenti, sia pure in ritardo) pensa che la “bomba ecologica” possa effettivamente scoppiare.

              2) tasse fortemente progressive (non alte tasse!), elevate tasse di successione

              ho scritto che “ritengo inoltre che una imposizione fiscale fortemente progressiva e una elevata aliquota della tassa di successione siano tra i pochi correttivi che possono mitigare i danni del sistema capitalistico odierno”, in quanto in questo modo si frenano i grandi accumuli di capitale (che nel sistema capitalistico significano accumulo di potere) ed il loro trasferimento alla generazione successiva (che partirebbe fortemente avvantaggiata); tutto questo per evitare rischi per la democraticità del sistema e far sì che le diverse generazioni siano in condizioni di pari opportunità, cosa che favorirebbe il successo dei migliori e non necessariamente dei figli dei potenti della precedente generazione. Mi spieghi qual è l’irrazionalità di queste affermazioni? Ti sembrano campate in aria e senza fondamento?

              Prendo atto della tua smentita: “Non ho mai detto e non penso che le questioni etiche non siano importanti”.
              Certo le tue affermazioni di stampo totalmente utilitaristico in post precedenti quali:
              La domanda non è “quale sistema è più giusto”, ma “quale sistema funziona meglio” e
              “Se far pagare una tassa costa di più di quanto si incassa, la lotta alla evasione è irrazionale e controproducente” non mi sembrano allora molto coerenti.

              Infine un cenno all’ “inconsapevole senso di superiorità morale” che mi attribuisci: forse ti confondi con il fatto che io considero le questioni etico-morali importanti, mentre tu a volte sembri non dare loro particolare peso, in nome di un tuo dichiarato ma non ben chiaro (per me) principio di realtà e concretezza.

              Ci sarebbero ancora molte cose da approfondire nella nostra discussione, ma penso che, eventualmente, ne parleremo a parte. Ciao




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          • avatar
            Michele Panizzi 19 gennaio 2016 at 02:29

            e)far rispettare da tutti le leggi fiscali (ma direi tutte le leggi) è, per me, uno dei compiti fondamentali di uno stato degno di questo nome.

            E quando e´ lo ststo che non rispetta le leggi
            sei disposto a levare alte grida di indignazione
            Perche´la cosa veramente importante e´far rispettare
            allo stato le sue leggi!




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  23. avatar
    Giancarlo Castiglioni 13 gennaio 2016 at 13:32

    Prego la redazione di inviare la mia e-mail a Fabrizio.




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