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Stefano come l’ho conosciuto io mi

Scritto da:  | 13 giugno 2017 | 29 Commenti | Categoria: C'era una volta, Italiani, Personaggi

Non posso compendiare in 30 righe di post l’intera vita del più grande scacchista italiano- sì, il più grande, il Botvinnik italiano, ha vinto 12 scudetti quando ce ne sarà un altro che fa lo stesso ne riparliamo, ma i numeri non si discutono si conta e basta, anche perché la vasta cultura di Tatai non era ovviamente monotematica, probabilmente a lui interessava più la storia e la scienza della politica che non gli scacchi, che erano il suo pane.
Ho tutti i numeri per poter parlare di lui, se la cosa interessa -e comunque credo gli sia dovuta- per il semplice fatto che oltre ad avere gli stessi suoi interessi lo conoscevo da 50 anni esatti, rectius, ero suo amico.

Diciamo 50 anni e 4 mesi, facciamo i pignoli com’era lui fino allo sfinimento. Non posso fare come Sosonko, lui ha descritto l’URSS scacchistica e tutto quello che ha visto perché scrivo su Facebook, non ho case editrici disposte a seguirmi e comunque non mi andrebbe ma se Sosonko ha dedicato al buon Gufeld -un artigiano della scacchiera e basta- 20 pagine, io posso parlare di Stefano solo a tappe anche nella prospettiva più sintetica possibile. Qualunque altra soluzione mi sembra un offesa allo scomparso e non avrebbe in ogni caso molto interesse. Io inizierei dalle sue idee politiche perchè la politica e non gli scacchi erano il centro dei suoi interessi. Questa è la prima affermazione originale che faccio, e dunque credo sia importante che io chiarisca quello che posso chiarire nella premessa che tutti possono comunque sbagliare nel giudicare una persona anche se la conoscono da 50 e passa anni. Però se un antifascista di ferro come me- ho partecipato a tafferugli fra opposte fazioni fin dal 1966 prima di conoscere Stefano e i circoli di scacchi- i Caffè, non c’era internet all’epoca, non c’era il computer, solo il cartaceo e i pezzi di legno- dice che tizio NON E’ FASCISTA un minimo di credito bisogna darglielo a prescindere.

Perché dico con la massima tranquillità che Stefano NON era fascista, è semplice non nego affatto che fosse fortemente anticomunista e antisovietico, era di DESTRA e nemmeno moderata. Ma chi possiede unminimo bagaglio di conoscenza della scienza della politica sa che reazionario non è affatto sinonimo di fascista.Sono due posizioni politiche diverse, diverse. Anche Montanelli era reazionario. Anche gli USA che hanno fatto sopravvivere la democrazia nel mondo sconfiggendo insieme all’URSS i nazisti tedeschi e gli imperialisti giapponesi hanno poi seguito una politica estera reazionaria per opporsi all’espansionismo sovietico- o a quello che loro temevano fosse un espansionismo- ma chi potrebbe accusare di fascismo gli Stati Uniti d’America? Il reazionario è un conservatore che non si accontenta di fermare l’avversario vuole tornare indietro -reagire dunque reazione reazionario- nulla a che vedere con chi sogna un ORDINE NUOVO.
Il fascista nell’accezione comune è convinto
1) che gli uomini non sono uguali
2) che esistono razze inferiori
3) che gli ebrei vogliono dominare il mondo e dunque un fascista deve essere antisemita
4) che anarchici e liberi pensatori vanno messi in condizione di non nuocere
5) che non vi sia uguaglianza fra uomo e donna
6) che lo Stato è tutto e l’individuo non sia nulla -la seguente definizione del totalitarismo è di Mussolini: “tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”…etc. mi pare che basti e se non dovesse bastare sarebbe sufficiente pensare che se i sovietici ti uccidono 25 mila connazionali, ti distruggono la patria, è normale che uno diventi antisovietico, ma antisovietico non significa fascista etc.

Quando vi fu l’insurrezione i genitori di Stefano -l’informazione viene da lui- lo sequestrarono fisicamente e lo chiusero in un seminterrato. Era una testa calda-beh i giovani lo sono un pò tutti- e comunque era in corso il campionato giovanile ungherese e Stefano conduceva, credo 8 su 8! Ma fu tutto sospeso fin dal 23 di ottobre del 1956 quando Nagy -ebreo- sostituì lo stalinista Rakosi -ebreo anche lui- poi uno si chiede perché per i nazisti ebreo e comunista era la “misma cosa”- ma a parlare così erano i fascisti spagnoli, cioè i falangisti. I carri sovietici si fermarono sulla collina di Buda non scesero a Pest. Krusciov non voleva sparare, nessuno dei sovietici voleva sparare e Tito tornato amico dei sovietici raccomandava prudenza essendo tutto nelle mani dei comunisti,dissidenti o ortodossi. Ma operai e studenti non ne potevano più dello squallore ferrigno che soffocava la città dei ponti sul Danubio,proprio chi avrebbe dovuto essere vicino al partito comunista. Proprio gli operai cazzo, proprio gli studenti. Ma di tutto questo Tatai non sapeva nulla,protetto dai suoi cari lui viveva recluso. Purtroppo non poteva finire patta questa tragica partita. O i comunisti accettavano la spartizione del potere con i non comunisti o soffocavano la rivolta.Non era sufficiente ridare potere ai sindacati alla base, niente da fare non c’erano fascisti fra gli insorti ma gente stufa del comunismo si e tanta la maggioranza del popolo.
Poi scoppia la crisi di Suez (31.10.1956) e i sovietici non possono immaginare che gli USA avrebbero perso la pazienza e si sarebbero messi contro Israele, Francia e Gran Bretagna e a fianco di Nasser,amico dei sovietici. E invece accade perchè vogliono strappare Nasser ai russi. Ma chi ci poteva credere al momento. I dirigenti russi credono a un complotto, e intanto per strada cominciano le impiccagioni dei poliziotti comunisti in borghese. Ci sono tanti di quegli alberi a Budapest che vi si possono appendere tutti i membri del partito. Diventa quasi uno sport cittadino “Non possiamo stare con i carri armati fermi mentre impiccano i nostri compagni!” E’ la posizione ufficiale dei comunisti filosovietici, detti “carristi” e anche i socialisti occidentali vengono chiamati carristi se stanno con i sovietici. Andropov, Koniev-capo delle truppe del patto di Varsavia-il capo del KGB e Nikita Krusciov gettano la spugna e pensano di fare un giro con i carri giusto per fare paura e che ti fa Nagy,la più grossa cazzata della sua vita, chiede soccorso agli occidentali e annuncia l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia. E’ la fine.  carri escono e sparano su chiunque si muove. Migliaia di morti la tragedia del socialismo reale.

Nagy sarà arrestato e sostituito da Kadar un comunista titoista segnalato da Tito a Krusciov. Kadar resterà al potere e Nagy finisce impiccato un anno dopo nel 1958 e riabilitato 30 anni dopo. Mentre i carri sparano nelparlamento italiano nessuno vuole parlare ma c’è un deputato che vuole parlare e ci riesce a fatica, si chiama Bettino Craxi e usa parole di fuoco contro Togliatti e compagnia. Non so quando Stefano uscì dal nascondiglio ma posso immaginare come dovette sentirsi quando vide in che cosa si era trasformata Budapest. Da questo nasce la sua ruvidezza apparente,la tristezza congenita mascherata dalle compensazioni che aveva e che seppe procurarsi. In quell’epoca nacque l’idea dell’Italia dell’aiuto dello zio Panunzio, della fuga, anche se questo comportava l’addio ai genitori. Ma Stefano era noto all’onnipresente polizia e la sua assenza durante l’insurrezione non era una garanzia.

Nell’inverno del 1957-58 -non credo si sia trattato dell’inverno 56-57 con i carri armati a Budapest- Stefano Tatai mise in atto il suo piano e, all’incirca intorno alla mezzanotte di una freddissima giornata continentale passò la frontiera fra Austria e Ungheria, e cioè bypassò la cortina di ferro-così battezzata da Churchill il 6 marzo del 1946 a Fulton nel Missouri, senza perdere tempo tacitando così tutte le critiche degli imbecilli che si erano indignati per l’alleanza con l’URSS senza chiedersi con quali mezzi umani -quanto meno- si sarebbe potuto sconfiggere l’Asse Roma-Berlino-Tokyo+paesi fascisti satelliti.

Stette una notte nel campo profughi, pensando che non avrebbe più visto -come fu- nè la madre nè il padre. Era confortato dall’idea di vivere non all’addiaccio ma nella casa dei suoi zii, Mario Pannunzio e sua moglie, sita nella capitale -la zia era la moglie di Pannunzio-. Almeno questo, direbbe qualcuno,io rispondo che era molto. Quanti profughi potevano contare all’arrivo sull’appoggio di uno zio che era membro influente di un partito -anzi fondatore- il partito radicale, giornalista e direttore del Mondo, laico di ferro anticlericale intransigente, nettamente filo-occidentale e dunque anticomunista anche se su posizioni molto lontane dal clericalismo della democrazia cristiana.
L’apparente facilità con cui Stefano bypassò la cortina non deve trarre in inganno, un centro di sfogo ci doveva essere non è che tutti gli anticomunisti ungheresi potevano essere ammanettati e appesi per il collo per vendicare le uccisioni di comunisti e comunque è plausibile che Pannunzio sia intervenuto presso il PCI per facilitare l’esilio di suo nipote.
Già esilio.Io usai questo termine alcune volte parlando con Stefano,gli chiesi esplicitamente se sentiva l’Italia come una vera e propria patria già all’epoca e rispose sempre si ma si vedeva che mentiva perchè cambiava colore. La sua patria era all’epoca la città sul Danubio, la città dove, a detta di Nagy, non bisogna recarsi sui ponti se si soffre di depressione -Nagy quello di first saturday. Aveva una seconda famiglia e che famiglia! ma quella vera era lontana. La madre,dio buono,la madre è tutto. E Stefano l’aveva abbandonata.
Ora come si può giudicare un uomo che ha dovuto subire quello che lui ha subito senza tenere conto di tutto ciò? Le sue asprezze,le sue diffidenze,le sue rigidità,la sua nevrosi-usiamo un vecchio termine creato dal buon Sigmund vengono da questo distacco.
Capì subito che per reagire doveva utilizzare i pezzidi legno i nostri amati e unici pezzi di legno che parlano parlano tanto, senza apparentemente parlare. E se mi consentite mi fermo qua stasera, mi son venuti i lucciconi.

I lucciconi me li son fatti passare. La storia di Stefano continua se avete ancora voglia di leggere.
Stefano decise quasi subito di diventare un professionista del gioco. Una scelta quasi folle nell’Italia del 1958. A quei tempi la differenza fra gli scacchisti occidentali e quelli dell’est europeo -in Cina, India e Africa non c’era neanche uno scacchista di livello- era abissale ma non solo in termini di forza anzi, Unzicker, Larsen, Donner, Reshevski e Fischer potevano benissimo competere ma non formavano neanche una pattuglia- ma soprattutto in termini di importanza sociale. Gli scacchi in occidente non avevano un valore sociale, nell’URSS un Grande Maestro era un abitante dei Campi Elisi. Se poi era membro del partito apparteneva alla classe dirigente. E lo stesso valeva per la Jugoslavia di Tito e per i paesi satelliti. Se Stefano non fosse diventato anticomunista per aver visto una scena disgustosa degna della gestapo nazista-, dato il talento naturale- stava vincendo nel 1956 il campionato giovanile ungherese -avrebbe potuto diventare uno Szabo, un Barcza, e perché no, un Lajos Portisch. Ma Stefano era quello che gli spagnoli chiamano hombre vertical e dunque gli successe quello che succede in questi casi. Prescindendo da Catone il Giovane, libertà vo’ cercando che è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta, è sicuro che rinunciò all’agiatezza, alla famiglia a una giovinezza serena, e lo fece perché se è vero che è molto difficile avere gli attributi, se ce li hai ce li hai e per toglierli bisogna sopprimere il fortunato.
Dicevo che fare lo scacchista in Occidente nel 1958 era una scelta da bohemien, a essere comprensivi, maStefano un asso in mano l’aveva. Se Donner era ricco -e supercomunista- lui non se lapassava male. Era nipote di Pannunzio, viveva in una famiglia molto benestante e in una casa splendida. A conti fatti si poteva fare anche perché suo zio disse un giorno alla moglie: questo ragazzo ama gli scacchi lasciamolo giocare ci siamo noi. Che sia chiaro non è che Stefano pensasse di fare il mantenuto, credeva però nella forte utilità di un appoggio esterno fintantoche non fosse diventato maestro internazionale.
Facile a dirsi e a pensarsi ma per farcela stante il numero esiguo di tornei e l’inesistenza di open ci voleva qualche appoggio esterno oppure LA PROVA di essere il più forte giocatore italiano.
Ora, non era così. Non è che l’Italia era piena di schiappe, Paoli e Porreca dove li mettiamo E Scafarelli? Il più dotato dei giocatori italiani? E’ Vero Zichichi non era ancora un problema e per Stefano non lo fu mai, e Mariotti era ancora un ragazzino, ma un MAESTRO vero c’era: Alberto Giustolisi, di gran lunga il più forte. Un uomo dolcissimo, educato, ironico, la prova provata per la sfortuna che ebbe di come la vita sia una gran p. Quando cominciai agiocare io lui era ancora forte e gli volevo così bene che se qualcuno miparlava male di lui perdevo la trebisonda di brutto.Una volta lo fecero sia Stefano che Alvise e mi devo essere incazzare di brutto perché poi mi chiesero scusa. Ma questo accadde tanti anni dopo. Ma l’ombra di Alberto incupiva Stefano specie quando un certo Mikhail Tal nel 1961 dopo un’escursione in Italia disse che Giustolisi era il miglior giocatore italiano. Comunque Alberto era un dilettante, faceva l’avvocato e a Forte dei Marmi nel 1962 Tatai vinse il campionato italiano. Barry Lindon stava cominciando ad aver fortuna. Quattro anni dopo però quando era già maestro internazionale o avevaormai fatto le norme fece di tutto per prevalere su Alberto. Fu a Rovigo nel 1966. All’ultimo turno Tatai ha mezzo punto di vantaggio egioca contro Giustolisi che ha i bianchi e non ha niente da perdere, deve vincere e basta. Una partita magistrale dove Alberto dà il meglio di sè. Dopo l’inizio con Cf3, passa a 2-c4 e poi spara una granata 3 b4!!! Un orangutan ritardato, Tatai va in palla subito, cede spazio, Alberto prende il centro alla Tarrasch prosegue in scioltezza e il nero è fatto, abbandona 2 mosse prima del matto. Mi ricorderò sempre gli occhi da bambino di Giustolisi quando rievocava lo scontro: c’ho vinto un campionato con b4 Ah!Ah!

Si parva licet comparare magnis, frase celebre che fa al caso nostro che voglio tradurre in romanesco perchè fu nella mia Roma tradita che Stefano approdò come sapete e che era per così dire La mecca dei nostri pezzi di legno negli anni ’60. Dunque traducendo la frase de qua in “si se po’ paragonà l’eterno colle cazzate” vorrei far sapere a chi ha commesso la resistibile imprudenza di seguirmi che sto realizzando l’estrema difficoltà di individualizzare fino all’estremo una storia della vita di uno scacchista di talento prescindendo dagli altri scacchisti. In particolare comprendo Sosonko quando interviene in prima persona, cioè lui parla di Timman ma di Timman con Sosonko, dunque anche io pur non volendolo non posso parlare di Stefano se non contestualizzo il tutto entrando a piè pari nella storia che racconto. Come provo l’esistenza di fatti a cui non ho partecipato? Certo,con le testimonianze che mi furono fatte,ma che valore hanno testimonianze non confermate? Non è l’ex magistrato che parla è il buon senso. Io vorrei chiudermi in un cantuccio e far piovere aneddoti che non mi coinvolgono ma se non sono coinvolto non sono credibile. Dunque è opportuno che a Giuseppe Valenti vengano concesse 15 righe per capire come chi era costui entrò in contatto con i più forti scacchisti italiani da bambino di m. dell’epoca. Imparai il gioco per caso nel natale del 1964 durante le feste, battei tutte le schiappe possibili e immaginabili e a quel punto restando solo mio padre che vinceva regolarmente -conosceva pure la scaccografia- capii che ero in un vicolo senza uscita. “Devi leggere dei libri, te li procuro io” disse il mio grande papà e lo fece,ma senza un maestro come potevo capire il mio sistema, le partite di Tartakower, Znosko-Borovskij e, udite, udite, le partite di Petrosian? Eppure seguivo la rubrica di scacchi di Roberto Palombi su Paese Sera, quotidiano comunista -ma di informazione- della capitale.Gli scrissi e lui mi disse di recarmi al Caffè Branca in via Gallia il covo degli scacchisti romani e di abbonarmi a l’Italia scacchistica.  La prima cosa, la più logica, andare al Branca non la feci -forse era la timidezza dell’adolescente-l a seconda si. L’Italia scacchistica e la cultura scacchistica di Enrico Paoli furono i miei maestri per corrispondenza in un certo qual senso, ma lo furono. Solo grazie a quella rivista potei cominciare a capire Nimzovitsch e Petrosian  -massacrando ovviamente il mio buon genitore e a seguire partite diamante come gli scontri fra Geller e Smyslov, Fischer e Reshevski, Keres e Spasski. Quando finalmente mi venne il coraggio andai al Branca e proprio quella sera al banco del bar al primo piano vidi i tre moschettieri: Tatai Stefano, Zichichi Alvise e Giustolisi Alberto -chi fossero me lo disse il segretario del circolo. Tutte le sere per sei mesi andai sempre al Branca. Uscivo alle 19 e rientravo all’una di notte. Quando si dice passione. L’olimpiade di Cuba c’era già stata -autunno del 1966- e la disfatta di Tatai a Rovigo pure. Ma quei sei mesi osservando come giocava lampo la banda dei tre, i Primavera, Nestler e un certo Bivini  -non dico altro Mircoli sa tutto- imparai più cose di quelle che avevo visto sui libri. Per farla breve divenni il quarto a Roma perchè Sergio stava a Firenze e Passerotti non c’era ancora e avendo iniziato come inclassificato nel gennaio del 1967 e pur essendo assorbito dalla valanga dei moti del 1968 a fine di agosto dello stesso anno poco dopo l’invasione di Praga da parte dei carri sovietici- vinsi la semifinale del campionato italiano a Gorizia. Questa rapida carriera non dimostra un grande talento ma la distanza abissale fra gli scacchi di oggi e quelli di ieri. E adesso Giuseppe Valenti, dopo aver chiarito quanto era necessario chiarire rientra nel cantuccio dove ama stare.

The old black magic o se vi pare the search of monna lisa cioè la ricerca della perfezione artistica.
La sconfitta di Rovigo altro non significò se non che Giustolisi aveva un talento naturale alla Tal mentre Tatai era uno studioso molto scrupoloso che non amava il gioco spumeggiante. Li ho conosciuti entrambi e non si può non concordare con Tal quando affermòche Giustolisi era un giocatore d’attacco innato che partiva col gioco posizionale e poi si scatenava mettendo in difficoltà chiunque se era la giornata giusta.
Il problema era che la giornata giusta veniva sempre più raramente per ragioni di salute mentre Stefano era un ragazzone pieno di vita.Nonostante ciò perfino nel 1976, anzi nei primi giorni dell’anno 1977 Giustolisi riuscìdi nuovo a batterlo e Tatai correva per la norma di Grande Maestro. Quando la sera prima-io giocavo l’open anche se come vincitore del campionato provinciale romano speravo di partecipare al torneo round-robin con Knezevic, Stean, Forintos, Bellon, Tatai etc. ma non accadde- sulla spiaggia di Cirella sentii che Alberto mi diceva- mi dava sempre del Lei non c’era verso e allora lo chiamavo MAESTRO anche se pure io ero un maestro perchè a dargli del Lei mi veniva il latte alle ginocchia- che ne pensa Valenti domani a Tatai gli faccio una bella partita posizionale. Parto con 1c4 e poi Lei lo sa che succede eh!eh! rideva beffardo.
Non ci potevo credere, fino a quel momento Giustolisi era uno degli ultimi e Tatai contendeva a Knezevic il primo posto e Giustolisi pur sapendo che la sua vittoria avrebbe infranto il sogno di Stefano di diventare GM voleva lottare almeglio per batterlo. Lo guardai con rimprovero: Maestro,Lei fa bene a non regalare niente ma con gli altri diciamo che è andata maluccio e ora giusto con Stefano si scatena? Se vince Lei Maestro Zichichi- era in vacanza a Cirella- e Stefano La massacrano.
Giustolisi mi guardò non rispose e sbuffò il fumo della sigaretta direttamente sulla mia faccia. E l’indomani l’inglese di Alberto fece a pezzi Tatai e i suoi sogni scatenando le ire diAlvise e di Stefano che sapevano benissimo che Alberto non stava bene.
Mente, mente, che spudorato. Ci seppellisce a tutti quello,andava dicendo Alvise. Ma c’era poco da lamentarsi vince chi gioca meglio o sa cogliere l’attimo fuggente è vano recriminare.
Fu il canto del cigno per Alberto nel 1977 quasi scomparve e morinel 1990 solo e dimenticato senza più concorrere a nessuna gara.
Stefano sapeva incassare – il Barry Lindon dell’altro secolo- aveva tante chances anche con il titolo di MI gli inviti arrivavano e dunque era riuscito a riprendersi in mano la sua vita. E nel corso degli anni 70 mentre i dioscuri occidentali tentavano di assaltare ed espugnare la roccaforte sovietica – sto parlando di Fischer e Larsen- l’impero del male si cullava nella dolce e ingannevole melodia bugiarda della filosofia marxista-leninista. La bugia delle sirene narrava l’invincibilità del metodo-materialismo storico e dialettico- sul relativismo occidentale. Dal Gott mit uns si era passati al mito dell’invincibilità sovietica.
Stefano durante il torneo di Las Palmas del 1972 incontrò l’attimo fuggente della gloria scacchistica incontrando uno dei dioscuri, il danese Larsen,con i pezzi neri. Chi pensa che Tatai cambiasse stile,divenisse un Pillsbury della situazione si sbaglia di grosso. La grandezza di Stefano si vede nel trattamento metodico con cui fronteggia lo schema inglese messo in piedi da Larsen. Un metodo che non lascia nulla al caso,che ricorda Nimzowitsch e Petrosian, l’accumulo di piccoli vantaggi con un omaggio casuale ma non tanto alla forza innata dell’alfiere nero del nero,l’alfiere che si piazza all’inizio nella casa f8, pezzo sensuale come nessun altro che se gioca in tandem con un cavallo pazzo che controlla le case centrali fa disastri a cui il bianco non può porre rimedio.E questo accade nella partita di cui stiamo parlando. A nulla servono i tentativi di stoppare l’iniziativa del nero aggrappandosi alla casa d5,il tentativo di Larsen fa diventare cattivo l’alfiere di re del bianco e a questo guaio si aggiunge il controllo assoluto delle case nere daparte del nero,con particolare riferimento alla casa d4. Non sembra neanche una partita quanto piuttosto un’esecuzione mediante impiccagione,l’unica possibilità di sfuggire alla morte è che si rompa la corda,evento che non si materializza e Larsen abbandona. Così Stefano dipinge la sua Monna Lisa e come Gufeld dà all’alfiere di re il posto che gli compete nell’ambito della creazione artistica originata dallo scontro col dioscuro.
Siamo nel 1972 e sono comparsi oltre a Passerotti, il ragazzo triste come lo chiamai sempre io- Roberto Cosulich da Trieste, ragazzo triste e geniale, infelice come può esserlo solo un genio incompreso- e la valanga fiorentina, l’Aiace toscano.Tatai lo sapeva che sarebbe successo,dopo aver visto la valanga all’opera contro Gligoric a Playa de Rocha,e sapeva che sarebbe diventato GM.Accade a Nizza nel 1974 alle Olimpiade e Tatai gli deve cedere la prima scacchiera. Barry Lindon lo sa benissimo che la vita è una sequela di colpi bassi e una scuola di pazienza e come Botvinnik prepara la rivincita. Ma questa è un’altra storia.

E’ arrivato il tempo di parlare dell’uomo ombra che sta dietro la vita e i fatti che concernono Stefano Tatai e di spiegare perchè quest’uomo ombra sia così importante, nella realtà e come simbolo o figura onirica. Del resto la vita è sogno, dice Calderon de la Barca.
Ora spiegherò perché parlo abbastanza spesso di questa figura immaginaria frutto della fantasia letteraria di un gentiluomo inglese sir William Thackeray,un perfetto gentiluomo inglese ottocentesco che non sopportava uno scozzese-e te pareva- suo collega romanziere che riusciva,con i suoi romanzi diavventure tipo Ivanoe ad avere una popolarità maggiore della sua. La verità era che Scott scriveva cose terra terra e Thackeray no e dunque chi poteva avere successo se non il pataccaro? Masiccome una delle caratteristiche del talento è quella dinascondersi a chi ce l’ha l’inglese crepava di rabbia e non capiva chevaleva dieci volte lo scozzese. E allora che ti fa l’inglese? Si inventa una storia che secondo lui è un romanzo d’avventura,mentre è uno stupendo affresco del settecento europeo continentale-inglese,un romanzo SOCIALE,che certo Scott non era in grado di scrivere. Ora Barry Lindon,anche come appare nella vulgata cinematografica di Kubrick, NON E’ un accattone avventuriero senza principi è l’uomo moderno SOLO, SOLO con se stesso-l’esistenza precede l’ESSENZA anzi la crea, Jean Paul Sartre- con una sola preoccupazione o chiodo fisso: sopravvivere,sempre e comunque,a tutti i costi,perchè il nemico è sempre in agguato e non ha pietà,e non importa se i credenti lo chiamano demonio e i laici destino,conta che LUI c’è e pensa solo a farti fuori.Non so dire se avesse ragione la Thatcher a dire che esistono gli individui non la società, so soltanto che l’ALIENO non è solo il male che ha ucciso Stefano e uccide tutti i momenti, l’ALIENO è anche la società che dovrebbe proteggerti e non lo fa e così rimane sempre come sempre è stata,trasformando la vita sociale-che è l’unica vita adatta all’uomo,essere sociale e politico per definizione secondo il sommo Aristotele- in una vita asociale che secondo Hobbes può compendiarsi in quattro aggettivi, povera, solitaria, breve, brutale.
Barry Lindon non è un meschino accattone, non vuole andare in guerra preso coattivamente dai mercenari al soldo dei monarchi assoluti,non vuole un lavoro da sguattero, non vuole tradire al gioco il suo compagno a carte e loprotegge dai furfanti vuole cose normali,vuole una donna che lo ami e unpargoletto che gliporti gioia nella sua cupa esistenza e invece la solita famiglia d’origine-non c’è mai una donna libera,mai c’è sempre un rompiscatole della famiglia di provenienza- gli si presenta nelle vesti del figliastro, il figlio delprecedente marito della compagna di Barry Lindon che lo provoca a duello. Barry si mostra magnanimo e l’ALIENO il pezzodi merda al quale Barry non spara perchè l’arma dell’avversario si è inceppata, l’ALIENO non sa cosa sia la magnanimità,l’empatia la compassione e dunque spara e Barry perde la gamba e poi perde tutto anche quel meraviglioso pargoletto che è tutta la sua vita.
Uscii dalla sala sconvolto,con cattivi pensieri perchè in fondo i normali sono tutti come Barry Lindon e allora grazie al pathos creato dalla mano magistrale di Kubrick sentivo nella carne il bruciore dell’ingiustizia. Mi ripresi perchè ero a Venezia, nel novembre del 1976 con lo squadrone del banco di Roma a vincere il campionato italiano a squadre, il secondo e quindi c’era spazio per gettarsi alle spalle i pensieri negativi. Anche Stefano voleva cose semplici, la sua patria, la libertà, una famiglia, giocare a scacchi. Ne ha passate di tutti i colori e l’ALIENO l’ha ucciso. Ecco perchè l’associo a Barry.

L’asociale socialità, ovvero the story of the sunny-boy, solo con la sua giovinezza negli anni ’70.
Dicevo che Stefano non battè ciglio quando dovette cedere la prima scacchiera a Nizza a Sergio Mariotti. Era un professionista e sapeva benissimo cosa significasse l’arrivo di un giovane più forte. Perché Sergio nel 1974 era una forza della natura. A Nizza divenne subito GM, facendo la norma alle olimpiadi. La norma nel 1966 a Cuba non c’era e così Alvise non riusci a diventare maestro internazionale. Ma poi l’introdussero.
Stefano nella sua carriera ebbe moltissime soddisfazioni, oltre a conseguire 12 scudetti partecipò a 9 olimpiadi e fu 11 volte campione italiano a squadre, conosciuto ormai e stimato dovunque non era tipo che si facesse smontare da chicchessia. Riteneva che nel gioco di Sergio ci fosse una genialità alla Tal, ma questa circostanza comprendeva una debolezza anche perché Sergio si fidava della sua comprensione del gioco e non studiava mentre Stefano, di fronte alla vastità della materia assumeva quel tono di umiltà che contraddistingue i professionisti.
In quel periodo poi comparvero ,come ho accennato due figure importanti al top del ns. impareggiabile gioco, Roberto Cosulich e Carlo Micheli. Non ho mai incontrato persone così diverse, l’unica cosa che li rendeva simili oltre alla forza scacchistica era che appartenevano al genere umano. Per il resto neanche a parlarne. Roberto fu un personaggio tragico. Così come accadde con Giustolisi la sua dolcezza di carattere mi fece simpatia. Capii subito che era un’altra vittima di una sindrome nota come “la famiglia che uccide”-Morton Schatzman- Era un bohemien amava farsi le canne e giocare a scacchi, non amava “il fascino discreto della borghesia”– Bunuel- ma neanche un pò. Ma essere scaricato da una famiglia teuto-asburgica distrusse l’io di Roberto, senza un soldo, senza amici. A quei tempi non c’era amicizia e solidarietà fra gli scacchisti che erano o avrebbero potuto essere professionisti. Tatai, Mariotti, Cosulich e poi l’ungaro Bela Toth che comparve in quegli anni erano un poker d’assi, Alvise veniva dopo insieme a Carlo Micheli e dopo ancora Franco Trabattoni, Cappello di Bologna, Taruffi, Pier Luigi Passerotti, Albano e the sunny boy, l’inquieto e mai contento sessantottino Pino Valenti, chiamato gentilmente da Alvise anche il rompicoglioni. Giustolisi col suo modo signorile diceva più o meno la misma cosa: “Ma insomma Valenti, mi faccia capire, Lei si lamenta sempre anche quando vince, io invece perdo e sto zitto, diamine- diceva diamine quando chiunque avrebbe detto e che cazzo”. Perché ero the sunny boy? Vorrei saperlo anche io perchè quella che sarebbe diventata la mia prima suocera mi chiamava così. Era una signora slovena di Lubiana madre di una bellissima ragazza conosciuta nel 1972 ai tempi dell’olimpiade di Skoplje a cui partecipò anche Adolivio Capece ma il sottoscritto no, olimpiade immediatamente successiva a quella di Monaco -olimpiadi vere- col suo tragico esito. Diceva che portavo il sole perché venivo dal sud. Il mondo è bello perché è vario, avrò anche portato il sole ma non dentro di me.
Racconto queste cose perchè fatti che concernono un pugno di scacchisti di un certo livello di quell’epoca riguardano anche Stefano. Che biografia si può scrivere se siparla dell’interessato ma non si dice nulla sulle persone che coltivavano la sua medesima passione? Eppure è indiscutibile che una parte degli esseri umani non vive il sociale come una condizione indispensabile del vivere umano ma come un’occasione per fare del male o una palestra di ipocrisia: l’asociale socialità,così mi piace chiamarla.
Micheli negli anni 1972 e 1973 si scatenò. Vinse entrambi i campionati con un punteggio stratosferico 11 su 13! E col carattere che aveva si mise contro tutti,in particolare Zichichi e Mariotti, e il clima di conflittualità impediva che rendesse negli incontri a squadre e alla fine si allontanò dal mondo degli scacchi giocando solo a squadre ma che fosse e sia forte lo si può rilevare pacificamente dal fatto che oggi a 71 anni ha un elo di 2300 e se imbrocca la partita può battere chiunque. E per quanto concerne il talento basta vedere come strapazzò il campione filippino Torre nel 1972, un partitone che ricorda la Csom-Passerotti di alcuni anni più tardi.

Roberto Cosulich fu una stella fugace. Non so cosa sarebbe successo in un match con i dioscuri italiani Tatai e Mariotti
Cosulich non vinse mai il campionato italiano,fu una stella fugace ma aveva un talento naturale insuperabile e lo si notava quando analizzava.
Io quando lo incontravo nei tornei cercavo di aiutarlo ma era troppo orgoglioso. Per quello che può valere con tutti i forti mi è capitato di vincere almeno una volta -con Toth due volte- ma con Tatai e Cosulich non ci fu niente da fare a parte un paio di patte.
La squadra del Banco di Roma lo vide a Fiumicino nel 1978 -andavamo a Las Palmas- Lui disse che si stava recando in India, il suo passaporto venne trovato fra le macerie del terremoto di Lima del 1980.
Nel 1974 Alvise attuò la sua idea di una squadra sponsorizzata da una banca. La squadra del Banco di Roma di cui avrebbe fatto parte Stefano a partire dal 1977. Nei primi anni però ci toccò gareggiare in quattro Sergio, Alvise, il Passero e the sunny boy. Ma questa è un’altra storia.

(continua, forse… )

avatar Scritto da: FM Pino Valenti (Qui gli altri suoi articoli)


29 Commenti a Stefano come l’ho conosciuto io mi

  1. avatar
    Ramon 4 giugno 2017 at 22:07

    Grazie Pino per questi accorati e commoventi ricordi.
    Li aggiungiamo in fondo agli altri man mano che tu li scrivi…




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  2. avatar
    fabrizio 4 giugno 2017 at 23:26

    Non è facile commemorare una figura come Tatai, che aveva certamente grandi pregi (scacchistici e non ) e forse anche grandi difetti; credo che Pino Valenti, avendolo frequentato a lungo, possa darne un quadro più completo e veritiero di quello appena accennato da me. Aspetto con ansia il seguito.




    0
  3. avatar
    Luca 4 giugno 2017 at 23:27

    Certo, mai avrei immaginato che Stefano Tatai fosse il nipote di Pannunzio.




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    • avatar
      alfredo 6 giugno 2017 at 14:20

      Anni fa su Repubblica ci fu un’intervista alla vedova Pannunzio (in realtà su Il venerdì di Repubblica)
      In una foto si vede la signora davanti a una scacchiera che riportava proprio una partita di Tatai
      I dispaceri si accumulano
      Non ho conservato quella foto…




      0
  4. avatar
    Giancarlo Castiglioni 4 giugno 2017 at 23:43

    Prima di tutto un saluto a Pino, mio vecchio avversario, mi fa piacere avere tue notizie dopo tanti anni che non ci vediamo.
    Condivido la tua ricostruzione storica, probabilmente i russi sarebbero intervenuti comunque, ma gli errori degli occidentali e di Nagy fecero precipitare la situazione.
    Invece credo che la fuga di Tatai sia stata nel novembre ’56.
    Anche se avevo solo 11 anni ricordo bene gli avvenimenti.
    Il confine con l’Austria rimase sostanzialmente aperto fino a metà novembre e fuggirono oltre 200.000 persone. Dopo i sovietici ripresero il controllo e le fughe divennero estremamente difficili e pericolose.
    E’ possibile che la fuga sia stata autorizzata nel ’57 tramite amicizie che Pannunzio (allora Radicale) poteva avere nel PCI, ma allora perché di notte e passando da un campo profughi?
    Sarebbe stata in treno con lasciapassare.
    Inoltre chiedere dall’Italia l’espatrio di una persona poteva segnalarlo come oppositore e metterlo in grave pericolo.




    0
    • avatar
      alfredo 6 giugno 2017 at 14:18

      Penso che Tatai avesse un “aggancio” a Vienna dove passò alcuni mesi prima di tornare a Roma (non dimentichiamoci che Tatai era nato a Roma).
      Di questo amico che lo ospitò per alcuni mesi ne parla lui stesso (mi sembra in una nota di partita); cercherò il documento.




      0
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    Massimiliano Orsi 5 giugno 2017 at 16:46

    Interessantissime note. Mi piacerebbe anche sapere delle volte in cui Tatai tornò in Ungheria prima della caduta del muro e delle sue impressioni. La prima volta (da giocatore almeno) credo capitò nel 1976 in un torneo chiuso a Budapest vinto da Vadasz e Kholmov. Ma si era già recato oltre la cortina di ferro, avendo giocato nel 1971 a Bucarest. Prima della caduta del comunismo giocò ancora altre volte in Ungheria: nel 1979 a Budapest, nel 1982 e nel 1985 a Balatonbereny, nel 1987 e 1988 ancora a Budapest. Certo, era cittadino italiano, ma qual era il suo rapporto con le autorità ungheresi?




    0
  6. avatar
    alfredo 5 giugno 2017 at 22:55

    Splendido . E ho già avuto modo di dirlo
    50 anni di amicizia da parte di Pino
    50 anni dalla prima che lo vedetti ( avevo 8 anni) io
    Mezzo secolo .
    Qualcosa deve pur dire
    come le lacrime del bambino che ero e Paoli che mi si avvicina e mi chiede perché piangi ?
    e io rispondo ” Perchè non c’è Bobi “




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  7. avatar
    Ramon 7 giugno 2017 at 00:39

    e siamo arrivati a Rovigo 1966, semplicemente stupendo… ;)




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  8. avatar
    alfredo 7 giugno 2017 at 09:08

    Una curiosità
    quanto era esattamente alto Tatai ?
    198 cm mi disse una volta …




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  9. avatar
    alfredo 7 giugno 2017 at 09:09

    E siamo arrivati a Rovigo e all’ingegner Merlin , fratello della senatrice .
    La sua splendida Lancia con cui seguiva tutti i tornei in Italia
    Mi ricordoi la grande festa per i suoi 95 anni con il torneo vinto da Jolsic , la simultanea di Toth
    E Eliskases , un dinosauro …




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  10. avatar
    fabrizio 7 giugno 2017 at 10:40

    Grazie a Pino Valenti per la sua rievocazione di Tatai e di quegli anni; un grazie particolare per il ricordo di un vero, grande campione quale è stato Alberto Giustolisi (troppo presto dimenticato, purtroppo!) e della sua figura: dolce, timida, introversa, sfortunata, ma profondamente umana e gentile.




    0
    • avatar
      alfredo 9 giugno 2017 at 08:24

      concordo su Giustolisi
      Ho un amico giornalista scacchista che lo conobbe ( il fratello era un giornalista de l’ Espressso)




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  11. avatar
    The dark side of the moon 7 giugno 2017 at 13:52

    Mi sembra che su Giustolisi sia stato scritto qualcosa qui sul blog o sbaglio?




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  12. avatar
    Jas Fasola 7 giugno 2017 at 14:04

    Nella partita con Giustolisi sembra che dopo 23… Ae8 (o anche 23… cb5 e se 24. fg6 allora Dg6) il nero sarebbe rimasto con un pedone di vantaggio. Il Bianco dopo sembra si lasci sfuggire il vantaggio con 32. Rf3? (Rh1+-). Se il nero avesse giocato 33… Dxf6 34. Dxf6 Tf8 35. Dxf8 Rxf8 probabilmente il finale sarebbe stato pari, ad esempio 36. Txd5 Txa2 37. Tb5 a4 38. Txb7 Ta3+ 39. Rg2 Te3 e il re B. è tagliato fuori. Infine dopo 33… Rf7?! 34. g5? (34. Txd5 Dh8 35. Th5 Dxf6 36. Tf5) Dh8! 35. Dg4 Tatai avrebbe forse potuto comunque pattare giocando 35… Tc8 (invece di 35… Tb4??) 36. Td3 Tcc2=.




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  13. avatar
    Ramon 8 giugno 2017 at 07:16

    Ed eccoci di nuovo al Caffé Branca!

    Ecco tutti i link alla serie completa scritta dal nostro bravissimo Fabrizio:

    Ricordi generali
    I personaggi
    Altre figure da ricordare
    Mario Boschetti
    Titta Bivini
    Gli altri amici




    1
  14. avatar
    alfredo 8 giugno 2017 at 08:23

    Nessuno ei nostri ” storici” puo’ avere notizie delcampionato ungherese sospeso nel 56 :
    Chi eano i partecipanti , se ” sopravvivono ” partite ?




    0
  15. avatar
    Giancarlo Castiglioni 8 giugno 2017 at 12:20

    Nel suo “Ricordo di un amico” (Giustolisi) Tatai scrive di essere arrivato a Roma nel marzo ’57. Coincide con la fuga dall’Ungheria nella prima metà di novembre ’56 quando il confine era ancora aperto e una sosta di qualche mese a Vienna.
    Sarebbe interessante sapere cosa faceva la sua famiglia a Roma e quando rientrò in Ungheria. Tatai era nato nel ’38 e se scrive che nel ’57 parlava male l’italiano, è probabile fosse ancora molto piccolo quando andò un Ungheria.




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  16. avatar
    Filologo 8 giugno 2017 at 16:06

    Nel giorno di riposo della semifinale del Campionato Italiano a Saint Vincent (2008), venne in visita a giocare il torneo lampo il GM Godena. Nello scorrere l’elenco dei partecipanti alla Semifinale (e c’erano, cito a caso, Bruno, Ginocchio, Contin, ecc.) disse:”qui c’è uno solo che capisce gli scacchi: Pino Valenti”




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    • avatar
      alfredo 9 giugno 2017 at 08:23

      Ho sempre seguito con grande piacere le partite di Valenti
      Negli anni 70 ricordo le sue belle partite d’attacco
      Mi ricordo in particolare con partita con Santolini al CIS 73 e alcune vittorie contro TOTH ( da autentico killer della siciliana )




      0
  17. avatar
    fabrizio 13 giugno 2017 at 19:34

    Caro Pino,continua così! Il tuo non è soltanto un ricordo di Tatai, ma anche nostalgia di un’epoca e di tante persone meritevoli di essere ricordate (molte delle quali anch’io ho avuto l’onore di conoscere). Spero di poterti incontrare di nuovo al prossimo campionato seniores. Fabrizio Antonelli




    0
  18. avatar
    Enrico Cecchelli 14 giugno 2017 at 00:44

    Grazie a Valenti e a tutti gli altri interventi per questi scorci di storia del nostro gioco!




    0
  19. avatar
    Uomo delle valli 14 giugno 2017 at 06:06

    Accipicchia! Assolutamente fantastico! :)
    Qualcuno per caso sarebbe in grado di postare la partita a cui fa riferimento Pino? Quella tra Csom e Passerotti? Non mi è riuscito di trovarla.




    0
  20. avatar
    Giancarlo Castiglioni 14 giugno 2017 at 16:43

    Hai scritto:
    “Ma essere scaricato da una famiglia teuto-asburgica distrusse l’io di Roberto, senza un soldo, senza amici.”
    Non so esattamente come siano andate le cose, ma fu Cosulich che volle andarsene e non aver più contatti con la famiglia, non viceversa.
    Allo stesso modo respinse gli amici che aveva a Milano e che intendevano aiutarlo.
    Roberto si distrusse da solo.
    Credo che quando si vide brevemente a Genova tornato dall’India e prima di partire per il Sud America fosse stato riaccolto in famiglia.
    Gli amici di Genova ne sanno qualcosa in più?




    0
  21. avatar
    alfredo 17 giugno 2017 at 01:22

    Su Cosulich s ueste pagine qualche anno fa ci fu una lunga e appassionata discussione ..




    0
  22. avatar
    Pasquale Colucci 18 giugno 2017 at 19:50

    Stefano ha giocato, anche se raramente, anche per corrispondenza.
    Nel 2012 lo convinsi a giocare nel match amichevole Italia-Germania.
    Ecco il testo di una delle due partite disputate contro l’ex campione
    del mondo per corrispondenza Baumbach, nella quale con un divertente
    ed elegante espediente tattico costringe l’aversario alla patta.

    [Event “Italia-Germania”]
    [Site “ICCF 2012-14”]
    [Date “2012.03.25”]
    [Round “?.1”]
    [White “Tatai, Stefano”]
    [Black “Baumbach, Fritz”]
    [Result “1/2-1/2”]
    [ECO “B31”]
    [BlackElo “2413”]
    [PlyCount “39”]
    [EventDate “2012.03.25”]
    [EventType “team-match”]
    [EventRounds “2”]
    [SourceDate “2013.05.12”]
    [WhiteTeam “Italia”]
    [BlackTeam “Germania”]
    [WhiteTeamCountry “ITA”]
    [BlackTeamCountry “GER”]

    1. e4 c5 2. Nf3 Nc6 3. Bb5 g6 4. O-O Bg7 5. c3 Nf6 6. d4 cxd4 7. cxd4 Nxe4 8.
    d5 Nd6 9. Na3 Ne5 10. Nxe5 Bxe5 11. Re1 Bf6 12. Bh6 Nf5 13. Qd2 Qb6 14. Rac1
    Nxh6 15. Qxh6 Qd4 16. Nc4 Bg7 17. Nd6+ Kf8 18. Qg5 Bf6 19. Qh6+ Bg7 20. Qg5
    1/2-1/2

    Ultimamente si divertiva, come gran parte di noi, a giocare on-line.
    Solo poche settimane prima di lasciarci aveva giocato (di nero)questa brillante partita:

    toqui (1994) – Ornitologo (2055)
    ICC Internet Chess Club, 23.04.2017

    1.Nf3 Nf6 2.c4 e6 3.b3 d5 4.Bb2 Be7 5.g3 0–0 6.Bg2 Nbd7 7.0–0 b6 8.cxd5 exd5 9.d4 Bb7 10.Nbd2 Re8 11.Rc1 Bd6 12.Re1 Ne4 13.Nf1 Ndf6 14.Ne3 Bb4 15.Rf1 Nxf2 16.Kxf2 Rxe3 17.Kxe3 Ng4+ 18.Kf4 h5 19.Qd3 g6 20.Nh4 Qf6+ 21.Nf5 g5+ 22.Kf3 Ba6 23.Qc2 Re8 24.Bh3 Re3+ 25.Kg2 Rxe2+ 26.Qxe2 Bxe2 27.Bxg4 Bxf1+ 28.Rxf1 hxg4 29.Ne3 Qe6 30.Nf5 Qe4+ 31.Kg1 Bd2 32.Bc1 Bxc1 33.Rxc1 Qxf5 toqui resigns 0–1

    La macchina al silicio dice che il Nero avrebbe potuto concludere prima ma resta la bellezza del sacrificio.
    Riporto le analisi dell’amico Leonardo Santoro:
    18. … Df6+ 19.Rxg4 Ac8+ e poi matto.
    Il sacrificio in f2 si poteva giocare anche una mossa prima: 14. … Cxf2!! 15.Rxf2 Txe3!! e se 16.Rxe3 Cg4+ 17.Rd2 (17.Rd3 Cf2+ doppio a R e D)
    17. … Cf2 18.Dc2 Ab4+ 19.Ac3 Ce4+ 20.Rd1 Cxc3+, e qui o il B. dà la D per T e C, oppure 21.Rd2 Ce4+ 22.Re3 (22.Rd3 Cf2+ 23.Re3 Cg4+ 24.Rd3 Aa6+ e il B deve dare la D per evitare il matto)22. … Axe1 23.Txe1 Df6! e il B crolla.
    L’ASIAS sta per bandire un torneo in Sua memoria: si svolgerà via e-mail, sarà gratuito e libero a tutti.




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